Gli alberi sembrano identici che vedo dalla finestra. Ma non è vero. Uno grandissimo si spezzò e ora non ricordiamo più che grande parete verde era. Altri hanno un male. La terra non respira abbastanza. Le siepi fanno appena in tempo a metter fuori foglie nuove che agosto le strozza di polvere e ottobre di fumo. La storia del giardino e della città non interessa. Non abbiamo tempo per disegnare le foglie e gli insetti o sedere alla luce candida lunghe ore a lavorare. Gli alberi sembrano identici, la specie pare fedele. E sono invece portati via molto lontano. Nemmeno un grido, nemmeno un sibilo ne arriva. Non è il caso di disperarsene, figlia mia, ma di saperlo mentre insieme guardiamo gli alberi e tu impari chi è tuo padre.
— Franco Fortini, Gli alberi
John Coltrane, NYC, May 6, 1965
photo: Chuck Stewart
È proprio questo il punto. Il mondo intero sta diventando come Lafayette Street, che è la via di New York più brutta e allo stesso tempo bella che ci sia. In un certo senso fa piacere trovare quello che ci si aspettava di trovare. È come se i posti in cui si va riuscissero ad avere la stessa passività delle persone. Si limitano a far mostra di sé con tanto di cattedrali e deserti. Anche la passività è bella. Di questi tempi uno si prende quello che gli si dà e se tutto diventa brutto allora l’unico rimedio è dirsi che è bello, quanto è bello, bellissimo. E magari alla fine lo diventa anche.
— Don DeLillo, Great Jones Street
Jane B. par Agnès V. (Agnès Varda, 1988)
Fu il ramarro e non tu smunta formica a udire le sirene
Chi lo vide Ulisse? forse l’occhio del polipo attratto dalla luna
ma fauna d’acqua ne udì la chiglia per sentito dire.
— Goffredo Parise
Ti affligge la verità
di molti luoghi comuni, invecchi di luoghi comuni lodando la verità.
Come un qualunque bambino che lecca il proprio gelato credi che il mondo sia grande un metro quadrato.
— Tito Balestra
Come un cordoglio ho lasciato l'estate sulle curve e mare e deserto è il domani senza più stagioni
Europa Europa che mi guardi scendere inerme e assorto in un mio esile mito tra le schiere dei bruti sono un tuo figlio in fuga che non sa nemico se non la propria tristezza o qualche rediviva tenerezza di laghi di fronde dietro i passi perduti, sono vestito di polvere e sole vado a dannarmi e insabbiarmi per anni.
— Vittorio Sereni, da Italiano in Grecia, 1947
Amore, oggi il tuo nome al mio labbro è sfuggito come al piede l'ultimo gradino… Ora è sparsa l'acqua della vita e tutta la lunga scala è da ricominciare. T'ho barattato, amore, con parole. ti riconoscerò dall'immortale silenzio.
Moriremo lontani. Sarà molto se poserò la guancia nel tuo palmo a Capodanno; se nel mio la traccia contemplerai di un’altra migrazione. Dell’anima ben poco sappiamo. Berrà forse dai bacini delle concave notti senza passi, poserà sotto aeree piantagioni germinate di sassi… O signore e fratello! ma di noi sopra una sola teca di cristallo popoli studiosi scriveranno forse, tra mille inverni: “Nessun vincolo univa questi morti nella necropoli deserta”.
Ora che capovolta è la clessidra, che l’avvenire, questo caldo sole, già mi sorge alle spalle, con gli uccelli ritornerò senza dolore a Bellosguardo: là posai la gola su verdi ghigliottine di cancelli e di un eterno rosa vibravano le mani, denudate di fiori. Oscillante tra il fuoco degli uliveti, brillava Ottobre antico, nuovo amore. Muta, affilavo il cuore al taglio di impensabili aquiloni (già prossimi, già nostri, già lontani): aeree bare, tumuli nevosi del mio domani giovane, del sole.
È rimasta laggiù, calda, la vita, l’aria colore dei miei occhi, il tempo che bruciavano in fondo ad ogni vento mani vive, cercandomi… Rimasta è la carezza che non trovo più se non tra due sonni, l’infinita mia sapienza in frantumi. E tu parola che tramutavi il sangue in lacrime. Nemmeno porto un viso con me, già trapassato in altro viso come spera nel vino e consumato negli accesi silenzi… Torno sola… tra due sonni laggiù, vedo l’ulivo roseo sugli orci colmi d’acqua e luna del lungo inverno. Torno a te che geli nella mia lieve tunica di fuoco.
Ahi che la Tigre, la Tigre Assenza, o amati, ha tutto divorato di questo volto rivolto a voi! La bocca sola pura prega ancora voi: di pregare ancora perché la Tigre, la Tigre Assenza, o amati, non divori la bocca e la preghiera…
— Cristina Campo, da La tigre assenza
Una stagionaccia di tumescenti avvoltoi, svignate le mogli per mancanza di cibarie di scandali di orgasmi e d’altre storie, toccherà dimenticare con indifferenza, e con sentita espressione, i campi spremuti dagli amici intimi, i terreni recinti, i verdi trapezi con i lampi pomeridiani, i tiepidi screzi della primavera nazionale dietro i terrapieni, e le fontane occulte del sapere grano a grano le similitudini dei fiori dei venti dei trafeli nei luoghi non segnati, e le settimane che nei chiasmi risorge la carne unanime-inanime nei chiasmi e massacrare il gallo forbito tra i brughi lombardi il gesto che trafughi alla notte il sangue fresco gli alberi e le alte quote degli astri vanitosi, e la polare che valica i sentieri delle ascisse, e risospingere proprio così contro i drastici orizzonti frantumati dai tamburi i candidi fantasmi e sfogliare le direzioni ortogonali e nelle vuote sfere annusare le ferraglie tra le rose paniche e il sentore di rugiada dai poderi avversi e il crudo raziocinio delle millesime angolature divelte nel guizzo delle trote, le cuspidi sonore degli shrapnell e il cielo nudo lento delle azalee, vero che tu vedevi nel liquore dell’atlantico con gli occhi della vita intera, e concepivi le termiche metafore e le ipotesi grandi ottemperare alle medesime cause influenti delle maree, e delle volte climatiche che accadono nello sperma degli squali bianchi? quindi in un impeto unanime bevemmo in coro gli insiemi, e uno per uno il soffio amato della sola inquietudine che rapinava l’ombra e decimava i fatui semi delle consuetudini verbali, i risplendenti rameggi dell’uranio e il vero ulivo d’oro nella più cheta tenebra del quarzo, e il fiume vivo delle arterie che risale il lume-lavoro degli scheletri.
— Emilio Villa, Le parole
A un poeta che non ama marzo
Sono i giorni di marzo che detesti la luce, il vento, gli ammassi nuvolosi l’azzurro cristallo ove ti specchi spettinato, stravolto. E il vero perché della tua ira risiede nelle grandi partite di vento accatastate in otri, sui docks, nei porti, negli scali nei cassetti, nel cuore, nello struggente sibilo della tua penna. Consideri marzo un concorrente.
— Bartolo Cattafi
Antonia Pozzi, February 13, 1912 / 2023
[…] Vorrei capire dal cenno dei pioppi dove passa il fiume e quale aria trascina […] Vorrei toccare con le mie dita l'orlo delle campane, quando cade il giorno e si leva la brezza: sentir passare nel bronzo il battito di grandi voli lontani.
– Antonia Pozzi, Pianura, n.d. [Bibl.: (i) Antonia Pozzi, (posthumous, 1943), Parole, Edited by Alessandra Cenni and Onorina Dino, «Gli elefanti. Poesia», Garzanti, Milano, 2001. (ii) Antonia Pozzi: Pianura, xylography by Gaetano Bevilacqua, Edizioni dell'Ombra, Salerno, April 1, 2018. (iii) Mia vita cara, Edited, and with an Afterword by Elisa Ruotolo, «Interno Novecento» 1, Interno Poesia Editore, Latiano (BR), 2019]
Andrò a ritroso della nostra corsa di poco fa che tanto bella mai ti sorprese la luna. Mi resta una città prossima al sonno di prima primavera. O fuoco che ora tu sei dileguante, o ceneri confuse di campagna che annotta e si sfa, o strido che sgretola l’aria e insieme divide il mio cuore.
—Vittorio Sereni, Viaggio di andata e ritorno (da “Gli strumenti umani”, Einaudi, Torino, 1965).
Kay Francis - Mandalay (1934)
At times I stop dreaming of the house and the pine trees of my childhood around it. Then I get depressed. And I can’t wait to see this dream in which I’ll be a child again and feel happy again because everything will still be ahead, everything will be possible. Mirror (Зеркало, 1975) dir. Andrei Tarkovsky
THE SCARLET EMPRESS (1934) [Catherine Barkley] actually looked a lot like Marlene when Marlene was younger. She wasn’t the pinched English type. She had a pure featured, lovely face. - Ernest Hemingway
the scarlet empress (1934) dir. josef von sternberg
Oggi si dà alla parola diverso una dimensione fisica o psichica limitata alla sfera affettiva, personale. I veri diversi per mia esperienza sono altri, e sono di sempre: sono i cercatori di identità, propria e collettiva, e nazionale, e d'anima. Coloro che videro il cielo e che mai lo dimenticarono, che parlarono al di sopra dell'emozione, dove l'anima è calma. Che non credono, o credono poco, ai partiti, le classi, i confini, le barriere, le fazioni, le armi, le guerre. Che nel denaro non hanno posto alcuna parte dell'anima, e quindi sono incomparabili. Quelli che vedono il dolore, l'abuso; vedono la bontà o l'iniquità, dovunque siano, e sentono come dovere il parlarne. I cercatori di silenzio, di spazio, di notte, che è intorno al mondo, di luce, che è intorno al cuore. [...]
Ora, io vorrei chiedere a chiunque mi ascolti — aspettando risposta, naturalmente, solo nel cuore: credete davvero che la vita umana sia sempre e solo trionfo sull'altro? Che per essere contenti della propria vita bisogna aver posato il piede sul capo dell'altro? Credete che i deboli —paesi o individui —debbano essere eliminati anche se in modo indolore? Credete che zingari, poveri, pastori di greggi; che poeti, scrittori, preti e maestri non di parte o isolati, che attraversano questa vita lieti come fanciulli e vigili come madri non servano proprio a nulla, e la vita, la società, lo Stato possano fare a meno di essi?
— Anna Maria Ortese, Corpo Celeste
