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Giovani poeti: Mirko Di Grazia | L'Altrove - L'Altrove - Appunti di poesia
Oggi vi presentiamo un giovane e talentuoso poeta: Mirko Di Grazia. Mirko ha ventiquattro anni e vive e lavora a Nardò, in Puglia. Le sue poesie ci hanno veramente colpito e di sicuro sorprenderanno anche voi. Abbiamo fatto due chiacchiere con lui ed ecco la nostra intervista: Grazie, Mirko. Quando hai iniziato a scrivere poesie? Non so dirti con esattezza quando si è innescato dentro di me questo bisogno. Se dovessi circoscriverlo in un arco temporale, sarebbe risalente a quello delle medie, poiché partecipai ad un concorso scolastico di poesia, accomodandomi alla scomoda ottava posizione, la quale mi diede una scossa: il migliorare (penso di dover approfondire ancora molte strade della mia interiorità che ancora non ho avuto modo di attraversare e, certamente, arricchire e modellare questa fase embrionale della mia “poetica” che è molto essenziale e fluida). Se, invece, dovessi risponderti senza definirlo cronologicamente penso che la poesia sia rimasta dormiente dentro di me e che, quotidianamente, si scrivesse al mio interno. Ha soltanto atteso che, invece di guardare, l’esteriorità delle cose cominciassi a guardarmi dentro. Perché hai preferito la poesia alla prosa? Diciamo che non è stato esattamente così per quanto mi riguarda. Non ho una preferenza di genere. Certamente credo che la poesia abbia una locazione elitaria in confronto agli altri generi, senza sminuire, ovviamente, questi ultimi. È come un’immagine su un libro di scienze, una piantina in un vaso. Per poterne cogliere la vera natura è necessario giungere alla sua parte più intima: le radici. O, ancora, è come il gelsomino notturno: si svela soltanto all’invisibile, non si concede facilmente. Prima di poterla attraversare bisogna svestirla, sezionarla, ispezionarla, mentre invece la prosa è, talvolta, più diretta. Ha un’architettura molto più lineare e diretta, salvo eccezioni. Anche se negli ultimi tempi ha subito un processo contrario: sboccia alle prime luci. È diretta, ma non per questo meno priva di “fronzoli”, di ornamenti. Probabilmente, mi ci sono riaccostato sia per una mia “camaleonticità stilistica”, in quanto non sento di appartenere ad un unico stile ma diversi ne convivono in me tante quante le mie personalità, sia per un modo costruttivo e decostruttivo, per la brevità e intensità, per la purezza e la bellezza di un verso, per gli abiti che si possono far indossare alle parole, per la profondità spazio-temporale, per l’intimo contatto che si crea tra il tuo io più profondo e sopito e quello cosciente, rivelandoti qualcosa che ancora ignoravi, che per la connessione con l’esterno (le cose, la natura) e con l’altro. Una capacità, si potrebbe dire, empatica. Nella poesia ritrovo le chiavi per aprire le porte che albergano dentro di me e nel mondo. “I poeti più sapienti sono quelli che sembrano dir meno” scrisse Attilio Momigliano. Cosa ne pensi? Che poeta sei tu? Mi ritrovo parzialmente d’accordo. Ad una prima lettura, a mio avviso, sembra voglia riferirsi alla brevità del componimento: che non è affatto necessario barocheggiare una poesia con una quantità digressiva di versi, bensì scalfire e scarnire in modo che il messaggio giunga in profondità e man mano affiori così da non poterlo sradicare mai più. Ad una seconda, invece, mi pare che voglia suggerire che quelli che sembrano dir meno appaiano i più sapienti in senso dispregiativo. Ad una terza e, credo, ultima rilettura: che nonostante la brevità e la concisione siano in realtà la superficie di un mondo inabissato, che all’interno di tre versi, ad esempio, ci sia racchiusa l’eternità. Non potevo trovare altro modo di spiegare questa mia interpretazione, con la quale sono più concorde, che con i versi di William Blake: «Vedere un Mondo in un granello di sabbia, E un Cielo in un fiore selvatico, Tenere l’Infinito nel cavo della mano E l’Eternità in un’ora». Definirmi poeta mi risulta difficile per due motivi: il primo, quello più banale, che per poter considerarmi ed essere considerato tale debba ancora subire diversi processi e evoluzioni (penso ancora di essere al primo abbozzo di “poetica”). Il secondo, strettamente correlato al precedente, è che mi risulta difficile circoscrivermi e comprimermi dentro un unico perimetro, poiché mi sembra di avere un’immobilità e una staticità che non mi appartiene. Come dicevo sono molto camaleontico con la scrittura: le mie parole indossano sempre vesti differenti basate anche sulla biologia del mio sentire. Il verso che porti sempre con te? Di un autore non saprei assolutamente quale scegliere, poiché ne conservo davvero molti negli archivi della mia memoria. Ora alla mente mi riaffiora questo verso come un mantra: Verrà la morte e avrà i miei occhi/ma dentro ci troverà i tuoi di Michele Mari che, omaggiando Cesare Pavese, allo stesso tempo inchioda al muro chi lo legge. È uno dei tanti che conservo nel taschino del cappotto e che srotolo nei momenti più opportuni. Di un mio verso invece credo che sceglierei questo: Ho scritto poesie/soltanto guardandoti. Credo che questo sia uno dei versi che sento fino alle viscere, perché la fisicità, lo sguardo è capace di scrivere sul corpo più di quanto possa fare una carezza. Uno sguardo può spogliarti, o trafiggerti. O leggerti. O riscrivere daccapo un’intera persona. Ecco le sue poesie: lettera d’amore Non voglio leggerti ad alta voce non voglio che altre orecchie ti accolgano voglio tenerti sulla punta della lingua passarti e ripassarti fra le labbra e poi farti scivolare dentro gustarmi ogni pezzo di te amaro aspro malinconico voglio impararti a memoria conoscere i punti del tuo piacere e del tuo dolore toccarli entrambi tracciarne di nuovi estenderti infinitamente. voglio ripeterti mentalmente nei momenti di sconforto evocandoti dentro di me come una preghiera per il peccatore ti pronuncio e mi confesso non ti prego ti amo. Voglio che il ricordo di me sia come uno stato febbrile che ti tolga la fame il sonno senza che te ne accorga con lentezza e che ad ogni pensiero ti faccia contrarre voglio che il ricordo di me faccia impallidire tutti quelli che son venuti dopo di me perché nessuno è capace di leggerti così bene fra le gambe senza perdere mai il segno voglio che il ricordo di me sia come una fetta d’arancia che poggiandosi delicatamente sulle increspature delle tue labbra le incida con un bruciore e qualsiasi cosa le toccherà dopo ti ricordi questa sensazione come una scottante rivelazione voglio che il ricordo di me sia talmente potente da farti implodere in un amaro e triste rimpianto. (quando ti renderai conto che non avermi più ti costerà) accettazione del dolore Ho mangiato le spine che hai lasciato nel portafiori prima di sbattere la porta e non tornare più e dalla mia bocca straordinariamente sono sbocciate le rose più belle.