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ZEN CIRCUS: NIENTE PUÒ BATTERE UN POWER TRIO - GIORNALE POP -
Nel 1989 Lou Reed scriveva nelle note dell’album “New York” una delle sue frasi più famose, ovvero: “Non si possono battere due chitarre, un basso e una batteria”. Per quanto ci si possa trovare d’accordo con questa affermazione, esiste un tipo di formazione ancor più ridotta in grado di portare all’estremo le potenzialità di ogni singolo strumento: il power trio. Già negli anni ’60 gruppi come la Jimi Hendrix Experience o i Cream cercarono di ottenere il massimo in termini di impatto sonoro con la minima strumentazione possibile per il rock. Nel panorama indipendente italiano attuale uno dei gruppi che ha fatto proprio il concetto di power trio con maggiore efficacia sono gli Zen Circus, formazione pisana che, con più di un ventennio di instancabile attività, ha ormai raggiunto una posizione molto importante all’interno della propria scena. Il loro nuovo lavoro “La terza guerra mondiale” nasce proprio con il presupposto di realizzare brani forti e immediati usando la strumentazione più ridotta possibile. E ci riesce bene. Eliminando quasi totalmente synth, organi, chitarre addizionali o altri strumenti a corda, i tre musicisti producono un lavoro decisamente godibile fin dal primo ascolto, in cui le melodie e i riff di chitarra e basso la fanno da padrone. Questa maggiore spartanità strumentale non si traduce, però, in sonorità grezze e trascurate, anzi, “La terza guerra mondiale” è forse il lavoro più curato a livello di produzione della discografia degli Zen. Gli effetti delle chitarre, i suoni del basso, le compressioni delle batterie, i riverberi delle voci sono tutti elementi che suggeriscono la particolare attenzione che è stata concentrata in fase di post-produzione dell’album. E poi ci sono i testi. Se esiste una band italiana che ha saputo raccontare con crudele precisione la situazione sociale e politica del nostro paese degli ultimi anni sono proprio gli Zen Circus; e questo disco ne è l’ennesima prova. La penna di Appino si fa sempre più acuminata, tagliente e chirurgicamente precisa nel descrivere la realtà che ci circonda ogni giorno. Il testo dell’ultimo singolo “Zingara”, per esempio, è stato composto mettendo insieme una serie di commenti trovati su You Tube in cui alcuni utenti si esprimono con toni razzisti e violenti nei confronti degli zingari, mettendo così in musica il pensiero più “basso” dell’italiano medio, ma costringendoci anche a interrogarci su quanto questo spirito dei tempi possa averci contagiato. Sulla ritmica incalzante di “Terrorista” il cantante racconta di un bambino il quale dice alla maestra che da grande vuole fare il terrorista, accostando questa figura a quella dei giornalisti e dei politici che possono distruggere intere esistenze con le poche righe di una sola legge. “Ilenia” descrive la figura di un’adolescente confusa che vive con difficoltà in un paese in cui le piazze piene non sono più in grado di fare delle rivoluzioni. “La terza guerra mondiale” invoca ironicamente un conflitto che metta fine all’alienazione attuale, che faccia capire con chiarezza chi è il nemico, una guerra interiore per resettare e ricostruire tutto. Una delle cifre stilistiche del trio è l’ironia (o meglio il sarcasmo) che qui caratterizza brani come “Andrà tutto bene”, dove proprio la poetica corrosiva del gruppo viene posta in contrasto con la retorica ottimista e buonista della musica pop contemporanea, o in “Pisa merda” dove si risponde a chi li accoglie ai concerti con il suddetto insulto. Il tema della provincia e della vita “orizzontale” che si vive nelle piccole città è presente anche in “San Salvario”, quartiere descritto tramite la sua umanità composta da studenti, immigrati e venditori di kebab. La lunga coda strumentale di questo brano e di “Andrà tutto bene”, da una parte riporta ai tempi di “Andate tutti affanculo”, il loro album del 2009 dove molti brani terminavano in modo simile, dall’altra sottolinea il grado di maturità compositiva ed esecutiva del trio suggerendo, auspicabilmente, ulteriori sviluppi futuri di questo progetto. Al di là di queste speculazioni, gli Zen Circus si confermano con questo lavoro una delle realtà più credibili e “vive” del panorama musicale attuale e si consiglia caldamente a chi non l’avesse ancora fatto di andarli a vedere live: avrete un esempio lampante dell’energia e della carica che si possono sprigionare da una chitarra, una basso e una batteria.