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Iniziare l’anno a Londra, indimenticabile Milf. Tra Peter Pan, i migliori cessi pubblici al mondo, troppe pinte in corpo e i cani (che in Italia sbraitano ma in UK hanno una aristocratica eleganza) - Pangea
La mia prima volta. Succede, ed è questo il bello della vita: puoi stare con lei per una vita intera, inseguirla, raggiungerla, sedurla (o farti sedurre) e poi abbandonarla per 20 volte e più in 13 anni. Perché è sempre bellissima, sia quando si veste di bianco e nero sia quando azzarda i suoi colori fluo e improbabili. La Vecchia Signora è una MILF alle volte fredda, distratta, ma che quando apre le sue porte, te le spalanca davanti agli occhi, senti l’impulso di infilarti dentro, viverla, giocarla, comprarla. Lei si chiama Londra. E ho deciso di vederla a Capodanno assieme a due fedeli ronzini, Johnny e Marta. Sono ronzini non perché ronzano (non siamo andati a Mosca) ma perché scarpinano, non conoscono la fatica del camminare, e hanno suole, fiato e gambe da grimpeur. Il volo Italia-UK si stacca dal suolo marchignolo (Ancona) il 28 dicembre. Ryanair, per questioni di costi e orari, è sempre una certezza. Partenza programmata per le 16:45, partenza di ritorno in calendario il primo giorno dell’anno alle 11:40. Sulla carta. E di fatto. In aereo penso all’abbraccio con la MILF. Non so se è capitato anche ad altri ma Londra – la sua aria, la sua alimentazione, la sua essenza british – ha effetti anche diuretici. Non che faccia cagare, ovvio, ma stimola. Sull’argomento ci gioca molto anche “La zanzara” di Giuseppe Cruciani e David Parenzo, uno dei programmi di punta di Radio 24. A fine novembre li ho chiamati per dire la mia sui migliori cessi pubblici della città. I due conduttori mi hanno ascoltato ma soprattutto non mi hanno insultato (visto l’argomento, potevano mandarmi a cagare sempre problemi). Il top? British Library. Gabinetti sempre puliti, forse perché chi la frequenta ne fa poca e quella che fa è profumata e non lascia sgommate… 29 dicembre. Sei di Londra se. Quello che era un gioco di quando ero piccolo, da una manciata di anni è diventato anche uno spot pubblicitario. Averci pensato prima. Comunque. Sei stato a Londra se. Dipende dalle volte che hai preso il volo e l’hai raggiunta. La prima deve essere turistica: Buckingham Palace, Big Ben, Trafalgar Square, Piccadilly. Quattro posti must e puoi dire di esserci stato. La mia 21esima volta parte dal mercatino di Portobello Road e si conclude con una serata al Sadler’s Wells Theatre. Sveglia mattutina quindi. A Londra ti devi svegliare presto per poter respirare la città prima del suo risveglio. Passeggiata a Kensington Gardens, qualcuno corre con le cuffiette e, nonostante la temperatura seria, riesce a sudare. Fanno footing all’alba e poi si devastano di pinte di birre o di prosecco (già, vanno di bianco frizzante o di rosato. E una pinta equivale a poco più di mezzo litro) dalle 17.30 in poi, ma solo sino alle 23 quando la tradizionale campanella avverte gli avventori che le spine vengono chiuse. Non c’è bisogno di fare tardi come in Italia, che si esce alle 23. Gli inglesi partono prima, si piantano sugli sgabelli dei pub e quando sono cotti “come dei sardoni” alzano il culo e tornano a casa. È nei locali che servono birra che tocchi con mano (e senti con il naso) il meltin’ pot di razze e generazioni, la perfetta sintonia tra giovani e meno giovani. Al pub si beve in compagnia e se entri da solo esci accompagnato. Talvolta anche a braccio, ma solo quando superi un tot di pinte, generalmente almeno 6. Se ti fermi prima, riesci anche a intavolare un discorso sui massimi sistemi. Esco dal “The Swan”, fermata Lancaster Gate. Sono le 16. Mike, un ragazzotto nordico, mi chiede da accendere. Parliamo di Brexit, di donne, di birre e di politica. Viene dalla Scozia, fa il manager di un’azienda. E, con un certo stupore, esordisce su Berlusconi. In Italia è quasi scomparso, ma nella Big Smoke è ancora un nome che parla di Italia, scappatelle, corna nelle foto e in parte politica. Per Mike l’ex Cavaliere si è dato alla politica per salvaguardare i suoi affari imprenditoriali: scendere in campo significa chiudere il portafoglio, significa smettere di dare soldi ai partiti. Ordina un’altra pinta. Ma non è birra inglese: è europea. “Le nostre birre non hanno le bollicine e sono tiepide. E hanno pochi gradi. Le vostre hanno l’anidride carbonica che ti dà la botta in testa. Per sentirti leggero ne servono meno”. Lezione di economia domestica, ma anche pratica. Saluto, hotel per una rinfrescata e poi a teatro. Prendo la linea rossa e poi la nera, fermata “Angel”, la più vicina al Sadlers’. Danno “Swan Lake” di Matthew Bourne. Andare a vedere uno spettacolo è un obbligo se vai a Londra. Anche di danza, se serve. Una rivisitazione del celebre “Lago dei cigni” fresco e contemporaneo, trasgressivo per la chiave di lettura omosessuale dell’amore tra il Principe e il Cigno. In scena tutti i linguaggi dell’arte, teatro, movimento, musica, scenografia e alcuni accenti comici, quasi a voler ricordare alla platea che la serietà è pesantezza e che per saltare più in alto e fare i zompi bisogna ridere: primo atto micidiale, con alcune “quentintarantinate” di una bellezza che fanno quasi male agli occhi (sul palco, oltre alla vamp svampita, anche il “cane della Regina giocattolo” con tanto di ruote al posto delle zampe). Il secondo invece classico, nell’accezione più nobile e alta del termine. Poco prima dell’inizio dello spettacolo una ragazza mi chiede se il posto vicino al mio, quello libero, è il numero… Rispondo in inglese con la parola più semplice e meno scivolosa, anche nella pronuncia. “Yes, of course”. “Are you italian?” mi chiede. Peggio di una doccia gelata, di una birra analcolica, di sentirti dire dalla tua compagna che sono anni che non ti ama più e che finge ogni volta che avete un accenno di intimità: si fa di tutto per mescolarsi gli inglesi e poi basta aprire bocca che i 1.600 e passa chilometri che separano Ancona da Londra vengono immediatamente annullati. Osservo il suo outfit. Diverso dal mio, anche perché lei è donna e io uomo. Nonostante il freddo, indossa ai piedi le scarpine basse senza tacco – le ballerine, del resto siamo a vedere uno spettacolo di danza – e un vestito leggero a fiori. È “succosa” pur non essendo niente di che. E va a teatro da sola. Una “Alessandro Carli” al femminile in salsa inglese. La saluto alla fine del primo atto, sicuro di rivederla poco dopo. Odora di gin e prosecco, di profumo e cipria. Mi dice “bye” e sorride, ma so già che ha la musicalità di un “Farewell”. Addio cigno romagnolo che bevi e sorridi, che te ne freghi delle diete, che sfidi l’inverno indossando la primavera. “Nice job” azzardo, ma si è già messa a camminare. Passo veloce e frequente, forse per il baricentro basso, forse perché è sbronza: si è ingollata una pinta di prosecco e una di gin lemon. Con la rapidità di un levriero in gara, zampetta, lieve, e penso a quanto è bello e banale andare a teatro in coppia quando poi, una volta che si fa buio in sala, si è sempre soli. Tu e lo spettacolo. Non c’è altro. Soprattutto se il secondo atto diventa più spazioso, con due posti liberi, uno alla mia destra e uno alla mia sinistra. 30 dicembre. Drin driiin alle sette in punto. Doccia, colazione alle 7.30. Alle 8 mi aspetta Peter Pan a Kensington. Passeggiata all’alba, sono già 12 gradi. Raggiungo i due poderosi compagni di viaggio a Holborn per andare a vedere il British Museum. File di orientali composti, più indietro un gruppo di giovanotti con lo zaino dell’Invicta. Sono italiani, ovviamente. Invicta è più di una bandiera: un distintivo piantato sulla schiena, a ricordare il tricolore. Mummie, Partenone, grecità, papiri, l’immancabile shop per i gadget. Poi si esce, in cerca d’aria. Due panini al “Pret a manger”, tappa in hotel per scaricare gli zaini, cambio delle scarpe e si riesce: loro “non so dove”, io Baker Street. La fila davanti al museo dell’investigatore è degna di nota. Viro per lo shop, un modo per raccontare di aver visitato le stanze che profumano di tabacco da pipa senza essere entrato. Prendo due cose due, al bancone una ragazza italiana capisce che sono italiano e mi parla in italiano. È gentile, ha una cadenza del centro Italia ma mescolata alla pronuncia inglese. Una coppia giapponese mi chiede indicazioni per la fermata della metro. Mi dicono che amano viaggiare, che l’Italia è un posto bellissimo e che Firenze è splendida. Non conoscono Rimini. Spiego che è la città di Federico Fellini, “the videomaker”. Ridono, perché gli orientali, nel dubbio, ridono. “Amarcord”, “Otto e mezzo”. “Yes, yes”, più per gentilezza che per altro. Metro e via verso i Docks: cena al “Prospect of Whitby”. Esco a “Tower Hill”, Johnny e Marta mi aspettano. Lei è provata, l’acido lattico si fa sentire. Johnny è un diesel, fresco come una rosa. La passeggiata a Santa Caterina è deliziosa, poi prendiamo la direzione “Wapping” per raggiungere il pub. Una ragazza fuma una sigaretta sulla panchina davanti all’entrata. Le chiedo se vuole fare un selfie con me. Accetta. Penso che ci vedremo dentro al pub. Ovviamente non ci incontriamo più. Il piatto della domenica è grande e variegato, e scende assieme a due pinte di birra. Cambio dell’acqua al merlo prima di uscire e mi appare la vera essenza dell’Inghilterra: un ragazzo fa la pipì con una mano in basso e una che attanaglia il bicchiere della birra. Superiore a ogni fantasia più azzardata. 31 dicembre. “Hide park” alle 7.30 della mattina è il miglior modo per salutare l’ultimo giorno dell’anno. Qualche coraggioso fa il bagno nel “Serpentine lake” e ha tutta la mia ammirazione. Al bar prendo una tazza di tè, e attacco pezzo con un lord che sta leggendo un libro. Maledice i contadini che hanno votato la Brexit, e si dice sicuro che la “Dancing queen” May non avrà vita politica lunga. Gli scozzesi si staccheranno perché hanno la vista lunga e non intendono perdere la locomotiva UE. Raggiungo i compagni di viaggio davanti ad “Harrods” per poi separarci di nuovo: hanno in programma il Museo delle Scienze, io invece un giro in metro senza meta. “Royal Albert Hall”, poi “Barbican”, poi ancora “Maida Vale” a vedere “Abbey Road”. Sui muri le firme dei fans dei Beatles, qualcuno attraversa la strada e si fa immortalare per rivivere la copertina dell’omonimo album. Ci si vede allo “Shakespeare’s head” di “Holborn” alle 19. A Capodanno è meglio anticipare la cena. Non siamo gli unici ad aver avuto la pensata, ma con una certa botta di culo troviamo un tavolo. Hamburger farcito di salse strane e una “London pride”. Il pub è pieno, sfilano ragazzette tirate a lucido, poppe in bella vista e gambe nude. Bevono, mammamia se bevono: birre con le bollicine ma soprattutto prosecco. Caraffe di prosecco, pinte di prosecco. Si truccano, parlano e ridono. A 20 anni la vita ha la leggerezza di una bolla di sapone. A 40 e un po’, per creare una bolla di sapone ci devi soffiare dentro. Pol, un caro amico di Rimini che è britannico dentro, prima di partire mi ha ammonito: “Evitate il centro e ‘Trafalgar square’, volano bottiglie e ubriachi”. Ci rifugiamo allo “Swan” di “Lancaster Gate”: un ragazzo suona, i tavoli sono liberi, ordiniamo sei pinte di “London pride” e aspettiamo mezzanotte. L’hotel ci aspetta, la strada che ci separa dal letto ha il retrogusto delle birre a cascata. Ondulata, forse in salita. Poi capisco che erano i gradini dell’hotel… 1 gennaio. Londra è una città operativa: l’1 gennaio funziona tutto. Metro e treno in orario, il volo è fissato per le 11.40. Dentro al “tube” persone che stanno tornando a casa avvolta in sciarpe che odorano di marijuana, ragazze con il trucco sbafato e le calze rotte, i bicchieri di caffè, gli sguardi da deposizione di Cristo. Occhiali scuri. Qualcuna dorme sdraiata e fa intravvedere lembi di cosce e tette. Unghie lunghissime e capelli cotonati. Coroncine in testa. Lo stato dell’incosciente, innocente e giovanile stordimento. Ancona ci accoglie in orario assieme alla sua umidità. L’effetto sonoro è devastante: tutti parlano italiano. La sintonizzazione richiede qualche minuto, poi capisco di essere ritornato. Cani che abbaiano (quelli inglesi sono silenziosi), litigate e urla, vociare alto e disturbante. Londra è già un Altrove, una “fatamorgana” che inizia a essere meno recente. Ho voglia di piadina, del mio letto, di ricordare il viaggio. Perché si parte sempre per ritornare e poi ripartire. Destinazione Londra. Alessandro Carli