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Ci dobbiamo occupare dei genitori preoccupati - GenitoriChe
Perché l’educazione alle differenze e le iniziative per la parità di genere hanno suscitato allarmismi così forti tra i genitori in Italia e in Europa? Un estratto dal libro di Rossella Ghigi Fare la differenza, recentemente edito da Il Mulino di Rossella Ghigi Le politiche educative e le iniziative sulla parità di genere non sono affatto estranee alla storia della scuola italiana da almeno trent’anni. Eppure non suscitavano l’interesse e gli allarmismi che esse suscitano oggi tra i genitori. Cosa è successo nel frattempo? Nel frattempo si è articolata una serie di iniziative contestatarie rispetto a queste misure da parte di una pluralità di associazioni, in gran parte riconducibili a realtà cattoliche conservatrici, le quali più che contestare il genere si sono fatte portavoce di una propria posizione su di esso: ovvero che la differenza tra uomo e donna è essenziale, innata e imprescindibile e direttamente emanata dalla biologia, per cui ogni percorso che esce da questi binari è “contro natura”, deviante, patologico o nocivo per la comunità. Il primo importante testo che diede avvio a questo movimento, a detta di alcuni analisti del fenomeno anti gender a livello europeo come David Paternotte e Roman Kuhar, fu il Lexicon con cui il Pontificio consiglio per la famiglia reagiva esplicitamente alle risoluzioni della conferenza di Pechino di qualche anno prima. Il secondo passo è stato il conio del sintagma “ideologia del gender” oppure “il gender” (in inglese, quasi a forzarne l’estraneità al contesto italiano anche se da decenni chi se ne occupa utilizza la parola genere) entro il quale sono stati ricondotti i posizionamenti teorici e le pratiche sociali volti a denaturalizzare la differenza tra il maschile e il femminile e a chiarire il ruolo dell’apprendimento nell’acquisizione di una identità sessuale. A ben vedere, cioè, si sono chiamati teorie del gender posizionamenti che il genere lo hanno piuttosto cercato di decostruire come dato assoluto, atemporale e asociale. Gli oppositori di questa supposta “ideologia” si sono così chiamati no gender o antigender – ma forse, per questi stessi motivi, sarebbe più preciso definirli no gender equality. Per loro, chi lavora sul genere ha la convinzione per cui uno è maschio o femmina, uomo o donna, non in base a come è biologicamente o sessualmente strutturato, ma in base a quello che sente di essere al momento: un giorno uomo, il giorno dopo donna, il giorno dopo ancora uomo, dopo una settimana ancora donna, oppure come capita ad alcuni transgender, a mesi alterni, un mese uomo e un mese donna per dirla con uno degli animatori del movimento, il presidente dei Giuristi per la vita. La discussione pubblica di alcune leggi per il riconoscimento dei diritti delle famiglie omosessuali o sulle omo/transfobie, in Italia ma anche altrove (come la discussione sulle unioni civili in Francia, che ha dato l’avvio a Manif pour tous) e la distribuzione al personale docente delle scuole di alcuni opuscoli, realizzati su incarico dell’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali (Unar), dal titolo Educare alla diversità a scuola, hanno dato la spinta a iniziative informative rivolte al grande pubblico che presentavano i temi del genere in maniera talvolta scorretta e grossolana. Attraverso strategie di raccolta del consenso diffuso, come petizioni on line, incontri nelle parrocchie, veglie nelle piazze, vademecum e manifesti, decaloghi, modelli di lettere da inviare ai dirigenti scolastici, sindaci e ministri, e successivamente aperture di linee telefoniche e sportelli a cui denunciare l’educazione di genere nella scuola dei propri figli, oltre che manifestazioni anche di ampio respiro (si pensi al Family day del 2015 e 2016 che, a differenza della sua prima edizione nel 2007, ha poi fatto dell’ideologia del gender il proprio principale avversario), queste associazioni sono riuscite a raccogliere l’interesse e il sostegno di molte persone. In alcuni casi, forze politiche della destra ultraconservatrice hanno sostenuto le loro campagne, trovando momenti di raccordo su questi temi con una varietà di associazioni sul territorio, ad esempio gruppi antiabortisti, tradizionalisti, neofascisti, o associazioni religiose come i neocatecumenali. L’introduzione del sintagma-ombrello “ideologia del gender” ha potuto così agire da collante per queste realtà, in alcuni casi create ex novo, in altre rivitalizzate nella loro presa sulla società civile (come nel caso del movimento antiabortista che, secondo alcune analisi, nella protesta antigender ha trovato l’opportunità politica di promuovere la propria istanza in una forma socialmente più accettabile). Pur definendosi in molti casi aconfessionali e apartitiche, queste associazioni hanno potuto tradurre la guerra contro il gender in una lotta per “resistere al mutamento, all’acquisizione di libertà giudicate funeste ed eredi del Sessantotto”, a detta della pedagogista Barbara Mapelli. Secondo le sociologhe Cristiana Ottaviano e Laura Mentasti, questa frangia del mondo cattolico, che pure include molti vertici delle gerarchie ecclesiastiche, è una sorta di “minoranza rumorosa” che non rappresenta la vasta galassia cattolica italiana: realtà come il Coordinamento teologhe italiane e il movimento Noi siamo chiesa, ad esempio, così come varie riviste, hanno preso esplicitamente distanza da obiettivi e metodi di questa corrente. Ma basti pensare al documento che l’Ufficio diocesano di pastorale dell’educazione e della scuola di Padova pubblicava nel pieno del fermento no gender nel 2015, per il quale la “questione del gender” è complessa, frutto dell’elaborazione di diverse correnti di pensiero, sulla quale è necessaria una corretta informazione “senza creare inutili, se non nocivi, allarmismi”. Gli slogan più ricorrenti del movimento hanno in effetti toni allarmistici, oppure fanno leva sul buon senso (“lasciate che i bambini siano bambini e le bambine siano bambine”, campeggiava ad esempio nel Bus delle libertà), presentando qualsiasi visione denaturalizzata della differenza e qualsiasi proposta educativa che si riferisca ai processi di apprendimento del genere come il peggior male per i bambini, vittime innocenti di potenti lobbies femministe e omosessuali e della loro deriva libertina e liberticida. L’affermarsi di una pluralità di modi di “fare famiglia”, la progressiva riduzione delle asimmetrie che ha ampliato lo spazio della negozialità e della conflittualità, e la rilevanza sempre maggiore della sfera degli affetti nelle interazioni familiari rispetto alla sfera dell’autorità sono trasformazioni che si riverberano anche nel modo con cui si è “buoni genitori” oggi. I riferimenti normativi esterni sono considerati meno adeguati alla risoluzione del conflitto, che si cerca piuttosto di sciogliere intersoggettivamente, nella complicità e nella maggiore capacità possibile di rispondere alle esigenze dell’altro o dell’altra, sia questa una moglie, una figlia, un marito o un figlio. Ma il difficile mestiere di genitore è anche quello di guidare e introdurre vincoli e confini, semplificare e organizzare conoscenza e azione. Se molti genitori lamentano la difficoltà di far coesistere reciprocità e imposizione di una regola nel rapporto con i figli, ugualmente per altri può essere difficile trasmettere categorie e differenziazioni (Chi sono io? Chi sei tu? Chi è lei e chi è lui?) che siano protettive e al tempo stesso inclusive. Di fronte a questa complessità si può essere tentati di trovare una risposta semplificatoria e rassicurante, dividendo i buoni dai cattivi. Come la sociologa Chiara Saraceno ha tra gli altri sottolineato, una reazione alla complessità può essere quella di affermare un modello di famiglia ben definito, in cui ai due generi spettano compiti diversi e complementari, negando il riconoscimento a ogni forma di convivenza che esca dalla famiglia coniugale con figli. Ecco che rinaturalizzare la differenza consente di condannare senza appello ogni possibile sfumatura o deviazione da questo modello perché lo fonda sulla certezza rassicurante della immutabilità della natura. In sostanza, consente di giustificare la disuguaglianza. Peccato che se seguiamo fino in fondo il modello complementare e le madri non lavorano, aumenta anche il rischio di cadere al di sotto della soglia di povertà per i minori. Indubbiamente uno strano modo di “proteggere i bambini”. Uno degli obiettivi del discorso no gender è diffondere l’idea che una visione costruttivista della differenza sessuale possa impattare negativamente sui bambini, non permettendo loro di avere chiari ruoli e funzioni. Il rischio, si afferma, è che questa complessità possa influenzare il sereno processo di sviluppo psicologico e il loro benessere futuro. Per lo stesso motivo il neoeletto sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, pochi giorni dopo aver vinto il ballottaggio contro Felice Casson, ordinava di ritirare dai nidi e dalle scuole dell’infanzia comunali 49 libri ritenuti sostenitori della “teoria gender”: libri che parlavano di famiglie plurali, di scoperta dell’identità e più in generale di diversità, come Piccolo uovo di Francesca Pardi e illustrato da Altan, sulla varietà dei modi di costituire una famiglia (eterosessuali, adottive, omogenitoriali, con genitore single), oppure Il pentolino di Antonino, di Isabelle Carrier, che racconta di un bambino disabile ed emarginato che scopre di avere anche lui delle capacità. Per non dire di Piccolo blu e piccolo giallo, di Leo Lionni, così sovversivo da parlare di una macchiolina blu amica di una macchiolina gialla che giocando insieme diventano verdi. Davvero queste informazioni creano confusione? Davvero le giovani menti non possono gestire la complessità e rischiano il disadattamento o un disturbo psicologico? Sia l’Unesco, sia l’Organizzazione mondiale della sanità, ma anche una copiosa documentazione prodotta da enti professionali di medici, psicologi, insegnanti e genitori attestano in modo univoco che è sicuro insegnare ai bambini e ai giovani l’uguaglianza di genere, i diversi orientamenti sessuali e le identità o le espressioni di genere, purché in modo appropriato alla loro età. Non ci dovesse bastare, potremmo prendere un esempio estremo, ma molto studiato, di complessità di ruoli nell’apprendimento per poter ridimensionare un certo allarmismo su questi temi: il livello di benessere dei figli che hanno genitori omosessuali. Si tratta di una prova indiretta, ma potente: dovrebbe essere ben più confusivo avere dei genitori dello stesso sesso che leggere Piccolo uovo. Ebbene, i dati scientifici per dare risposta a questo abbondano. Fin dagli anni Settanta negli Stati Uniti si sono raccolti dati sul benessere psicosociale dei bambini figli di genitori omosessuali e sulla loro identità sessuale. Gli studi hanno mostrato, innanzitutto, che le famiglie omogenitoriali non differivano da quelle eterosessuali quanto a salute mentale, soddisfazione di coppia o approccio ai bambini, né rispetto alle competenze genitoriali; al più hanno mostrato che le coppie omogenitoriali ricorrono meno alle punizioni fisiche. Per quanto riguarda i bambini, gli studi mostrano generalmente che non vi sono differenze significative tra figli di coppie omosessuali ed eterosessuali in termini di autostima, depressione, ansia, successo scolastico. Ugualmente rispetto allo sviluppo di relazioni sociali, le ricerche mostrano che, a dispetto di una diffusa omofobia, il vissuto dei figli di coppie omosessuali è positivo rispetto a relazioni col gruppo dei pari, il resto della famiglia e gli insegnanti, poiché basato sulla conoscenza interindividuale. Le indagini mostrano, anzi, che madri lesbiche e padri gay sono molto attenti all’integrazione sociale dei figli, e per effetti compensativi forniscono loro strumenti per fronteggiare lo stigma proprio sulla base dell’idea che potrebbero incontrare più difficoltà dei coetanei. In generale, l’esito di queste ricerche è che per lo sviluppo psicosociale dei figli è più rilevante la qualità della relazione tra i genitori che il sesso degli stessi. Anche per quanto riguarda l’identità di genere, le ricerche (una delle quali riportate dalla American Academy of Pediatrics) sono concordi nel mostrare che non si sviluppa confusione rispetto all’appartenenza di genere nei figli di coppie omogenitoriali. La pluralità di ruoli e funzioni di genere è presente nelle loro vite, indipendentemente dal grado di parentela e dal sesso delle persone prese a riferimento. Gli studi longitudinali di Susan Golombok e colleghi mostrano, inoltre, che la grande maggioranza dei figli di madri lesbiche si definisce eterosessuale, e così pure altre ricerche svolte tra i figli di padri gay. Al più, si evidenzia una minore cogenza della norma eterosessuale nelle rispettive condotte sessuali dei figli quando sono adulti. Non vi sono evidenze scientifiche del fatto che permettere a un bambino di giocare con un gioco da femmina e a una bambina di giocare con un gioco da maschio turbi lo sviluppo o l’acquisizione di una identità di genere: se evidenze ci sono, esse depongono, piuttosto, nella direzione di una conferma dei disagi derivanti da atteggiamenti oppositivi e di chiusura verso l’esplorazione nel gioco delle attività tipicamente associate al genere opposto. Detto in altre parole, a essere finora suffragato dalla ricerca scientifica non è il malessere derivante dall’educazione di genere, ma quello derivante da un clima di stigmatizzazione della deviazione dalle attese di genere. Vale la pena di perseguire, per dirla con la filosofa Martha C. Nussbaum, una politica dell’umanità...