Sono le 7 e 21 di un martedì qualsiasi. Sto studiando, quello che dovrò fare e giorno e notte se ho intenzione di andare avanti. Stavo pensando al mio ultimo esame. Era novembre. Sono andata a sostenere un orale che mi terrorizzava non poco, tanto che un mio amico mi ha accompagnata, senza che io chiedessi nulla, perché tanto non lo avrei mai fatto. Mi sono seduta e ho parlato, non mi sono mai fermata, è andata bene, sono uscita, ero tranquilla e felice. Certo, avevo superato qualcosa che da tempo mi bloccava, ma la mia felicità non dipendeva da quello. Ricordo che ho detto al mio amico “che bello posso tornare a casa venerdì, devo mettermi un vestito strafigo per uscire”. L’ho fatto. Forse no. A dir la verità non ricordo cosa ho fatto, o meglio non tutto.
Ho pensato che in un modo o nell’altro alla fine ti avrei visto. Ce l’avevo con te me lo ricordo, ne ho parlato dopo l’esame, non spiegavo nemmeno come era andata, io volevo parlare di te. Sono tornata a casa ed ero arrabbiata, me lo ricordo, ma tanto sapevo che poi andava tutto liscio, come al solito, che poi mi passava. Sapevo anche che non era giusto farmela passare, perché è stato sempre così no? Qualsiasi cosa tu abbia fatto, io poi me la facevo passare. È stato questo il tuo potere: mi facevi dimeticare le negatività, mi portavi in un mondo dove ero un’ altra persona, forse meno cinica, meno dura, meno pesante, meno egoista. Vedevo solo il bello. Mi hai dato non so quanti colpi e non ti preoccupavi nemmeno di guarirmi, continuavi a colpire, ma io lo dimenticavo. Quante parole, quanti gesti, quante frasi, quanti discorsi, quanti no, mi hanno spezzata. Ma io dimenticavo. E pensavo che sarebbe stato lo stesso anche stavolta. Che poi ti guardavo, ti sentivo e passava tutto.
Ti ho sentito quando sono tornata, ti ho tenuto alla larga per qualche giorno, pensavo di aver raggiunto una posizione dove ormai potevo controllarti un minimo, potevo negarmi a te. Ho cercato scuse, perché sentivo già che sarebbe successo l’inevitabile, l’irreparabile. Poi ho ceduto, come al solito, sei venuto a prendermi senza che io dicessi nulla, dopo dieci minuti hai detto “sono giù, scendi” e io ho creduto, come tante altre volte, che quasi cambiavi, che ti stavo controllando un po’. Ma quando mai. Dopo dieci minuti hai già sferrato il primo colpo, anzi forse l’ultimo, quello decisivo, quello che mi ha portato dove siamo ora. Una frase al telefono con un amico, tutto in vivavoce, io come sempre zitta a guardarmi le mani e aspettare cosa dicessi stavolta. “Sto facendo un servizio”. Un servizio. Niente di nuovo, lo so che per te sono sempre stata un servizio, dopo quasi tre anni l’ho capito. Quello che non capisco è come una cosa che già sapevo mi abbia lacerato così. Sono rimasta in silenzio, ho fatto finta di niente, sono stata ancora più simpatica e affabile di quanto fossi prima. Non mi ricordo di cosa abbiamo parlato, di tutto e di niente come al solito. Tanto ogni volta è la stessa storia, un mare di parole che non ricordiamo per arrivare ad altro. Il nostro scopo. Il nostro usa e getta. La nostra droga. La nostra chimica. La nostra condanna. Quello che ci ha portato avanti. Poi è andata come al solito, io che ti dico voglio una sigaretta, tu mi hai parlato di qualcosa ma ti giuro non ricordo, non ricordo nemmeno se fosse quella sera. Non lo so. Mi sembra così uguale tutto, così confuso. Una cosa ricordo perfettamente: siamo arrivati sotto casa, nel silenzio, avevo già in mano le chiavi, avevo già in mano la borsa, ma in quella macchina ho lasciato un pezzo di me. Volevi salutarmi, mi sono allontanata. Mi hai guardato come fossi pazza. Le parole sono andate da sole poi. “Non ce la faccio più, penso che non è più il caso di continuare”. Non lo so se hai finto, ma io la paura e la sorpresa sul tuo volto le ho viste, ma magari mi sbaglio, dopotutto in tre anni forse io non ti ho conosciuto. Io parlavo, tu mi hai dato ragione, sapevi che eravamo marci ormai, tenevi la macchina in moto, e forse quello è stato un altro colpo, non capivo se volevi dileguarti o non ci stavi pensando. “Magari prendiamoci tempo, ne parliamo la prossima volta”. Sono uscita, sapendo che non ne avremmo parlato. Non potevo farlo a me stessa, non potevo farlo a te. Tanto non te lo dirò mai quello che provo, ma se cerchi bene, ti ho lasciato un pezzo di me lí con te, perché sono quasi due mesi che mi manca.