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@vivoinansia

sara, 2002.
i don’t wanna miss a thing.
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Anonymous asked:

Sei felice

Stasera vi voglio raccontare una storia. E’ da un po’ che non scrivo cose lunghe su questo blog, ma forse ciò di cui voglio parlarvi necessita di essere narrato.

Quando ero più piccolo, fino agli 11-12 anni, io e la mia famiglia eravamo soliti andare in vacanza allo stesso posto, in una città sulle coste della Puglia. Ho bellissimi ricordi delle mie estati pugliesi: forse perché quei periodi furono davvero belli, o forse perché i ricordi sono sempre più dolci quando diventano ricordi.

Nel corso degli anni avevamo creato una piccola comitiva, io ed altri ragazzi. Lorenzo, Giacomo, Barbara, Teresa e… Laura. Laura, una bimba bellissima dai boccoli d’oro, un raggio di sole che illuminava anche le rare giornate nuvolose.

Come faccio a spiegare quello che ci fu fra me e Laura? Forse nulla, forse tutto. Quando sei così piccolo non riesci davvero a capire come gestire i tuoi sentimenti. Posso dirvi che Laura mi faceva vibrare il cuore, mi faceva arrossire e annullava ogni mia certezza. Sì, io a 8 anni sentivo tutto questo, ogni volta. E nel corso degli anni, avvicinandomi ad altri tipi di sentimenti, non ho comunque mai sminuito le sensazioni che quella bella bimba mi ha fatto provare, né ho intenzione di farlo mai. Cotta, attrazione, amore? Non lo so, non lo so proprio. So solo che per Laura impazzivo.

E che per Laura impazzivo lo sapevano tutti, inclusi i suoi genitori. Se sapessero che ero io, quello che ogni mattina arrivava prima di tutti in spiaggia per lasciarle un fiore sul lettino, a dire il vero non l’ho mai scoperto. Se sapessero che quella collana con i sassolini a forma di cuore, quella che la loro figlia fu così contenta di trovare e che indossava come se fosse la cosa più preziosa al mondo, in realtà l’avevo preparata io rimanendo sveglio fino alle 3 la notte precedente, a dire il vero non ne ho idea.

L’ultima volta che ho visto Laura avevamo 9 anni. Un’altra estate stava finendo. Io, lei, Giacomo e Barbara ci stavamo salutando. Mi stringeva sempre più forte rispetto agli altri, Laura. Lasciava che m’inebriassi del suo profumo e mi copriva, involontariamente, gli occhi con i suoi bellissimi capelli. A 9 anni cominciavo a pensare che forse, un giorno, fra me e questa ragazza sarebbe successo qualcosa. Forse avrei dato a lei il mio primo bacio, forse ci saremmo sposati. In fondo, avevamo o no tutte le estati della nostra vita da passare insieme?

L’anno successivo, Laura e la sua famiglia non occupavano più il solito ombrellone. Non pensai subito che non l’avrei più rivista. All’inizio pensai che, forse, suo padre non fosse riuscito ad ottenere le ferie nel periodo di sempre (lavorava ai piani alti di una grossa azienda import-export), e al massimo ci avrebbero raggiunti qualche giorno più in là.

Il finale sembra già scritto, no? Chissà perché, chissà come, Laura non è mai più tornata a trascorrere le vacanze in Puglia. Io e la mia famiglia invece sì: siamo rimasti lì per qualche altro anno, poi abbiamo cominciato ad esplorare altre zone. E così gli altri ragazzi della compagnia, con cui però siamo rimasti in contatto.

Io e la mia famiglia abbiamo tentato più volte di ritrovare i nostri compagni di ombrellone. In fondo, anche i miei genitori avevano legato molto con i suoi. Abbiamo scoperto poi, tramite amici in comune, che l’inverno precedente erano stati costretti a trasferirsi all’estremo Nord, a causa del lavoro del padre. Ecco perché il numero di telefono che ci avevano dato risultava inattivo da parecchi mesi: la loro casa non era più quella che conoscevamo.

Io l’avevo capito subito, che fra me e Laura non sarebbe mai più successo nulla. Il mio istinto me lo diceva, che non l’avrei più rivista. Che non sarebbe stata lei il mio primo bacio. Che non le avrei mai potuto dire che quella collana a forma di cuore gliel’avevo intagliata io.

Ho portato Laura nel cuore per tutta la mia adolescenza, custodendola come uno dei cimeli più preziosi che potessi avere. Ho provato a cercarla su ogni social network possibile, ma non sono mai riuscito a ritrovarla. Non che la cosa mi abbia mai stupito: non era mai stata, lei, una tipa troppo tecnologica. Quando videofonini e smartphone cominciavano a conquistare il mercato, lei mi diceva che odiava la tecnologia, e che ad un SMS avrebbe sempre preferito una lettera scritta a mano.

Ho controllato, pazientemente, la cassetta della posta ogni settimana, per circa due anni, ma Laura una lettera non me l’ha mai spedita. Nessuno ha più saputo nulla di loro, ma abbiamo sempre, con tutto il cuore, sperato che fossero felici dovunque si trovassero.

L’ho sognata, quanto l’ho sognata. L’ho immaginata cresciuta. L’ho immaginata donna, con la voce diversa, magari con un piercing. Quando ho cominciato a fumare, mi sono chiesto se anche lei stesse attraversando la fase ribelle in cui fumi per sentirti più grande, in cui vuoi scappare ma non sai dove andare, non sai da cosa fuggire. Ma io Laura non l’avrei mai più rivista, me lo sentivo. E il mio istinto raramente si sbaglia.

Più di dieci anni dopo, è il mio quarto mese da studente fuorisede. Ho cominciato ad abituarmi alla nuova città, alla nuova vita. Vivo da poco in una camera singola nel mio studentato, dopo aver finalmente convinto chi di dovere ad allontanarmi da quel pazzo del mio ex-coinquilino.

Il 19 gennaio sto cercando disperatamente una bilancia: ho l’aereo il giorno successivo, e il bagaglio non può assolutamente superare il peso consentito (nessuno studente fuorisede sarebbe mai felice di pagare un supplemento per la propria valigia).

In portineria, una bilancia non ce l’hanno. Gli altri che conosco, una bilancia non ce l’hanno. E così Abdel, un mio amico iraniano matricola del corso di Medicina e Chirurgia, mi suggerisce di provare a chiedere alla 315.

In ciabatte, con i capelli arruffati e le borse sotto gli occhi, il 19 gennaio busso alla stanza 315, a pochi passi dalla mia. “Ciao”, mi dice la ragazza mentre apre la porta.

Il mio cuore si ferma.

La collana vecchia di 13 anni è lì, sulla scrivania accanto al suo portatile. La scorgo in lontananza.

“Laura… mi presteresti la bilancia?”

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aleeoonra
“Metropolitana. Mi siedo vicino ad un signore anziano. Fra le mani ha un ombrello scuro col bordo di pizzo bianco. Lui guarda l'ombrello, poi mi guarda, sorride e dice: “ Lo usava sempre mia moglie. Non c'è più. Ma io sono contento quando piove perché ho la sensazione che lei mi ripari…””

— Cit.

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chiaraalde
“Sta mattina al bar un signore seduto mi guarda e mi dice: “Giovane ma te sai cos'è l'amicizia?” Sto per rispondere e mi interrompe: “Lo vedi quel signore seduto laggiù? Quello è il mio migliore amico. Siamo nati nel ‘39, siamo nati e cresciuti insieme. Io gli ho fatto da testimone a nozze e lui l'ha fatto a me. Abbiamo comprato la terra da lavorare insieme e tutti i giorni venivamo in questo bar e prendevamo un bianchino e leggevamo le notizie. Lui me le leggeva perchè io non so leggere e io ascoltavo. Sempre insieme. Nel '78 abbiamo litigato, ce le siamo anche date e da quel giorno non ci siamo più parlati. Neanche un ciao. Beh ti dirò, dal '78, nonostante tutto, ogni giorno veniamo qui sempre alla stessa ora: ogni giorno ci vediamo, non ci salutiamo e ci sediamo in due tavolini differenti, entrambi prendiamo un bianchino. Tutti i giorni prende il giornale e legge le notizie ad alta voce. La gente pensa che sia matto. Ma lo fa per me. Dal '78.””

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Caro papà, ti scrivo questa lettera per poterti dire tutto quello che mai ti ho detto. Lo so, non sono di molte parole, non mi confido mai, e a te, pur essendo il mio papà, non ti dico quasi mai che ti voglio bene. Vorrei che sapessi tante cose, ma non so se in questa lettera confusa riuscirò a rimediare al mio silenzio. Innanzitutto, scusami. Scusami se ti ho trattato male, scusami se non ho pensato a te, scusami se ha prevalso l’egoismo. Scusami e basta. Per te potrei costruire una torre, indistruttibile come il tuo amore. Ogni volta con il sorriso, ogni volta con la testa alta sei uscito da quella porta, e sei venuto da me. Papà, io ti voglio bene, lo sai, anche se non te lo dico mai. Ma sono fatta così, e me ne vergogno un po’. Per me speri tutto il meglio possibile, ma oggi voglio sperare anche io per te. Spero che la vita ti porti dei regali bellissimi, come quelli che con sacrificio portavi tu a me. Spero che il lavoro che ti ha fatto tanto stare male non ti abbandoni più fino a quando sarai pronto a dire basta. Spero che il tuo passato sia solo un dolce ricordo, e non ti faccia mai soffrire. Spero che la tua vecchiaia scorra nel piacere della vecchiaia. Spero tante cose, forse troppe, ma quando ti guardo penso a quanto vorrei vederti un po’ più felice. Sai, papà, da bambina eri il mio gigante buono, così grande, così inimitabile, ma quando stringevo la tua mano enorme e guardavo le nostre dita intrecciarsi, sentivo come tra noi ci fosse qualcosa di speciale. Eri il mio compagno di giochi, il migliore, l’unico. E certo, ti vedevo poco, ma stare con te era semplicemente bellissimo. Ricordo quando mi accompagnavi a scuola, ed io scendevo dalla macchina senza nemmeno il tempo di darti un bacio. Ma tu non hai mai abbassato lo sguardo, hai controllato se ero felice, se non inciampavo sui gradini, e anche quando gli altri papà suonavano il clacson, tu sei rimasto lì, fermo davanti al cancello della scuola a salutare un’ultima volta tua figlia. Poi, ovvio, si cresce, e sei cresciuto anche tu. I capelli sono più grigi, le spalle più curve, il corpo più stanco. Ma il tuo ruolo di babbo è sempre stato impeccabile. Hai lottato tanto, contro tutti, contro chi voleva il male, e contro il destino che ti ha tolto l’amore del tuo papà troppo presto. Sei un babbo autodidatta, tu. Ma non per questo meno perfetto. Hai vissuto per me dal primo momento che sono nata, ed ora forse ti è difficile accettare di non vedermi più bambina. Sai, in fondo ti capisco, ci provo. E so che non ti aiuto, quando, ribelle, mi allontano dalle tue conversazioni, quando mentre parli scrivo al cellulare, quando mi rifiuto di seguirti. Scusami per questo, per non saperti dimostrare che ti voglio bene. Ma sai, papà, anche io faccio fatica ad accettare tante cose. Le ingiustizie, ad esempio. O quella che chiami sfortuna. Non capisco. Sei una persona fantastica, che per gli altri farebbe tutto, e anzi, ha già fatto tanto. Sei una persona disponibile ad ogni ora, per una parola, un abbraccio, un consiglio. Ma poi, quando il bisogno ce lo hai tu, a chi ti rivolgi? Non ti ho mai visto chiedere nulla, papà, e la cosa mi dispiace. Mi dispiace, perchè so che il tuo orgoglio a volte ti impedisce, lo so, perchè da te l’ho ereditato, e a volte piega anche me. Ma vedi, non devi provare vergogna davanti a una domanda, sono altri che devono vergognarsi. Papà, in questa lettera non posso farti altro regalo che le mie parole, ma so che da me aspetti solo questo. Ti parlo e ti racconto ogni giorno di decine di persone, ma tu non ti ricordi mai i loro nomi. Ed io mi arrabbio, perchè mi sembra di parlare al vento. Che sciocca! Non capivo che aspettavi solo il mio nome, nell’elenco. Hai ragione a domandare, e sono io che se non rispondo è perché ho paura. Non so di cosa, forse ho paura di non essere alla tua altezza. Sai, papà, ricordo come da bambina a scuola mi vantavo di te e del bel lavoro che facevi, di come fosse fica la tua macchina, di come fossi un bell’uomo e di come amassi le automobiline da corsa, ed ora non accade più, di te non parlo quasi mai. E scusami anche se non so capirti, a volte, perchè se ti comporti come quando ero piccola, è solo un segno che ti manco. Ma anche tu mi manchi, papà. Mi manchi sempre, anche se non te lo dico mai. Ti ho sempre visto indistruttibile, forte, come un supereroe, poi ti ho visto steso sul divano, ed ho capito che sei un essere umano. Ho capito anche che non ti serve stare bene per pensare a me, ho capito che per me faresti qualsiasi cosa, qualsiasi sacrificio, ed ora, mentre ci penso e scrivo, non so più che altre parole rivolgerti. Sono piena di grazie per te, che non mi hai lasciata mai da sola, che per me trovi sempre tempo, che per me rinunceresti a tutto. Ma oggi, papà, voglio vedere il tuo egoismo esplodere, voglio vederti comprare quella maglietta, che avevi riposto sullo scaffale per potermi comprare quelle scarpe. Voglio vederti fare merenda, mangiando il mio gelato. Voglio vederti mettere da parte lavoro ed orgoglio, e voglio vederti ridere, ridere di gusto, come non fai da tempo. Sai, papà, a volte penso a quando un giorno qualcuno ti porterà via. E penso che non saprò come fare senza di te. Non ci vediamo spesso, ma sei fondamentale, credimi. Papà, tu sei la mia sicurezza, la mia certezza, la mia metà originaria, il mio babbo preferito. Tutto ciò che ci lega, papà, è qualcosa di imprescindibile e indistruttibile, saranno forse le tue forze estreme, o forse le tue capacità…ma di certo non sono io. Sei tu, sempre tu, papà, che riesci a strappare un sorriso ovunque, e che anche nella sofferenza riesci a metterti in disparte, preoccupandoti per gli altri. Ma voglio dirti solo un’ultima cosa, e forse la più importante: non si può misurare il bene che ti voglio. Non cesserà mai di esistere l’idea della tua figura come il mio supereroe, papà, perchè tu mi hai amata incondizionatamente nonostante ogni parola ostile che ti ho rivolto, e sei qui, adesso, senza chiedere nulla se non la mia presenza, anche oggi, festa del papà. Ma quel tuo amore quotidiano che mi rivolgi, papà, oggi voglio che sia rivolto a te, incondizionatamente rivolto a te, perché anche se non hai ricevuto questo amore da bambino, voglio ora che tu lo riceva da adulto, e da babbo. Caro papà, concludo questa lettera sperando che tu mi capisca, ma so che sarai sempre lì, come ogni giorno, anche se dovessi dimenticarmi di dartela. Lo so, perchè il tuo amore è il legame più speciale che io abbia mai visto, e non può cambiare nè ora nè mai. Caro papà, ora un ordine per te: esci. Esci da queste mura, prendi la tua valigia piena di desideri, e soddisfane quanti più puoi, fallo per me, fallo per la figlia che tanto ami e che vorrebbe, almeno oggi, vederti uomo, e non solo babbo. Perchè lo so, so che non sei un vero supereroe, e so che hai bisogno di ossigeno per respirare. Papà, ti voglio bene, tanto, non lasciarmi mai…

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“Hai mai desiderato di avere una seconda possibilità di incontrare qualcuno per la prima volta?”

— Charles Bukowski

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“Il primo amore è come il primo tatuaggio di tanti che restano impressi sulla pelle: ne potrai fare anche cento ma ricorderai sempre qual è stato il primo.”

— mare-color-cioccolato