Avatar

sorridere

@unaragazzzainnamorata

Giusy/ 18/ Sicilia Ciao,mi chiamo Giusy,e sì mi piace mangiare. Mi piace da matti il cioccolato e odio quelle MAGRE che dicono :"oddio non posso mangiare questo e quest' altro!!". Lo so, sono un incoerente perchè poi quando a scuola passano quelle con le gambe perfette nei leggins rosico. Io sono Giusy e porto la 46, ho i capelli lisci non ho bisogno della piastra e posso anche uscire struccata se mi va. Nei negozi non mi entra quasi niente, devo andare dai cinesi per trovare un paio di jeans adatti alle mie forme. La taglia 40 sta chiusa nel cassetto. Ma nonostante le mie forme i leggins me li metto lo stesso, d'estate mi metto gli shorts e forse c'è ancora qualcuno che mi crede perfetta così. Perchè lo vedi quel sorriso che ho sulla faccia? Quello non me lo può togliere nessuno. Anche al mare circondata da ragazze migliori di me sono con il sorriso. Anche quando in classe mi mangio un panino e neanche mi basta, sto sempre col sorriso. E poi perchè fregarsene del giudizio della gente che ti giudica solo come se fossi una copertina di un libro? Scopri sotto questi 70 kg cosa c'è realmente, scopri quanto sono buona. Quanto io ami la musica e ami ballare. Quanto amo la danza classica, ma con il fisico che mi ritrovo non posso farlo e perciò mi sfogo nei balli hip hop. Quanto io ami stare in mezzo alla gente e poi forse potrai giudicarmi. Ma fino a quando non sarà così, fino a quando ti divertirai a sparlare di me solo per uno stupido numero scritto sulla bilancia le tue per me saranno solo parole al vento.

Mohamad un mese fa mi ha rivelato un segreto che avrei preferito non sapere. Era sera, giocavamo fuori al campo insieme agli altri bambini rifugiati con la musica a palla, mentre alcuni volontari ballavano e i piccoli facevano a gara per salire sulle spalle di Alexis.

Questo quadro idilliaco ovviamente è interrotto di continuo dalle numerose risse che avvengono tra i bambini, c’è sempre qualcuno che litiga, che piange o che cade. Così, mentre Mohamad era per i fatti suoi a ballare, un piccolo mostriciattolo con le corna lunghe fino ad Aleppo (per restare in tema) gli salta sulle spalle e lo spinge a terra, per poi scappare: lo abbiamo rincorso fino a costringerlo a tornare indietro e chiedergli scusa. Intanto Mohamad si era alzato da terra e si trascinava la gamba, così mi accorgo che si era graffiata sulle pietre e sanguinava.

“Aspetta non ti muovere prendo l’acqua” gli dico in inglese, ma non faccio in tempo a girarmi che mi dice “Tranquillo!” mentre sputa sulla ferita. “Ma no! Fermo!” gli dico facendolo sedere in braccio a me e pulendogli la gamba con la bottiglietta d’acqua. Lì per lì ero fiero di quanto fosse coraggioso Mohamad, non aveva versato una lacrima e quella gamba doveva fargli male parecchio.

Intanto il sole calava, i bambini man mano tornavano dentro alle tende a mangiare quel cibo preconfezionato e quasi avariato che gli arriva ogni giorno e fuori, a giocare, ne restavano sempre di meno.

Mohamad ogni tanto faceva il giro dei volontari elemosinando abbracci, voleva restare stretto per più tempo possibile e poi tornava a giocare. Quando tornò vicino a me mentre lo stringevo gli dissi che era tardi, che era meglio se tornava alla sua tenda insieme al suo gemellino prima che facesse buio, che magari qualcuno lo stava cercando.

Si staccò da me e mi fece ”no” con la testa.

“Mamma e papà non ci sono più” e si rilanciò tra le mie braccia.

Lo sapevo bene che molti bambini arrivavano senza genitori, perché spesso erano gli unici della famiglia a sopravvivere ai barconi e non morire tra le onde. Però realizzare quello che era successo a Mohamad mi travolse come un treno.

Intanto gli altri volontari mi dissero di chiamare un taxi che così tornavamo verso gli alloggi, visto che i campi sono lontani dai centri abitati, tra i boschi, e la nostra giornata non era comunque finita.

Feci finta di chiamarlo, non volevo lasciare Mohamad, non potevo.

Quel treno continuava a camminarmi addosso e ad ogni fermata pensavo a quanto tutto ciò era chiaro fin dall’inizio: i vestiti erano di taglie sbagliate, per giorni non aveva le scarpe, ma solo delle ciabatte di quattro numeri più piccole e nessun genitore era andato a protestare, finché non gliele abbiamo comprate noi. Aveva perfino perso il diritto di piangere dopo essere stato menato da un altro bambino. Il diritto di farsi consolare. Di essere medicato. Quello sputo sulla ferita era il segno dell’infanzia che era rimasta in mezzo al mare, morta insieme alla sua famiglia. Mohamad era salito su quella barca da bambino ed era sceso da uomo.

Non so quanto tempo abbiamo passato così, tanto che Luisa ci ha fotografati.

Mentre pensavo questo, lo stringevo sempre più forte e sono quasi certo che per lui aveva poca importanza che fossi io a farlo. Probabilmente Mohamad si immaginava tra le braccia di suo padre, di suo fratello o di qualcuno che gli mancava.

Intanto sentivo i volontari che dicevano che era più di un’ora che aspettavamo e quello stronzo di tassista neanche arrivava. Non gli ho mai detto che non l’avevo chiamato, mi sono unito al loro coro arrabbiato e ho proposto “chiamatene un altro”.

Non volevo lasciare Mohamad, ma comunque prima o poi avrei dovuto farlo, anche se avessi passato la notte lì. Così chiesi a Luisa di accompagnare lui e suo fratello, che invece era avvinghiato a lei, vicino all’ingresso del campo, in modo da non lasciarli da soli per strada, con le auto che sfrecciavano senza preoccuparsi dei bambini che correvano.

Non profumava Mohamad, non profumava come dovrebbero profumare tutti i bambini della sua età, il suo odore era forte e di giorno provvedevano Luisa e Giusy a pulirlo alla meglio con le salviette imbevute. Il terreno, la polvere, il sudore, non erano lavati via da nessuno che si prendesse cura di lui. Ce l’avevo addosso quell’odore durante tutta la corsa in taxi fino a casa.

Quella sera ho fatto una doccia che non avrei mai voluto fare. E intanto pensavo a quel bambino, che diventava adulto in mezzo al mare, mentre a riva qualcuno gridava (e grida ancora), “affondateli”.

Restiamo umani.

-Angelo Morsellino-

Avatar

“Mio padre m’ha ditto, ca ‘o pate l’ha ditto, ca ‘e figlie se vasano ‘nsuonno.. Adesso capisco pecchè, si me vasa, me pare ca me metto scuorno.. ‘E figlie si dormeno, nun ponno sapè si ‘o pate po’ se ll’ha vasate.. Quann’ero guaglione, i’ desideravo ‘sti gesti d’affetto ‘e papà.. Lui, condizionato de’ ditte d’o pate, nun è riuscito a mmè fa’.. P’aspettà ca papà me venev’a vasà, quanti notte so’ stato scetato.. Po’ quanno veneva fingevo ‘e durmì e nun m’ò putevo abbraccià.. Tenevo paura ca se mi scopriva, po’ nun m’ò veneva cchiù a da’.. ‘E figlie si dormeno, ‘un ponno sapè si ‘o pate po’ se ll’ha vasate.. Mio padre m’ha ditto, ca ‘o pate l’ha ditto, ca ‘e figlie se vasano ‘nsuonno.. Però certi detti, son detti sbagliati, è inutile a ce girà attuorno.. I’ so’ stato figlio, ma mò, songo pate, ‘sti ’ccose me songo mancate.. Picciò, nun aspetto ca vanno a durmì, I’ ‘e figlie m’è vaso scetate.”

(Lello Florio)

Bellissimi versi @struruso

"Sei la cosa più bella che indosso

Sei risorsa, sei il cielo e sei il mondo

Sei la strada che porta alla vita

Donna instabile sei la mia sfida

Sei la piccola stella che porto

Nei momenti in cui non ho luce

Sei la piccola stella che porto

Nei momenti in cui non ho luce

Sei l'immenso di un attimo dato

Del mio sogno la parte migliore

Sei quel vento che soffia da sempre

Ma che riesce a non farmi cadere"

Piccola stella - Ultimo

““Lo vedi come siamo io e te? Litighiamo anche per le minime sciocchezze, perché tutto è importante per noi. Perché tu sei importante per me ed io lo sono per te. Adesso se fossi qui, ti prenderei e ti riempirei di baci, di carezze, di abbracci. Non so se te ne sei reso conto ma riesci a farmi cambiare umore in due secondi. Sono incazzata, mi scrivi e mi torna il sorriso. Sono felice, litighiamo, mi gira e sto male, male davvero. Male che ti darei una sberla che non dimenticheresti mai più, credimi, male per quanto ho bisogno del tuo amore, della tua gioia che è la mia e di te. Lo vedi come siamo io e te? Siamo quelli che un secondo si odiano e l'altro si amano.””

un secondo si odiano

e l’altro

si amano

“Forse semplicemente non sono fatta per stare con la gente. Mi irrito facilmente, mi offendo per niente, ho bisogno di continue rassicurazioni, sono fottutamente insicura e paranoica. Mi spavento se qualcuno che mi piace si avvicina troppo a me, cerco di scappare dai sentimenti, perché provare emozioni forti mi fa sentire debole. Sono fragile, emotiva e troppo sensibile. Mi accorgo di tutto, di ogni minuscolo gesto o sguardo o tocco. Mi accorgo se una persona cambia o se i suoi sentimenti verso di me si affievoliscono. Penso tanto, troppo. Bel casino.”

Mi dicesti che ci sarebbe

stato il tempo per fare tutto:

il tempo per imparare ad amarci,

il tempo per viaggiare,

il tempo per essere felici.

E invece te se sei andato prima

che il tempo potesse iniziare.

Matilda Giacomini

Tu mi hai detto cose che mi hanno sempre detto tutti ma hai fatto cose che non aveva mai fatto nessuno, con dei modi che nessuno aveva mai usato con me. Tu sei stato quello che mi ha permesso di tornare a credere nella bellezza delle parole d'amore dette l'istante prima che si trasformassero in gesti d'amore.

Zoe