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himmelstraße

@stradaperilparadiso

Sfogo.
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Hai presente gli Arctic Monkeys? Lana Del Rey? Poi ce l'hai presente le mani in aria ad un concerto? Gli anni ‘90? Una sigaretta dopo il caffè? Hai presente le montagne russe e la pizza con la Coca Cola? La birra? Il giorno prima del tuo compleanno? I falò al mare? Il primo bagno dell'estate? Gli skateboard? Un goal ai mondiali? Hai presente la tua canzone preferita? Una torta fatta in casa? L'amore platonico? I baci proibiti? Le piccole rivoluzioni? Hai presente andare sul motorino col vento che ti scompiglia i capelli? Ubriacarsi? L'America? Un piatto di spaghetti dopo una giornata di digiuno? Hai presente il segno bianco del costume sull'abbronzatura? Gli abbracci? L'attesa di una festa importantissima? Ballare fino a non capirci più nulla? Cantare a squarciagola? Prendere l'aereo? Fare l'amore? Andare in vacanza con gli amici? Hai presente tutte queste cose? Beh,tu sei meglio.
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Io ci ho provato. Io ci ho provato a tenerti stretto, a non farti andare via. E te lo ricordi quel giorno? Quel 22 febbraio, sul divano di quella casa che ormai era diventata un po' anche tua. Su quel divano su cui eravamo sempre, dove i miei erano stufi di vederci. È stato lì che abbiamo iniziato ad allontanarci, abbiamo discusso per una sciocchezza come al solito. Tu eri più nervoso del solito, io non lo sopportavo. Io ero più nervosa del solito, tu lo sopportavi. Amavi vedermi infuriata perché io volevo sempre avere ragione, perché in ogni discussione sapevo che avrei perso una parte di noi, e volevo uscirne vincitrice, come se fosse sempre colpa tua. Quel martedì perdemmo l'ultimo brandello di ciò che restava. Quel martedì una parte di me si è staccata ed è venuta via con te. Quando ci siamo rivisti non era cambiato nulla a parole, ma i baci erano meno, come se ti desse fastidio darmene. Non mi abbracciavi quando mi raccontavi la tua giornata, toglievi i particolari, giravi il telefono sul tavolo e lo fissavi in continuazione. Come per paura che potessi scoprirti qualcosa. Non l'ho notato subito, l'ho ricordato quando te ne sei andato, quando soffrendo ripercorrevo tutti i nostri ultimi momenti, in cui tu stavi troppo al telefono, e io pensavo che semplicemente fosse tua madre. Era tutto così diverso, ci stavamo allontanando ma parti di me speravano di non perderti, sapevo che senza di te avrei perso anche me stessa. Ma non ti importò, un mese dopo il 22 febbraio ti alzasti da quel divano, come per andare a casa. Però mi abbracciasti più a lungo, come se dovesse essere l'ultimo, e così fu. Quell'abbraccio lo sento ancora sulla pelle, come se mi avessi cercato di preparare alla tempesta che sarebbe seguita, ma non bastò. Mi dicesti che avevi perso i sentimenti e la fiducia nei miei confronti, che non riuscivi più a sopportare le mie paure e i miei problemi. Mi dicesti che volevi stare solo. Poi ti vidi con lei, due giorni dopo l'inizio del devasto. Ti vidi con lei, eravate al parco sotto casa mia, quello che dalla mia finestra osservavamo insieme. Sulla panchina su cui, al nostro primo mese, avevamo inciso i nomi. Chissà se li hai cancellati, probabilmente si. Eravate li, come per farmi un dispetto. Come a dimostrare che non avevi paura a farmelo sapere. Ma io stavo male, mia madre lavorava tutto il giorno, mio padre è sempre stato assente. I miei problemi, come li chiamavi tu, erano aumentati. A scuola non ci sono andata per due settimane, poi ho trovato la forza e mi sono presentata vestita come il giorno della nostra prima uscita, esattamente un anno prima. È iniziata così la discesa, il chaos dopo di te. Tu sei stato l'Alessandro Magno della mia vita. Finché ci sei stato, hai portato gloria e innovazione, ma quando te ne sei andato è iniziato il declino.

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Il prof di Italiano è un ragazzo giovane, si e no sulla quarantina. A dire il vero é del ‘79. Quindi ha circa trantacinque anni, ma comunque. Entró il classe, guardó tutti, sembrava volerci leggere dentro. Come mia solita sfiga, scelse me per parlare per prima, schiuse le labbra e con un tono abbastanza sicuro affermó “Ehi, tu, ragazzina. Sei una che legge? Che scrive? Il tuo libro preferito? Che musica ascolti?” lo guardai stranita per qualche secondo, poi con la mia solita aria piuttosto sfacciata risposi “Beh, ad essere onesta sono una che legge molto, la mia professoressa delle medie pensava fossi depressa. Scrivere? Cosa vuole che le dica, prof. Non sono né Bukowski, né Freud, né Pirandello, scrivo qualcosa ma non sono eccellente. Il mio libro preferito, dice? Beh, la solitudine dei numeri primi, certamente. Che musica ascolto? Beh, passo da Justin Bieber, a Lady Gaga, ai The Pretty Reckless, ai Ramones, i Nirvana, i Pink Floyd, e poi, vabbé, De André, Vasco Brondi e Ligabue.” stupito dall’arroganza delle mie frasi rimase in silenzio per qualche secondo, poco dopo aggiunse “Una ragazza piuttosto confusa, ehm, ma perché ti piace tanto La solitudine dei numeri primi?” lo guardai, come di solito si guarda qualcuno che vorresti vedere morto, e risposi molto educatamente “Prof, lei ha presente quando si ama qualcuno e sareste disposto ad uccidere per questa persona? Bene, quel libro intende l’amore in un altro modo. Lei troppo timida ed insicura per farlo innamorare di sé, lui troppo anaffettivo per riuscire ad amarla. Insomma, prof, io non credo che l’amore sia morire per la persona che si ama, io credo che l’amore sia andare da quella persona e urlargli contro ció che si prova.” Continuava a guardarmi, un po’ con aria stupita, in conclusione aggiunse “Beh, ragazzina ti sottovalutavo, non sei cosí stupida come vuoi lasciar credere.”

Io e il mio prof di Italiano, ieri, al liceo, primo giorno di scuola, IV ginnasio. (via comeacquaneipolmoni)

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Una volta c’erano i fan dei Rolling Stones che le davano ai fan dei Beatles. Da generazioni e generazioni, noi del liceo classico siamo molto superiori. Vi spiego, se non fate il classico – se lo fate lo sapete fin troppo bene: ci sono quelli che hanno il Rocci che le danno a quelli che hanno il Montanari. Che cosa sono?, chiederanno i profani. Allora, noi al liceo classico, a partire dal terzo anno, cominciamo ad assumere le sembianze della sedia a sdraio ripiegata principalmente per colpa di due signori, che si chiamano Lorenzo Rocci e Franco Montanari. Non è che portiamo in spalla loro due di persona, anche perché peserebbero di meno: Rocci e Montanari hanno dato forma ai nostri incubi e pubblicato i dizionari di Greco. Sì, perché le versioni di Latino scivolano via, alla fine sono sempre Sallustio, Cesare e Seneca… è il Greco l’ammazzasette. La versione di Greco si svolge così. Ci sono, come ho già detto, due categorie di studenti, entrambe preparate come Rocky prima del match finale. Quelli col Rocci sono i secchioni, o quelli che hanno ereditato il dizionario dai parenti, e la loro frase tipica è: “non puoi paragonare il Rocci al Montanari, non c’è confronto”. Loro non ti spiegano perché, dicono solo che “non c’è confronto”. Il Rocci è il vocabolario di chi non vuole avere una vista dopo la maturità, è scritto talmente piccolo che dopo un po’ ti si accavallano gli occhi come i binari delle montagne russe. In genere, lo studente col Rocci tiene a portata di mano anche un dizionario Fiorentino del 300-Italiano corrente, perché la traduzione dei verbi in genere è tipo “vo’ a fare una passeggiata” al posto di un più semplice “cammino”. Però non c’è confronto. Quelli col Montanari invece sono i furbetti, i meno studiosi, infatti la loro frase preferita è: “ma nel Montanari ci sono le frasi fatte”. Che è una trappola! Le frasi fatte del Montanari sono affette da uno strano fenomeno per cui i professori le segnano sempre come sbagliate. Sempre, non hai speranza. Questo dizionario è caratterizzato da un’elegante colorazione bianca e celeste, con scritto in nero, bello grande, al centro: GI. In genere, che significa “Greco-Italiano” lo capisci durante un compito in classe al secondo anno, e ti senti un genio a tal punto da non concentrarti più sulla versione e scrivere nella favoletta di Esopo: “Il lupo beve la fonte dall’agnello più in alto dell’acqua”. E poi, nel Montanari non trovi le parole. Sono nascoste da verbi di almeno trentaquattro lettere che non troverai mai, che significano ad esempio – ve lo giuro! – “scendere da una collina urlando”. Caro Franco Montanari, quando mai troverò in una versione Apollo che scende da una collina urlando? Cari greci, perché mettete verbi che significano al contempo “cantare”, “gridare”, “strozzare una gallina”, “passeggiare nell’agorà” e “ricamare una vela all’uncinetto”? Cambiate parola, no? Poi c’è l’altra leggenda, quella del duale. Non ci sono solo singolare e plurale: il duale serve per nominare le cose a due a due, e non lo studia nessuno, perché tanto “nel compito non lo troverò mai”. Per il primo anno ti va bene. Anche per il secondo e il terzo. Poi, al quarto anno, l’ultima versione del secondo quadrimestre che ti si presenta è: “I due fratelli e i due tori”. E allora scatta l’attacco di panico. Sei pronto a bestemmiare tutti gli dei pagani, ma ti rendi conto che non ti conviene, perché se te li tieni buoni e sacrifichi un capretto magari un aiutino potrebbero dartelo. Allora alzi la mano: “Prof, non è che posso uscire che ho un inizio di sindrome del tunnel carpale?” “No.” La risposta è sempre no, non ti lasciano uscire nemmeno se hai un improvviso attacco di peste bubbonica, preferiscono bruciarti lì. Perché, secondo loro, siccome gli Spartani soffrivano, allora devi soffrire anche tu che li traduci. Deve essere un parto proprio, una tribolazione. E infatti, la prima sensazione che provi quando vedi davanti a te quelle lettere assurde che non sono quelle che hai imparato da bambino è sempre quella di Socrate che ha appena bevuto la cicuta. Anche se in realtà le prime parole sono “i ragazzi vanno in piazza”. Comunque ti prende l’asma, l’ansia da prestazione. Infine, c’è un mito che va sfatato assolutamente. La balla più grossa dopo l’affermazione “con la bici potrai andare da qualunque parte” nei giochi dei Pokémon. Che è “il soggetto si mette al nominativo”. Non c’è una cosa più falsa di questa, potrei credere più facilmente che il sole giri attorno alla terra. Se il nominativo è il caso del soggetto, i Greci faranno di tutto per non mettere il soggetto in nominativo. E, alla fine, quando suonerà la campanella, irrimediabilmente ti accorgerai che di venti righe di versione ne hai tradotte a malapena tre, e in più queste tre recitano più o meno: “Gli ambasciatori, certamente, non avendo, si irritarono i giusti, ma qualcuno dei Sabini per la rabbia si mise lungo la via a loro che dormivano (infatti la notte li aveva colti), e sia portarono via le loro molto numerose ricchezze, sia inoltre li uccisero nel sonno.” Allora arriva il vero insegnamento che ti dà il liceo classico. Guardi quelle righe e ridi, ridi di gusto. Ma sì, ti rifarai un’altra volta. In fondo, quella scuola l’hai voluta tu.

unastoriavera (via unastoriavera)

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Un giorno fu organizzato un banchetto tra gli Dei, a cui parteciparono anche divinità minori, tra cui Poros, dio dell’abbondanza e della ricchezza, e Penia, dea della mancanza e della miseria. I due si innamorarono e dalla loro unione nacque Eros, il dio dell’Amore. Egli ereditò dal padre il desiderio di abbondanza, e dalla madre la sensazione di vuoto. Ecco spiegato perché l’amore è quindi un'esperienza ricca e piacevole, ma nasce dalla mancanza, dal vuoto che abbiamo dentro di noi.

Simposio di Platone (via tempestadautunno)