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@sguardipersinellanotte

20, Vanessa||
E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.
Nota di più di un anno fa. Ha fatto male.

Sono una cattiva persona. Ne sono convinta, è un concetto che porto fisso nella mente, ne sono diventata ormai totalmente consapevole. Essere buoni con chi lo è a sua volta con noi non è sempre facile, ma la vera, più profonda e radicata cattiveria emerge con le persone con cui ci troviamo meno in sintonia.

Non voglio giustificarmi, non dirò che l’uomo ha bisogno di scaricare le proprie frustrazioni e la propria sofferenza per non esplodere, perché nulla può giustificare l’insofferenza, la freddezza, l’egoismo nei confronti di chiunque altro.

Io questa consapevolezza l’ho raggiunta analizzando il rapporto con mia nonna: una donna che ho sempre sentito distante, con un fare altezzoso che mi ha sempre scossa e fatta sentire piccola, piccolissima, quasi colpevole per il mio essere inferiore.

Sentivo le guance diventare bollenti dalla vergogna quando esaltava le doti dei miei cugini, disprezzando la mia insulsa banalità, la mia inettitudine, il mio essere una bambina troppo semplice.

Il desiderio di scomparire si faceva sentire più forte che mai quando insisteva a darmi yogurt scaduti da settimane, e facendomi poi sentire in colpa quando glielo facevo notare, perché ero troppo viziata ed esigente.

La mia autostima si incrinava sempre di più quando mi ripeteva che se volevo essere bella dovevo smetterla di mangiare, dire “no”, anche se avevo ancora fame.

Il mio cuore si stringeva, quando vedevo gli occhi tristi di mia madre, succube dell’ennesima critica o presa in giro per la sua umiltà, per una sua presunta inadeguatezza.

Con il passare del tempo ho iniziato a guardare quasi con odio le sue espressioni cariche di superiorità quando parlava degli altri, i suoi atteggiamenti da signora di città, mentre portava avanti un’immagine fasulla di se stessa, un’immagine di donna raffinata e posata.

Non l’ho mai sentita come vera e propria nonna, come una di quelle nonne, intendo, che portano nel cuore i propri nipoti, che li difendono bonariamente dalle ramanzine dei genitori.

Non ho mai notato in lei quella sensibilità che porta l’anima degli anziani vicinissima a quella dei bambini, la stessa sensibilità di cui parlava Pascoli nel fanciullino. In lei quel fanciullino era nascosto, o forse addormentato, ma non voleva saperne di mettersi in mostra, di comunicare con gli altri.

Forse per un senso di vergogna, forse perché albergava dapprima in lei quello stesso senso di inadeguatezza e inferiorità che trasmetteva agli altri.

Crescendo mi distaccai sempre di più da lei, quasi rinnegandola come nonna, e da un giorno a settimana passai al vederla un giorno al mese, poi solo nelle festività, poi smisi del tutto. L’unico legame che mi rimaneva con lei era attraverso mio padre, tramite quello che mi raccontava.

Le notizie che riportava erano sempre peggiori: le sue condizioni di salute diventavano sempre più brutte, seguendo un percorso in costante discesa, e nonostante questo, mi ero rifiutata di andarla a trovare a Natale.

“È da ipocriti”, dissi a mia madre, ma era solo un modo per mascherare la mia indifferenza e la mia cattiveria, ora lo so.

La vera ipocrita ero io, che mi ergevo a persona empatica, a persona di buon cuore, sempre pronta ad ascoltare gli altri, quando in realtà sono sempre stata solo una persona mediocre, marcia dentro.

Un corpo ricoperto di zucchero e ripieno di scarti.

Ho continuato a coltivare in silenzio questa mia indifferenza, questo mio egoismo, fino alla presa di consapevolezza definitiva. Fino ad oggi.

Mio padre è passato a trovarla per via di un ulteriore e rapido peggioramento delle sue condizioni. Non riesce più neanche a mangiare. Mi ha mostrato una sua foto sullo schermo del telefono, e non l’ho riconosciuta.

In quell’insieme di pixel sono riuscita solo a vedere un insieme di ossa, pelle e capelli mescolati insieme fino a creare la forma, un po’ distorta, di essere umano.

In quell’immagine non ho visto mia nonna, né da un punto di vista emotivo, né da un punto di vista fisico. Ho visto solo una persona fragile, come un castello di carte che sta per essere spazzato via dal vento.

Ho visto un essere vivente, soggetto allo scorrere del tempo, a una forma di deterioramento che la sta divorando lentamente e contemporaneamente dall’esterno e dall’interno.

Ho visto un contenitore in cui rimane solo una briciola, un barlume che la tiene miracolosamente in vita.

Ho visto tutta la mia cattiveria e ho sentito il mio corpo cercare di rigettarla, ma si è fermata allo stomaco. È troppo tardi ormai.

Sono una persona cattiva.

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blrandav

«Spero di impiegarmi a Milano, uno dei prossimi mesi, in qualche banca o azienda. È inutile continuare a farsi illusioni o sperare in chissà chi. Non appartengo alla categoria di persone che ottengono aiuti o appoggi. E ormai è tempo che metta la testa a posto. Di questo passo finirei al manicomio, e molto presto. Spero di arrivare a una specie di atonia tranquilla e imbecille che mi permetta di soffrir meno. Non chiedo niente altro»

Eugenio Montale

Volevo scriverti, non per sapere come stai tu, 
ma per sapere come si sta senza di me. 
Vorrei sapere cosa si prova 
a non avere me che mi preoccupo di sapere se va tutto bene, 
a non sentirmi ridere, a non sentirmi canticchiare canzoni stupide, 
a non sentirmi parlare, a non avere me con cui sfogarsi per le cose che non vanno,
a non avermi pronto lì a fare qualsiasi cosa per farti stare bene. 
Forse si sta meglio, o forse no. 
Però mi è venuto il dubbio 
e vorrei anche sapere se ogni tanto questo dubbio è venuto anche a te. 
Perché sai, io a volte me lo chiedo come si sta senza di te, 
poi però preferisco non rispondere. 
Ho addirittura dimenticato me stesso per poter ricordare te.

Kierkegaard, diario di un seduttore.

Seduti. Un caffè.

“Auguri”.

“Grazie”.

“Come stai?”

“Male.”

“Mi dispiace.”

“Questa sera avete da fare?”

“No.”

“Cena a casa mia?”

“Va bene.”

Inizia il teatrino.

Non è una cena. È un compleanno, solo che si sono ricordati di invitarmi troppo tardi.

Io il regalo tra le mani non ce l’ho, non sapevo che avremmo avuto occasione di rivederci.

Non ero stata avvisata neanche del suo ritorno … o forse dovevo immaginarlo?

La guardo mentre scarta i pacchetti degli altri.

Le piacciono.

La guardo da lontano, e insabbio l’imbarazzo con un sorriso.

Si aspettava qualcosa da me?

No, non era neanche previsto che fossi qui.

Mi tengo le mani e tremo per il freddo.

Ci sediamo. Tutti mangiano gli antipasti.

Io cerco di liberare la mente. Non importa. Mi vogliono qui. Se ne sono ricordati tardi, ma sono sicura che mi vogliono qui con loro.

Un bicchiere di vino.

Due.

“Mangia”.

“Mangia”.

“Mangia”.

“Mangia”.

“Mangia”.

“Ma come, già piena?”

Già piena di questa cena.

Tutti ridono. Io non lo so, sarà il vino, ma non riesco ad entrare nel loro mondo.

Parlano, ma sembra una lingua distante, lontana.

Mi guardo intorno, nessuno mi sta guardando. Nei loro racconti, nei loro discorsi il mio nome non compare più.

Le loro risate non si mischiano alle mie.

Le loro mani esprimono movimenti d’affetto, di complicità, di una confidenza che ormai non mi appartiene più.

Ho capito.

Non è il vino a farmi sentire come se stessi in una bolla. Al contrario, sono proprio io a stare fuori.

E perché non invitare all’ultimo anche per capodanno?

Non conta che te lo diciamo il giorno prima e semplicemente perché è casualmente uscito il discorso, non conta che tu sia un’aggiunta improvvisata, non sentirti di troppo!

Non ti abbiamo pensata, la tua presenza era indifferente, però adesso sei qui, e a guardare i tuoi occhi persi ci fai un po’ tenerezza.

L’amicizia.

Chiamatela amicizia.

Questo è tutto quello che mi ha lasciato: tante lacrime e un dubbio lacerante.

Perché si dimenticano sempre di me?

“Dio è una risposta grossolana, un’indelicatezza contro noi pensatori: anzi, addirittura, non è altro che un grossolano divieto contro di noi: non dovete pensare!

Sono troppo curioso, troppo incredulo, troppo insolente per accontentarmi di una risposta così grossolana.”

Ecce homo - Friedrich Nietzsche

Auguri a me, brindiamo ad un altro anno sprecato, alle ore di sonno che ho perso, alle tante insicurezze guadagnate, a tutte le parole che mi sono tenuta dentro.

Mi accorgo sempre di più che invece di crescere regredisco.

Magari uno di questi giorni implodo.

“Io sono, si perdoni la metafora, un sepolcro ambulante, che porto dentro di me un uomo morto, un cuore già sensibilissimo che più non sente.”

Leopardi
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icharous

Loro lo sapevano, sapevano tutto. Che piangevo, che ho sempre pianto, che piangevo per la scuola, che piangevo per i compiti. Ho sempre pianto. Sono nata triste.“

Donatella, “La pazza gioia” di Paolo Virzì

Se non ti spaventerai con le mie paure

Un giorno che mi dirai le tue

Troveremo il modo di rimuoverle

In due si può lottare come dei giganti

Contro ogni dolore

E su di me puoi contare per una rivoluzione,

Tu hai l’anima che io vorrei avere.

En e Xanax, Samuele Bersani

Io: forse dovrei chiamare l’infermiera per farmi dare un po’ di antidolorifico, dato che sto morendo di dolore

Sempre io: no dai, non voglio disturbare

“Ero al bujo. Sai che mi piace veder morire il giorno ai vetri d'una finestra e lasciarmi prendere e avviluppare a poco a poco dalla tenebra, e pensare: - «Non ci sono più!» pensare: - «Se ci fosse uno in questa stanza, si alzerebbe e accenderebbe un lume. Io non accendo il lume, perché non ci sono più. Sono come le seggiole di questa stanza, come il tavolino, le tende, l'armadio, il divano, che non hanno bisogno di lume e non sanno e non vedono che io sono qua. Io voglio essere come loro, e non vedermi e dimenticare di esser qua».”
Pirandello, La Trappola

Ho passato tanti anni a pensare a chi non c’è più, ad immaginare come sarebbe la mia vita se determinate persone fossero ancora al mio fianco. Ci ho messo tempo, ma finalmente adesso mi sento fortunata. Ho imparato, dopo anni, ad apprezzare le persone fantastiche che ho attorno, a concentrarmi sul presente e a non incastrarmi nel passato. Sembra veramente banale, un concetto semplice, ma è tutt’altro che scontato per me. Ieri, d’improvviso, il cuore mi si è riempito di gratitudine, gli occhi mi brillavano, finalmente sorridevo davvero. Non sono sola. Non lo sono mai stata. Ero solo concentrata sulle persone sbagliate.