Sono una cattiva persona. Ne sono convinta, è un concetto che porto fisso nella mente, ne sono diventata ormai totalmente consapevole. Essere buoni con chi lo è a sua volta con noi non è sempre facile, ma la vera, più profonda e radicata cattiveria emerge con le persone con cui ci troviamo meno in sintonia.
Non voglio giustificarmi, non dirò che l’uomo ha bisogno di scaricare le proprie frustrazioni e la propria sofferenza per non esplodere, perché nulla può giustificare l’insofferenza, la freddezza, l’egoismo nei confronti di chiunque altro.
Io questa consapevolezza l’ho raggiunta analizzando il rapporto con mia nonna: una donna che ho sempre sentito distante, con un fare altezzoso che mi ha sempre scossa e fatta sentire piccola, piccolissima, quasi colpevole per il mio essere inferiore.
Sentivo le guance diventare bollenti dalla vergogna quando esaltava le doti dei miei cugini, disprezzando la mia insulsa banalità, la mia inettitudine, il mio essere una bambina troppo semplice.
Il desiderio di scomparire si faceva sentire più forte che mai quando insisteva a darmi yogurt scaduti da settimane, e facendomi poi sentire in colpa quando glielo facevo notare, perché ero troppo viziata ed esigente.
La mia autostima si incrinava sempre di più quando mi ripeteva che se volevo essere bella dovevo smetterla di mangiare, dire “no”, anche se avevo ancora fame.
Il mio cuore si stringeva, quando vedevo gli occhi tristi di mia madre, succube dell’ennesima critica o presa in giro per la sua umiltà, per una sua presunta inadeguatezza.
Con il passare del tempo ho iniziato a guardare quasi con odio le sue espressioni cariche di superiorità quando parlava degli altri, i suoi atteggiamenti da signora di città, mentre portava avanti un’immagine fasulla di se stessa, un’immagine di donna raffinata e posata.
Non l’ho mai sentita come vera e propria nonna, come una di quelle nonne, intendo, che portano nel cuore i propri nipoti, che li difendono bonariamente dalle ramanzine dei genitori.
Non ho mai notato in lei quella sensibilità che porta l’anima degli anziani vicinissima a quella dei bambini, la stessa sensibilità di cui parlava Pascoli nel fanciullino. In lei quel fanciullino era nascosto, o forse addormentato, ma non voleva saperne di mettersi in mostra, di comunicare con gli altri.
Forse per un senso di vergogna, forse perché albergava dapprima in lei quello stesso senso di inadeguatezza e inferiorità che trasmetteva agli altri.
Crescendo mi distaccai sempre di più da lei, quasi rinnegandola come nonna, e da un giorno a settimana passai al vederla un giorno al mese, poi solo nelle festività, poi smisi del tutto. L’unico legame che mi rimaneva con lei era attraverso mio padre, tramite quello che mi raccontava.
Le notizie che riportava erano sempre peggiori: le sue condizioni di salute diventavano sempre più brutte, seguendo un percorso in costante discesa, e nonostante questo, mi ero rifiutata di andarla a trovare a Natale.
“È da ipocriti”, dissi a mia madre, ma era solo un modo per mascherare la mia indifferenza e la mia cattiveria, ora lo so.
La vera ipocrita ero io, che mi ergevo a persona empatica, a persona di buon cuore, sempre pronta ad ascoltare gli altri, quando in realtà sono sempre stata solo una persona mediocre, marcia dentro.
Un corpo ricoperto di zucchero e ripieno di scarti.
Ho continuato a coltivare in silenzio questa mia indifferenza, questo mio egoismo, fino alla presa di consapevolezza definitiva. Fino ad oggi.
Mio padre è passato a trovarla per via di un ulteriore e rapido peggioramento delle sue condizioni. Non riesce più neanche a mangiare. Mi ha mostrato una sua foto sullo schermo del telefono, e non l’ho riconosciuta.
In quell’insieme di pixel sono riuscita solo a vedere un insieme di ossa, pelle e capelli mescolati insieme fino a creare la forma, un po’ distorta, di essere umano.
In quell’immagine non ho visto mia nonna, né da un punto di vista emotivo, né da un punto di vista fisico. Ho visto solo una persona fragile, come un castello di carte che sta per essere spazzato via dal vento.
Ho visto un essere vivente, soggetto allo scorrere del tempo, a una forma di deterioramento che la sta divorando lentamente e contemporaneamente dall’esterno e dall’interno.
Ho visto un contenitore in cui rimane solo una briciola, un barlume che la tiene miracolosamente in vita.
Ho visto tutta la mia cattiveria e ho sentito il mio corpo cercare di rigettarla, ma si è fermata allo stomaco. È troppo tardi ormai.
Sono una persona cattiva.

