zona foto

Ti posso avere per una notte sola sì.

Ti voglio assaporare come fossi droga ma abusarne come fossi della coca ma.

Uno che lo fa per bisogno e non per moda sì.

Se ti guardo tu (tu) ti metti in posa (ah)

Se ti porto a casa sì si gira la mia zona.

No,non faccio foto

No,non lascio prova

Sei più bella sì delle cupole di Roma.

Fasma

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Cobertura do Evento Design.ZIP 2017

“Design.ZIP é um evento independente de design organizado, através da movimentação estudantil, por alunos da UniRitter, UFRGS, ESPM-Sul, PUCRS, Unisinos e Feevale.

Temos como objetivo integrar as todas as universidades de Design do RS e descompactar ideias compartilhando vivências entre os estudantes, a fim de promover conhecimento e discussões acerca da Economia Criativa.

Sua terceira edição ocorreu no dia 25 de novembro de 2017, na UniRitter (Campus Zona Sul).”


Fotos por Sophia Lautert.

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Velodromo, day 5.

Cadere e rialzarsi. Uno dei luoghi comuni più triti, una metafora banale.
Tranne quando succede davvero.

Elia Viviani - diciamolo subito, per chi non si è lasciato convincere dai miei post a guardare la gara finale di oggi - ha vinto. Un oro fantastico, epico, fradicio di anni di sudore e sacrifici di quelli che solo il ciclismo. Il come è ciò che ha oggi fatto del vostro umile volontario-scribacchino un tifoso quasi infartato.

Già al mattino, nella quarta delle sei prove dell'Omnium, il secondo posto di ieri si trasforma in primo dopo la prova del chilometro, proprio quella bestia nera che quattro anni fa gli era costata la medaglia olimpica a Londra. Stavolta invece terzo tempo, record personale e avversari per la vittoria finale alle spalle. Restano due prove, al pomeriggio: il giro lanciato e la corsa a punti. Viviani liquida maestosamente la prima delle due con il secondo posto, un altro record personale e altri due punticini guadagnati su Cavendish.

La prova a punti è cosa inadatta ai deboli di cuore. Viviani si tiene sempre incollato ai primi ma Hansen, Gaviria e Cavendish lo braccano, vincono volate, riducono lo svantaggio. Viviani sembra comunque in grado di controllare. Poi sentiamo - non vediamo, sentiamo, perché io e i colleghi siamo già in zona mista, sotto il livello della pista - uno schianto secco dalla curva opposta. Tutti guardano in su, il maxischermo. Un secondo prima che lo inquadrino sento un giornalista dietro di me dire: Viviani è caduto.

Le immagini mostrano Cavendish che scende dalla curva ma non vede il coreano dietro di lui e lo urta, scaraventandolo addosso a un australiano e a Viviani. Cadono in tre, l'inglese fila dritto. Il coreano finirà all'ospedale, Viviani si rialza, prende la bici, riparte. Nell'omnium quando c'è una caduta la gara viene neutralizzata: è come la safety car della formula uno praticamente, atleti in pista in bassa velocità, i giri non vengono contati, niente volate per i punti. Viviani, ammaccato o no, è ancora in gara. Ed è ancora in testa, anche se ormai il vantaggio si è ridotto a due miseri punticini. Ogni volata ne assegna cinque al primo. Siamo al giro numero 108: di volate ne restano dieci.

Viviani riparte e sta bene. Lo ripeterà quattro volte (le ho contate, le ho sul bloc notes: per quello stavo lì in fin dei conti) parlando con la stampa dopo la premiazione: sono risalito in bici, sono andato piano in paio di giri per vedere come stavo e ho visto che stavo bene. Accelera. Marca Cavendish e Hansen come un mastino. Li brucia in una volata. Poi in un'altra. Gestisce il vantaggio. Il velodromo è pieno di inglesi ma i brasiliani decidono di adottare Viviani (cadere e rialzarsi, non è sempre una storia che piace?). Alla volata numero 14 supera tutti e si prende i cinque punti che ipotecano la medaglia; dieci giri dopo la volata è sua di nuovo, l'oro è in tasca. Per superarlo servirebbero i 20 punti che vanno a chi va in fuga e riesce a doppiare il gruppo: ma non ci sono né gambe né tempo per gli avversari. Ultimo giro, traguardo, è oro.

Viviani alza le braccia al cielo. Afferra al volo una bandiera. Rubo una foto dalla zona mista, dietro i vetri che ci separano dalla pista. Sulla retta si ferma, abbraccia i genitori in tribuna. In zona mista ogni parvenza di aplomb è stata gettata alle ortiche, corre a darmi un cinque persino il collega di Hong Kong. A. e M., le sorelle milanesi volontarie nel settore stampa ma non addette alla zona mista, vengono fatte scendere a furor di popolo per unirsi a quella che ormai è una festa generale. Arrivano con una bandiera di due metri. Quella che ho in borsa da cinque giorni io è piccolina ma va benissimo lo stesso. Oggi ho avuto la conferma di una cosa che sapevo - a tutti piace una storia di trionfo attraverso le avversità - e ne ho scoperta una che solo sospettavo: noi italiani in fondo stiamo simpatici a quasi tutti i popoli del mondo. Festeggiamo insieme a un uruguagio, una russa, il californiano, i cinesi. Si abbracciano sconosciuti. Mancano le parole.

Alla fine la lunga trafila delle interviste diventa un giro di gala. Viviani parla inglese, un interprete non gli serve con la stampa internazionale e poi ci sono in fila tre dozzine di giornalisti italiani. Ligio al dovere mi tengo comunque a mezzo metro e trascrivo tutto, che se l'ufficio stampa olimpico si perde qualcosa poi devo tradurglielo io. No, dai, sinceramente volevo soprattutto stare a mezzo metro da una medaglia d'oro olimpica e dal ragazzo - modesto, umile, infaticabile - che finalmente se l'è messa al collo.

Domani si concludono le gare del ciclismo, e con esse la mia esperienza da volontario. Bene così: di più non potevo chiedere. Buongiorno, Italia: dalle quattro di notte orario di Rio, vado a dormire felice.