wordshelter

wordshelter.it
Noi

External image

Noi, che viag­giamo sem­pre con un dolore accanto, seduto al fianco, un com­pa­gno fedele che non ci ha mai abban­do­nato, che sor­ri­diamo ai pas­santi, che ci sen­tiamo soli al cen­tro dell’attenzione, e a volte più in com­pa­gna di fronte ad un pano­rama, noi che cer­chiamo sem­pre quella mano da strin­gere in mezzo alla folla e non riu­sciamo a tro­varla, noi che i giorni tri­sti tutto som­mato pas­sano, ma è in quelli felici che ci manca qualcosa.

Noi che abbiamo sem­pre un sor­riso, ma die­tro c’è un velo, qual­cosa che appar­tiene solo a noi, noi che a volte ci rico­no­sciamo in un altro sguardo, e allora respi­riamo per­chè non abbiamo più biso­gno di dare spie­ga­zioni, noi che rico­no­sciamo chi ci asso­mi­glia, e ci sem­bra un mira­colo, noi, che abbiamo qual­cuno che por­tiamo sem­pre nel cuore e non ci lascia mai, che abbiamo memo­riz­zato uno sguardo, che non siamo più capaci di dimen­ti­care, noi che ci alziamo pre­sto la mat­tina per vedere se è dav­vero un giorno nuovo. Che abbiamo paura eppure ten­tiamo tutto, e guar­diamo fino all’ultima carta.

Noi che domani è già oggi e con­ti­nuiamo a cor­rere per non arri­vare tardi, che siamo caduti mille volte, ma con­ti­nuiamo a rial­zarci, che ci hanno ferito, ma non por­tiamo ran­core, noi che ci com­muo­viamo davanti a una stella, e ogni mat­tina potrebbe essere quella giu­sta, che teniamo gli occhi aperti cer­cando di meglio, ma sap­piamo già quello che per noi sarebbe meglio.

Noi che cre­diamo ancora a tutto, e alla fine i nostri sogni si rea­liz­zano quasi sem­pre, che rischiamo troppo, ma domani è un altro giorno, che le monete si spen­dono, e non riu­sciamo a tenere un sal­va­da­naio, che spre­miamo ogni giorno, come se fosse l’ultimo, che urliamo con­tro il muro, ma poi si riparte sem­pre, noi che che ci sen­tiamo di non avere scelta, e poi ne tro­viamo altre cento, noi che certi giorni vor­remmo solo un abbrac­cio, che quando siamo felici ci viene ancora più da pian­gere, per­chè ci ricor­diamo il prezzo.

Noi che non abbiamo biso­gno di nes­suno, ma ci pia­ce­rebbe tanto, noi che pen­siamo troppo, e ci diamo troppe pos­si­bile rispo­ste, che vogliamo tutto, e sap­piamo che in realtà ci baste­rebbe così poco. Noi che ci sen­tiamo sem­pre diversi, e poi alla fine siamo uguali a tanti, noi, che un attimo sal­tiamo di gioia e un attimo dopo riu­sciamo a distrug­gerla, che abbiamo biso­gno di qual­cosa da inse­guire sem­pre, eppure ci pia­ce­rebbe tanto pren­derla una volta e fer­marci solo a stringerla.

Noi che abbiamo avuto tutto, e ogni volta ci sem­bra non ci rimanga niente, se non quel silen­zioso pas­seg­gero sem­pre pre­sente, un dolore silen­zioso e costante, che nei giorni di luce asso­mi­glia più a un tesoro, un patri­mo­nio impa­ga­bile, che è la nostra tor­tura e la nostra più grande fortuna.

Karen Lojelo

wordshelter.it
Pelle

External image

Aveva biso­gno di tor­nare lì. Come un’esigenza improv­visa, la neces­sità era di sen­tirsi tenuta, trat­te­nuta. Era cam­biato per­fino il suo con­cetto di casa. Non era più amore, era pelle. Quell’uomo non sapeva par­lare alla sua anima, ma le sue mani cono­sce­vano una strada che era diven­tata fami­liare, che le dava un senso di sicu­rezza e appar­te­nenza. Ma non si sen­tiva appar­te­nere a lui. L’amore… non sapeva più se sarebbe mai stata capace di amare dav­vero qual­cuno, come una volta.

L’amore era diven­tato qual­cosa di lon­tano e quasi dimen­ti­cato. Il suo cuore lo aveva lasciato da qual­che parte, una volta cre­deva di ricor­dare bene dove, ma adesso, adesso non avrebbe saputo dire nem­meno il punto pre­ciso o il momento in cui lo aveva perso di vista. I pen­sieri anche li aveva persi per la strada cam­mi­nando e ne aveva rac­colti altri, nuovi, che non erano mai stati suoi, pro­prio come si fa con le mone­tine sul mar­cia­piede. Quasi le sem­brasse un pec­cato lasciarli a terra.

Lei e lui non ave­vano nulla in comune, pro­ba­bil­mente lui non avrebbe mai capito niente di tutto quello che le pas­sava per la testa, di tutto quello che le aveva attra­ver­sato la mente prima di lui e per­fino durante, infatti la guar­dava stu­pito, come se fosse una spe­cie di alieno pre­ci­pi­tato nella sua vita.

Lei non cer­cava un posto nel suo cuore, le bastava quel posto nel suo letto, sem­pre pronto, l’aria fre­sca che entrava dalla fine­stra men­tre sen­tiva i suoi morsi sulla schiena e final­mente riu­sciva a smet­tere di pensare.

Lui le aveva fatto capire che non le ser­viva sem­pre pen­sare, doman­dare, rispon­dere. Che certe cose non hanno motivo, né spie­ga­zioni, né un fine.

Sono e basta.

E così loro par­la­vano poco, c’era solo pelle e caldo, poi l’acqua della doc­cia, l’asciugamano pulito ad aspet­tarla. Un bic­chiere d’acqua fre­sca e un lac­cetto per i capelli.

“Hai ancora sete?”
“No, sto bene adesso gra­zie…”
“Sei sicura?”
“Mai stata meglio…” Viola sor­rise e si voltò verso la fine­stra, i pini erano tal­mente alti che sem­bra­vano entrare den­tro quella stanza bianca. le len­zuola erano ancora umide e lui girava nudo intorno al letto alla ricerca dei suoi vestiti. Rac­colse da terra quelli di lei e li piegò deli­ca­ta­mente pog­gian­do­glieli accanto. La guar­dava e forse si chie­deva per­ché adesso le sem­brava così sicura e serena come non l’aveva mai vista prima.

Viola pen­sava che aveva sem­pre aspet­tato qual­cosa e ora final­mente si sen­tiva libera di cam­mi­nare senza meta e le sem­brava una sen­sa­zione mera­vi­gliosa, non si doman­dava affatto cosa sarebbe suc­cesso o cosa voleva dav­vero lui.
“Torni la pros­sima set­ti­mana?” Gli chiese lui seden­dosi sul letto.
“Forse, se vengo da que­ste parti te lo fac­cio sapere.” Viola sor­rise ancora e gli acca­rezzò una spalla.
“Vuoi che ti asciugo i capelli?” Domandò ancora lui.
“Fa caldo, si asciu­ghe­ranno… non preoccuparti.”

Lei si alzò e ini­ziò a rive­stirsi.
“Si è fatto tardi, mi riac­com­pa­gni?”
“Certo. Mi vesto… potre­sti venire in vacanza con me que­sta estate…”
“Potrei… vedremo… comun­que torno presto.”

Si voltò verso il muro e sor­rise ancora di nasco­sto, che strana la vita, ora che non si aspet­tava più nulla le per­sone sem­bra­vano cam­biarle intorno.
Viola si avvi­cinò alla fine­stra aperta e si affac­ciò con aria rilas­sata, un car­tel­lone pub­bli­ci­ta­rio raf­fi­gu­rava una ragazza con le ali e sotto c’era scritto:

“ADESSO PROVA A PRENDERMI”.

Karen Lojelo

wordshelter.it
mai andare oltre

Era arri­vato nel momento sba­gliato. Come un tem­po­rale estivo. Ina­spet­tato e fre­sco ma troppo vio­lento per poter ammet­tere a se stessa che era quello che ci voleva.
Aveva ragione. Era meglio con­ti­nuare a par­larsi attra­verso il tele­fono oppure scam­biarsi insulsi mi piace su face­book. Non andare oltre. Mai andare oltre.

External image

wordshelter.it
Tutti i nostri se

External image

Luigi aprì la porta dell’ascensore e sentì l’aroma del caffè che inva­deva la tromba delle scale, sem­pre lo stesso, sem­pre quello da che riu­sciva a ricor­dare, da quando sua madre al mat­tino lo chia­mava per andare a scuola e lui lo sen­tiva arri­vare dalla cucina lungo il cor­ri­doio, poi si affac­ciava stro­pic­ciando gli occhi e sua madre era lì con la sua vesta­glia rosa che gli ver­sava il latte nella tazza.

Chissà, se lei non fosse morta le cose per lui sareb­bero andate diver­sa­mente. Se quella mat­tina di otto­bre avesse preso l’autobus in ora­rio non avrebbe mai cono­sciuto Fran­ce­sca e forse si sarebbe lau­reato alla Boc­coni come aveva deciso e avrebbe cono­sciuto la ragazza con gli occhiali che scen­deva ogni giorno davanti all’università men­tre lui pro­se­guiva verso il lavoro. Quella stessa ragazza che la stessa mat­tina avrebbe incon­trato alla sta­zione di poli­zia men­tre cer­cava di spor­gere denun­cia per il furto dell’auto che lui ancora non sapeva gli fosse stata rubata quella stessa notte.

Chiara si allac­ciava le scarpe per andare in pale­stra e sentì dalla fine­stra entrare improv­vi­sa­mente un forte odore di lavanda. Lo stesso pro­fumo che pro­ve­niva dagli armadi della nonna nella casa di cam­pa­gna quando era pic­cola. Erano anni che non lo sen­tiva più e si chiese cosa sarebbe suc­cesso se quel pome­rig­gio di giu­gno quando sua madre la caricò in mac­china per scap­pare via e por­tarla in un’altra città lei gli avesse detto che voleva restare lì con i nonni, che non era d’accordo. Forse sua madre ci avrebbe ripen­sato. Invece sua madre con gli occhi gonfi di lacrime le aveva detto io devo andare via amore mio… vuoi venire con me? Non potrei vivere senza di te. E lei senza capire cosa stesse suc­ce­dendo aveva fatto sì con la testa e le aveva solo detto va bene mamma.

Forse sarebbe rima­sta tutta la vita in quel pae­sino sper­duto della toscana e avrebbe spo­sato il figlio del panet­tiere, il ragaz­zino con gli occhi verdi che la spiava quando tor­nava da scuola. Ma Chiara non sapeva che quel ragaz­zino era diven­tato un uomo ed era andato via anche lui, e quella stessa mat­tina lo avrebbe incon­trato sulla via di casa davanti al nuovo super­mer­cato appena aperto.

Il signor Fanelli attra­ver­sava la strada a fatica stando bene attento che non arri­vasse nes­suna mac­china quando vide la vec­chia 500 rossa e sor­rise tra sé ripen­sando a quanto erano stati felici lui e sua moglie su quella mac­china. Due mesi prima per andare dal medico aveva deciso di girare a sini­stra a fare il giro più lungo. Se avesse girato a destra pro­ba­bil­mente sarebbe stato inve­stito, la stessa 500 rossa arri­vava a tutta velo­cità pro­prio nel momento in cui lui avrebbe attra­ver­sato la strada. E la stessa cosa era suc­cessa la scorsa pri­ma­vera, quando, per andare al cimi­tero a tro­vare la moglie, si era fer­mato a rac­co­gliere una mone­tina da terra attra­ver­sando quindi con qual­che secondo di ritardo. Ma quella mat­tina non sapeva che quella mac­china sarebbe tor­nata indie­tro per­ché il con­du­cente avrebbe avuto dei sensi di colpa pro­prio nel momento in cui il signor Fanelli rien­trava a casa dopo aver fatto la spesa. Avrebbe potuto evi­tarla ancora deci­dendo di fare il giro più lungo ma quel giorno avrebbe avuto delle borse troppo pesanti per deci­dere a favore del tra­gitto meno breve.

Ric­cardo aveva solo quin­dici anni e pochi ricordi e pochi se sulle spalle, ma in quel momento la sua atten­zione fu atti­rata da suo padre con una donna davanti alla sta­zione di poli­zia, lei cam­mi­nando era inciam­pata e lui cer­cando di aiu­tarla a rial­zarsi con gli occhi illu­mi­nati da un sor­riso le stava dicendo noi ci cono­sciamo men­tre a pochi passi la ragazza del piano di sopra cor­reva incon­tro al panet­tiere chia­man­dolo per nome. Ric­cardo fu come rapito da quella serie di abbracci che sape­vano di ritorni dopo lun­ghi addii quando sentì una bru­sca fre­nata e vide il suo dirim­pet­taio cadere a terra. L’uomo davanti la sta­zione di poli­zia rico­nobbe la sua mac­china nella vet­tura che aveva appena inve­stito l’uomo a terra. Il signor Fanelli prima di chiu­dere gli occhi per sem­pre pensò che se non avesse mai ven­duto la sua 500 al vicino di casa dopo la morte della moglie pro­ba­bil­mente sarebbe stato ancora vivo e Chiara strin­gendo la mano del suo vec­chio amico pensò che la sera prima quando aveva notato la vec­chia 500 con il fine­strino aperto se avesse cito­fo­nato al por­tiere per avvi­sarlo forse a quell’ora sarebbe stato ancora vivo.

Ric­cardo pensò che se quella mat­tina fosse andato a scuola non avrebbe mai visto suo padre sor­ri­dere ad un’altra donna e la sua mac­china inve­stire il por­tiere e soprat­tutto la ragazza dei suoi sogni strin­gere la mano ad un altro. Chiara si girò di scatto e lo guardò in un modo che lui non avrebbe mai dimen­ti­cato. Forse se non lo avesse guar­dato in quel modo la sua vita sarebbe andata poi in un modo com­ple­ta­mente diverso. Forse.

Karen Lojelo

wordshelter.it
Non amore

External image

Mi hai tagliato il cuore, la vita e l’anima in fet­tine sot­tili, hai cam­mi­nato con scarpe chio­date sopra il mio orgo­glio e ti sei preso tutto l’amore che potevo quando ancora l’amore non sapevo nem­meno cos’era, ma tu comun­que hai preso tutto, tutto quello che hai tro­vato, l’hai preso per poi but­tarlo da una parte e dirmi che non te ne facevi niente, che avre­sti voluto altro. Hai preso la mia inno­cenza, le mie spe­ranze e poi mi hai messo den­tro sogni che non mi erano mai appar­te­nuti spac­cian­do­meli per miei; mi hai tra­sci­nato nel tuo inferno, con­vin­cen­domi che solo così ti avrei sal­vato da te stesso, e forse, che avrei sal­vato me, che ancora non sapevo nem­meno chi ero, né cosa volevo.

Ti sei preso i miei sor­risi migliori, gli anni migliori, la mia inco­scienza, la mia ado­le­scenza e anche il resto, tutto quello che hai potuto, ma certo non è colpa tua… ero che io che te lo per­met­tevo. Mi cono­scevi tal­mente bene che sapevi per­fet­ta­mente dove col­pire per fare male, ancora adesso che ho spez­zato le tue catene, che so bene che quello non era amore, che non ti rivor­rei nem­meno se tu diven­tassi un altro… e se io diven­tassi improv­vi­sa­mente pazza… ancora adesso, fai di tutto per sbar­rarmi la strada, per ricor­darmi tutto quel male, per aprire certe ferite che, come sai, sono chiuse male, cucite insieme a grani di sale, impos­si­bili da far spa­rire. Dov’è che vivono tutti quei ricordi dolci-amari? Se lo sapessi tor­ne­rei lì per but­tarli in mare… dolci sì, per­ché sono miei, per­ché sono io e la mia vita mi appar­tiene, per­fino quello ieri assurdo, che qual­che rag­gio di sole me lo tro­vavo da sola ogni tanto e mi con­vin­cevo di vederlo per­fino in te, che forse dav­vero non hai mai capito niente, che se mi rivedo oggi mi rico­no­sco appena, eppure io c’ero, ero io che ti aspet­tavo per ore su quello sca­lino, amari per­ché tu hai spu­tato sopra per­fino a quelle poche-tante cose buone che in troppo tempo abbiamo fatto. Per­ché non ti basta mai e io ero un buon capro espia­to­rio, forse que­sto ti manca…

Sono ancora stanca pensa, dopo tutto que­sto tempo mi fanno ancora male gli occhi per tutta la fatica spre­cata a guar­darti cer­cando di capire qual­cosa che non aveva alcun senso.

Mi dispiace per te, che ancora non hai capito cos’è l’amore, che ancora non hai impa­rato ad essere felice, e, se rie­sci ancora a farmi male non è certo per i motivi che vor­re­sti tu… oh no, è solo per me, che mi fac­cio pena per tutto il tempo perso die­tro a te. Ma certi errori si pagano, e io sto ancora pagando a te un debito che non ho mai con­tratto, ogni santo giorno e quello che rimane di te sono solo le solite com­pli­ca­zioni, carte da fir­mare, file alla posta e pen­sare che sarebbe tutto sem­plice se solo impa­rassi a sor­ri­dere e a cam­mi­nare senza biso­gno di qual­cuno da cal­pe­stare, sare­sti felice per­fino tu, che non lo hai mai saputo fare.

Karen Lojelo

wordshelter.it
Il coraggio di essere felici

External image

Lola ci cre­deva nelle favole. Anzi, le difen­deva con le unghie e con i denti per­ché nes­suno le aveva inse­gnato a cre­derci, piut­to­sto le ave­vano sem­pre ripe­tuto di far poco affi­da­mento sul lieto fine sem­pre e comun­que. Le ripe­te­vano fin da quando riu­sciva a ricor­dare…: certe cose acca­dono solo nelle favole…

Così lei era cre­sciuta in fretta in quel mondo strano dove nes­suno man­te­neva il ruolo che gli era stato asse­gnato. Suo padre era morto una mat­tina d’inverno, si era lan­ciato dall’ultimo piano del suo uffi­cio, così, un salto nel vuoto, lei aveva visto tutti che pian­ge­vano ma si era rac­con­tata che lui forse voleva solo pro­vare a volare e magari non ci era riu­scito. Sua madre qual­che mese dopo aveva pre­pa­rato una vali­gia all’alba ed era spa­rita sopra un treno diretto in qual­che posto da cui non era mai tor­nata. Ma Lola si ripe­teva che sicu­ra­mente aveva avuto i suoi buoni motivi e non aveva mai preso la cosa sul per­so­nale. Era una bam­bina strana, che non si arrab­biava mai, le rispo­ste le cer­cava nei suoi libri pieni di sto­rie fan­ta­sti­che e così tro­vava delle spie­ga­zioni, a dir poco fan­ta­siose, che giu­sti­fi­ca­vano tutto.

Sua nonna le aveva detto che poteva rima­nere da lei, ma che non avrebbe dovuto dar troppo fasti­dio altri­menti sarebbe finita in un col­le­gio. E così Lola era cre­sciuta cer­cando di non distur­bare mai troppo. Aveva impa­rato a cuci­nare e a ras­set­tare la casa in modo che sua nonna le rega­lasse qual­che lira per poter acqui­stare un altro libro usato nella bot­tega sotto casa.

C’era quell’ultima riga, in ogni volume in cui si per­deva, che reci­tava sem­pre sul finale e vis­sero felici e con­tenti e lei si era con­vinta che fosse solo una que­stione di tempo. Che alla fine era così che doveva andare, biso­gnava solo avere pazienza, aspet­tare il momento giu­sto, che i tempi fos­sero maturi, aspet­tare. Senza per­dere mai la spe­ranza. Che in fondo chi non riu­sciva a con­clu­dere in quel modo la sua esi­stenza era per­ché non ci aveva mai cre­duto abba­stanza. Del resto in ogni favola che si rispetti è quello il punto, devi cre­derci, se non ci credi hai già perso. E così lei ci cre­deva, con­tro tutto e tutti, che prima o poi sarebbe arri­vato quel finale mera­vi­glioso che l’avrebbe ripa­gata di tutto quell’attendere e sop­por­tare e andare avanti.

Certi pome­riggi d’estate si sedeva sul muretto davanti casa e osser­vava le per­sone che pas­sa­vano, cer­cava di imma­gi­nare la loro vita e cogliere dai loro volti lo stato d’animo. Si sfor­zava di scor­gere dagli occhi di que­gli sco­no­sciuti se ci erano riu­sciti ad arri­vare al finale per­fetto. Ma non c’era mai nes­suno che le sem­brava dav­vero felice. Fino a che un giorno passò di lì un signore distinto con uno strano cap­pello a cilin­dro, un sigaro e un bastone. Arrivò fischiet­tando e con un sor­riso buffo sotto i baffi. Aveva una grossa pan­cia e un oro­lo­gio da taschino che pen­deva sulla giacca. Lola saltò giù dal muretto come presa da uno slan­cio di eufo­ria, aveva pen­sato eccolo… l’ho tro­vato, lui sem­bra dav­vero felice… si era avvi­ci­nata allo strano signore dicen­do­gli che l’orologio si era sfi­lato dalla tasca e con dol­cezza glielo aveva rimesso a posto. Lui si era tolto il cap­pello e gli aveva doman­dato con aria sicura: ‘Cos’è che aspetti ragaz­zina?’ Lei rimase un attimo in silen­zio con gli occhi spa­lan­cati e poi rispose: ‘Aspetto il momento giu­sto.’ Il momento giu­sto per fare cosa?’ ‘ Non lo so,’ disse Lola, ‘tutti aspet­tano qual­cosa che prima o poi accade nella loro vita e gli fa pen­sare ecco cosa aspet­tavo… io devo ancora sco­prirlo cos’è che può ren­dermi felice, sono troppo pic­cola per saperlo, ma sono certa che quando arri­verà lo riconoscerò.’

Il vec­chio signore la osservò a lungo annuendo con il capo prima di dire: ‘Sai non tutti se ne accor­gono quando arriva quel momento… devi essere molto corag­giosa quando suc­ce­derà, la mag­gior parte delle per­sone si aspetta cose impro­ba­bili e così non rico­no­sce mai il momento che potrebbe cam­biare la pro­pria vita, si rispon­dono che forse è meglio aspet­tare un altro po’, o ancor peg­gio si sono tal­mente abi­tuati ad aspet­tare che non sono capaci di ini­ziare a vivere in un modo diverso.’ Lola abbassò lo sguardo inter­detta e si mise a riflet­tere sulle parole di quell’uomo miste­rioso. Allora lui si chinò su di lei levan­dosi il cap­pello da cui tirò fuori un cam­pa­nel­lino, lo fece suo­nare e le disse: ‘ricor­dati, quando sen­ti­rai que­sto suono ini­zia a cor­rere, quello sarà il momento giu­sto.’ Dopo­di­ché l’uomo baf­futo si rialzò ripren­dendo a cam­mi­nare e sparì tra la folla.

Lola corse in casa con­vinta di aver tro­vato la sua rispo­sta e quello fu l’ultimo giorno che si sedette sul muretto ad osser­vare la gente. Ormai sapeva che tutti quei volti tri­sti erano solo il risul­tato della man­canza di corag­gio, per­ché aveva capito a quel punto che ci vuole corag­gio per essere felici. Molti anni dopo sentì quel cam­pa­nello suo­nare e non ebbe un solo attimo di ten­ten­na­mento, ini­ziò a cor­rere, il treno stava partendo.

Karen Lojelo

wordshelter.it
L'importanza delle parole (secondo me)

External image

Alcuni di noi scri­vono. Sì, scri­vono da sem­pre, o da poco, e non parlo solo di noi, quelli che fre­quen­tano que­sto rifu­gio, parlo di tanti, tan­tis­simi, sparsi per il mondo da sem­pre, da quando sono state inven­tate le let­tere e le loro com­bi­na­zioni. C’è chi scrive appunti, sca­denze, liste della spesa, cal­coli mate­ma­tici per tenere i conti. Si scri­vono un sacco di cose. Utili, inu­tili, belle e brutte. Giu­di­zio sog­get­tivo senz’altro.

Ma un’alta per­cen­tuale scrive per il gusto di scri­vere, o per neces­sità, ma scrive per scri­vere.
Pen­sieri, emo­zioni, sto­rie vere e sto­rie inven­tate, libe­ra­mente tratte ecc.
Si scrive del dolore, della feli­cità, del rim­pianto, della scon­fitta, della vittoria.

Scri­vere è tera­peu­tico dicono alcuni, forse in alcuni casi un dono, un hobby… un vizio.
Le parole sono state inven­tate per comu­ni­care, per con­di­vi­dere i nostri pen­sieri con chi ci vive o ci passa accanto.A volte, scri­vere è più facile che par­lare, per­ché si ha modo di espri­mere un con­cetto dall’inizio alla fine, ed in que­sto modo, il biso­gno innato del genere umano di comu­ni­care e soprat­tutto di farsi capire può più facil­mente essere colmato.

Non credo ci sia biso­gno per que­sto di tenere una sorta di dia­rio, anche chi scrive un rac­conto, un romanzo, una sto­ria di fan­ta­sia, in realtà lo usa per dire qual­cosa, per dare un mes­sag­gio, per con­di­vi­dere un pen­siero o un punto di vista e i per­so­naggi diven­tano fun­zio­nali a que­sto scopo. In realtà qual­cuno scrive tenen­dosi per sé il frutto della sua penna ma alla fine credo che in fondo speri che un giorno qual­cuno vada comun­que a leg­gere e possa così final­mente capire quello che lui aveva da dire e magari non è riu­scito a comunicare.

Poi, come per magia, alcune volte le parole ven­gono com­bi­nate tal­mente bene che rileg­gerle sem­bra com­pia­cerci, anzi lo fa e fa bene a chi legge.

Ci sono com­bi­na­zioni di parole che arri­vano tal­mente den­tro lo sto­maco che alla fine diven­tano cita­zioni.
A volte rileg­gen­doci ci capiamo meglio per­fino da soli, o capita a distanza di tempo di stu­pirsi di ciò che si è scritto, a distanza di anni capita addi­rit­tura di pen­sare: E io avevo già capito tutte que­ste cose senza essere riu­scito a met­terne in pra­tica nessuna?

Scri­vere può essere una sal­vezza, si sente spesso dire che le cose più belle si scri­vono men­tre si sof­fre… beh almeno in quei casi pos­siamo affer­mare che sof­frire sia ser­vito a qual­cosa… e poi il punto forse è che quando si è felici è dif­fi­cile fer­marsi a scri­vere della pro­pria gioia, per­ché si è troppo presi a vivere.

Quindi tutte que­ste parole che girano intorno a noi, nella mente, nella bocca della gente, sono un dono pre­zioso che ci per­mette di entrare in con­tatto con ciò che sta fuori e ciò che sta den­tro. Ci met­tono in con­tatto. Le parole uni­scono, sepa­rano, puni­scono, fanno sen­tire amati, con­si­de­rati, odiati. Le parole aprono un varco, met­tono in guar­dia, fanno riflet­tere, cam­biare idea, per­met­tono di met­tersi in discus­sione, per­met­tono di rac­con­tare una sto­ria, per­met­tono di non dimen­ti­care, aiu­tano a ricor­dare e se dette bene pos­sono per­fino cam­biare le cose che non ci piacciono.

Le parole sono pre­ziose. E pen­sare che ne spre­chiamo tante, per­fino nella bib­bia è scritto: …Ma dì sol­tanto una parola… ed io sarò salvato.

Forse sono pro­prio le parole che pos­sono salvarci.

Karen Lojelo

wordshelter.it
vecchi errori

“Dai, pre­pa­rati che fac­ciamo tardi. Beh, che c’è?”
“Non mi va più di venire.” dice.
Mi sistemo la cami­cia davanti allo spec­chio, piego un po’ il nodo della cra­vatta.
La guardo ed è ancora lì, immo­bile, seduta sul letto, gli occhi assenti, i col­lant già infi­lati, la gonna all’altezza delle ginocchia.

“Dai, non pos­siamo sem­pre farci atten­dere, datti una mossa.”
“Ti ho chia­mato sta­mani in uffi­cio.”
Lo so, ero in riu­nione.”
Ora fa come non mi sentisse.

“Ti ho chia­mato alle nove e tren­ta­sei, lo ricordo bene per­ché alle nove e qua­ranta è pas­sato il cor­riere e ho fir­mato la ricevuta.Come se aspet­tasse, tace.
“Lo sai che non posso sem­pre rispon­dere al tele­fono men­tre lavoro, non fare la bam­bina.”

In un’altra vita, in un’altra vita ti aspet­terò lo giuro, mi nascon­derò meglio, mi nascon­derò da prima, farò in modo che nes­suno mi trovi prima di te. Ti aspet­terò con il cuore intatto e tutto intero, pas­serò il tempo a leg­gere solo favole per non smet­tere di cre­dere nei sogni e terrò la vita e le ferite fuori dalla porta. Rimarrò in silen­zio, mi tro­ve­rai tutta intera, senza paure, senza disin­canto, farò in modo di non avere segreti che prima o poi sco­pri­re­sti, né verità da sve­larti, mi sfor­zerò di rico­no­scerti prima e non quando ormai è troppo tardi, tu mi rico­no­sce­rai. Prima che fac­cia domani, prima che cali la notte, prima di avere così tanti di ricordi da rischiare di para­go­narti al pas­sato. Ma tu pro­metti che mi cer­che­rai e che farai in fretta per­ché ho sem­pre odiato aspet­tare ed è per que­sto che adesso che sei arri­vato mi sem­bra così tardi. Mi sem­bra di aver già fatto così tanti passi falsi e di essere caduta tante di quelle volte da non reg­germi più su que­ste gambe che tre­mano insieme ai miei polsi quando mi guardi e sor­ridi e accendi un’altra siga­retta… è troppo tardi adesso, non so come dir­telo, e ti vedo che stai cer­cando la strada ma io sono troppo lon­tana per essere tro­vata, anche da te… so che con­ti­nuerò a scap­pare in modo che tu sia sem­pre almeno un passo die­tro di me…

Lui si alzò dalla pan­china e le prese la mano. Vieni, andiamo a pren­dere una tazza di caffè che qui fa freddo lo disse senza darle il tempo di rispon­dere e così Mar­ghe­rita capì che era sì troppo tardi, troppo tardi per fug­gire, si era sba­gliata, lui l’aveva già trovata.

(this is not a love story, this is a story about love)

—  tratto da Tu mi riconoscerai di Karen Lojelo
wordshelter.it
Pace

External image

Oggi sto in silen­zio, rac­colgo pen­sieri caduti a terra e cerco di tro­var­gli un posto, li rior­dino per gran­dezza, colore, importanza…

Mi tengo strette le parole che non sanno bene dove andare, ho paura di per­derle, di non poterle più riaf­fer­rare. Oggi osservo, respiro piano, guardo tutto que­sto e anche altro. Oggi non si parte, butto l’ancora e resto in disparte. Ci sono parole che arri­vano e che ho voluto e che adesso spa­ven­tano. Allora spengo tutto, non guar­darmi che non ti sento, sto cer­cando di sen­tire me in que­sto silen­zio e capire magari final­mente cosa voglio… anzi no, di cosa posso fare senza, in que­sto momento.

Vedi que­sto posto? Che ho tanto odiato e disprez­zato e pianto? Ci sto bene in fondo, forse non ho mai voluto altro, il mare calmo, il vento spesso, un rag­gio di sole in mezzo a que­sto cielo denso.

Ho aspet­tato tal­mente tanto che non so più fare altro e se smetto come impie­gherò il mio tempo?

Osservo que­sto cielo disfatto che si rimette a posto come fosse niente, è una cer­tezza in fondo anche il rim­pianto, e l’abitudine di non sapere dove andare ti rende libero di non saper che fare.

C’è stato solo un istante in cui ho dav­vero voluto altro e avrei spac­cato il mondo per averlo, avrei lasciato tutto e spo­stato il cen­tro… ma adesso… pro­prio adesso che stavo final­mente pren­dendo sonno dopo tanto tormento…

Lasciami qui ancora un attimo, mi manca un pezzo, devo cer­carlo bene e forse non voglio tro­varlo adesso.

Posso aprire la porta quando voglio… esco a fare due passi ma poi che vuoi… gli anni pas­sati sono pesanti, ho troppi baga­gli, ho avuto troppi abba­gli, sono certa solo delle mie incer­tezze e ho impa­rato a nuo­tare solo in que­sto mare di circostanze.

Ogni tanto spe­gni la luce che fa troppo rumore, e chiudi la porta piano prima di uscire, quando vuoi entrare ricor­dati di bus­sare e non darmi nes­sun nome per­ché non so se mi riu­sci­rei sem­pre a voltare.

Ho biso­gno di stare qui con que­sto vec­chio dolore che adesso somi­glia tanto alla quiete, mi è fami­liare e non mi mette in imba­razzo davanti allo spec­chio. Lui lo cono­sco bene in fondo mi è sem­pre rima­sto accanto.

Che buffo, mi com­piac­cio di que­sta indo­lenza e sem­bra pace per­fino la mia assenza.

Karen Lojelo

wordshelter.it
Ricordati di ricordare

External image

Certe volte ho paura, ora l’ho capito, ho paura di dimen­ti­care… e così resto ferma, immo­bile, aggrap­pata ai ricordi, senza fiato, smetto di respi­rare, fac­cio silen­zio e ripeto men­tal­mente ogni scena. Come quando si deve memo­riz­zare un numero di tele­fono e lo si ripete all’infinito per paura di dimen­ti­carlo prima di tro­vare carta e penna. In quei casi qual­siasi altro suono, can­zone, frase potrebbe can­cel­lare per sem­pre dalla nostra mente la sequenza numerica.

Così passo gior­nate intere a riper­cor­rere quelle tappe, que­gli sguardi, quelle parole, quella luce, que­gli odori, quei fram­menti di suoni, le sen­sa­zioni, ogni sin­gola emo­zione, ogni passo e mi sforzo di ricor­dare di più, sem­pre di più, qual­siasi pic­colo det­ta­glio che poteva essermi sfug­gito e poteva essere tanto prezioso…

Io ripasso, come se un giorno qual­cuno dovesse venirmi ad inter­ro­gare ed io abbia paura di farmi sor­pren­dere impreparata.

A volte mi siedo, spengo la tv, stacco il tele­fono, mi prendo il mio tempo per fer­marmi a ricor­dare, come se ricor­dare fosse rivi­vere, come se ricor­dare potesse ripor­tarmi là e darmi una seconda, una terza, una quarta pos­si­bi­lità. L’occasione di fare meglio, di fer­marlo quel… male­detto… momento… perfetto.

Karen Lojelo

wordshelter.it
Abitudini

External image

Quante volte sotto quell’albero aveva pen­sato le stesse cose, aveva chiuso gli occhi cer­cando di affer­rare ricordi e fer­marli nella mente come foto­gra­fie di cui sor­ri­dere. Era una sorta di bal­samo per l’anima. Eppure era una cura piena di con­tro­in­di­ca­zioni, per­ché una volta ria­perti gli occhi si ren­deva conto di quanto tutti quei momenti gli man­cas­sero e di come non riu­scisse ad affer­rarli mai davvero.

Riflet­teva sull’abitudine, l’abitudine uccide tutto, anche nel posto più bello del mondo dopo un po’ ci si abi­tua, diventa nor­male, e non sem­bra più così meraviglioso.

Le cose a cui non ci si abi­tua quasi mai sono le malin­co­nie, fanno sem­pre lo stesso effetto. Poi sem­bra che non ci si abi­tui a quelle poche cose che rie­scono a sfio­rarci l’anima dav­vero, ma in fondo quelle che le veni­vano in mente erano tutti attimi. Un rag­gio di sole all’improvviso, l’angolazione di uno sguardo caro, il tocco di una mano, l’improvviso arrivo di una noti­zia tanto attesa. Attimi, non ci si può abi­tuare a qual­cosa che dura un attimo, è per que­sto che rimane magico per sem­pre. La feli­cità quella vera, chissà se riu­scendo a fer­marla non diven­te­rebbe nor­male. Del resto i momenti migliori a quanto ricor­dava oltre­tutto erano seguiti a momenti bui, è il ter­mine di para­gone che fa la dif­fe­renza. Una cosa diventa bella per­ché il suo oppo­sto ci ha fatto soffrire.

Quello stesso albero che le faceva ombra e il vento leg­gero che le acca­rez­zava i capelli erano stati motivo di gioia nei giorni bril­lanti e accen­tua­tori di malin­co­nia nei giorni tristi.

Tutto rela­tivo.

Chissà se quella che stava fumando era l’ultima siga­retta del pac­chetto appena accar­toc­ciato o era sol­tanto la prima di quel pome­rig­gio spento. Chissà se quello sarebbe stato cata­lo­gato come un giorno inu­tile o di lì a qual­che ora si sarebbe tra­sfor­mato nel più felice della sua vita… In fondo le ave­vano detto tante volte che le cose migliori suc­ce­dono pro­prio quando smetti di aspettarle.

Karen Lojelo