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Walter Ruttmann. Lichtspiel Opus I. 1921. 

Lichtspiel Opus I premiered in Germany in 1921, the first abstract film to be publicly screened. In the film, Ruttmann mastered the technical means to realise his abstract imagery in film. William Moritz provides an interesting description of these technical methods: ’[Ruttmann’s] first animations for Opus No. I were painted with oil on glass plates beneath an animation camera, shooting a frame after each brush stroke or each alteration because the wet paint could be wiped away or modified quite easily. He later combined this with geometric cut-outs on a separate layer of glass.’ -J. Valcke

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Walter Rutmann :: Opus IV (1925)

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Walter Ruttmann’s Opus IV, 1925

Live performance di Christian Fennesz. Non sapevo un granché di Fennesz, se non che fosse austriaco, vivesse a Vienna, avesse passato un anno a Berlino e avesse inciso un disco con Sakamoto. Flumina. Mi attirava l’idea di vedere Berlino, Sinfonia di una grande città, proiettato su uno schermo e non a pezzi e bocconi su Youtube e il fatto che fosse musicato dal vivo accresceva il mio entusiasmo. Fennesz entrò in scena sereno in volto e spettinato. Aveva un aspetto ordinario, sembrava simpatico, forse anche lui era eccitato. Erano le dieci quando le luci iniziarono ad abbassarsi e su una delle facciate iniziò la proiezione. Passata la cinghia della chitarra elettrica sopra la testa, era pronto, ma ancora silenzio. Titoli di testa minimali, bianco su nero, un carattere che non lasciava sbavature. Il film aprì con un’inquadratura fissa, onde, mi tornò alla mente una citazione da Fuga senza fine di Joseph Roth, una città il cui «fiume è un mare dov’essa è un continente». Ruttmann sembrava vederla così la sua capitale, sul finire degli anni ‘20: indipendente, sola, protagonista unica. Ruttmann narra la quotidianità, monta un film corale, che ha la durata di un’intera giornata, non commenta, resta l’occhio indiscreto dietro la telecamera, mentre i berlinesi si adoperano a costruire senza saperlo il filo del suo racconto.

I primi suoni: il vento, lo sfrigolio delle rotaie, i fischi mentre un treno percorre veloce le campagne. Un treno diretto a Berlino. Un cartello di legno con una freccia d’arco sottile indicava la direzione, capolinea a 15 chilometri. Su questo passaggio si apriva la vera sinfonia di Fennesz. Picchi brevi e improvvisi ti facevano sobbalzare. Il volume sostenuto evidenziava i suoni emessi dalla chitarra. Gli effetti dissonanti, irreali e distorti avrebbero accompagnato i restanti cinque atti. Fennesz però sembrava raccontare una storia parallela, il suo linguaggio sonoro era un’esposizione, sgorgava dall’interpretazione di quelle energie disciplinate e codificate da Ruttmann. Non si occupava mai di rendere nella maniera più assoluta e oggettiva il ritmo e la melodia di cui il film avrebbe avuto bisogno. Aveva rotto con il tema della metropoli. I tempi sonori di clacson, campanelli, ingranaggi meccanici nelle fabbriche si deterioravano e divenivano inservibili a favore di un flusso quasi di coscienza del compositore austriaco, che era riuscito ad aprirsi e ormai libero, provocava l’impressione d vivere una scissione.

Non era la prima volta di Christian Fennesz. Le sperimentazioni degli ultimi anni, l’avevano condotto su strade diverse, oltre a musicare splendidamente il capolavoro muto di Ruttmann, aveva lavorato, già in precedenza alla colonna sonora del film austriaco “Gelbe Kirschen” [ Whithe Cherrer] e alla musica  per le coreografie di Bert Gstettner.