volontary

Le persone che ho molto amato, fossero amiche oppure no, non mi hanno mai perso all’improvviso.
È stato sempre un perdermi pian piano, pezzetto per pezzetto.
Non le ho mai cacciate dal mio cuore.
Ho lasciato che se ne andassero in libertà, con gesti consapevoli e mancanze volontarie.
Ho chiesto spiegazioni quando ritenevo necessario e non mi sono risparmiata monologhi noiosi.
Ho sempre voluto la certezza che fosse chiaro il mio dolore.
Sono convinta che, chi sceglie di andarsene da un cuore, debba conoscere con precisione la grandezza della ferita che sta lasciando.
Perché se quella ferita ha la grandezza di un cratere, bisogna che chi se ne sta andando sappia che quello sarà il cratere nel quale precipiterà, qualora un giorno decidesse di tornare.
—  Serena Santorelli
Ho visto

Ho visto tedeschi enormi e ubriachi abbracciare piangendo di gioia minuscoli turchi delusi, alla fine di una semifinale di calcio.
Ho visto la nipote italiana di un fascista e il nipote tedesco di un nazista andare in Francia, al cimitero, a rendere omaggio ai caduti volontari della Repubblica nella guerra di Spagna.
Ho mangiato cous cous a casa di un ebreo iraniano a Digione, sposato con una cattolica di origine italiana.
Ho comprato un costume da bagno con una ragazzina musulmana.
Ho ascoltato un quartetto kazako nella chiesa di farneta.
Ho ospitato nella mia camera di ragazzina degli sciamani sudamericani.
Ho parlato di sesso omosessuale a un prete molto paziente.
Mi sono fatta raccontare la storia di Ganesh in un ristorante a Chandigar.
Ho amici di ogni religione, di ogni paese, che bevono il cappuccino col cacciucco, che si portano la moka in vacanza, o che dicono il rosario per la novena.
A ognuno di loro voglio un gran bene.
E non smetterò mai.
Non smetterò mai di viaggiare, di imparare, di conoscere, di amare.
Non ci avrete, terroristi, razzisti, intolleranti, violenti, odiatori del mondo tutti.
Non ci avrete mai dalla vostra parte.

(Anonimo)

Come i social network, le fake news e gli amici deformano la nostra memoria: un saggio non mio e neanche troppo corto.

Partiamo dalla frase, “Una bugia ripetuta tante volte diventa la verità”. Questa frase è stata attribuita ad Einstein per un 66% di volte, Joseph Goebbels per un 23%, Fabio Volo per un 4,6% e il restante diviso tra Gandhi, Dalai Lama e svariati utenti Twitter e Facebook. Probabilmente nessuno di loro ha mai pronunciato una frase del genere ma non è questo l'argomento del giorno. Parliamo di memoria.

La memoria è fallace, sì sa e, cosa più interessante, può essere deformata da diversi fattori come i social network, le fake news e le amicizie. Il punto critico, però, è che le fake news, insieme ai social network, oggi sono in grado di plasmare sia la memoria del singolo che la memoria collettiva.

La sfida, allora, si gioca su due fronti: contrastare i siti di fake news (qualsiasi cosa voglia dire) ma anche capire come la gente interaggisce con tali siti.

Torniamo ora alla bugia ripetuta tante volte ecc; per far ricordare un’informazione (vera o falsa che sia, non importa) bisogna ribadirla più e più volte. È quello che fa ogni speaker durante un seminario, Joseph Goebbels ad ogni comizio, Einstein ad ogni lezione e via dicendo. Ma a questa legge segue un corollario molto più interessante ma meno scontato: le altre informazioni relative a quella notizia tendono ad essere dimenticate più facilmente di quelle non correlate ad essa. Questo fenomeno si chiama Retrivial-induced forgetting (RIF).

Per esempio, quando usate un’altra lingua per un certo periodo di tempo e poi vi rendete conto di aver scordato come si diceva una certa cosa nella vostra madre lingua. È un effetto pratico del Retrivial-induced forgetting. La nuova lingua non vi farà scordare chi era l’allenatore dell’Italia campione del Mondo nell’82, ma magari non saprete più come si dice in italiano “fenicottero” (che ora invece chiamate tranquillamente Fiammingo convinti che si dica proprio così!). Il motivo del perché esista un tale meccanismo (il RIF) non è chiaro. Qualcuno pensa che sia un meccanismo di difesa soprattutto in seguito a traumi. Ovviamente sostituiamo il ricordo del trauma con delle ricostruzioni “migliori” di eventi molto simili a quello accaduto ma non del tutto fedeli alla realtà, aiutandoci a superare quel momento.

Non divaghiamo però o vi scordate pure queste poche righe e devo ricominciare. Torniamo alla memoria e a come viene plasmata.

In un esperimento su come plasmare la memoria, del 2011, veniva mostrato un film a 30 persone divise in gruppi da 5. A distanza di 3 giorni, i 30 venivano interrogati singolarmente su alcune scene del film, giusto per capire cosa e quanto ricordassero. La maggior parte di loro ricordava bene la scena vista appena tre giorni prima. Dopo una settimana, quelle stesse persone venivano riconvocate e prima di chiedere di ricordare quella stessa scena, veniva mostrata loro una slide con le presunte risposte degli altri, ovviamente e volutamente false. La scena del film era un poliziotto che arresta un uomo. Le risposte false (fake) parlavano invece di un bambino arrestato da un poliziotto. A quel punto, fino al 70% degli intervistati arrivava a cambiare la sua stessa versione. La prima volta l’avevano ricordata bene, ma dopo tre giorni e leggendo le risposte false degli altri, ritrattavano la loro stessa versione. Dopo altri 3 giorni - e qua viene il bello - quelle stesse persone venivano riconvocate e gli veniva detto che le presunte risposte degli altri erano state date a casaccio. Cioè, potevano essere vere come false, come a dire, non fate riferimento su quelle risposte, ma sulla vostra memoria. Il risultato, anch’esso interessante, era che fino al 60% degli intervistati confermava la sua nuova versione: il bambino era stato arrestato dal poliziotto. Anche se sbagliata, anche se qualcuno gli aveva fatto notare in precedenza che poteva essere errata, per loro, ormai, quella era stata la scena reale vista al cinema.

La memoria è fallace ma, l’esperimento, mostrava un’altra cosa pericolosa: se vi confondono subito la memoria, poi sarà difficile correggere quell’informazione errata. E qua torniamo all’effetto del RIF: non sostituite la nuova informazione a discapito di un’altra a casaccio, ma di un’altra relativa alla nuova. Non smettete di ricordare il poliziotto che arresta qualcuno, ma sostituite il bambino all’uomo. Taaac, fregati. Era il bambino o l'uomo? Dovete scrollate in alto per rincontrollare e non sono manco 30 secondi dopo averla letta.

Ora, il passo successivo avvenne nel 2015, quando gli psicologi Alin Coman e William Hirst mostrarono come una persona tendeva più facilmente a dimenticare o plasmare i propri ricordi/esperienze a favore di nuovi ricordi quando parlava con qualcuno che faceva parte del suo stesso gruppo, piuttosto che con uno sconosciuto, un outsider. La “convergenza della memoria”, avveniva più facilmente stando all’interno di uno stesso gruppo sociale che non tra differenti gruppi sociali. Sarà più facile che un no-vax convinca un altro no-vax a non prendersi manco la Tachipirina perché il nipote è diventato Down alla terza supposta di fila, piuttosto che Burioni che no vabbé, lasciamo perdere.

Infine, l’esperimento fatto per capire il peso che hanno i social network sulla nostra memoria collettiva.

Nel 2016, alla Princeton University, hanno preso 140 partecipanti e poi hanno creato gruppi di 10 persone. L’esperimento consisteva di 4 fasi:

1. Ad ogni gruppo da 10 davano informazioni su 4 volontari di un’ipotetica forza di pace.

2. Ogni partecipante veniva poi interrogato, singolarmente, sulle informazioni memorizzate al punto 1. Ovviamente gli veniva dato il nome del volontario e lui rispondeva su cosa ricordava di quel volontario.

3. A quel punto, i singoli partecipanti dovevano ricordare le informazioni scambiandosele con gli altri del loro gruppo ma in modalità one-on-one, tramite chat online e con un massimo di altre 3 persone.

4. A questo punto, ogni singolo partecipante veniva di nuovo interrogato, singolarmente, sulle informazioni memorizzate al punto 1.

Ora, le interazioni all’interno dei gruppi da 10 venivano effettuate in due modi: la prima (clustered), creando due sotto gruppi di 5 persone, dove solo 1 per sottogruppo aveva uno scambio con l’altro (parte alta della foto - Clustered). La seconda, invece, si faceva in modo che un po’ tutti potevano interagire tra di loro (parte bassa della foto - Unclustered).

Il risultato era che, nonostante i singoli partecipanti del gruppo ricordassero piuttosto bene ogni notizia riguardante i 4 ipotetici volontari, i gruppi clustered (quelli cioé con 2 sottogruppi da 5) tendevano invece a convergere su dei fatti alternativi (alternative facts) riguardanti i 4 volontari. Sì, insomma, i sottogruppi si convincevano, o se vogliamo, si creavano una memoria collettiva che includeva anche alcuni fatti non veri riguardi i 4 volontari.

Secondo il ricercatore Coman, il weak links tra i due subgruppi è il responsabile della formazione della memoria collettiva nel sottogruppo. Ovviamente, anche il tempo è un fattore critico. Un’informazione introdotta, attraverso il weak links, immediatamente prima dell’inizio del processo di scambio d’opinioni, all’interno del sottogruppo, avrà più probabilità di successo. Una volta che il sottogruppo è d’accordo su un fatto, difficilmente cambierà idea su quel punto. La memoria collettiva diventa alquanto resistente ai cambiamenti esterni e questo perché condividere un ricordo aiuta a fortificare il gruppo e a prenderci cura ognuno dell’altro. Ovviamente, l’esperienza diciamo “epica” aiuta un tale meccanismo: una guerra, una migrazione ecc., creano un ricordo di gruppo più forte.

Per questo che mettersi a commentare una discussione su Facebook (o qualsiasi altro social network), con il tentativo di far cambiare idea a qualcuno, o peggio ancora, di instaurare un dialogo in contrapposizione ad un gruppo è inutile e vi rende i nuovi Don Chisciotte contro i mulini a vento. Con la differenza, però, che i mulini non vi insultavano la mamma.

Lo avrai, camerata Kesselring, 1952

«Gli italiani dovrebbero ringraziarmi, dovrebbero farmi un momento» A.K. Kesselring

Albert Kesselring era il comandante delle forze di occupazione tedesche in Italia. Nel 1947 fu processato per crimini di guerra e fu condannato a morte. La condanna fu poi commutata nel carcere a vita. Nel 1952 fu liberato per via delle sue condizioni di salute. In realtà Kesselring visse altri otto anni libero nel suo Paese, dove divenne quasi oggetto di culto negli ambienti neonazisti della Baviera.

Tornato libero, Kesselring sostenne di non essere affatto pentito di ciò che aveva fatto durante i 18 mesi nei quali tenne il comando in Italia ed anzi dichiarò che gli italiani, per il bene che secondo lui aveva loro fatto, avrebbero dovuto erigergli un monumento.

Fu in risposta a queste affermazioni che Piero Calamandrei scrisse la celebre epigrafe, dedicata a Duccio Galimberti, “Lo avrai, camerata Kesselring…”, il cui testo venne posto sotto una lapide ad ignominia di Kesselring stesso, deposta dal comune di Cuneo.

«Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.

Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.

Ma soltanto col silenzio del torturati
più duro d’ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.

Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA»
P. Calamandrei

A te la spiego facile, così ti faccio risparmiare energie per capire meglio come il mondo non gira attorno al tuo fulcro di cazzate.

Le navi delle ONG arrivano sul posto perché chiamate direttamente dai profughi attraverso quelle mirabolanti invenzioni nate dalla logica (di cui mi sembri di scarseggiare) sommata all’elettricità e applicate al movimento, dette anche telefoni cellulari.
I numeri di telefono questi malcapitati galleggianti li trovano su internet, glieli passano i volontari/funzionari/addetti e no, mi spiace per te  i tuoi amici livorosi, non glieli dà la Boldrini.

Quando pubblico una cosa, leggila, approfondiscila, chiediti il perché delle cose seguendo la linea più breve e non quella più tortuosa per farle toccare tutti i tuoi deliri pacatamente razzisti e democraticamente faziosi, in modo da sottolineare le tue teorie cospirative olezzanti di marrone.

Non ti mando quindi dove meriteresti (no, non affanculo, -io sono un Signore- bensì su uno scafo marcio in mezzo al Mediterraneo con un gsm di ottava mano con poco credito, una sola tacca di ricezione  e un numero solo, che non è quello della guardia costiera e manco quello della Boldrini) ma a pescarti le notizie invece che qui da qualche altra parte a te più affine, cosicché con i tuoi amici possiate ammirarvi  l’ombellico continuando a credere che quello sia il fulcro del mondo.

Il Meme

Il termine meme è stato coniato dal biologo evoluzionista Richard Dawkins, nel suo libro del 1976, “Il gene egoista”. 

Il termine meme (modeled on gene) viene dal greco mimeme = imitare e venne coniato per spiegare il diffondersi delle idee e dei fenomeni culturali.

Secondo Dawkins, l’evoluzione dipende solamente da unità auto-replicanti in grado di veicolare informazioni, nel caso biologico, dai geni e non - semplificando - dai suoi singoli componenti. Per questo, il meme diventa anch’esso un’unità auto-replicante in grado di veicolare informazioni sul comportamento umano e l’evoluzione culturale.

Il meme di Dawkins è allora soggetto a mutazioni durante il corso del tempo e quindi ad evoluzione. 

Il meccanismo di replicazione del meme avviene tramite l’uomo che lo copia-incolla e lo diffonde agli altri, ma tale meccanismo è soggetto, come tutti i meccanismi di copia-incolla, ad errore, incluso l’accorpamento tra diversi meme per crearne di nuovi. Questo fa si che i meme possano cambiare nel corso del tempo, sopravvivendo e/o mutando attraverso l’evoluzione culturale, un po’ come la natura fa con i geni. 

Da qua la definizione di meme come “unit of cultural transmission” (unità della trasmissione culturale), ovvero un’idea, un credo, un atteggiamento culturale ecc. Ovviamente, la trasmissione del meme richiede, sempre secondo Dawkins, l’uso delle percezioni sensoriali con la conseguenza che, a differenza dei geni, il meme può tramandarsi attarverso i secoli senza mai perdersi.

Ovviamente le critiche alla teoria del meme di Dawkins non mancano. I meme, a differenza del DNA, non hanno un codice di base e poi sono soggetti ad una forte instabilità del meccanismo di mutazione. Passare da una mente all’altra, in così poco tempo, implica una bassa efficenza di replicazione per un alto livello di mutazione e conseguente caos evolutivo.

A suo tempo lo spiegai con questo post: ogni x numero di reblog, una citazione, un’idea, perde completamente la sua veridicdità perché viene copia-incollata male. In pratica si parte da una citazione dell’inferno di Dante e nel giro di n reblog se ne ottiene una di Fabio Volo presa dal suo ultimo libro. E viceversa.

Indipendentemente dalle critiche se sia da considerare il meme simile o no ad un  gene, resta la sua peculiarità di vettore libero di propagazione dove vale la regola di  Salingarso: “più semplici sono, più velocemente si propagheranno”. 

Infine, arriviamo al meme d’Internet, un concetto che si trasmette rapidamente proprio grazie alla rete e che spinse lo stesso Dawkins ha cambiare definizione sul meme. Da un originale vettore di propagazione soggetto a mutazioni casuali - come il gene - con Interne il meme diventa un vettore di propagazione d’informazioni soggetto a mutazioni volontarie da parte dell’uomo, scostandosi definitivamente dal concetto di teoria evolutiva darwiniana.

L’uomo crea il meme, lo muta e allo stesso tempo lo seleziona con conseguente caos evolutivo e selettivo. Le fake news ne sono un esempio strabiliante in quanto, come la notizia vera, hanno gli stessi effetti sul comportamento dei singoli e di conseguenza sulla società. 

il famoso “lo ha detto la televisione” o il più attuale “l’ho letto su internet” va allora preso molto più seriamente di quello che si possa pensare.

Patria : Aesthetics

Spanish Civil War Spamano AU

1936. Lovino Vargas leaves his country in order to save his life and joins the Corpo Truppe Volontarie heading to Spain while Antonio Fernandez Carriedo desperately tries to protect his beloved country from Franco. When a resistant-turned-soldier-turned-deserter meets a republican fighter, they need time to learn how to trust each other. But maybe, when they finally do, it is already too late, either because their feelings already trapped them or because they are fighting for a lost cause.

(Ben Barnes as Antonio Fernandez Carriedo - Andrew Garfield as Lovino Vargas)

Per non dimenticare..

il 15 settembre 1993 la mafia uccide Padre Pino Puglisi

Come in una sfida con se stesso, aveva scelto una parrocchia di “Brancaccio”, uno dei quartieri più degradati di Palermo, per lottare contro l'indifferenza, la paura e la violenza di un quartiere abbandonato a se stesso, per dare dignità umana e trasmettere i valori dell’amore e della giustizia ai ragazzi ed ai bambini..

Voleva cambiare “qualcosa” in loro..
dargli fiducia.. una vera speranza di vita.. smontare quel sistema di illegalità da dove la mafia reclutava giorno dopo giorno ragazzi senza futuro..
Era una persona intelligente, riusciva a intuire prima ancora di scoprire ed aveva un cuore grande.. si impietosiva, si commuoveva per le tante “ferite” della gente..
voleva ricostruire gli animi e dare loro un nuovo orizzonte.. una nuova speranza..
un futuro felice ed onesto..
una vita dignitosa senza più compromessi con i “signori” del quartiere..

Brancaccio stimava Padre Pino Puglisi come persona e come prete ma non tutti condividevano il suo stile di testimone scomodo..
Voleva offrire il pane della speranza prima ancora del pane materiale ma ognuno doveva rimboccarsi le maniche, doveva fare qualcosa perché alla fine la vera libertà e dignità di un uomo è questa: promuoversi per promuovere gli altri e poter camminare a testa alta.
Perché “se ognuno fa qualcosa” come diceva lui.. il mondo può ancora sperare..
il mondo può ancora sognare..
Voglio ricordare alcune sue frasi..
alcuni suoi appelli profondi come i suoi occhi.. come il suo sorriso..

“È importante parlare di mafia, soprattutto nelle scuole, per combattere contro la mentalità mafiosa, che è poi qualunque ideologia disposta a svendere la dignità dell’uomo per soldi.
Non ci si fermi però ai cortei, alle denunce, alle proteste.
Tutte queste iniziative hanno valore, ma, se ci si ferma a questo livello, sono soltanto parole. E le parole devono essere confermate dai fatti.”

“Le nostre iniziative e quelle dei volontari devono essere un segno. Non è qualcosa che può trasformare Brancaccio. Questa è un’illusione che non possiamo permetterci. È soltanto un segno per fornire altri modelli, soprattutto ai giovani. Lo facciamo per poter dire: dato che non c’è niente, noi vogliamo rimboccarci le maniche e costruire qualche cosa. E se ognuno fa qualcosa, allora si può fare molto…”.

Lui conosceva bene la realtà di quei posti.. era nato lì vicino.. conosceva bene la mentalità, la gente e il suo difficile modo di tirare avanti.. Sapeva che il problema principale era il lavoro e che, sulla sua mancanza, la mafia metteva facili radici con le sue allettanti proposte.
La scuola, l'istruzione potevano far molto, ma a Brancaccio non c’era neppure la scuola media..
Padre Pino Pugliesi, che molti chiamavano amorevolmente “Don tre ppi”, decide di non fermarsi sotto l’ombra del campanile.. comincia allora a lavorare con i più giovani.. con i ragazzi.. Per quelli che chiamava i suoi “figli” fonda il Centro “Padre nostro” lì comincia la sua opera.. lottare contro il “furto della speranza”, lottare contro violenza sanguinaria della mafia strappando dalla strada, e dalla disperazione tanti ragazzi per farne uomini liberi..
diceva loro: ”Abbiamo detto, vogliamo creare un mondo diverso. Ci impegniamo a creare un clima di onestà, di rettitudine, di giustizia che significa compimento di ciò che a Dio piace..”

per questo diventa scomodo.. il piccolo prete comincia a dar fastidio.. perché un modo così radicale di abitare la “strada” e di esercitare il ministero del parroco è dannoso alla mentalità mafiosa..
Lui lavora in silenzio, non fa clamore, non va sui giornali, ma scava nelle coscienze, costruisce legami, apre prospettive diverse.. i mafiosi lo chiamavano “u parrinu sbirru” (il prete poliziotto).. per questo viene deciso che “tre ppi” deve essere soppresso, ucciso.. nell'illusione di spegnere una presenza fatta di ascolto, di denuncia, di condivisione e d’amore.

Salvatore Grigoli adesso collaboratore di giustizia ed esecutore insieme a Gaspare Spatuzza dell’omicidio di Padre Pino Pugliesi racconta così gli ultimi momenti della sua vita..
“Spatuzza gli tolse il borsello e gli disse: Padre, questa è una rapina!!
Lui rispose: Me l’aspettavo.
Lo disse con un sorriso…
Quello che posso dire è che c’era una specie di luce in quel sorriso…
Io già ne avevo uccisi parecchi, però non avevo ancora provato nulla del genere.
Me lo ricordo sempre quel sorriso, anche se faccio fatica persino a tenermi impressi i volti, le facce dei miei parenti.
Quella sera cominciai a pensarci: si era smosso qualcosa”.

Quel giorno era il suo compleanno..
Padre Pino Pugliesi compiva cinquantasei anni..
Quel giorno lo ricorderò sempre..
quel giorno anche la mia vita cambiò..
Voglio ricordarlo così.. con un sorriso… affinché quel suo sorriso viva per sempre!!


(Trascrizione “Zio PINO PUGLISI” di Ficarra e Picone)
P: Dalle nostre parti, quando si vuole bene ad una persona, ma bene veramente, la si chiama Zio, Don
F: Quando gli vuoi bene in maniera particolare e gli porti un rispetto enorme, Padrino, in siciliano Parrì
P: A noi è capitato di voler molto bene ad un persona e, anche se non era un parente, per noi era lo Zio Pino
F: Zio Pino era una persona normale: né alto né basso, né bello né brutto, aveva delle mani enormi, dei piedi enormi, però aveva un sorriso, ma un sorriso!
P: Rideva sempre, sempre! Anche quando non c’era niente da ridere, lui rideva! Tant’è che noi glielo dicevamo: Zio Pino, ma che min***a ci ridi!
F: Zio Pino non beveva, non fumava, non bestemmiava, non diceva parolacce, però aveva un difetto enorme: AMAVA, amava troppo, Zio Pino era un professionista dell’amore
P: Non aveva mogli, ma amava quelle degli altri
F: Non aveva figli, ma tutti sapevano che ce n’erano un sacco sparsi per la città
P: Insomma Zio Pino era malato d’amore e col tempo si era aggravato, più amava e più voleva amare
F: Da questo punto di vista era diventato inaffidabile!
P: Ma la cosa incredibile è che più era inaffidabile e più veniva amato da tutti!
F: Da tutti! Da tutti! Pensate che addirittura i mariti andavano da Zio Pino e gli dicevano: Per cortesia Zio Pino, io devo partire, a casa mia non c’è nessuno, potrebbe venire ad amare un poco mia moglie… e lui entrava, con la scusa della moglie e piano piano, sorridendo, amava tutta la famiglia
P: Noi glielo dicevamo, Zio Pino si dia una calmata con tutto questo amore, perchè sennò a lei finisce male, ma lui niente, era cocciuto!
F: Zio Pino era un amatore cronico!
P: Era amante dell’amore!
F: Era un amante amatore innamorato dell’amore!
P: Insomma amava a tutti i livelli, a tutti, tutti!
F: Zio Pino quando noi gli dicevamo di amare meno lui ci rispondeva: Picciotti, ci sono così tanti tipi di amore al mondo, che non sapendo quale scegliere li ho presi tutti! L’amore per i padri, per le madri, per i figli, per i fratelli, per le sorelle, per se stessi!
P: L’amore per se stessi, picciotti, è il peggiore di tutti, non c’è peggio di un uomo che ama se stesso
F: Vero, vero, vero, c’era un amico mio
P: Fatto vero
F: Che stava tutto il santo giorno davanti allo specchio, si guardava e si diceva: ma quanto sono bello, ma quanto sono bravo….che io gliel’ho detto: Silvio, tu così t’ammali!
P: Zio Pino invece era di tutt’altra pasta, Zio Pino era amante, ma amato da tutti!
F: E ne abbiamo avuto la conferma al suo funerale!
P: Min***a quanta gente!
F: Min***a funerale!
P: Min***a pianti!
F: Meraviglioso!
P: Bellissimo! Funerale Eccezionale! A parte qualcuno che era lì solo per il piacere di farsi vedere: io c’ero
F: No, no, no, non dire così, diciamolo sinceramente, c’era un sacco di gente perché Zio Pino era amato da tutti
P: Per carità, pure per quello, però secondo me c’era un sacco di gente anche per il modo, come se n’è andato
F: Ah si, quello si
P: Perché quando una persona muore di vecchiaia, piano piano ci si abitua all’idea, si elabora il famoso lutto, quando uno muore per un malattia, anche lì, purtroppo, piano piano ci si abitua all’idea e si elabora il famoso lutto, ma quando uno se ne va, come se n’è andato Zio Pino, non ti dai pace
F: Eh si, sta rientrando a casa Zio Pino, è già davanti al suo portone, pensate, addirittura ha già infilato la chiave nel portone
P: Un tizio, a volto scoperto e con una pistola, si avvicina e gli dice: parré, questa è una rapina!
F: Zio Pino sorride, lo ama… e risponde: me l’aspettavo… e si gira di nuovo verso il portone!
P: Il tizio con la pistola, punta alla nuca e preme il grilletto!
F: Il grilletto provoca la combustione, il grilletto provoca la combustione delle polveri che generano l’espansione dei gas che consentono il lancio del proiettile!
P: Il proiettile si muove nello spazio seguendo una linea parabolica! Il proiettile si muove nello spazio seguendo una linea parabolica, che comincia dalla bocca della pistola e termina al suolo, dopo centinaia, centinaia e centinaia di metri… ma se tu, tu o tu, hai il c**o, di trovarti nel mezzo
F: A quel punto, Padre Pino Puglisi cade a terra, in un attimo la notizia fa il giro di Brancaccio
P: Tutti i suoi fratelli, tutte le sue sorelle, tutti, accorrono increduli
F: Non era mai successo, un prete ucciso perché predicando l’amore stava disturbando la mafia!
P: Ma pure lui, ma pure lui! Sapendo che aveva tutta questa passione per l’amore, se ne andava in giro a nuca scoperta!
F: E dire che noi gliel’avevamo detto, Zio Pino, con tutto questo amore si dia una calmata, perché altrimenti a lei finisce male, ma lui era cocciuto!
P: Molti dicono che lui sia morto e che noi dobbiamo elaborare il famoso lutto, ma noi che lo conoscevamo bene, sappiamo che non di tratta di morte, no, ma di parto
F: Si, di parto, perché si può nascere in tanti modi: c’è un parto naturale, un parto cesareo, un parto in acqua…e poi c’è il parto per uccisione
P: E noi che in vita non avevamo mai capito fino in fondo che cosa provasse Zio Pino quando amava, adesso ci ritroviamo contagiati ad amare persino quel tizio con la pistola, che poveretto, poveretto! Senza saperlo, lo ha fatto nascere… perché c’è un parto cesareo
F: Quello in acqua
P: Poi c’è quello naturale
F: E poi ce n’è uno per uccisione
P: C’è un parto cesareo!
F: In acqua!
P: Naturale!
F: Per uccisione!
P: C’è un parto cesareo!
F: In acqua!
P: Naturale!
F: Per uccisione.

Saudade (prima parte)

Ho risposto in maniera colpevolmente sbrigativa al buon @frominsidie sulle primarie del piddì perché in realtà va a colpire un tasto dolente che è difficile sviscerare in maniera esaustiva in poche righe.

Per la nota tendenza a fare il sommelier dello schifo, al pd penso più spesso di quanto dovrei.
Credo sia un po’ come avere un amico che negli anni ‘90 ha cominciato a farsi le pere e ora le poche volte che lo vedi non lo riconosci più, e se da un lato ti rendi conto che non puoi aiutare chi non vuole aiutare sé stesso dall'altro fai un po’ fatica a far finta di niente.

C'è a monte un problemino storico, tipo che le sedi del pd sono ancora piene di libri che se ci entra renzi pigliano fuoco per autocombustione e quella fetta (che ancora esiste) di attivisti (vagamente) di sinistra, che siano segretari o consiglieri comunali, volontari alle feste dell'unità o associazioni storicamente appoggiate alle sedi del pd si ritrovano nella curiosa condizione di poter fare cose (vagamente) di sinistra grazie ad un partito nel quale di sinistra c'è rimasto poco (se mai c'è stato qualcosa).

Questa cosa è vissuta a diversi livelli di consapevolezza, dall'ottimista che considera renzi transitorio (a differenza dei muri della sede del partito) a quello con l'approccio da bottegaio romano del 1527 che anche se i lanzichenecchi della margherita gli stanno pisciando sulla cassetta delle mele lui prova a lavorare lo stesso.

Ed è da ben prima dell'uscita di Civati che uno si ritrova a fare l'Abramo con Sodoma: davvero sterminerai il giusto con l'empio? Forse vi sono cinquanta giusti nel pd: davvero li vorresti vedere fare la fine della federazione della sinistra?
Magari è un'infatuazione per quelli con faccetta bella e accento toscano, era già successo con Pieraccioni, poi passa.
Anche perché poi chi esce dove va? E’ più facile adattare un contenitore esistente, con tutte le sue belle sedi organizzate che crearne uno nuovo.

E niente, queste primarie sono la buca sulla statale quando hai il pandino con gli ammortizzatori scarichi, una botta sul cvlo a confermarti quello che poi era già chiaro, che non è una malattia transitoria, anche con tutto quello che c'è stato finora, la tranvata della riforma costituzionale, poletti ministro, eccetera, questi vogliono renzi. Consapevolmente, liberamente e pagando pure 2 euro per dirlo.

Uno a un certo punto si chiede: ma sono loro che non han capito un cazzo o sono io? E in genere in questi casi è la seconda che hai detto

つづく

L'altro giorno qualche bastardo ha pensato bene di disfarsi di un cucciolo di neanche due mesi buttandolo nel giardino dei miei suoceri. Sapete, pare sia un'usanza diffusa soprattutto quest'anno quella di gettare gattini nel cortile della gente, la notte. Non sterilizzano le gatte perché non vogliono spendere soldi e poi riempiono i gattili di cuccioli (gattili che però hanno limiti di capienza, ovviamente) oppure li abbandonano così, dove capita, ignari del fatto di mettere in difficoltà persone che magari non avevano in programma di avere animali domestici ma non vogliono disfarsene alla leggera come certi idioti. La bestiola era terrorizzata, soffiava a chiunque si avvicinasse, piangeva ad un volume incredibile per le sue ridotte dimensioni, sentirla era un autentico strazio. Abbiamo messo in moto tutta la rete di volontari della zona e speriamo di trovare una soluzione. Premesso che chi abbadona gli animali, siano essi gatti, cani o tartarughe, andrebbe picchiato a sangue, resta l'amarezza nel constatare quanto sia facile per alcuni dare per scontato che quei cuccioli non abbiano sentimenti e che i loro atti non abbiano alcuna influenza sulla vita degli altri. Ma forse è peggio di così, forse lo sanno perfettamente ma se ne fregano, raccontandosi qualche scusa che permetta loro di sentirsi meno colpevoli.

The first Spanish-Italian contigent of ‘The Black Arrow Brigades’ being greeted by young girls as they entered the city of Santander, Spain. August 30, 1937. ‘Flechas Negras Division’ (Black Arrows in Spanish) was a Blackshirts division created when the Flechas Division was further strengthened with support units and renamed. Italians from the Corpo Truppe Volontarie served in these mixed Italo-Spanish Flechas (Arrows) units where the Italians provided the officers and technical personnel, while the Spanish served in the rank-and-file.

Una volta che le formazioni insorte ebbero accesso ai depositi e agli armamenti tedeschi, si poté dare vita a un vero e proprio esercito conosciuto come Armia Krajowa, l'Esercito Nazionale. Quella che era nata come una rivolta si trasformò in una battaglia cittadina, che vide numerose unità della Wehrmacht e delle SS coinvolte in disperati combattimenti contro il movimento di resistenza polacco. L'AK dimostrò gran valore nelle lotte intraprese, non solo strada per strada, ma anche in condotti fognari e gallerie sotterranee; infatti, l'Esercito Nazionale, composto da volontari, era equipaggiato sommariamente e con armi leggere,contro la forza ottimamente armata soldati tedeschi.

–To, co zaczeło sie jako powstanie, stało siᶒ krwawą walką uliczną, w której wzieły udział rózne jednostki Wehrmachtu i SS w desperackich walkach przeciwko AK, aby stłumić powstanie. AK okazała wielką odwagᶒ w walkach, nie tylko ulicznych, ale takze w kanałach.

NO POLITICAL PURPOSE – REENACTMENT ONLY Copyright: Paolo Prandini Fabio Berg Natasha Guarnieri

Voglio una ragazza che mi si sieda sulle gambe, che ascolti insieme a me questa fottuta canzone triste, e che accompagni le mie lacrime con le sue, mentre esploriamo piano piano i nostri corpi con le mani. Per poi finire ad amarci fugacemente sopra un letto qualunque, come si amano le persone che si amano per la prima volta. Si accettano volontari.

Nell'inconsapevolezza del respiro vi è la verità sull'esistenza. L'uomo vive quando non si accorge di farlo, quando, insomma, agisce secondo la naturalezza delle cose e, trascintato dall'istinto, compie gesti volontari e involontari. Tutto il resto, tutti i pensieri, tutto ciò che artificiosamente crea nella sua testa per giustificare o preparare un atto non è vita, poiché è consapevolezza.

Tutto ciò che è consapevolezza è al di là di questa terra, appartiene già alla morte.


apoteosidiparole (Gabriella Ronza)

Lorenzo e i "grandi"

Lorenzo ha otto anni. Un bambino intelligentissimo con un distrurbo della personalità e gravi problematiche familiari….

Nel tempo libero, in collaborazione con il Comune della mia città, gestisco a livello di volontariato insieme a varie figure professionali di volontari un ‘centro giovani’ che si occupa di bambini in età scolare fino all'adolescenza.
Dal settore scolastico, ludico, culturale, ascolto e supporto alle famiglie.

Lorenzo. Non si avvicina a nessuno e rivolge la parola alle persone che incontra solo con un linguaggio colorito di improperi. A scuola viene lasciato a bighellonare nei corridoi.
La sua situazione familiare è disastrata. Spesso aggressivo e violento.

Non è stato facile entrare nelle sue grazie.
Ma, da subito, si è voluto fidare di me.

Voglio molto bene a Lorenzo. Da qualche anno abbiamo instaurato un bel rapporto di amicizia. Sono una delle poche persone che abbraccia e si è sempre rivolto a me chiamandomi con il mio nome.

Oggi Lorenzo ha voglia di parlare, ma vuole che mi sdrai al suo fianco nei materassini enormi della palestra.
Non ha voglia di giocare.

Lorenzo si mette il dito in bocca:“ Non voglio dormire. Voglio parlarti. Abbiamo poco tempo per stare insieme, vero? Vieni a sdraiarti vicino a me?”

Lorenzo mi mostra una sua chiave. Mi dice di non toccarla ma solo di guardarla.

La guardo nella sua mano. È una semplicissima chiave di un’ automobile.

La tiene stretta nelle sue mani e continua a guardarla.

Gli chiedo che chiave è. Dove l'ha trovata.

Io: “Lorenzo, dove hai preso quella chiave. È la chiave della macchina del tuo papà o della mamma?”

Lorenzo: “No! Non ti deve interessare questo! Questa chiave è mia. È una chiave magica. Non devi toccarla. È mia….”

Improvvisamente non si fida di me e mi spinge via dal materassino.

Io:“ Lory, non voglio prendere la tua chiave. Lo so che è tua. Mi hai chiesto di guardarla e mi sembra una chiave di una macchina…”

Lorenzo:“ Perché la guardi con gli occhi di una ‘grande’…vieni vicino a me e guardala come la vedo io. Questa chiave apre tutte le porte del mondo! È magica…”

Io:“ Allora questa chiave è molto importante. Mi piacerebbe poterne avere una anch'io…”

Lorenzo:“Mi piacerebbe regalartela, ma questa chiave è mia. Colleziono chiavi magiche. Questa è troppo importante per darla a te. Tu sei grande.. Voi grandi non capite mai.”

Io:“Hai ragione, Lorenzo…Hai proprio ragione…Ogni giorno abbiamo tra le mani importanti chiavi e non le usiamo nel modo giusto. I grandi non ci riescono…”

Lorenzo intanto gioca con la sua chiave che non lascia toccare a nessuno…

Io. Sdraiata su quel materassino guardo il soffitto e rifletto. Sono senza parole.

Questo bambino di otto anni ha questo potere di farmi tornare bambina. Vuole farmi vedere il mondo con i suoi occhi.. Quella chiave può aprire tutte le porte del mondo. È vero. . .

Sono tornata la bambina di otto anni…

La mafia, lo ripeto ancora una volta, non è un cancro proliferato per caso su un tessuto sano. Vive in perfetta simbiosi con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di ogni tipo, grandi e piccoli maestri cantori, gente intimidita o ricattata che appartiene a tutti gli strati della società. Questo è il terreno di coltura di Cosa Nostra con tutto quello che comporta di implicazioni dirette o indirette, consapevoli o no, volontarie o obbligate, che spesso godono del consenso della popolazione.
—  Giovanni Falcone (1939 - 1992).