volontarie

Okay im going in a anti-marrish rant are u ready This is, my friends, is an highschool girl with a deputy, so a figure of authority, who’s 25, that has got sexual fantasy about said highschool girl and has been flirty with her. On this photo, we can see those two people, in a strange position. Let me explain you why: the highschool girl, named Lydia, asked (i suppose to him) to teach her how to fight. So right here on this photo they were training, and Parrish used a tactic so he can have Lydia against him. This is not what happen during real battles by the way. In real battles Lydia would have been pushed away or will get a punch or the enemy would avoid Lydia’s attack. But no, the deputy volontary pulled the girl on him, while having this expression of sexual desire (and Lydia visibly suffering) Don’t see anything wrong ? Well you should. This relationship is bad. Time to wake up.

Cose che dovete sapere sull’EXPO
Premessa – Sono stato all’EXPO. Perché? Per constatare di persona lo stato di un evento che prometteva bene e invece è riuscito male? Per criticarne i contenuti, la scelta di utilizzare come sponsor ufficiali multinazionali come McDonalds e Coca Cola o l’impiego massiccio di volontari non retribuiti? No, mi hanno regalato i biglietti, quindi fanculo agli ideali. E quando mi ricapita?
1 – Portatevi un ombrello. La coda agli ingressi è più o meno lunga, ma mai veloce. A prescindere dalla situazione metereologica, sole che spacca o pioggia che scroscia, la zona di Rho Fiera è abitata da piccioni No Expo, No Tav, No Global, People Unfriendly che cacano a tutto spiano sulle teste dei visitatori in fila. È vero.
2 – Il padiglione del Giappone. Da quando si è sparsa la voce che è il padiglione più bello l’italiano si precipita a vedere solo quello anche se il sushi gli ha fatto sempre schifo, non sa distinguere una Katana da una bacchetta e confonde Hello Kitty con Topo Gigio. Sono entrato all’EXPO alle 10, orario di apertura, alle 10,30 c’era una coda di un ora e 50 minuti. Cari miei, Sayonara!
3 – Stesso discorso per il Kazakistan. Pare che i kazaki siano quelli che hanno meglio interpretato il tema dell’EXPO, perché non gliel’avevano spiegato. Due ore di fila. Ciao anche a voi, vado dagli Azeri, tanto sono vostri vicini.
4 – Il Padiglione dell’Azerbaijan vince il premio: “Nice Try”. Con la scusa dell’EXPO hanno messo in mostra tutto quelo che hanno, dalla cucina all’industria. montando uno spottone turistico su due piani con effetti speciali e tecnologie d’avanguardia che in Corea del Sud usano far giocare il gatto. Carino, ma non necessario.
5 – Padiglione Brasile. A parte la rete su cui camminare, stare in equilibrio, cadere, rovinarsi l’epidermide, sanguinare dai polpacci e dire “Che figata”, il resto non è un granché. Forse la parte più interessante è proprio stare sotto, tra la flora dell’ecosistema amazzonico, a guardare in alto i bambini che si sbucciano i ginocchi, le vecchie, prima sorrette e poi trascinate dai figli 40enni e le 30enni stordite che nel mezzo delle rete, sui tacchi a spillo, rimangono lì per interminabili minuti senza sapere se andare avanti, tornare indietro, o morire lì. Il grande quesito: quando cammini sulla rete, in equilibrio precario, quelli che ti voglio superare a tutti i costi correndo in orizzonatale sulle pareti della rete tipo attore in un film di Ang Lee, dove cazzo devono andare? Hanno un appuntamento?
6 – Premio “Siete dei Grandi” va al Padiglione di Vanuatu. L’isola paradisiaca del Pacifico, magari non lo sapete, ha una frequenza di terremoti e cicloni maggiori delle corse della Linea B Jonio/Laurentina. Praticamente se stai a casa rischi che ti crolli addosso il tetto e se esci ti porta via il vento. Il loro piccolo padiglione è deserto, viene usato dai visitatori per mangiare, sedersi, riposarsi: sembra la sala d’attesa della stazione di Cattolica San Giovanni Gabicce, di notte. Gira voce che i tipi di Vanuatu, dopo 3 giorni di EXPO abbiano mollato tutto, messo su uno schermo con immagini a ripetizione del Salento prese da Sereno Variabile, tanto è uguale (mi è parso di vedere un giovanissimo Osvaldo Bevilacqua) e se ne siano tornati a casa. Meglio i terremoti e i cicloni che farsi due palle a Rho Fiera Milano Expo.
7 – I tedeschi si mettono diligentemente in fila per visitare orgogliosi il loro padiglione e poi vanno a storcere il naso dai francesi. I francesi vanno ad ammirare la grandeur del padiglione francese per poi andare dai tedeschi a vedere se hanno fatto meglio. Gli italiani piuttosto che visitare il padiglione Italia si fanno due ore per il Padiglione Sao Tome e Principe a vedere i negri che parlano portoghese. Boh, forse Salvini ha sparso la voce che Renzi l’ha riempito di rom.
8 – I volontari – I volontari sono gentilissimi. Anche perché, voglio dire, inutile che ti fai rodere il culo perché sei lì dalle 10, mica ti hanno obbligato.
9 – I vecchi – I vecchi dovrebbero essere banditi dalla visita all’Expo. Oppure dedicare un giorno della settimana alle visite dei vecchi. Un Senior Day.
Il fatto che pur essendo in pensione, senza aver una beata fava da fare ogni giorno i vecchi si concentrino tutti nel fine settimana è osceno. Rallentano le file, occupano le sedie, i divani, i prati, stazionano davanti alle coloninne dell’acqua e saltano le file con la scusa dell’età. Fa caldo, si sturbano, si perdono. Davanti alla toilette degli uomini c’era un’anziana 70enne che aspettava il marito, da 4 giorni. Tipo il cane Achiko davanti alla stazione di Shibuya.
I vecchi negli anni hanno affinato tecniche proprie dei ninja: sei in fila al Padiglione del Qatar dietro a una ventenne in calzoncini jeans Miss Sixty gambe depilate e senza un filo di cellulite? Sbatti un attimo le palpebre e hai davanti due pensionate di Rozzano con le vene varicose. Non puoi dire niente, sono vecchi. Ti giri una sigaretta dal nervoso, lecchi la cartina, rialzi lo sgardo e sei dietro un gruppo di ottuagenari veneti già ubriachi. Ie vecchie di Rozzano sono 10 metri più avanti, la ventenne è già entrata e tu, non solo non sei più al posto di prima, sei retrocesso. Come il Catania. A furia di andare indietro superato dai vecchi mi sono ritrovato primo della fila al Padiglione del Giappone che sta di fronte. A momenti mi obbligavano a fare Seppuku.
10 – Il Padiglione Corea del Nord è molto intrigante per la sua assenza.
11- Quello dell’India c’è, non c’è, forse sì, forse no. I volontari hanno paura a parlarne. Si dice che chi l’abbia trovato poi non ne sia mai uscito. INDIANI! Ridateci i nostri visitatori, vi diamo Fabrizio Corona (ammirate il fatto che sia riuscito ad alludere senza nominare mai i marò… Oh cazzo!).
12 – Il passaporto – Solo gente che non è mai uscita dall’Italia si accanisce così tanto nel riempire di timbri un passaporto che, in fin dei conti, vale come la carta del Cucciolone che hai condiviso che la tua compagna delle medie di cui eri innamorato, la tieni nel casseto, ogni tanto la guardi con nostalgia e dopo due anni ti chiedi: Ma ‘sta cazzata è ancora qui? La gente impazzisce per il passaporto, se l’addetta al timbro sbaglia la pagina indicata o timbra male partono bestemmie e citazioni in giudizio. Un’amica che lavora al padiglione UK mi ha detto che il passaporto dell’EXPO è stato introdotto qualche settimana dopo l’apertura, così che i primi visitatori non l’hanno potuto acquistare e riempire di stupidi timbri. Ci sono state denunce e qualche suicidio.
13 - Padiglione “tristezza”, quello del Nepal. Il fatto che sia rimasto incompiuto fa sembrare che in realtà c’era, almeno nella mente di chi l’ha progettato, voluto, ci ha lavorato, immaginato. Poi il terremoto se l’è portato via.

All’università ho trovato sto bell’avviso che un centro di recupero tartarughe marine cerca volontari, bello bello, però l’idea di dover condividere stanza e tutto il resto con giovani allegri e spensierati mi fa passare proprio la voglia

Il dogmatismo statalista – per dirla con Etienne de la Boetie – crea e moltiplica i servi volontari. Gli altri se li compra senza tanta fatica. Di più! Come ci insegna l’amico Giovanni Birindelli, “il vero nemico della libertà non è neppure lo Stato, ma sono le persone perbene che si servono di esso per realizzare ciò che secondo loro è “meritevole”. E automaticamente trasformano in schiavo anche chi non vorrebbe esserlo.
Greenpeace, singolare protesta contro le trivellazioni.

Greenpeace scende in campo in tutta Italia con una singolare protesta contro la ricerca e l’estrazione di idrocarburi nei mari che circondano la penisola.

Da 23 città partono i pullman turistici della “Renzi PetrolTour” con destinazione i mari del Belpaese, “petrolizzati” dal governo. Il premier è raffigurato come uomo solo al volante, che invita gli italiani a salire a bordo per andare ad ammirare le nostre coste occupate da trivelle, ascoltare le esplosioni degli air gun, fotografare le piattaforme di estrazione al tramonto, farsi ammaliare dal luccichio delle chiazze di greggio a pelo d’acqua.

I volontari di Greenpeace, hanno animato diverse piazze, da Palermo a Milano, da Bari a Roma, da Napoli a Genova con grandi sagome colorate a forma di pullman caratterizzate dal logo “Renzi PetrolTour”. Ai passanti, i contestatori hanno distribuito un volantino simile a un depliant turistico, con cui “Renzi in persona invita gli italiani a scoprire le ‘nuove meraviglie’ del Mediterraneo disseminato di trivelle e trasformato in una sorta di Texas marino”.

Dichiara Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace: “Il mare che conosciamo e amiamo, uno dei beni più preziosi per l’Italia, rischia di essere sfigurato per poche gocce di oro nero che giacciono sotto i suoi fondali: quantità marginali per i consumi del Paese ma occasione di profitto per una manciata di aziende”.

Greenpeace ricorda inoltre che fra il 3 e il 12 giugno il Ministero dell’Ambiente ha autorizzato undici progetti di prospezione di idrocarburi in mare con la tecnica dell’air gun. Nove riguardano i mari pugliesi, ma l’area concessa ai petrolieri copre tutto l’Adriatico e parte significativa dello Ionio. Nelle settimane precedenti era stata la volta delle acque abruzzesi. L’attacco al mare prosegue poi nel Canale di Sicilia, dove stanno per sorgere due nuove piattaforme.

Greenpeace, singolare protesta contro le trivellazioni. was originally published on Fancity Acireale

Capo: Oramai in questa organizzazione siamo tutti volontari.
Collega 1: Non è mica vero, l'unico mercenario è L. <indicandomi>
<Tutti si voltano verso di me>
Io: <annuisco, sorrido malefico e salgo sullo Slave I>


Esistono a Pietroburgo, alcuni strani cantucci, anche se voi non li conoscete. In quei luoghi sembra che non giunga quel sole che rifulge per tutti gli abitanti di Pietroburgo, Ma un altro sole, come ordinato appositamente per quei cantucci, e risplende di una luce diversa, particolare. In quei cantucci, sembra svolgersi una vita diversa, non somigliante affatto a quella che ribolle intorno a noi, una vita come potrebbe svolgersi nel trentesimo regno di fiaba e non da noi, nella nostra epoca così seria e così dura. Ecco, questa vita è un miscuglio di elementi puramente fantastici, ardentemente ideali e ahimè, di elementi banalmente prosaici e abitudinari, per non dire inverosimilmente volontari. Sentirete che in questi Cantucci vivono degli uomini strani, dei sognatori. Il sognatore, se occorre una definizione precisa, non è un uomo ma, sapete, una specie di essere neutro. Si stabilisce prevalentemente in un cantuccio inaccessibile, come se volesse nascondersi perfino dalla luce del giorno, e ogni volta che si addentra nel suo cantuccio, vi si aderisce come la chiocciola al suo
guscio, e diventa simile a quell'animale divertente chiamato tartaruga, che è nello stesso tempo un animale e una casa.
—  Le notti bianche
Rimini Rimini

Eserciti di vucumprà in spiaggia, molesti e intimidatori (6 vigili già passati per l’ospedale). Ma questo sarebbe forse sopportabile in un Paese già degradato di suo, dove i comuni virtuosi vedono le risorse sottratte per finanziare le amministrazioni corrotte, dove la scuola pubblica quella rimasta “sana” chiede “contributi volontari” ai genitori per mantenere i laboratori e intanto assumono precari a mo’ di impiegatificio.

Il punto è che quella immane folla di pezzenti pronti a tutto importata con metodi schiavisti, rappresenta una grandiosa opportunità per le azienducole locali che campano di falsi. 

Il vucumprà è l’unico modo per distribuire senza iva fattura e scontrini: una manna per aziende a zero valore aggiunto e imprenditori decotti, cravattati o già in mano alle mafie. E tanti saluti ai negozianti, tutti bastardi evasori. Senza migranti le aziende decotte a monte dovrebbero chiudere o innovare: grazie alla manovalanza ampiamente disponibile, tanti saluti al benefico effetto darwiniano del mercato. 

I deficienti conclamano che i vucumprà sono bovere vittime di biechi affaristi bianchi, in realtà son parti che si sostengono mutualmente, non a caso i primi vengono importati scientificamente e i secondi vengono mantenuti artificialmente: è il ciclo della decrescita infelice e mafiosa che si chiude. 

« Ma se V.F. sta veramente per Volontari del Fuoco, sono un'organizzazione che spegne gli incendi. Se tutti combattessero il fuoco con il fuoco, l'intero mondo finirebbe in fumo ».
« Capisco cosa intendi » disse Quigley.« Se il motto di V.F. è ‘Qui il mondo è tranquillo’, dovremmo fare qualcosa di meno rumoroso e violento che prendere in trappola qualcuno, per quanto cattivo ». « Quando guardavo nella fossa » disse piano Klaus,« mi è venuta in mente una cosa che ho letto in un libro di un celebre filosofo: 'Chi lotta con i mostri deve stare attento a non diventare anche lui un mostro. E se guarderai a lungo nell'abisso, anche l'abisso guarderà dentro di te’ ».
—  Lemony Snicket “La Scivolosa Scarpata”

Una giornata di festa: l'abbiamo organizzata per tutti gli amici e volontari che ci danno aiuto e ci dimostrano vicinanza in vari modi: nelle nostre case famiglia, nelle nostre cooperative sociali, per l’affidamento famigliare o partecipando all'evento di piazza Aggiungi un Pasto a Tavola. Accade in Veneto ma non mancheranno le occasioni per conoscerci in tutta Italia! http://ift.tt/1T2AVPA

Sono sempre stato molto sospettoso nei confronti dell’Expo, e ci ho pensato e ripensato più volte prima di decidere se prendervi parte anch’io oppure no. Ancora prima dell’inaugurazione gli elementi noti erano tutt’altro che gratificanti: conclamate incursioni mafiose nei giri di interesse del grande evento, bustarelle nelle dinamiche di appalto, preoccupanti ritardi nella realizzazione dei padiglioni e delle opere connesse all’evento, sfacciato abuso del lavoro non retribuito dei giovani volontari e cannonate su fronti contrastanti per quanto invece riguarda assunzioni, condizioni di lavoro e salari.

Mi sono però tornate in mente le parole del mio amico Henrique Borralho quando parlava dei mondiali di calcio nel suo vituperato Brasile: “Eravamo in tanti ad essere contrari, ma quando la macchina si è messa in moto abbiamo fatto del nostro meglio per il bene del Brasile.”

Già, il bene comune. Dell’Italia, certo, ma anche della comunità globale, soprattutto delle fasce di popolazione soggette a fame e miseria. È a loro, in teoria, che Expo 2015 è dedicato. “Nutrire il pianeta”. È ovvio che l’oggetto dello slogan non può essere quel dieci per cento della popolazione mondiale che sul pianeta banchetta allegramente da secoli. Per questa ragione anch’io ho sperato che, sospetti e riflessioni critiche a parte, l’Esposizione Universale di Milano si dimostrasse un evento epocale capace di convogliare e far scaturire idee e propositi di portata planetaria. Ed è proprio per questo che l’ultimo muro alzato dalla mia coscienza contro l’evento verteva sulla stupefacente concentrazione di grandi marchi e multinazionali, superpotenze dell’industria alimentare la cui moralità e il cui interesse per le sorti dell’umanità (figuriamoci dei più bisognosi) è ben al di là del ragionevole dubbio. Un evento che si propone di veicolare gli sforzi dell’umanità contro la fame nel mondo non può sperare di risultare credibile quando nella pratica tutto si risolve in un’asta degli spazi al miglior offerente.

E invece eccomi qua, nell’occhio del ciclone. Una scelta su cui ancora non sono pienamente sereno ma che ho portato a conclusione sabato 20 giugno. L’occasione è stata l’invito da parte di Illy ad animare il primo di una serie di incontri sul turismo sostenibile. Solo il giorno prima mi sono reso conto che la conferenza si sarebbe tenuta nel padiglione Coca Cola, ma in fondo aveva poca importanza. La mastodontica presenza del marchio di Atlanta e di MacDonald è palpabile in ogni frammento di qualunque padiglione, poco importa dove si tenti di nascondere la testa.

Un incontro sulla sostenibilità ambientale, dicevo, il cui esito è stato abbastanza soddisfacente. Nonostante il mio criticismo, infatti, non mi è sfuggito il fatto che qualche idea apprezzabile ha fatto bella mostra di sé, tra un ristorante etnico e l’altro, tra una boutique di souvenir e un corso di cucina creativa. Ho apprezzato, ad esempio, il padiglione del Belgio. Dopo la dovuta esposizione dei prodotti più caratteristici – birra, patatine fritte e cioccolate – la patria di Tin Tin e dei Puffi si è adoperata in una sala seminterrata per illustrare con pannelli e dati scientifici il valore nutrizionale e le potenzialità alimentari di vermi e insetti. Non una novità, ma di certo un tema ancora poco diffuso che ad un’Esposizione Universale meriterebbe bene qualche ragionamento.

Ho solo sentito parlare, purtroppo, dell’idea degli svizzeri: esemplificare la limitatezza delle risorse alimentari allestendo un padiglione-magazzino dove chiunque possa approvvigionarsi con i prodotti esposti fino all’esaurimento delle scorte. Della stessa nazione ho però ammirato l’affascinante riproduzione in scala delle reti idriche naturali della catena del San Gottardo. La sala dedicata a Zurigo presentava delle gradevoli – per quanto sterili – immagini plastiche e fotografiche delle amenità territoriali. Una terza sala ha catturato la mia attenzione con l’ammiccante titolo “Nutrire la mente”. Solo dopo aver varcato l’ingresso mi sono reso conto che era uno spazio espositivo della Nestlé, che in realtà non esponeva alcun prodotto, solo degli infantili giochini educativi elettronici, ma se penso che per “nutrire il pianeta” hanno convocate un gruppo industriale accusato continuamente di crimini vili e spregevoli – gli ultimi la complicità nell’impiego di bambini-schiavi in Africa e l’appropriazione indebita delle riserve idriche statunitensi per rivendere l’acqua in bottiglie a prezzi criminosi, proprio mentre Sacramento soffre la siccità per il quarto anno di seguito – non posso davvero trattenere i brividi lungo la schiena.

Ho speso qualche sospiro nel padiglione del Nepal, ma il devastane terremoto di poche settimane fa ha costretto gli animatori nepalesi a disertare il campo per correre in soccorso dei propri cari. Restano alcune immagini appese al soffitto di una galleria lignea e una scatola di plastica in cui convogliare qualche offerta.

Un gran numero di padiglioni di Africa e Asia – parlo soprattutto delle nazioni meno abbienti – purtroppo si riducono a coloriti negozi di souvenir con annesso l’eventuale banco ristorazione. Non sono mancate alcune lodevoli – per quanto ridotte – esposizioni dedicate alla biodiversità, prontamente contrastate da esibizioni gratuite e ingiustificate di prodotti largamente premiati dal mercato, sebbene al limite della tossicità.

Ho visto il tanto decantato Albero della Vita. E devo ammettere che mi è piaciuto. Imponente, insolito, elegante, ben inserito nell’esuberante cornice architettonica dell’intero evento. Molto meno, invece, ho apprezzato gli annunci di servizio da supermercato che preannunciavano i giochi d’acqua con lo scopo di introdurre lo sponsor che se ne faceva carico di volta in volta. Non sono contrario agli sponsor, ci mancherebbe, ma se l’intero evento avesse avuto un po’ più di anima e meno stomaco, avrebbero di certo individuato una soluzione più sobria.

A proposito di spettacoli italiani, ho avuto la sfortuna di avventurarmi nel complesso Cibus e Italia della Federalimentare. Una decadente e noiosa esposizione non tanto dei prodotti che hanno reso grande la nostra cultura gastronomica, quanto dei marchi che si sono arricchiti nel venderli e, spesso, nel presentare un prodotto industriale di gran lunga inferiore al suo archetipo rurale. C’erano tutti – molti dei quali, non lo nego, li apprezzo anch’io nella mia quotidianità – da Barillla a De Cecco, da Nardini a Rana, fino a quella che forse sarà la perla insuperabile di questa kermesse, l’angolo Findus che annuncia trionfale “con i cibi surgelati risparmi e blocchi lo spreco”.

Ho apprezzato, a tratti, la presenza di piccole realtà territoriali che con poche risorse sono riuscite a ritagliarsi una presenza necessaria per valorizzare un patrimonio storico e naturale che ancora fatica a ricevere il giusto riconoscimento. Realtà come l’Irpinia dell’amico e compagno d’armi Carlo Crescitelli (L’Antiviaggiatore), che quel giorno ha offerto un piccolo intrattenimento musicale con i ragazzi del conservatorio di Avellino, a cui è seguito l’intervento del presidente di Info Irpinia che ha lanciato un accorato invito ad andare a scoprire la bellezza delicata e struggente della sua terra. Spero che almeno per loro ne sia valsa la pena.

Per me no. E non intendo sconsigliare la visita all’Expo. Anzi. Come mi ha giustamente fatto notare l’amico Stefano Pediconi, architetto, designer e autore del progetto di ricera The Wellness Room, la spettacolarità delle architetture dei padiglioni è tale da invogliare a visitare l’Expo non una, ma dieci volte. Io però cercavo qualcosa di diverso. Pretendevo qualcosa di diverso. Se mi avessero annunciato una fiera dei grandi marchi dove si beve e si mangia (a caro prezzo) e si prende visione delle offerte disponibili sul mercato non avrei avuto nulla di ridire. Non ci sarei andato, ma chi ha i soldi può farci quello che vuole. Ma rivendercelo come un evento di valore simbolico e morale, con uno slogan così velleitario da giustificare l’invito a lavorare gratis per “divenire partecipi di questa grande esperienza”, mentre le alte gerarchie si spartivano milioni su milioni di euro, ecco questo no. Proprio no.

L’Expo è un circo dell’industria alimentare. Piacevole, divertente, sorprendente, condito da qualche buona idea, ma basato sull’incontrastata presenza un ingrediente banale e insipido: il marketing.

Expo 2015: il circo dell’industria alimentare Sono sempre stato molto sospettoso nei confronti dell'Expo, e ci ho pensato e ripensato più volte prima di decidere se prendervi parte anch'io oppure no.
Lo avrai
camerata Kesserling
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi
non con i sassi affumicati dei borghi inermi
straziati dal tuo sterminio
non con la terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non con la neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non con la primavera di queste valli
che ti vide fuggire
ma soltanto con il silenzio dei torturati
più duro d'ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi che volontari si adunarono
per dignità non per odio
decisi a riscattare la vergogna e il terrore del mondo
su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi con lo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama ora e sempre
Resistenza.
—  Pietro Calamandrei
La fondazione Lumos premiata per il suo operato

La fondazione benefica di J.K. Rowling è stata insignita di un importante riconoscimento per il suo lavoro in Moldavia.

Un’altra idea di J.K. Rowling raccoglie i suoi frutti: la fondazione di beneficenza Lumos è infatti stata premiata con l’Award for International Aid and Developement per il suo lavoro in Moldavia.
I volontari di Lumos, infatti, stanno lavorando nello stato est-europeo per avviare un programma educativo inclusivo: l’obiettivo è quello di far sì che i bambini con disabilità abbiano uguale accesso ai “servizi universali”, come l’educazione. Lumos crede che questo sia un passo fondamentale per porre fine alla reclusione dei bambini negli istituti.
Di sicuro, però, il raggiungimento del loro obiettivo sarà il più grande dei riconoscimenti!

Fonte: TheLeakyCauldron.org

La fondazione Lumos premiata per il suo operato di Lumos.it

Introduzione

Caritas è prendersi cura di chi è nel bisogno. E il bisogno non è solo materiale, non è solo mancanza di denaro e lavoro, ma anche necessità di essere ascoltati.

Ma perchè proprio io devo farlo?

Caritas nasce nel 1971 dal volere di Papa Paolo VI per garantire quei diritti fondamentali dell’uomo e della giustizia che vanno oltre alla mancanza di denaro e risorse, e ad un isolamento diffuso che porta i soggetti bisognosi a non essere più aiutati da amici, parenti e conoscenti, rimanendo soli nell’affrontare le proprie difficoltà.

Caritas quindi non è il gruppo di volontari, ma tutta la comunità, e non deve avere il solo scopo di portare aiuto, ma di sensibilizzare al problema.