visive

La vera storia delle emoji

C'era una volta una misteriosa scuola di recitazione, situata a London Bridge, della quale facevano parte, su per giù, una ventina di ragazzi che condividevano il sogno di entrare nel mondo del cinema. Tuttavia questi ragazzetti ambiziosi condividevano un'altra passione, oltre all'arte recitativa: la passione per l'alcol. Ogni sera, terminate le lezioni, i giovani si riunivano nei pub più accreditati della città per consumare litri e litri di alcol. I ragazzi amavano dimenticarsi dei personaggi che interpretavano durante quelle faticose lezioni, erano convinti che l'atto di bere ridesse loro l'identità autentica che smarrivano a contatto con i copioni. C'è da dire che, nonostante la sistematica trasgressione serale, ognuno di essi possedeva un gran talento connaturato: l'espressività. Si diceva, infatti, che in quella impenetrabile scuola di London Bridge ci fossero individui enormemente dotati di una espressività rara, introvabile altrove, come se un particolare campo morfogenetico avesse perfezionato la struttura delle espressioni facciali entro i loro corpi. Girava voce che sarebbero diventati i nuovi volti del cinema anglo-americano, ma pare che alla fine non andò esattamente così. Non andò così perché divennero delle vere e proprie rivelazioni mondiali, e tutto questo, paradossalmente, grazie all'avvento di una malattia. Ben presto, infatti, il gruppetto di alcolisti talentuosi dovette fare i conti con una malattia causata dall'innalzamento dei livelli di bilirubina nel sangue: l'ittero. Ebbene, quella malattia fu il prezzo delle loro serate alcoliche. L'ittero li devastò, dentro e fuori. Le condizioni si aggravavano, e i poveracci non riuscivano più a recitare come una volta, tant'è che, dopo il periodo di ingravescenza, i loro volti, oltre a colorarsi di giallo, divennero statici, conservando, però, una espressione insolita, l'espressione che avevano utilizzato maggiormente nella loro carriera recitativa. Quando il loro vecchio maestro di recitazione andò a trovarli, avvertì l'angoscia del talento sprecato. Così, decise di fotografare i loro volti, gialli ed espressivi, seppure statici, ed attaccò quelle foto alle pareti della scuola, in ricordo del loro talento. Nei primi anni del 2000, quando ormai i soggetti itterici erano tutti morti, un regista inglese fece visita alla scuola abbandonata di London Bridge, e vi trovò, appese al muro, quelle foto. Immediatamente, si convinse che le espressioni facciali stampate su carta che aveva appena visto erano tanto particolari da non poter rimanere delle improduttive foto. Il suo obiettivo era quello di universalizzarle, archetipizzarle. Così, dopo un decennio, nacquero le emoji.

anonymous asked:

e poi un pochino di patriottismo: andare all'estero per studiare arte è come andare negli USA per imparare a fare la pizza. <3

in realtà non è proprio così NEH!
O meglio: è naturale che il patrimonio artistico italiano abbia un’importanza non indifferente nel panorama culturale mondiale, ma sarebbe troppo autoreferenziale attribuirci il monopolio delle arti visive. Si potrebbe dire altrettanto, per dire, di Parigi - snodo culturale a cui Roma e compagnia passarono il testimone intorno all’Ottocento. O di New York se proprio vogliamo guardare lontano (senza imparare a fare la pizza). Senza contare l’arte fiamminga, le declinazioni inglesi dell’arte, l’importanza di Berlino e di tutta una scuola di critici tedeschi, l’istituto Warburg a Londra,.. tantissime città offrono tasselli fondamentali per la lettura dell’arte; dipende a che periodo si sta guardando, e in che modo lo si sta facendo.

Personalmente le scuole italiane di critica mi hanno molto affascinato, quella romana e quella bolognese mi hanno sempre attratto. Bologna mi ha dato una pedata e non mi ha voluta, e io sono rimasta a dare manforte a Roma, a scoprirla e ad approfondirla ulteriormente (Venturi mio non ti lascerò mai tvb). Per ora. Ci sono tantissime opportunità all’estero davvero interessanti, ma i pilastri della mia formazione voglio che siano questi - senza naturalmente giudicare chi fa una scelta diversa dalla mia, anzi, superammirazione!

anonymous asked:

Perchè è pericoloso?

Perché potrei sparire, andrei molto molto lontano. Ho un’ inespugnabile attrazione verso le stazioni, i treni. Mi immagino quanti sogni ci viaggino, a quale velocità, quanti paesaggi mi passeranno davanti, quante storie, le più interessanti. E poi penso alla vita. Quale metafora migliore di un treno. Tutte le mie sfaccettature vengono soddisfatte in quel crocevia di emozioni, di sensazioni, di cose che potrebbero essere e non sono (“non amo che le rose che non colsi, non amo che le cose che potevano essere e non sono state”), ma sapere che potrebbero in fondo esser tali un giorno pur nella piena illusione mi lascia con il fiato sospeso a inebriarmi del profumo delle cose, delle persone, della primavera che mi alimentano e a cui associo immagini visive che un giorno mi faranno venire i brividi. Adoro viaggiare. E sognare. Soprattutto sognare. E un treno mi suggerisce una grandissima quantità di sogni. Mi affeziono alle persone che non conosco e che vi passano un attimo della loro vita, e in quell’ attimo straordinario so di poter forgiare la mia personalità secondo quella che loro desiderano che sia, che ne è la forma più mera, lontano da ogni pregiudizio di sorta.

Insomma, io fuggirei sempre, prenderei un treno dopo l'altro, in quell'ambiente fantastico, per fuggire da tutto e rifugiarmi in me stessa, a caccia di sempre nuove esperienze.

Il tempo condizionale che ho utilizzato è determinato dal fatto che probabilmente non lo farei per ora. Viltà.

Trollando e ritrollando

I troll sono creaturine buffe e colorate.
Pensano solo a tre cose.
Cantare, ballare e abbracciarsi.
In una parola, sono felici.
Ma questa loro felicità li rende appetibili per i Bergen, grossi e orribili orchi che diventano felici soltanto divorando i troll nel corso di un'apposita festa denominata trollstizio.
Le creaturine vivono su un albero all'interno della capitale dei Bergen.
Con uno stratagemma riescono a fuggire e si stabiliscono nella foresta.
Dopo vent'anni, Poppy, figlia di Re Peppy, decide di dare una mega festa rumorosa e scintillante.
Al punto che un Bergen li trova e ne cattura un po’ per portarli agli altri in maniera che possano sgranocchiarli.
Urge liberare i prigionieri.
Poppy riesce a ottenere l'aiuto di Branch, il troll meno gioioso e festaiolo che esista.
I due, pur così diversi, uniscono le forze e partono per una missione che sembra senza alcuna speranza.
Almeno per lui.
Trolls è una pellicola divertente, ricca di colori, invenzioni visive e musica.
La storia è semplice, immediata.
E contiene diverse strizzatine d'occhio - cinematografiche e musicali - che passano quasi inosservate perché rese parte integrante della storia.
Segnalerei su tutti l'omaggio iniziale al film Shining di Kubrick.
Per come la vedo io, questa pellicola ha solo due difetti.
Il primo è che un film musicale, genere che non appaga i miei gusti estetici.
La seconda è che quasi tutte le canzoni sono state tradotte in italiano (abbiamo questo viziaccio porco di non lasciarle nella versione originale).
Ma io ci sono passato sopra.
Quindi potete farlo anche voi.