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Video realizzato dalla mia scuola contro la violenza sulle donne! 
*ci sono anch'io :D*

In Italia, in media ogni due o tre giorni un uomo uccide una donna, una compagna, una figlia, un’amante, una sorella, una ex.

Magari in famiglia, perché non è che la famiglia sia sempre, per forza, quel luogo magico in cui tutto è amore.

La uccide perché la considera una sua proprietà, perché non concepisce che una donna appartenga a se stessa, e sia libera di vivere come vuole lei e persino di innamorarsi di un altro.

E noi che siamo ingenue, spesso, scambiamo tutto per amore.

Ma l’amore, con la violenza e le botte non c’entrano un tubo.

L’amore, con gli schiaffi e i pugni c’entra come la libertà con la prigione.

Noi, a Torino, che risentiamo della nobiltà reale diciamo che è come passare dal risotto alla merda.

Un uomo che ci mena non ci ama, mettiamocelo in testa, salviamolo nell’hard disk.

Vogliamo credere che ci ami, bene, allora ci ama male.

Non è questo l’amore.

Un uomo che ci picchia è uno stronzo, sempre, e dobbiamo capirlo subito, al primo schiaffo, perché tanto arriverà anche un secondo, e un terzo, e un quarto.

L’amore rende felici e riempie il cuore, non rompe le costole, non lascia lividi sulla faccia.

Pensiamo mica di avere sette vite come i gatti. No, ne abbiamo una sola.

Non buttiamola via.

—  Luciana Littizzetto | Sanremo 2013
“Se nascerai uomo, ad esempio, non dovrai temere d’essere violentato nel buio di una strada. Non dovrai servirti di un bel viso per essere accettato al primo sguardo, di un bel corpo per nascondere la tua intelligenza. Non subirai giudizi malvagi quando dormirai con chi ti piace, non ti sentirai dire che il peccato nacque il giorno in cui cogliesti una mela.”

 25 Novembre: GIORNATA MONDIALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE.

Gli uomini fanno fatica a dire ti amo. Lo dicono solo in caso di estrema necessità, tipo quando proprio non ne possono fare a meno, sennò dicono dei surrogati. Dei derivati del ti amo. Che fanno danni come i derivati delle banche. Dite delle cose tipo: “Sei molto importante per me”. E cosa vuol dire molto importante? Anche non pestare una cacca di cane prima di portare le scarpe al calzolaio è molto importante, ma non è mica la stessa cosa che dire ti amo. Dite cose tipo: “Mi fai stare bene”. Ma mi fai stare bene lascialo dire a Biagio Antonacci…Dillo al tuo medico Shiatzu quando ti schiaccia i piedi per metterti a posto la cervicale. Oppure sprecate quelle parole tipo tesoro, meraviglia, splendore…Ma splendore cosa? Guardami. Splendo? Non sono mica una plafoniera! Ma dite ti amo, pezzi di cretini! Se la prima volta vi vergognate mettete la testa nel sacchetto del pane! Dite “ti amo” mentre vi lavate i denti! Sglrlb? Va bene anche quello! Poi al limite cambiate idea. Dire una volta ti amo non crea né impotenza né assuefazione.

Poi il bello è che non capite nulla anche quando siamo noi a dirvi parole d’amore… Se vi diciamo cose romantiche tipo: “Amore, guarda che luna"…voi rispondete: "Minchia l’una? Pensavo fossero le undici. Andiamo che mi è scaduto il parcheggio"…

Ma noi vi amiamo lo stesso. Cosi come siete….Vi amiamo anche quando vi vantate di aver scritto il vostro nome facendo pipì sulla neve, amiamo i vostri piedi anche se sono armi di distruzione di massa, vi amiamo anche se di notte russate che ci sembra di dormire ai piedi dello Stromboli, vi amiamo anche se per trovarvi per casa basta seguire le tracce come per gli animali servatici, giacca, camicia, canotta, tutto lasciato per terra finchè sul divano non trovi un tizio con la felpa della Sampdoria che gioca alla Playstation, vi amiamo quando per fare un caffè ne spargete un quarto sul tappetino e due quarti sul gas. E poi dite che viene leggero.
Vi amiamo quando avvitate la caffettiera fino allo spasimo che per aprirla dobbiamo chiamare i pompieri, e poi non chiudete i barattoli, appoggiate solo il coperchio sopra cosi appena lo prendi sbadabam cade tutto, vi amiamo quando sparecchiate la tavola con la tecnica del discobolo, mettendo in frigo la pentola della minestra che poggia su due mandarini.
Vi amiamo quando a Natale scavate il panettone con le dita, quando per farvi un caffè sporcate la cucina che neanche 10 Benedette Parodi… E pure quando per farvi la doccia allagate il bagno e lasciate la malloppa di peli nello scarico, che sembra di stare insieme a un setter irlandese! Vi amiamo quando diciamo "voglio un figlio da te” e voi rispondete “…Magari un cane?” e noi vorremmo abbandonare VOI in autostrada, non il cane.
Vi amiamo quando andate a lavare la macchina e ci chiudete dentro coi finestrini aperti, vi amiamo quando fate quelle battute tipo “prima di fidanzarti guarda la madre, perché la figlia diventerà così”. Voi no. Voi spesso siete pirla fin da subito.
Vi amiamo quando mettete nella lavastoviglie i coltelli di punta, che quando noi la svuotiamo ci scarnifichiamo, e quando invece di sostituire il rotolo finito della carta igienica usate il tubetto di cartone grigio come cannocchiale.
È per amore vostro che facciamo finta di addormentarci abbracciati, anche se dormire sul vostro omero ci dà un po’ la sensazione di appoggiare la mandibola su un ramo secco di castagno, e vi amiamo anche se considerate come dogma assoluto che l’arrosto della mamma è più buono di quello che facciamo noi. Il creatore non ha detto: “E la suocera fece l’arrosto fatelo sempre cosi in memoria di me”.
Insomma, noi vi amiamo anche quando date il peggio, vi amiamo nella buona ma soprattutto nella schifosa sorte. Vi amiamo perché amiamo l’amore che è un apostrofo rosa tra le parole: E’ irrecuperabile …ma quasi quasi me lo tengo.

Perchè San valentino è la festa dell’amore, declinato in tutte le sue forme. L’amore delle persone che si amano. Anche delle donne che amano le donne e degli uomini che amano gli uomini. Ma che ci interessa quello che fanno a letto, l'importante è che le persone si vogliano bene, solo questo conta!
Pensa che bello sarebbe vivere in un paese dove tutti i diritti fossero riconosciuti. Ma non solo i diritti dei soldi. Quelli dell’anima. Quelli che mi dicono che posso vegliare la persona che ho amato per anni in un letto d’ospedale senza nessuno che mi cacci via perchè non siamo parenti.
E poi vorremmo un San Valentino dove nessun uomo per farci i complimenti dicesse che siamo donne con le palle. Dirci che siamo donne con le palle non è un complimento. Non le vogliamo. Abbiamo già le tette. Tra l’altro sono due e sferiche anche quelle. Vogliamo solo rispetto. In Italia in media ogni due o tre giorni un uomo uccide una donna, compagna, figlia, amante, sorella, ex.
Magari in famiglia. Perché non è che la famiglia sia sempre, per forza, quel luogo magico in cui tutto è amore.
La uccide perché la considera una sua proprietà. Perché non concepisce che una donna appartenga a se stessa, sia libera di vivere come vuole lei e persino di innamorarsi di un altro.. E noi che siamo ingenue spesso scambiamo tutto per amore, ma l’amore con la violenza e le botte non c’entrano un tubo. L’amore, con gli schiaffi e i pugni c’entra come la libertà con la prigione. Noi a Torino, che risentiamo della nobiltà reale, diciamo che è come passare dal risotto alla merda.
Un uomo che ci mena non ci ama. Mettiamocelo in testa. Salviamolo nell’hard disk. Vogliamo credere che ci ami? Bene. Allora ci ama MALE. Non è questo l’amore. Un uomo che ci picchia è uno stronzo. Sempre. E dobbiamo capirlo subito. Al primo schiaffo. Perché tanto arriverà anche il secondo, e poi un terzo e un quarto. L’amore rende felici e riempie il cuore, non rompe costole e non lascia lividi sulla faccia…Pensiamo mica di avere sette vite come i gatti.? No. Ne abbiamo una sola. Non buttiamola via.

—  Luciana Littizzetto.
Ritrovo quella scena ovunque, costantemente. Ogni volto mi sembra il suo. Non sono ancora libera, salva: non riesco a dimenticare.
L'aria è fredda anche questa mattina. Le scarpe che ho da poco comperato sono scomode e lacerano lentamente la mia pelle formando fastidiose vesciche.
Sono passati già tanti mesi, a volte mi colpevolizzo per il fatto di non riuscire a superarlo. Mi è ancora diffficile stare in mezzo la gente, da quel momento non ho osato più fidarmi di qualcuno. Spesso mi chiedo come sia possibile uscirne se ogni dettaglio riconduce la mia mente a quell'orribile ricordo.
Gli occhi di quest'uomo, per esempio, che sono chiari come i suoi. È biondo, questo signore che sbadatamente mi passa affianco indaffarato. Lui non era biondo, ma aveva il suo sguardo.
Mi si stringe lo stomaco nel momento in cui mi affianca, succede spesso ormai. Penso, a quanto sia probabile, che quell'uomo, biondo, con lo stesso colore dei suoi occhi, si sia mai avvicinato a una ragazzina con un intento perverso. Immagino la scena, probabile frutto della mia fantasia. Forse la conosceva, sarebbe stato avvantaggiato: le avrebbe offerto un passaggio e lei avrebbe accettato. Oppure no, in strada, poteva averla vista come io adesso ho visto lui, per caso, e invece di una giusta indifferenza sarebbe prevalso un istinto maligno che avrebbe deciso di seguire, iniziando l'orrore.
Mi viene da piangere, è come un filmato. Mi vedo. Vedo lui; le sue mani e quegli occhi, la sua voce: le sue parole riprendono per poco a rimbombare nella mia mente come le campane di una messa funebre.
Non è più quel passante che sto guardando, ma la materializzazione di quel terrificante ricordo. I miei occhi sono fissi su di lui ma vedono altro: il passato. Stringo la mia mano in un pugno, la serro così forte da sentire le mie unghie lacerarne il palmo: perché? Perché è successo a me? Perché ho permesso che accadesse?
Mi scende una lacrima, ho un forte senso di nausea.
Sto ancora fissando l’uomo dai capelli biondi e dagli occhi chiari: adesso cammina rapidamente davanti a me. Io rallento il passo. Quando è ben lontano riprendo mia andatura iniziale.
Mi hanno detto che questi pensieri non sono positivi per la mia guarigione, e lo riconosco, ma la maggior parte delle volte non riesco a controllare la mia mente.
È una sensazione agghiacciante, quella che mi ricopre ogni volta che rivivo quel momento. No, non potrò mai scordarlo.
Grazie al centro che frequento, però, so che non sono sola, che ci sono altre come me, altre vittime, donne, indifese, troppo ingenue, senza colpa.
Sto andando lì, per parlare. Fa bene parlare. Mi hanno insegnato che è fondamentale per l'accettazione.
Io conosco, però, donne che non parlano affatto, che mai hanno raccontato la propria storia. Eppure lo so, lo vedo, lo percepisco. È evidente, nei gesti più discreti, quelli quotidiani, perché un'esperienza del genere, inevitabilmente, ti cambia.
Poi ancora, mi torna quella sensazione, e cerco aiuto guardando altrove, cerco disperatamente qualcosa a cui aggrapparmi per evadere da quel senso di turbamento, da quelle memorie atroci. Il sole inizia a riscaldare l'aria, noto. I bar sono tutti aperti ma non c'è coda alla cassa.
Sono a un semaforo, davanti alle strisce pedonali: aspetto il verde. L'uomo che prima mi ha superata è già sul lato opposto della strada. Davanti a me, dall'altra parte di questa, c'è una ragazza mulatta, dai lineamenti tipicamente asiatici, bella: ha gli occhi grandi e le labbra sottili, gli zigomi marcati dal trucco. L'acconciatura fa scivolare una ciocca di capelli mori sulla sua spalla. Tiene dei libri tra le braccia, è una studentessa.
Ricordo, involontariamente, di aver letto un articolo sul vitriolage. Penso alle donne di quel che ipotizzo sia il suo paese d'origine. Io la guardo, lei sembra non notarmi.
È una forma d'aggressione che avviene soprattutto nei Paesi arabi, africani ed asiatici, ho letto. Serve per assoggettare a sé la propria donna, oppure per punirla a causa della sua intelligenza o emancipazione.
È vestita in modo semplice, tendente all'eleganza.
Scatta il verde, ci muoviamo, l'una verso l'altra. Per un momento ricambia il mio sguardo: ha gli occhi scuri, intensi, capaci di far innamorare. Se abitasse in uno di quei paesi, penso, potrebbe imbattersi in un ragazzo poco più grande, potrebbe farlo innamorare appunto, e poi rifiutarlo. E lui, invaghito del suo sguardo, potrebbe decidere, magari, di negarle l'amore d’altri come lei gli aveva negato il proprio. Così, le avrebbe gettato dell'acido, per sfigurarle il viso, deturpando ed eliminando la sua identità personale: violando uno dei diritti fondamentali dell’uomo, il diritto all’identità.
Non riesco più a guardarla, abbasso lo sguardo. A volte mi sento in colpa per il solo fatto di pensare eventi così tragici e violenti permettendo alla mia immaginazione d’ispirarsi a un soggetto esistente, che ho visto in strada. Spesso desidero scusarmi per aver imposto tale sofferenza, seppur ideale ed ipotetica, ad un volto conosciuto.
Continuo a camminare. Le auto scorrono lente vicino al marciapiede, c'è traffico la mattina. Di tanto in tanto sento suonare un clacson, seguito da un’imprecazione. Odio sentire l’isteria che s’alimenta pian piano: assume una tonalità ingombrante e m’impedisce di respirare regolarmente. Io mi distraggo ancora, per non essere catturata da quell’angoscia ch’è solita imprigionarmi. Guardo a terra, conto un mozzicone di sigaretta ogni due passi. Ricordo: lui puzzava di fumo. Il lato del marciapiede è sporco, questo quartiere è sporco. Lui era sporco.
Basta, non ci penso.
Noto tre persone avanzare nella mia direzione, sembrano amici: due donne ed un uomo.
Mi fanno male i piedi, vorrei togliermi queste scarpe e camminare scalza. Modero il passo.
I tre sono già più vicini, posso attentamente osservare le loro espressioni. Una in particolare si mostra passivamente al mio sguardo: la donna al lato più estremo, silenziosa, schiva, un po’ dimessa. Riaffiora un ricordo ben più lontano di quello che mi tormenta quotidianamente; si tratta d’un volto dalle caratteristiche simili a quello che scrutavo, un volto di una foto scattata dieci anni prima a mia madre e una sua amica. Quest’ultima si era confidata con lei riguardo alle violenze che subiva costantemente dal marito. In quei mesi accadde, che finalmente, dopo anni di maltrattamenti e brutalità, uscì dalla sua stessa casa, abbandonando quell’uomo che psicologicamente e fisicamente l’aveva distrutta. Mia madre mi raccontò che la cosa più ardua fu convincerla del fatto che non avesse alcuna colpa per tutto ciò che suo marito le infliggeva: che non era lei a istigarlo come lui le ripeteva, che nessun ritardo, che nessuna tavola ancora non apparecchiata, che nessun saluto meno caloroso del solito avrebbe potuto giustificare quei lividi, quelle parole.
Lo sguardo della donna che cammina verso di me, è lo stesso di quella nella foto, quella ancora incastrata, soffocata dalla ragnatela di quel mostro. Chissà se avrà il coraggio di denunciarlo, chissà se avrà una persona come mia madre affianco, a supportarla: qualcuno che la guardi, la osservi, che non le cammini affianco indifferente come fanno i due che stanno passeggiando con lei.
Mi passano al lato e scompaiono alle mie spalle. Lei non sapeva che la stessi osservando, non ha alzato la testa per verificare l’obbiettivo del mio sguardo; però io ho potuto vedere i suoi occhi e la tristezza che custodivano, perché io, quell’amara, struggente tristezza, la conosco bene.
Mi mordo forte il labbro. Non ci penso, basta. Ce la posso fare, devo solo recintare la mia mente e far in modo da tenere quelle immagini all’estrerno, non le devo guardare: sono cieca a quei ricordi. Mi scende una lacrima, cieca a quei ricordi. Devo pensare al presente.
Guardo l’orologio, sono in anticipo di sette minuti.
Mancano pochi metri alla mia destinazione. Davanti alla porta dell’edificio vedo una donna fumare una sigaretta. La riconosco, l’ho conosciuta all’ultima seduta a cui ho partecipato; la saluto ed entro.
—  25 novembre 2015 | Elisa Rossi | uncasinoinnamorato
Dirci che siamo donne con le palle non è un complimento. Non le vogliamo. Abbiamo già le tette. Tra l’altro sono due e sferiche anche quelle. Vogliamo solo rispetto. In Italia in media ogni due o tre giorni un uomo uccide una donna, compagna, figlia, amante, sorella, ex.
Magari in famiglia. Perché non è che la famiglia sia sempre, per forza, quel luogo magico in cui tutto è amore.
La uccide perché la considera una sua proprietà. Perché non concepisce che una donna appartenga a se stessa, sia libera di vivere come vuole lei e persino di innamorarsi di un altro.. E noi che siamo ingenue spesso scambiamo tutto per amore, ma l’amore con la violenza e le botte non c’entrano un tubo. L’amore, con gli schiaffi e i pugni c’entra come la libertà con la prigione. Noi a Torino, che risentiamo della nobiltà reale, diciamo che è come passare dal risotto alla merda.
Un uomo che ci mena non ci ama. Mettiamocelo in testa. Salviamolo nell’ hard disk. Vogliamo credere che ci ami? Bene. Allora ci ama MALE. Non è questo l’amore. Un uomo che ci picchia è uno stronzo. Sempre. E dobbiamo capirlo subito. Al primo schiaffo. Perché tanto arriverà anche il secondo, e poi un terzo e un quarto. L’amore rende felici e riempie il cuore, non rompe costole e non lascia lividi sulla faccia…Pensiamo mica di avere sette vite come i gatti? No. Ne abbiamo una sola. Non buttiamola via.
—  Lucianina Littizzetto