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Lo squillo

So che siete nel mood da Cinquanta Sfumature di Nero, ma no: non voglio parlare della versione maschile delle “ragazze squillo”. Ciò che intendo fare in queste poche righe è riportare alla memoria una pratica tipica degli anni 90. Correvano i tempi del bluetooth, delle emoticon battute a tastiera, delle batterie infinite, delle abbreviazioni tattiche (tt, xké, tvb) per restare nei 160 caratteri e del credito telefonico perennemente a secco. Summer e Christmas card vennero introdotte a cavallo del nuovo secolo e ciò significa che prima del loro avvento messaggi e telefonate si pagavano fior di quattrini, senza dimenticare il costo di ricarica. Pagare un sovrapprezzo per ricaricare: assurdo, no? Fu così che nacque lo squillo. Se volevo farti sapere che eri nei miei pensieri, che mi mancavi, che ti volevo bene, ti facevo uno squillo aspettando con ansia di riceverlo indietro e via così, tutto il giorno, tutti i giorni. La fantasia aveva tabula rasa: rapporto e momento della giornata davano significato alla cosa. C’ero lo squillo del buongiorno, della buonanotte, per i genitori che stava per “sono appena partito”, per l’amico che significava “sono sotto casa”, per la ragazza che voleva dire “ti amo”. Non contraccambiare uno squillo era al tempo come ignorare un messaggio su Whatsapp, sempre però con la speranza che prima o poi una chiamata persa te la saresti trovata, spunte blu a parte. Ciò fa ben capire quanto importante possa essere la silenziosa, o squillante (è il caso di dirlo), presenza di qualcuno aldilà di tante moine e fiumi di parole. Non voglio fare il bigotto nostalgico, tantoché nemmeno lo vissi sulla pelle in adolescenza, ma la cosa non affascina anche voi? Mi prenderanno per pazzo, ma credo che oggi farò qualche squillo!