videros

Non ci conosciamo più, ma so che posso essere migliore” le scrissi per messaggio.
“Cosa vorresti dirmi con questo?” rispose lei.
“Se passo davanti a casa tua fra dieci minuti, scendi un minuto solo. È urgente e poi ti spiego” risposi.
“Muoviti che devo uscire” controbatté.
L'avevo sognata quella notte; ero fuori dal cancello di casa sua e ricordo, mentre l'aspettavo, che il suo gatto mi fissava dalla finestra.
Ci fissammo, come in una gara all'ultimo sguardo, lui muoveva solo la coda mentre io non battevo nemmeno ciglio.
La porta d'entrata si aprì e il mio sguardo venne catturato prima dalle sue mani, senza smalto, poi dal suo pantalone della tuta e dalla sua felpa.
“Ciao..” mi disse avvicinandosi e riempiendo quel silenzio imbarazzante.
“Ehi..” controbattei io al suo saluto.
“Cosa volevi dirmi?” chiese.
“Ti stavo pensando e avevo la necessità di darti questa” portai in avanti la mano che nascondevo dalla mia schiena e mostrai la rosa rossa che avevo comprato per lei.
Guardai il suo sguardo e mi disse qualcosa con un sorriso, ma quel qualcosa venne coperto da un rumore fastidioso.
Chiesi di ripetere, ma il rumore fastidioso era sempre più intenso, capii poco dopo che era la sveglia che stava suonando.
Lei sparì d'un tratto, i miei occhi si aprirono e videro una stanza buia, illuminata solo dallo schermo del telefono.
Era un sogno e non sapevo cosa aveva detto, ma dovevo saperlo.
La mattina la passai a chiedermi cosa potesse significare tutto ciò, mi tormentai anche tutto il pomeriggio, finchè mi dissi: “Cos'ho da perdere? Facciamolo!”
Poco dopo quel banale pensiero, le scrissi: “Non ci conosciamo più, ma so che posso essere migliore”
Mi stavo riferendo a tutti gli errori fatti, da parte di entrambi, ma che ora, dopo quel sogno, mi avevano confermato di chi avevo bisogno nelle mie giornate.
L'ho sempre voluta, solo che ci siamo conosciuti in momenti sbagliati, con la differenza che io la voglio ancora per me.
Appena mi rispose di muovermi, accesi la macchina, andai dal fioraio del paese e comprai una rosa rossa.
Pagata, tornai in macchina e mi guardai allo specchio, ero davvero felice.
Stavo per scoprire cosa significasse il mio sogno.
Forse doveva succedere proprio così: dovevo sognarla, regalarle una rosa e poi svegliarmi, per poi tormentarmi tutto il giorno e infine esaudirlo.
Perchè dovevo scoprirlo per davvero e non tramite un stupido pensiero notturno.
Sapevo già cosa fare appena l'avrei vista fuori dalla porta d'entrata di casa sua: dirle che è bellissima, anche senza smalto, anche se in pigiama o in tuta.
Dirle che l'avevo sognata e che avevo bisogno di fare questo gesto per noi, porgendole nel mentre la rosa davanti.
Sorridevo come uno scemo mentre mi dirigevo verso casa sua.
Arrivai rispetto a quei miei dieci minuti promessi con un piccolissimo ritardo di sette minuti; in fioreria c'era coda.
“Sono qui fuori” le scrissi.
Ricevette il messaggio e prima che di rispondermi passarono altri tre minuti.
Probabilmente si stava vestendo seriamente e non come nel mio sogno, ma io continuavo a pensare, fissando il cellulare: “Non m'interessa proprio niente di come tu sia vestita, io ho voglia di te, esattamente come tu sei”
Mi rispose subito dopo quel mio pensiero.
“Scusami, ma sono appena andata via.. Dimmi tutto per messaggio.”
Rimasi lì. Fermo.
Mi sedetti sul marciapiede fuori da casa sua come uno sciocco con una rosa rossa in mano.
“Non ci siamo mai conosciuti” dissi a voce bassa, bagnando la rosa con una lacrima nascosta.
—  ricordounbacio

Non erano fidanzati, non avrebbero dovuto esserlo mai.

Si vedevano a momenti.

Cercavano il calore, la passione, non cercavano amore né un rapporto stabile, almeno uno di loro.

Lui era libero come il vento, come gli uccelli.

A volte cercava un altro calore, un altro letto e altre lenzuola, un profumo diverso dal suo.

Lei era diversa, le importava di sapere quanto sarebbe durata.

Passavano notti di passione, complicità, ma la mattina tornava l’incubo.

Lei si arrabbiava, ma con se stessa.

Passavano mesi e le cose tra loro non cambiavano mai, lui era di molte, lei solo di uno.

Lei adorava passare notti al suo fianco, lo guardava mentre dormiva, non si spiegava come potesse volerlo così tanto.

Sapeva peró, che anche lui la voleva, ma quello era un’amore troppo folle e lei non lo sopportava.

Pensava sarebbe stato meglio finire tutta quell’avventura.

Lui le disse arrivederci e le diede un bacio sulle labbra, come sempre, convinto che l’avrebbe vista di nuovo il giorno seguente.

Lei sapeva sarebbe stato un addio, quindi lo guardó fisso negli occhi e con le lacrime disse “ti amo”.

Lui chiuse la porta.

Passarono i giorni, lui la cercó, lei non rispose.

Dopo mesi, per caso, si videro.

Lei tremava, lui per la prima volta aveva un nodo in gola.

Sapeva di averla persa per sempre.

Lei ha trovato un altro uomo, un uomo che si prende cura del suo amore.

Lei peró sa che non amerà mai nessuno come ha amato lui, ma si accontenta, perchè questo le ci vuole, una storia tranquilla, un amore sano.

Lui dopo mesi continua il suo gioco ma in maniera diversa.

In tutte le donne cerca lei, la sua essenza, ma non la trova e si sente vuoto.

Avrebbe dovuto apprezzare di più l’amore che lei gli avrebbe sempre dato. Si maledisse.

Prese il cellulare e con le lacrime agli occhi le scrisse “mi manchi, voglio te al mio fianco”.

Lei non rispose.

—  web. 

L'eterna lotta del bene contro il male.

Per chi non ne conoscesse la storia, Giobbe era il più devoto del Signore. Il perché un Dio supremo e misericordioso debba avere il credente più devoto è un mistero nel mistero, ma sta di fatto che Giobbe lo era. Così un giorno il Diavolo andò da Dio e disse: “Facciamo una scommessa tra te e me per l’anima di un uomo.” E dall’alto videro Giobbe, un uomo devoto e religioso. E il Diavolo disse: “Io gli farò cambiare idea. Maledirà il tuo nome.” E Dio disse: “Provaci e perderai.” Così il Diavolo cominciò: gli tolse il lavoro e lo diede ad un extracomunitario, gli aumentò le tasse, gli fece perdere la causa del divorzio, gli spremette il dentifricio dal centro, gli tolse il wi-fi e gli vendette la squadra del cuore ai cinesi. Ma l’idea di Giobbe rimase del tutto inalterata.

Ecco, la storia di Giobbe è solo per esortarci a non perdere la fede nel Signore. In pratica, la merda nel modo non è opera del Signore, ma lo è in quanto ci rafforza la fede.

Nei Vangeli apocrifi, comunque, la storia di Giobbe ha una seconda parte. Dopo che Satana non riuscì a convertire Giobbe, a quel punto fu il turno di Dio nel provare a prendersi un’anima. E rivolgendosi al Diavolo disse: “Ora dammi tu un tuo fedele e io lo convertirò”. E Satana gli indicò Keith Richards. Così Dio cominciò: lo salvò dalle bombe di Hitler, gli evitò di morire fulminato durante un concerto, fermò la mano del tipo che voleva sparargli sul palco, gli evitò di morire bruciato per colpa di una sigaretta, lo riportò indietro da un coma di eroina, lo salvò dalla caduta di un albero ma niente, un cazzo, a Keith Richards non venne mai in mente di convertirsi al Signore. “E ora che si fa?” chiese a quel punto Satana. E Dio: “Si va avanti ad oltranza”.

E così da allora, scelgono un fedele per parte e provano a convertirlo. Senza successo.

Lui: hey, che ci fai tu qui? Perché volevi vedermi?
Lei: in realtà non lo so nemmeno io, mi mancavi solo.
Lui: ne abbiamo già parlato… é finita.
Lei: sisi lo so, non sono qui per convincerti a tornare da me.
Lui: allora per cosa?
Lei: te l'ho detto non lo so.
Lui: allora posso tornare a casa?
Lei: una volta dicevi che ero io casa tua.
Lui: una volta ho detto tante cose che ora non penso più.
Lei: come al per sempre, giusto?
Lui: giusto.
Lei: sono sicura che troverai qualcuna che sappia amarti e che non ti farà del male, qualcuno con la testa sulla spalle, non immatura come me.
Lui: non mi interessa, ormai sono tutti uguali.
Lei: un giorno troverai quella ragazza con quella particolarità che la renderà speciale per te.
Lui: pensavo di averla trovata, mi sbagliavo.
Lei: capita..
Lui: si infatti. Devo smetterla di amare cosi. Nessuno se lo merita.
Lei: già…
Lui: posso andare ora?
Lei: non ti va di restare ancora un pó con me?
Lui: che senso ha? Non stiamo nemmeno parlando.
Lei: preferisci il silenzio?
Lui: preferisco andarmene.
Lei: tranquillo tra un pó me ne andrò davvero e me ne andrò dalla tua vita.
Lui: umh…
Lei: ti chiedo solo una cosa. Non dimenticarti di nulla ti prego, ogni tanto pensa ai momenti passati insieme, all'unione dei nostri corpi, alle litigate, alle risate a tutto.
Lui: perché ?
Lei: perché ti mancheranno e poi capirai il motivo.
Lui: bha… Non ti seguo.
Lei: poi capirai…
Lui: va bene.
Lei: posso darti l'ultimo bacio? Voglio andarmene avendo l'ultimo ricordo di te, infatti sei l'ultimo che voglio salutare.
Lui: salutare? Parti?
Lei: dicono cosi. Non so dove si andrà e non potrò nemmeno dirti com'è, se bello o brutto, poi lo vedrai stesso tu.
Lui: non ti seguo..

Lei lo bació.

Lei: ora torna a casa e sii felice, smetti di pensare agli altri, devi vivere per te e ama quanto puoi. Promettimelo.
Lui: te lo prometto…
Lei: ti amo… e ti amerò per sempre e non piangere per me, non ne vale la pena, pensa solo che dove andrò ora starò meglio.
Lui: ma….
Lei: ciao amore mio. Ah ricorda non tagliarti i baffetti, stai benissimo cosi.
Lui: *ride* va benissimo.
Lei: ciao…
Lui: ciao…


Non si videro più. Lei se ne andò per sempre. Su quel terrazzo si sentiva se stessa, niente le faceva più paura, il vento la stava incoraggiando a buttarsi di sotto. Era felice, gli aveva detto la verità, era pronta.
Sapeva che non sarebbe mancata a nessuno anche se tutti avrebbero pianto al suo funerale. Non stava vivendo solo che nessuno se ne rese veramente conto.
Salì il gradino superando la ringhiera.
Era pronta.
Sorrise.
Lei pensò: “È sull'orlo del precipizio che l'equilibrio è massimo.”

Il giorno dopo tutti piansero in chiesa.

«E c'era il sole e avevi gli occhi belli
lui ti baciò le labbra ed i capelli,
c'era la luna e avevi gli occhi stanchi
lui pose le sue mani sui tuoi fianchi.
Furono baci e furono sorrisi
poi furono soltanto i fiordalisi
che videro con gli occhi delle stelle
fremere al vento e ai baci la tua pelle.
»
—  Fabrizio De André, da La canzone di Marinella

Lo avrai, camerata Kesselring, 1952

«Gli italiani dovrebbero ringraziarmi, dovrebbero farmi un momento» A.K. Kesselring

Albert Kesselring era il comandante delle forze di occupazione tedesche in Italia. Nel 1947 fu processato per crimini di guerra e fu condannato a morte. La condanna fu poi commutata nel carcere a vita. Nel 1952 fu liberato per via delle sue condizioni di salute. In realtà Kesselring visse altri otto anni libero nel suo Paese, dove divenne quasi oggetto di culto negli ambienti neonazisti della Baviera.

Tornato libero, Kesselring sostenne di non essere affatto pentito di ciò che aveva fatto durante i 18 mesi nei quali tenne il comando in Italia ed anzi dichiarò che gli italiani, per il bene che secondo lui aveva loro fatto, avrebbero dovuto erigergli un monumento.

Fu in risposta a queste affermazioni che Piero Calamandrei scrisse la celebre epigrafe, dedicata a Duccio Galimberti, “Lo avrai, camerata Kesselring…”, il cui testo venne posto sotto una lapide ad ignominia di Kesselring stesso, deposta dal comune di Cuneo.

«Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.

Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.

Ma soltanto col silenzio del torturati
più duro d’ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.

Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA»
P. Calamandrei

E finalmente lo sapeva e avrebbe dato qualunque cosa per tornare a quel momento, il momento in cui si videro per la prima volta, prima che tutto andasse storto, prima che lui non si facesse vivo quando lei ne aveva più bisogno, prima di capire che stare vicino a una persona quando è in difficoltà, è in realtà quello che determina una relazione.
Adesso lo sapeva, ed era così disperato per quello che aveva fatto.
Ma si rendeva anche conto, che in quel momento non aveva avuto paura perche temeva che lei non fosse quella giusta, era terrorizzato perché sapeva che lei era quella giusta.

[ ]

Si narra di una Ninfa molto bella
Con fiori per capelli e sembra un fiore
Rapita poi da un orco e messa in cella:
Pensava di segregarle l'amore

Una notte mentre l'orco dormiva
Un uomo alato coi capei d'alloro
Vide la Ninfa in gabbia che soffriva:
- Guardandosi negli occhi videro oro -

Allora bisbigliò a costui la Ninfa
Di darle un bacio. Lui la precedette
“I fiori si scambiarono la linfa”
E in testa le fiorì un frutto verde

La Ninfa disse: “Dal tuo bacio ho fatto
Un frutto, e chi lo mangia si addormenta
Per sempre. Lo regalerò al coatto
Che m'ha ingabbiata e che mi tormenta”

Si dissero “Ci vediamo domani”
E mai un arrivederci fu migliore
E vissero felici e senza piani
Nutrendosi dei frutti dell'amore.


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merde leghiste

Noi italiani abbiamo la memoria corta, forse troppo. L'abbiamo così corta, da non ricordare che il fenomeno dell'immigrazione, non è nato con i siriani l'altro ieri ma con gli albanesi negli anni ‘90. Quando gruppi incontrollabili di persone scappavano dalle loro terre, martoriate da una guerra, che di conflitto aveva ben poco. Un conflitto che nascondeva esecuzioni di massa, fosse comuni, stupri e mutilazioni. Nemmeno tanto lontano da noi, a qualche ora di navigazione, dall'altra parte dell'Adriatico. In italia invece, mentre noi attuali over 30 ci segavamo guardando le letterine di Gerry Scotti, un manipolo di personcine dai denti aguzzi, con le manine avide e sudaticce, si leccava i baffi attendendo che i giovani profughi, finissero nell'allora terra promessa. La pianura padana. Parecchi proprietari terrieri veneti, videro nel dramma, una fonte di reddito, e accolsero ben volentieri l'orda comunista, da piazzare un po’ qui e un po’ la, tra campi di barbabietole, vigneti, allevamenti e tutta una serie di attività lavorative, mal pagate e ai limiti del decente e del consentito. Quello che non venne calcolato però, è il fattore riproduzione, e a quanto pare, anche nei paesi dell'est si tromba e si sfornano figli. Nel giro di non molti anni, il giocattolino che servì a rendere ricco il veneto, iniziò a sfuggire di mano, e tra la popolazione iniziò a nascere il malcontento. La lega, stava muovendo i primi passi. Tra lo sconforto generale, e la decadenza di uno sviluppo industriale, nato bene, ma finito malissimo ( non per colpa dei profughi, sia chiaro ) i leghistelli in salsa “ i wanna be” intortavano discorsi fascistelli nelle piazze. Discorsi che prendevano alla pancia, che tecnicamente uno dice: “però a ben vedere…” e invece a ben vedere un gran cazzo. Da qui in poi, la storia di come queste merde siano salite sulla cima del monte per poter dire la loro, la conosciamo un po’ tutti. Questi figli di troia però, bazzicano tra di noi, e continuano a fomentare venti di odio e razzismo. Uno di questi, l'ho beccato l'altro ieri nel centro di Sarzana, mentre ad uno spaesato ed interdetto ragazzo, (suppongo fosse Nigeriano) ripeteva frasi tipo: “cosa ci fai tu qui?” fino ad arrivare alla sempreverde: “tornatene a casa tua”. Solo l'intervento della mia ragazza, tenendomi in disparte e tirandomi per un braccio, ha evitato che al sacco di merda con la polo verde mela, gli sfilassi dal cranio la faccia come fosse una maschera di carnevale. Tremavo dal nervoso ed ero intenzionato male. Comunque non è andata come volevo. Mentre la mia donna mi abbracciava tranquillizzandomi, il leghistello s'era già defilato con la sua prole del cazzo e della merda. Raggiunsi, a sangue freddo il ragazzo, gli diedi qualcosa, e abbracciandolo gli dissi che non siamo tutti così. Gli chiesi scusa da parte mia e incrociando il suo sguardo, vidi lo sconforto, ma poi mi sorrise. Con ciò cosa voglio dire. La violenza è sbagliata, sempre. Ma difendere chi non può è un nostro dovere morale. Verso chi non ha la nostra stessa possibilità di grattarsi i coglioni la sera sul divano, e mettere su pancia strafogandosi ogni giorno. E anche per dare un chiaro segnale a chi la pensa diversamente, che non è dalla parte della ragione, sperando che un barlume d'intelligenza, possa attraversare lo strato di limo che avvolge il cervello di questi spastici della fava.

Io non ho detto loro di te
ma essi videro che ti lavavi nelle mie pupille

Io non ho parlato loro di te
ma essi ti hanno letto nel mio inchiostro e nei miei fogli

L’amore ha un profumo
non possono non profumare i campi di pesco.

— 

Nizar Qabbani

Adesso vi racconto come si resta da soli.

In prima media due ragazze avevano in comune l’ora di educazione fisica. Giocavano una contro l’altra a pallavolo, ognuna per la propria classe.
Iniziarono a passare insieme anche i venti minuti di ricreazione.
Erano diventate amiche e nemmeno lo sapevano.
Successe la stessa cosa per i due anni successi; il caso volle che le due ragazze facessero educazione fisica insieme.
Avevano smesso di giocare. Andavano a prendere la merenda insieme. Ridevano, mangiavano e scherzavano. Capitava spesso che si raccontassero dei segreti.
Si incontrarono anche l’ultimo giorno di scuola, per vedere i risultati, convinte di non vedersi più se non di rado.
Ma passata l’estate si incontrarono inaspettatamente alla fermata del bus.
Avevano appena scoperto di iniziare a frequentare lo stesso istituto superiore, con indirizzo diverso.
Quello fu l’inizio della loro frequentazione.
Più tempo passavano insieme più sembrava scorrere veloce.
Ormai si raccontavano tutto.
Crescevano insieme. Mangiavano insieme. Dormivano insieme. Passavano le feste insieme.
Si erano scelte come sorelle.
Si sostennero a vicenda il giorno degli esami per la qualifica.
Gioirono insieme quando videro i risultati positivi.
Passarono altri due anni e loro erano sempre più complici una dell’altra.
Arrivò la maturità; classi diverse stesso corridoio. Anche il giorno degli esami orali era uguale. Prima una e subito dopo l’altra.
Gioirono insieme il giorno dei risultati.
Passarono insieme l’estate più bella che si potesse mai avere.
Ma le cose non sempre restano così come sono.
Nemmeno le persone.
Una cambiò radicalmente. Iniziò a truccarsi di più. A farsi notare di più. A fare la gatta morta. Ad essere egoista e menefreghista. A vantarsi di cose stupide. A fare la stupida.
L’altra restò per come natura l’aveva fatta. Trucco leggero. Semplice. Riservata. Sensibile.
Così dieci anni di grande amicizia finiscono dritti nel cesso, senza un motivo vero e proprio.
Adesso una è lontana da qua col suo menefreghismo col primo che è capitato.
L’altra sta scrivendo come una stupida ricordando i bei vecchi tempi mentre messaggia col proprio ragazzo.

—  C’est la vie. De merde.

La fidanzata di mio fratello che viene da me nel letto e mi abbraccia piangendo con la frase “ mi ha chiesto di sposarlo ”.
Sapendo che lei quando si mise con lui aveva 15 anni, lui 17 e per due anni e molti mesi non si videro mai, erano a distanza di tipo 400 km.
Stanno insieme da quasi 9 bellissimi anni e si sposeranno.
Vi dico solo di credere in qualcosa, a voi che magari avete qualcosa a distanza, se pur poca o esagerata, credeteci e non arrendetevi mai mai, ora condividete la felicità con me

La distanza di un amore.

Mi ricordo esattamente quel giorno, la sedicesima volta che ci vedevamo. Io uscita di corsa da scuola per venire in stazione per vederti. Avevo il cuore a mille, mentre le ginocchia erano tremanti, non potevo crederci che mancavano pochi secondi per riavere il tuo abbraccio e il tuo bacio. Non puoi immaginare quanto mi mancavi, quelle due settimane senza di te erano state eterne. Non vedevo l’ora di perdermi nei tuoi occhi così profondi e sinceri. Mi mancava tutto di te. Ed ecco che i secondi diminuirono, sempre di più. Ti vidi come la prima volta: fermo vicino alla biglietteria ad aspettarmi con quel sorriso che fa invidia perfino agli angeli. Sono corsa verso di te per abbracciarti e per non staccarmi più. Sentivo i tuoi respiri, il tuo cuore battere all’impazzata e le tue mani che si stringevano sempre di più verso di te, per non lasciarmi più e per farmi sentire protteta. A pensarci anche adesso mi vengono le lacrime agli occhi. Ogni momento passato con te è indescrivibile, sul serio Manuel. In questo momento, mentre scrivo qualcosa di noi, sei lì che ti guardo attraverso lo schermo, perchè stiamo facendo Skype, mentre tu studi per l’università. E’ bello passare pomeriggi interi con te, anche per studiare, e stare insieme nonostante impegni scolastici. A parte questa cosa, ritornando al discorso di prima, mi ricordo quel pomeriggio piovoso come se fosse ieri. Era la prima volta che passaggiavamo per la città con una giornata alquanto triste, perchè si sa che la pioggia mette un po’ di tristezza; ma con te era impossibile essere tristi, nonostante il brutto tempo. Tra abbracci, baci, morsi, foto e risate e arrivata anche l’ora che tu partissi. Avevi il treno alle ore: 18:50, quel orario che mi avrebbe diviso da te. Ti accompagnai dal binario 4, aspettando entrambi l’arrivo del treno con le lacrime agli occhi. Gli abbracci si facevano forti e i baci più intensi. Ecco che all’improvviso arrivò il treno, e io iniziai a piangere sopra la tua felpa e tu mi dissi di non piangere perchè ci saremo rivisiti. Ma io non riuscivo a lasciarti andare, il treno era pieno di gente: infatti scesero un sacco di persone e tutti videro la nostra scena. Io piangevo, mentre le nostre mani si tolsero mentre tu salivi sul treno. Ti seguivo dal finestrino per vedere dove ti sedevi, e mi avvicinai alla riga gialla per guardarti ancora più da vicinoe mentre entrambi ci dicevamo ‘’Ti amo’’. Ed ecco, che il treno partì, mentre il finestrino si spostava fino a vederti sfuocare piano piano, fino a non vederti più, ed ecco che scesero ancora più le lacrime. Alla fine sappiamo entrambi che non è mai l’ultima volta che ci vediamo, perchè il nostro è un eterno appuntamento in stazione amore.

@baci-interrotti-per-sorridersi

Il pozzo

Credo di avere una cattiva memoria.
Non ho particolari ricordi della mia vita da bambino tranne immagini, sprazzi, spesso non distinguibili da quello che i miei occhi videro all'epoca rispetto a ciò che in seguito ho visto stampato su vecchie fotografie.
Un ricordo però è netto: ricordo la sala da pranzo, della piccola casa in cui vivevo da bambino.
Era il centro della casa, composta solo da un'altra camera in cui dormivano i miei genitori e l'ingresso dove era sistemato il mio lettino a ribalta.
La sala da pranzo aveva il tavolo, un divano, un mobile che girava su due pareti e nell'angolo un televisore.
Dalla parte opposta si apriva la nicchia che fungeva da cucina.
Il mio ricordo inizia con la mia testa che spunta dalla porta. Mio padre sul divano con la pipa in bocca e mia madre in piedi, dietro al tavolo. Non so perché, la ricordo con le mani sulla bocca, ma di sicuro non può essere stata tutto il tempo così.
Tutto il tempo perché quello che andava in televisione era il primo reality show della storia. Era il 12 giugno del 1981 e avevo appena sentito qualcuno che invocava la mamma.
Lo faceva in modo straziante, disperato. La voce da bimbo smarrito.
Non ricordo se e cosa mi dissero i miei. Forse anche loro erano inconsapevoli vittime dell'ottimismo che aveva portato la RAI a fare la prima diretta a oltranza della storia.
Un bimbo era caduto in un pozzo. Ma presto lo avrebbero salvato.
Il bambino piangeva, chiedeva aiuto e tutto passava attraverso i microfoni e attraverso la televisione.
Un bambino, trentasei metri di profondità, ventotto centimetri di diametro del foro e fuori adulti. Tanti adulti. Una marea di adulti.
Con gli occhi di bambino, come potevano non salvarlo?
Stavano scavando un pozzo in parallelo, poi sarebbero spuntati fuori vicino a lui e lo avrebbero portato fuori, alla luce.
Quel bimbo aveva la mia età. E io ero seduto sul divano e un po’ ero lui. Perché nella testa di un bambino tutto ciò che ti viene descritto diventa immagini.
E così il buio, la roccia stretta attorno alle spalle, i piedini che penzolano nel vuoto, i graffi, la sete, la fame, la paura di scivolare più giù, il desiderio di vedere spuntare qualcuno che ti dice “ora torniamo a casa”.
Perché fuori ci sono gli adulti e ci sono le telecamere e viene anche il presidente della repubblica a dirti che andrà tutto bene.
Ma non capisci più niente. Continui a piangere e chiami la mamma.
Arrivò un uomo, un tizio piccolo e magro che doveva calarsi giù per il salvataggio. Ma non poteva funzionare, perché sarebbe servito Superman che non era né piccolo né magro.
Infatti non ce la fece. Tornò su disperato con tutti che lo circondavano e cercavano di consolarlo ma lui era disperato. Un adulto sporco come quando noi si giocava a calcio nel fango che piangeva come un bambino. Ma il bambino era rimasto giù. Io ero ancora lì.
Non ricordo altro.
Forse con il passare del tempo anche i miei genitori si accorsero che oramai il previsto lieto fine non ci sarebbe più stato. Forse mi addormentai sul divano e qualcuno mi depositò nel mio lettino a ribalta.
Non so.
Quel che ricordo è che seppi poi che Alfredino era morto. Che il suo corpo era scivolato più in giù e non ci erano arrivati.
Che il prato dove prima c'erano un milione di persone di svuotò e lui era ancora lì sotto.
E io bambino mi chiedevo se avesse ancora paura anche se era morto.

Non so perché racconto ora questa storia. Forse perché penso a tutte le cose che ho fatto da quella sera sul divano mentre lui è rimasto nel pozzo. Il suo orologio si è fermato lì.
E come è stupida a volte la vita, o la morte.

Non ho una buona memoria, ma Alfredino continuo a ricordarlo. Un pezzo di me era nel pozzo con lui. Un pezzo di lui vive con me.

Per Alfredino Rampi (11 aprile 1975-13 giugno 1981)