viaggiatory

Ma i veri viaggiatori sono solo quelli
che partono per partire;
cuori leggeri come mongolfiere
non sfuggono mai al destino,
e senza sapere perché,
dicono sempre: Andiamo!
—  Charles Baudelaire, Il viaggio

Amo viaggiare.
La maggior parte delle persone potrebbe dare un nobile significato a questa mia passione, ma non credo di meritarlo.
Amo viaggiare perché significa scappare: dai problemi, dalle negazioni, dalle aspettative, dai ricordi. Dalle persone, il più delle volte.

Non so restare.
Mi nascondo tra un biglietto aereo e mille improbabili progetti.
Amo le sale d'attesa degli aeroporti, hanno quell'odore di adrenalina e di libertà che ben poche cose sono in grado di darmi, forse solo l'istante prima del decollo, quello in cui sei sospeso tra il vecchio e il nuovo, tra l'attesa e la paura dell'ignoto, tra l'impazienza di scappare e l'ansia di cosa e, soprattutto, chi lasciare.

La mia macchina fotografica ne ha viste tante.
Un'altra passione che per molti è un lavoro, mentre io non so neanche come si tenga in mano un aggeggio di quel tipo. Sarei una bugiarda a dire che ci capisco qualcosa; ma scatto foto, continuamente.
Ho il terrore di dimenticare. Perché ho paura di essere dimenticata.
Penso sia questa la mia fobia più grande, un blackout. Viaggio per scappare dalla paura di essere dimenticata e fotografo per non commettere a mia volta la stessa imprudenza.
Contorto, no?

A volte però, scatto qualche foto per ricordare a me stessa che ho superato un altro ostacolo. Le mie fughe non devono mai essere prive di ostacoli superati. E per me, che fatico anche solo a dire “vorrei un'aranciata” all'hostess di volo, di ostacoli ne è pieno il mondo.
Se l'aranciata non ci fosse, impiegherei un'altra mezz'ora a decidere cosa prendere: una tragedia.

Le persone mi spaventano.
Con tutte quelle aspettative, quella buffa pretesa di conoscerti quando forse non sanno neanche di quella volta che a scuola ti hanno bocciata perché di matematica non hai mai capito nulla, ma di fallire proprio non ne volevi sapere. Che poi, cosa vuol dire conoscere una persona? Sapere quand'è il suo compleanno e salutarla se la incroci per strada?
Io ho deciso che una persona la conosco se so qual è il suo colore preferito.
E il mio non lo so neppure io.

Voglio partire.
È giunto di nuovo il momento. I ricordi son troppi e le pretese anche.
Ci sono tanti posti che meritano di essere ricordati e io, per disgrazia o per fortuna, mi ricordo sempre di non dimenticare.

—  Sara Signorini
Pensaci tu a rialzarti ancora quando cadi.
Io mi sono arreso, nemmeno ci provo più.
Perché se voli qua ti tagliano le ali, sai, dicono si stia piú comodi sdraiati sui divani, senza sogni tra le mani, ma con la Tv. No?
Credete in voi stessi, non nelle religioni che quà ci fanno fessi, ignoranti ed idioti.
Credete a cantanti e canzoni, non a Sorrisi&Cazzoni che lanciano merda sugli altri per alleviarti le tensioni.
Credete a chi vi sta affianco, ad amici e genitori, non hai bisogno della chiesa e delle sue benedizioni.
Credete a chi vi ama senza dare spiegazioni,
a chi sta nell'ombra appena dietro i riflettori,
agli scrittori, ai sognatori, ai viaggiatori, a chi ci crede ancora nelle virtù e nelle emozioni.
Non credete a chi ha valore ma valori, a chi chiama la musica rumori, a chi sotto ai fiori c'ha messo il veleno per i topi e adesso crescono fori nei polmoni e tum(u)ori.
Non credete a chi non sa piú riconoscere i sapori, gli odori, a chi non sa distinguere canzoni dai cori, a chi ci cataloga tra santi e peccatori, agli attori, doppie facce traditori.
Non credete ai professori, alla moda e ai senatori, che qua é tutto uno schema per limitarci le immaginazioni.
Non credete ai social, ai mi piace, alle visualizzazioni, ci danno il mondo in mano mascherando manipolazioni.
Si fingono prede, ma sono cacciatori,
qua fanno tutti i tori, ma questa é una corrida, il politico é il torero e l'operaio si suicida.
Ma voi ve ne fregate, vi basta un pacchetto di Winston Blue, l'alcohol e i tattoo, vi basta che bevete e che fumate e poi un pacco di cazzate, gentilmente offerto dallo Stato, distribuito nelle case.
Che su quelle che ti fumi ci scrivono che t'uccide però se paghi e muori il Parlamento sorride.
Che col finto buonismo della Barbara D'Urso, si vendono notizie per i soldi assieme al rispetto per i morti.
Poi l'ultimo uscito dal branco dei coglioni dice che per andare a comandare quà ci servono i trattori, e allora tutti contadini però senza i forconi. Cent'anni fa i vostri nonni facevan le rivoluzioni.
Serve cambiare lo Stato, non vedete come va?
Ah dimenticavo, già lo cambiate su Whatsapp.
Ormai qui é palese, il Bel Paese ci ha abbandonato, e a dir la verità non so nemmeno se c'é stato.
La gioventú é bruciata perché ci gettate addosso fiumi di liquori, e voi cosa scegliereste tra essere cenere o tizzoni?
Aprite gli occhi, non chiudeteli, qui chi é senza onore li chiamano onorevoli.
E si, saremo consapevoli di non uscirne vincitori ma non facciamoci spacciare anche le stelle per lampioni.
—  cit. pioggia-di-parole ☂Michele Giorgi

Ieri mi hanno uccisa.

Mi sono rifiutata di essere toccata e mi hanno spaccato la testa con un palo. Mi hanno accoltellato e lasciato che morissi dissanguata.

Come se fossi un rifiuto mi hanno infilato in un sacco nero e gettata nella spiaggia, dove mi hanno incontrato qualche ora più tardi.

Me peggio della morte, è stata l’umiliazione che è arrivata in seguito.
Nel momento in cui hanno trovato il mio corpo inerme nessuno si è chiesto subito dove stava il bastardo che ha messo fine ai miei sogni, alle mie speranza, alla mia vita.
No, hanno preferito iniziare facendomi domande inutili. A me. Ve lo immaginate? Una ragazza morta, che non può parlare ne difendersi.

Che cosa indossavi?

Perché eri in giro da sola?

Com’è che una ragazza viaggia da sola, senza compagnia?

Ti sei ficcata in un quartiere pericoloso, cosa ti aspettavi?

Hanno messo in discussione l’educazione dei miei genitori, che mi hanno lasciato ali per volare, essere indipendente, come qualsiasi essere umano. Hanno detto loro che sicuramente eravamo drogate e ce la siamo cercate, che sicuramente qualcosa abbiamo dovuto fare per provocarli, che sicuramente ci stavano osservando.

E solo da morta ho capito che no, per il mondo intero io non sono uguale a un uomo. Che morire è stata colpa mia e così sarà sempre. Che se i titoli del giornale avessero annunciato che erano morti due giovani ragazzi viaggiatori, la gente si sarebbe profusa in messaggi di cordoglio e nel falso e ipocrita discorso dalla doppia morale secondo cui agli assassini dovrebbero spettare pene più dure.

Però siccome si tratta di una donna, si minimizza. Il fatto diventa in qualche modo meno grave perché chiaro, me la sono cercata. Facendo quello che desideravo ho trovato quello che meritavo per non essere una sottomessa, una che se ne sta a casa, una che investe i suoi risparmi in un sogno. Per questo e per molto ancora, mi hanno condannato.

E me ne dispiaccio, perché io non ci sono più. Ma tu sì, ci sei. E sei una donna. E devi sopportare che ti ripetano il solito discorso del “fatti rispettare”, il discorso per cui sei tu che hai la colpa quando ti gridano per strada che ti vogliono toccare i genitali solo perché stai indossando un paio di short e ci sono 40º, quello per cui se viaggi da sola sei una pazza, e se ti succede qualcosa, se calpestano i tuoi diritti, sicuramente sei tu che te la sei cercata.

Ti chiedo a nome mio e a nome di tutte le donne a cui è stata chiusa la bocca, che sono state messe a tacere, a cui hanno distrutto la vita e i sogni, a te, chiedo di alzare la voce. Lottiamo, io a fianco a te come spirito, e ti prometto che un giorno saremo tantissime, che non ci saranno sacchi neri a sufficienza per metterci tutte a tacere.

—  “Buona festa delle donne.”

Mi piacciono le anime “scomposte”. Quelle che si lasciano scivolare leggere verso la vita. Sono come treni che deragliano. Come viaggiatori senza mappa, che sbagliano strada e sorridono entusiasti pensando che va bene uguale. Mi piacciono quelli che cambiano idea, che si lasciano spettinare dal vento, che non hanno un'immagine da mostrare, ma un'anima da amare. Non sopporto i composti, quelli “tutto d'un pezzo”, quelli che non hanno bisogno, quelli che si bastano, quelli che recitano un copione persino con se stessi. Mi piace chi si ubriaca di vita, di curve, di strade dissestate, di errori, di sogni. E’ gente che vibra, soffre, vince, esulta. Sono emozioni da regalarsi, incontri da aspettare. Sono imperfetti. Ma sono speciali. Angelo De Pascalis

C'erano una volta tre fratelli che viaggiavano lungo una strada tortuosa e solitaria al calar del sole. Dopo un po’ i fratelli giunsero ad un fiume troppo pericoloso da attraversare. Essendo versati nelle arti magiche ai tre fratelli bastò agitare le bacchette per costruire un ponte. Ma prima di poterlo attraversare, trovarono il passo sbarrato da una figura incappucciata: era la Morte. Si sentiva imbrogliata perché di solito i viaggiatori annegavano nel fiume. Ma la Morte era astuta: finse di congratularsi con i tre fratelli per la loro magia e disse che meritavano un premio per la loro abilità a sfuggirle. Il maggiore chiese una bacchetta più potente di qualsiasi altra al mondo, così la Morte gliene fece una da un albero di sambuco che era nelle vicinanze. Il secondo fratello decise di voler umiliare la Morte ancora di più e chiese il potere di richiamare i propri cari dalla tomba. Così la Morte raccolse una pietra dal fiume e gliela offrì. Infine la Morte si rivolse al terzo fratello, un uomo umile. Lui chiese qualcosa che gli permettesse di andarsene da quel posto senza essere seguito dalla Morte. E così la Morte con riluttanza gli consegnò il proprio mantello del invisibilità. Il primo fratello raggiunse un lontano villaggio armato della bacchetta di sambuco e uccise un mago con cui in passato aveva litigato. Inebriato dal potere che la bacchetta di sambuco gli aveva dato, si vantò della sua invincibilità. Ma quella notte un altro mago rubò la bacchetta e per buona misura gli tagliò la gola. E così la Morte chiamò a sé il primo fratello. Il secondo fratello tornò a casa, tirò fuori la pietra, la girò tre volte nella mano. Con sua gioia la ragazza che aveva sperato di sposare prima della di lei morte prematura, gli apparve. Ma presto ella divenne triste e fredda perché non apparteneva al mondo dei mortali. Reso folle dal suo desiderio il secondo fratello si tolse la vita per unirsi a lei. E così la Morte si prese il secondo fratello. Riguardo al terzo fratello, la Morte lo cercò per molti anni ma non fu mai in grado di trovarlo. Solo quando ebbe raggiunto una veneranda età, il fratello più giovane si tolse il mantello dell'invisibilità e lo donò a suo figlio, poi salutò la Morte come una vecchia amica e andò lieto con lei, congedandosi da questa vita da pari a pari.

Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: “Non c'è altro da vedere”, sapeva che non era vero. La fine di un viaggio è solo l'inizio di un altro. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l'ombra che non c'era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito.
— 

José Saramago - Viaggio in Portogallo

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Neviere 

Nel 1700 circa la Sicila era una grande esportatrice di neve. I diari dei viaggiatori di allora raccontano come visitando Malta potessero bere bevande fredde grazie alla neve portata nella piccola isola dalle navi siciliane. Nei monti siciliani e sull'Etna si trovano ancora le Neviere, delle costruzioni artificiali o naturali come le grotte, fatte in modo da conservare per lungo tempo la neve. Quando infatti la neve copriva i monti, i contadini la raccoglievano ela pressavano nelle neviere battendola in modo che diventasse ghiaccio. Appena arrivava il caldo, il ghiaccio era tagliato in blocchi rettangolari, avvolto in felci e sacchi di iuta e portati in città nelle case dei nobili o nei conventi per la produzione dei gelati. Al ghiaccio veniva aggiunto sale e con la soluzione che ne derivava si raffreddavano fino al punto di congelamento le soluzioni di limone acqua e zucchero o di acqua e mandorla per farne granite. Poiché la temperatura non poteva scendere troppo bassa, le granite avevano una consistenza simile alla neve, soffice e con piccoli cristalli, come deve essere la vera granita siciliana.

Around 1700 Sicily was a great snow exporter. Travelers’ diaries of the time tell how visiting Malta you could drink cold drinks thanks to snow brought to the small island by Sicilian ships. In the Sicilian mountains and Mount Etna there are still the Neviere, artificial or natural constructions such as caves, designed to preserve snow for a long time. When the snow covered the mountains, the peasants picked it up and pressed into the snowstorm, knocking it so it became ice. As soon as the heat came, the ice was cut into rectangular blocks, wrapped in ferns and jute sacks, and brought to town in noble houses or in convents for ice cream production. Salt was added to the ice and the resulting solution was used to cool down the freezing point of lemon water and sugar or water and almonds to make granites. Since the temperature could not go down too low, the granites had a consistency similar to snow, soft and with small crystals, as it should be the true Sicilian granite.