vetro soffiato

Speculare

Che alla nascita ci viene messo uno specchio davanti, e questo specchio è la nostra famiglia, i nostri genitori, la vita.
E noi questo specchio non lo vediamo subito, non lo capiamo, non ci accorgiamo che ci viene costruito giorno dopo giorno, ci viene montata la cornice, ci viene montato il vetro, dio il vetro viene soffiato davanti ai nostri occhi ed incassato davanti ai nostri occhi, e noi non ce ne accorgiamo per un bel po’ di tempo, lo notiamo solo marginalmente.
E cosa riflette questo specchio? Se abbiamo fortuna, se abbiamo avuto genitori con mani salde che sapevamo come si assemblano questo genere di cose, riflette noi come siamo, noi esattamente - o quasi - come siamo. Un po’ proiettati nel futuro se è uno specchio decisamente buono.
Ecco, se è uno specchio davvero fatto come si deve riflette nella nostra mente l’immagine giusta di un futuro giusto, ci mostra quello che siamo e che possiamo essere, e ci basta provare a raggiungere quello stato.
Ma se non hanno avuto una buona mano, che cazzo di specchio di ritroviamo davanti? Uno specchio deformante, ecco il problema.
Ci rifletterà più grassi, più magri, più alti o più bassi, più storti di quanto siamo realmente, che il problema di quegli specchi da lunapark è che dovrebbero far ridere, ma se tu stai cercando di acquistare un’identità, se tu l’unica cosa che sei in grado di vedere è la tua immagine riflessa mentale, se non hai la possibilità di vedere come sei davvero perchè puoi solo vedere quello che ti è stato insegnato a vedere, non puoi fare molto.
Compensi.
E se ti vedi così piccolo magro ed insignificante, se ti vedi così minuscolo da rischiare di sparire, da rischiare che i tuoi genitori non ti vedano, che i tuoi amici non ti vedano, che il tuo amore non ti veda, allora tocca che ti ingrossi, tocca che alzi la voce, che ingrandisci quel tuo Sè interiore, che se nessuno ti vede allora tocca che ti faccia vedere te, che invada gli spazi degli altri, che lo noti che sei minuscolo, e se non lo fai sparisci dannazione, e non puoi sparire giusto?
E se invece ti vedi enorme, ti vedi strabordante, ti vedi che neanche ci stai tutto in quel riflesso, se ti hanno dato talmente tante pressioni, tanti stimoli, tanta identità da renderti immenso, allora tocca che tu stia zitto, a capo chino, che non dica davvero cosa vuoi, chi sei, che sei così grosso che se fai un passo falso schiacci qualcuno, calpesti qualcuno, e non ti va di avere il sangue degli altri sulle mani, quindi giù, piccolo, insignificante, sempre ad annuire, sempre a dire che tutto va bene, che tutto è giusto, perchè hai visto quanto sei grosso nel tuo riflesso? Vuol dire che ti hanno dato tutto, che diritto hai di chiedere qualcosa di più?
Ma sono entrambe menzogne, è come la casa degli specchi, ti hanno montato male l’identità, ti hanno assemblato il Sè a casaccio, si sono smarriti il libretto d’istruzioni della tua esistenza, e non c’è assistenza tecnica da chiamare per sistemare il guasto, tocca tenerselo per un bel po’ prima di accorgersene.
Che tu sei una persona normalissima che ha di fronte uno specchio che normale non è, e non gli è mai stato detto che poteva essere altrimenti, ed è lì che la vita ti frega: nessuno chiede mai un secondo parere su quello che vede, nessuno chiede davvero “ma davvero sono così insignificante? Ma davvero sono così ingombrante? Ma davvero gli altri mi vedono come io mi vedo?”
No, non lo si chiede perchè si da per scontato che sia così.
E, purtroppo, chi sta peggio è chi quello specchio se l’è trovato ad un certo punto rotto, che gli tocca vivere la vita riflessa in ogni frammento.
E se tutta la tua vita è in frammenti, come cavolo scopri qual è il riflesso giusto da guardare?

Adoro le sue mani così gentili ma dalla presa forte, quando mi accarezzano poi lo fa sempre con la dolcezza negli occhi.
Ha un movimento leggero come se stesse accarezzando tutto quel che sono e il suo mondo per intero.
Conosco bene la sensazione e il pensiero, lo provo anch'io nei suoi confronti nel modo più sincero e vero.
È un semplice sfiorarmi ma che sa di protezione; sono fragile vetro soffiato ai suoi occhi e so non permetterebbe a niente e a nessuno di danneggiarmi.

È così che è riuscito a legarmi
Al suo stesso destino
A quelle sue mani
E il suo modo d'amarmi.

—  Sei L’ Amore; Carla Moscato | @lucifer-lux
Nigredo, Albedo, Rubedo

C'era questo campo estivo in cui andavo quando ero bambino, i miei non avevano tempo o quelle cose che i genitori non hanno per i propri figli perché si stanno spaccando la schiena per dargli quelle cose che poi faranno sì che i figli si allontanino del tutto per capirsi. Vite surrogate fatte di oggetti, di regali, di cose costose ma sempre a distanza, che non si ha il tempo di vedere come stanno addosso o se piacciono, che bisogna spaccarsi la schiena per dargli altre cose, così si può anche non parlare la sera che si è tutti un po’ troppo stanchi per farlo.

Ma c'era questo campo estivo, ed era strano, era dissestato rovinato rugginoso ma mi piaceva, perché c'era gente attorno a me ed io potevo parlare con loro, e c'era questa fascia intermedia, quando essere degli anni ‘80 voleva dire essere piccoli, che la gente grande era tutta dal '76 in giù, e mamma mia quanto mi sento vecchio a dire una cosa del genere, ma chissene, annata ottima per il vino e per i pensieri mi hanno detto, la mia. Poi non so, forse io so troppo di tappo e di toppe alla fine, che ci si vuol fare.

Comunque c'era questo campo estivo che giuro non è la scusa per affrontare discorsi totalmente scoordinati fra di loro, avevo veramente in testa di parlare di questo campo estivo ma ogni volta le cose s'accavallano e s'intrecciano e diventano labirinti di pensieri che segui il filo di qualcosa svolti l'angolo ed inciampi in qualche ricordo di troppo e ti fermi a raccoglierlo ed il tuo filo s'intreccia ad altri fili che avevi dimenticato, e sono come gli auricolari nelle borse lasciati troppo a lungo a rilassarsi, che qualcuno secondo me gli ha dato una vita od ha messo gente nelle borse che la notte li annoda, almeno bruci calorie per ascoltare musica che ti farà voglia di mangiare roba per non deprimerti, che ti farà mettere su calorie a raffica, ed è un circolo vizioso creato dagli omini che annodano i cavi degli auricolari, o dal fatto che a forza di svoltare angoli nei labirinti dei pensieri ti ritrovi un arazzo di fili intrecciati che è in fondo tutta la tua vita, e ti piace così.

Il campo estivo, maledizione. C'era un ragazzino, Claudio, sui nomi sono una scarpa ma alcuni nomi ti devono rimanere in testa, fanno da ancore nel mare dei ricordi, devi aggrapparti a qualcosa, se ti aggrappi a tutto diventi una stella marina, che si fa trascinare dalle correnti troppo forti ma per il resto sta ferma a lasciare che gli eventi gli si trascinino addosso, mentre se ti aggrappi a qualche nome a qualche volto a qualche canzone - non troppe che altrimenti finisci come sopra - allora puoi capire quando lasciarli e poi ritrovarli. Stamane ho ritrovato Claudio, tempo fa parlando con una persona ho ritrovato Laura e Dimitri, e forse prima o poi troverò davvero quella Pace che mi serve per starmene tranquillo e lasciarli fluire più liberamente.

Però in quel campo estivo io ci mangiavo i pinoli con Claudio, nella maniera più anti igienica del mondo, che se ci penso ora mi domando come mai io sia vivo, visto che prendevano sassi da terra e pinoli da terra e li spaccavamo sul marciapiede attenti a non spaccarci le dita e poi frugavamo sotto i sassi e fra i gusci per mangiarci i pinoli così che erano davvero buonissimi davvero io non amo i pinoli ma forse era perché li spaccavamo noi con i sassi e pensavamo che fossero i nostri pensieri cattivi da distruggere. E da lì ho capito - o forse l'ho capito ora che lo sto scrivendo - che i pensieri cattivi sono solo un guscio duro e pieno di sporco e fango che nasconde dei pensieri buonissimi, e che questi pensieri cattivi vanno distrutti a sassate per scacciarli via, solo che a guardarli sono solamente pensieri cattivi, non gusci attorno a pensieri buonissimi, e quindi si preferisce buttarli. Se avessi buttato tutti i pinoli più sporchi e coperti di fango che ho trovato in quel campo estivo forse non avrei questa storia da raccontare, e se non avessi preso a sassate qualche pensiero cattivo forse non avrei trovato i miei pensieri bellissimi sotto. Non lo so, non posso dirlo.

Ma la cosa più importante di quel campo estivo non era il campo estivo in sè, quella era una scusa, una giustificazione, un luogo fisico che diventava un modo per ritrovarsi, che a quell'età c'era l'assurda convinzione di sapere ogni cosa, di sapere che i pinoli raccolti da terra e mangiati così non ti potevano uccidere, che se pioveva non dovevi evitare il rigagnolo d'acqua fra marciapiede e strada, ma dovevi prendere sassi e foglie e giocare a chi faceva la diga migliore, che quella diga tratteneva la pioggia e se la facevi bene la pioggia smetteva, che per avere una giornata perfetta dovevi camminare solo al centro delle mattonelle, e non toccare mai le righe, mentre se invece volevi far sì che la giornata di uno andasse male dovevi spingerlo su quelle righe, che bastava una spintarella e quello metteva il piede in fallo ed allora sapevate entrambi che la sua giornata sarebbe andata male. E sapevi che se litigavi con una persona poi comunque i pinoli assieme ce li andavi a spaccare, che non c'erano i silenzi fatti di assenze o queste cose poetiche. Se stavi zitto non avevi niente da dire e nessuno ti diceva niente, se parlavi allora la gente poteva anche non ascoltarti, ma te parlavi comunque perchè oh, ora parlo io quindi non mi interessa. Ed alla fine qualcuno che ti ascoltava lo trovavi, magari ti sfotteva, ma tu che ne sai di quello che stai dicendo la luna non è questo, la luna è fatta di vetro soffiato, e noi ci credevamo davvero che il mondo fosse pieno di magia, di piccoli rituali, di gesti che se fatti in una determinata maniera causavano un determinato effetto, eravamo maghi, sciamani, stregoni, parlavamo agli animali ed agli uccelli e non c'era niente di meglio di osservare le nuvole e pensare al volto della ragazzina che correva più in là, con cui nessuno ha mai parlato e chissà che fine ha fatto.

Che quel campo estivo adesso l'ho rivisto e non è più come un tempo, e forse non sono stato triste di questo, che le cose devono crescere e cambiare, e ci saranno altri campi estivi ed altri bambini ed altre persone che magari avranno la fortuna di credere che oltre ogni distanza ogni tristezza ogni pensiero brutto ogni guscio di vita da spaccare a sassate ogni monitor e schermo ci sia quell'intatta magia che si ha da bambini, di gesti ripetuti di piccole formule, di preghiere rivolte a qualsiasi cosa, anche a un calzino spaiato che porta fortuna, di sguardi che hanno alchimie e pietre filosofali nascoste, di cuori di piombo che con un bacio sanno farsi d'oro o che ne so, che certi numeri suonino bene se uniti ad altri numeri, e le date in fondo sono formule magiche che a ripeterle fanno passare la tristezza o fanno venire le lacrime. Ed io in fondo in quel campo estivo mi sono ricordato che la magia esiste, che la speranza non fa poi così tanto schifo, e che c'è sempre qualcosa di nascosto dietro il visibile, qualcosa che davvero gli occhi non sono in grado di percepire, e quel francese aveva capito tutto, che solo con il cuore è possibile vedere e capire alcune cose, ma il passo dopo è usare quel poco di testa per mantenere i piedi salti mentre ci si lascia trascinare. 

Che l'unica cosa reale, certe mattine, è la fantasia.