Fu turismo

Anni fa, in trasferta veneziana, fui praticamente ridotto in cenere da una vecchia signora che mi vide mangiare un panino appoggiato a un muretto. Ero vestito bene e assolutamente composto, praticamente in piedi. Rimasi malissimo e considerai la vecchietta una di quelle diffusissime stronze over settanta che trattano il gatto come fosse il papa e le persone come “il pus che infetta la mucillagine, che deturpa il fungo, che si nutre della feccia di fogna” (cit.). Poi mi sono trasferito a Venezia e, giorno dopo giorno, ho capito. La metamorfosi da democratico innamorato delle persone a istitutrice austriaca vergine è ormai compiuta. Ora odio tutti i turisti, nessuno escluso: quelli catatonici fermi su un ponte largo un metro, quelli che devono tenersi per forza per mano anche percorrendo calli strette come le loro spalle, quelli che si sdraiano a pelle di orso dove un attimo prima è passato un sorcio, quelli che fanno sguazzare i figli dentro le pozze di acqua alta, quelli che si mettono i semi tra i capelli per farsi simpaticamente beccare la capoccia dalle armi batteriologiche altrimenti dette piccioni, quelli che pensano che Venezia sia Las Vegas, quelli che non si tolgono lo zaino in vaporetto e già da soli occupavano il posto di tre persone, quelli che si mettono il papillon e il vestito da sera alle 10 di mattina del mercoledì, ma soprattutto quelli che fanno le foto con l'iPad. Loro proprio li farei sparire come il cattivo di Roger Rabbit.

Devo andare in ferie, ciao.

Volevo dirti che sto bene in ogni posto ma non sono al posto giusto se non ci sei tu
—  Massimo Bisotti - Il quadro mai dipinto