velez sarsfield

I’m not very good at writing persuasive essays, even worse at arguing them. That’s one of the things that made my last year of school a little bit too much stressing. But today something happened that inspired me to write one, without doing it to get a great grade and pass my class.

If you follow me, you probably have seen me complain about how shit my team is and how we are getting relegated. This time, besides drawing a match we could have won, my team did something I’m really proud of. Yesterday, 3rd of December, was the International Day of Persons with Disabilities. To commemorate this day, Club Atletico Velez Sarsfield decided to invite a lot of kids with disabilities to make different designs for our jerseys’ numbers. Each player wore a custom-made design.

For the last four years the club had a president that did anything but put the club in an ugly, sad, tragic position. He made the club look stupid. This month, we had elections and the first thing the man who won did was this. And I think, and I hope, this says a lot about what he plans to do with the club. We are on a really bad situation, and I don’t think he can save us from relegation. But today I saw the eleven players walking into the pitch with those jerseys and I felt really proud of supporting this club, even though a player missed four easy goals, and I haven’t felt that way for a long time.

One thing that made me very sad was the criticism the jerseys got on social media, “they are ugly” “Velez keeps being a joke, what are those jerseys?”. I know social media is like that, and people love criticizing without doing some research, but it was pretty obvious that the jerseys were like that for a special reason. It doesn’t matter if you liked the idea or not, you just can’t make fun of it. The reason was worth wearing the prettiest or ugliest jersey. No, neither Messi, Ronaldo, Neymar play for my team, maybe this won’t go viral, and no one else in the world will see this. But, can you imagine the face of the kids when they saw their designs on live national television? People who most likely were told a million of times that they can’t do something because of their disability is watching their work being recognized. It must feel amazing, right?

To finish, I would like to show you some of the designs and I hope you appreciate what my team did as much as I do.

youtube

We Will Rock You (live) at Velez Sarsfield Stadium in 1981. 

(AKA: How so many people were willing to do ANYTHING Freddiemay have suggested after this concert.)

Being from Argentina, loving Queen and as an obsessed You Tube surfer I had to post this.

Boludo

Seduto sul divano ancora cellophanato vivevo le prime trame di gioco con un formicolio allo stomaco e l’ansia di chi poi dovrà ripresentarsi al bar il giorno dopo. Ogni azione avversaria era un colpo basso alle coronarie, un fallo non fischiato somigliava da vicino ad un viaggio al termine della notte, requiem della ratio. Buio mentale, oscuramento encefalico, febbre da vittoria, ovvero  quando il cuore e le viscere hanno la meglio sul resto. Seguivo con assiduità quasi tutti i maggiori campionati europei, senza disdegnare il Sud America. Ma avevo due amori da cui era impossibile prescindere: le V azzurre del Velez Sarsfield, viste le mie origini porteñe, e il maestoso Diavolo, per cause molto meno nobili. Nella sedia in camera due cimeli: la maglia con tanto di autografo di Tito Garristibia e i pantaloncini ancora sporchi dell’erba di San Isidro dello Zar, il mitico Limonov. Era la mia tenuta da divano, accompagnata da svariati boccali di birra e dal rutto libero di fantozziana memoria. Mio figlio, che allora aveva cinque anni, rappresentava l’uomo in rivolta che tenta disperatamente di combattere l’assurdo. Vedermi in quello stato ai suoi occhi era un’abiura di paternità, un’eresia deliberata, lo scisma dalla ragione. Leo in quei momenti di adrenalina animale si travestiva da inquisitore in fasce, incarnava la saggezza sadica del filosofo aguzzino. Parlava già quattro lingue Leo, e stava per pubblicare il suo primo romanzo. Con il calcio non c’azzeccava proprio. «Come hai fatto a ridurti così?» mi chiese un giorno mentre “El loco” Giardinelli, con una cilena all’altezza del dischetto del rigore, metteva la palla sotto il sette, facendo strepitare di gioia gli spalti del Fortín. Abbracciai il televisore, sporcando di aliti blasfemi l’onore di Dio, Nostro Signore. «Sei proprio un coglione babbo» disse Leo citando Kant. Quando mi ripresi dallo shock, approfittando della fine del primo tempo, gli spiegai che in fondo la mia passione per il pallone era il puro frutto del caso. Successe tutto durante un pomeriggio afoso, una domenica come tante altre. Stavo a casa di una cugina, una ragazzina con smanie di potere, e visto che la noia iniziava ad attanagliare le ore strazianti della digestione, le chiesi di poter giocare con il suo biliardino, il calcio balilla per intenderci. Ti faccio giocare, rispose mia cugina, a patto che da ora in poi diventi un tifoso del Diavolo. E che ci vuole? dissi io, che del calcio allora me ne fregavo altamente: avevo appena quattro anni e una spiccata passione per Camus. Così diventai, per coercizione, un indiavolato, e poi con il tempo fui contagiato anche dall’amore per le V azzurre. Come il nonno, del resto. Ma mettiamo il caso che mia cugina mi avesse detto Devi diventare un tifoso del Catanzaro, beh, io l’avrei fatto. Per fortuna mi impose il Diavolo, e potei iniziare a sognare con gli olandesi volanti e con il genio dei Balcani. Poi arrivò lo Zar, e fu la fine per Camus e tutto il resto. «Certo babbo, se ti avessero imposto il Catanzaro oggi saresti guarito, poco ma sicuro» sentenziò Leo mentre l’arbitro fischiava la fine delle ostilità e il Fortín, bolgia d’altri tempi, cantava a squarciagola la gloria dei suoi undici eroi; Liniers tremava sotto le scosse infime di un terremoto di euforia. «Hai ragione figlio, hai perfettamente ragione. Ma c’è sempre il tempo per guarire» dissi a Leo mentre aprivo la Zagghetta dello sport per controllare le probabili formazioni della Serie A: bisognava rispettare le scadenze del fantacalcio. Lo sguardo si fece inquisitore. «Babbo, vos es un boludo». La madre que te parió hijo!  

Diego Simeone

Era: 1987 - 2006

Nationality: Argentinian

Position: Midfielder

Team(s): Vélez Sarsfield, AC Pisa, Sevilla FC, Atlético Madrid, Inter Milan, Lazio Roma, Racing Club de Avellaneda

Caps: 106 - 11 goals (Argentina)

Trivia: Once described his own style as “holding a knife between his teeth”. Simeone admitted to being “embarrassed” at having surpassed Diego Maradona as Argentina’s most capped player (Simeone has since been surpassed by Roberto Ayala and Javier Zanetti).