variopinte

Lettera ai giovani scritta da un operatore del 118 all’ indomani della notte di San Lorenzo:

Cari giovani, perlopiù minorenni, che spesso avete più cultura di quanta ne avessimo noi, certamente più avvezzi alla tecnologia, sembrate più svegli e conoscete già i trucchi della vita mentre noi, alla vostra età, credevamo ancora nelle favole e non avevamo idea di cosa fosse un smartphone; conoscete già a menadito i segreti del sesso e lo praticate senza darci più di tanta importanza, mentre noi, al massimo, ci emozionavamo del bacio con la lingua; fate tardi la notte perché noi genitori non abbiamo più il coraggio di non allinearci a chi non stabilisce l’orario improrogabile per tornare a casa, mentre per noi era un traguardo, raramente raggiungibile, accompagnare la fidanzata all'orario concesso occasionalmente a Cenerentola.
Nonostante tutto quel che avete e che sapete, bevete fino a ubriacarvi, fino a svenire e a vomitarvi addosso, sul vostro volto angelico, sulle unghie variopinte e sui capelli vigorosi e spesso lo fate solo perché siete in compagnia, perché quando i vostri genitori sgomenti giungono al pronto soccorso ci assicurano che a casa non bevete mai nemmeno il vino. Fumate, come ho fumato anch’io, ma quando ho cominciato io, per mia sfortuna, l’ignoranza era tale che si pensava non facesse poi così male, si fumava ovunque, non ci crederete, anche nel cinema e nei film, nel ristorante, nel treno, perfino in ospedale e, siccome non si sapeva che il fumo, anche quello passivo, provocasse il cancro, si fumava anche in presenza di bambini e donne incinte, e noi a sedici anni non potevamo che fumare per sentirci grandi e far colpo sulle ragazze, per essere uomini veri, per seguire l’esempio.
Ma noi eravamo stupidi, non lo sapevamo, voi invece lo sapete, per voi è diverso, ed è questo che non riesco a comprendere, mi fa impazzire di rabbia; siete colti, avete la tecnologia sempre a portata di mano, finalmente abbiamo capito che fumare e bere porta inesorabilmente alla morte e, peraltro, in modo atroce eppure vengo a prendervi ubriachi, incoscienti, pieni di vomito, vuoti di dignità e i vostri amici, che sono un po’ meno ubriachi di voi, intanto che vi soccorro, mi fumano intorno con l’aria da donne e uomini vissuti, come se nulla di grave fosse accaduto. Vi porterei con me, almeno una volta, quando inietto la morfina per lenire appena un po’ il dolore, perché per i malati di cancro ai polmoni dopo tante piacevoli sigarette o al fegato dopo quelle sbronze in riva al mare mentre cadono le stelle o nei locali dove scriteriati vi versano da bere sebbene siate minorenni, non vi è più nulla da fare.
Tra l’altro mentre l’ambulanza del 118 si sta prendendo cura di voi ubriachi perché lo avete voluto, qualcuno potrebbe avere un infarto e dover attendere un’ambulanza proveniente da un’altra città, ma questo è un altro problema. Cambiate, correggete i nostri errori, oltre i vostri, siate voi le stelle, ma senza cadere. Stanotte (ieri l'altro, ndr) quando, più che le stelle, ho visto voi cadere ubriachi, incoscienti e immersi nel vostro vomito, voi che siete le nostre stelle migliori, ho espresso comunque un desiderio. Esauditelo.

—  Anonimo

Cari giovani, perlopiù minorenni, che spesso avete più cultura di quanta ne avessimo noi, certamente più avvezzi alla tecnologia, sembrate più svegli e conoscete già i trucchi della vita mentre noi, alla vostra età, credevamo ancora nelle favole e non avevamo idea di cosa fosse un smartphone; conoscete già a menadito i segreti del sesso e lo praticate senza darci più di tanta importanza, mentre noi, al massimo, ci emozionavamo del bacio con la lingua; fate tardi la notte perché noi genitori non abbiamo più il coraggio di non allinearci a chi non stabilisce l’orario improrogabile per tornare a casa, mentre per noi era un traguardo, raramente raggiungibile, accompagnare la fidanzata all'orario concesso occasionalmente a Cenerentola.
Nonostante tutto quel che avete e che sapete, bevete fino a ubriacarvi, fino a svenire e a vomitarvi addosso, sul vostro volto angelico, sulle unghie variopinte e sui capelli vigorosi e spesso lo fate solo perché siete in compagnia, perché quando i vostri genitori sgomenti giungono al pronto soccorso ci assicurano che a casa non bevete mai nemmeno il vino. Fumate, come ho fumato anch’io, ma quando ho cominciato io, per mia sfortuna, l’ignoranza era tale che si pensava non facesse poi così male, si fumava ovunque, non ci crederete, anche nel cinema e nei film, nel ristorante, nel treno, perfino in ospedale e, siccome non si sapeva che il fumo, anche quello passivo, provocasse il cancro, si fumava anche in presenza di bambini e donne incinte, e noi a sedici anni non potevamo che fumare per sentirci grandi e far colpo sulle ragazze, per essere uomini veri, per seguire l’esempio.
Ma noi eravamo stupidi, non lo sapevamo, voi invece lo sapete, per voi è diverso, ed è questo che non riesco a comprendere, mi fa impazzire di rabbia; siete colti, avete la tecnologia sempre a portata di mano, finalmente abbiamo capito che fumare e bere porta inesorabilmente alla morte e, peraltro, in modo atroce eppure vengo a prendervi ubriachi, incoscienti, pieni di vomito, vuoti di dignità e i vostri amici, che sono un po’ meno ubriachi di voi, intanto che vi soccorro, mi fumano intorno con l’aria da donne e uomini vissuti, come se nulla di grave fosse accaduto. Vi porterei con me, almeno una volta, quando inietto la morfina per lenire appena un po’ il dolore, perché per i malati di cancro ai polmoni dopo tante piacevoli sigarette o al fegato dopo quelle sbronze in riva al mare mentre cadono le stelle o nei locali dove scriteriati vi versano da bere sebbene siate minorenni, non vi è più nulla da fare.
Tra l’altro mentre l’ambulanza del 118 si sta prendendo cura di voi ubriachi perché lo avete voluto, qualcuno potrebbe avere un infarto e dover attendere un’ambulanza proveniente da un’altra città, ma questo è un altro problema. Cambiate, correggete i nostri errori, oltre i vostri, siate voi le stelle, ma senza cadere. Stanotte (ieri l'altro, ndr) quando, più che le stelle, ho visto voi cadere ubriachi, incoscienti e immersi nel vostro vomito, voi che siete le nostre stelle migliori, ho espresso comunque un desiderio. Esauditelo.

 -Rino Negrogno

Lettera ai giovani scritta da un operatore del 118 all’ indomani della notte di San Lorenzo:

Cari giovani, perlopiù minorenni, che spesso avete più cultura di quanta ne avessimo noi, certamente più avvezzi alla tecnologia, sembrate più svegli e conoscete già i trucchi della vita mentre noi, alla vostra età, credevamo ancora nelle favole e non avevamo idea di cosa fosse un smartphone; conoscete già a menadito i segreti del sesso e lo praticate senza darci più di tanta importanza, mentre noi, al massimo, ci emozionavamo del bacio con la lingua; fate tardi la notte perché noi genitori non abbiamo più il coraggio di non allinearci a chi non stabilisce l’orario improrogabile per tornare a casa, mentre per noi era un traguardo, raramente raggiungibile, accompagnare la fidanzata all'orario concesso occasionalmente a Cenerentola.
Nonostante tutto quel che avete e che sapete, bevete fino a ubriacarvi, fino a svenire e a vomitarvi addosso, sul vostro volto angelico, sulle unghie variopinte e sui capelli vigorosi e spesso lo fate solo perché siete in compagnia, perché quando i vostri genitori sgomenti giungono al pronto soccorso ci assicurano che a casa non bevete mai nemmeno il vino. Fumate, come ho fumato anch’io, ma quando ho cominciato io, per mia sfortuna, l’ignoranza era tale che si pensava non facesse poi così male, si fumava ovunque, non ci crederete, anche nel cinema e nei film, nel ristorante, nel treno, perfino in ospedale e, siccome non si sapeva che il fumo, anche quello passivo, provocasse il cancro, si fumava anche in presenza di bambini e donne incinte, e noi a sedici anni non potevamo che fumare per sentirci grandi e far colpo sulle ragazze, per essere uomini veri, per seguire l’esempio.
Ma noi eravamo stupidi, non lo sapevamo, voi invece lo sapete, per voi è diverso, ed è questo che non riesco a comprendere, mi fa impazzire di rabbia; siete colti, avete la tecnologia sempre a portata di mano, finalmente abbiamo capito che fumare e bere porta inesorabilmente alla morte e, peraltro, in modo atroce eppure vengo a prendervi ubriachi, incoscienti, pieni di vomito, vuoti di dignità e i vostri amici, che sono un po’ meno ubriachi di voi, intanto che vi soccorro, mi fumano intorno con l’aria da donne e uomini vissuti, come se nulla di grave fosse accaduto. Vi porterei con me, almeno una volta, quando inietto la morfina per lenire appena un po’ il dolore, perché per i malati di cancro ai polmoni dopo tante piacevoli sigarette o al fegato dopo quelle sbronze in riva al mare mentre cadono le stelle o nei locali dove scriteriati vi versano da bere sebbene siate minorenni, non vi è più nulla da fare.
Tra l’altro mentre l’ambulanza del 118 si sta prendendo cura di voi ubriachi perché lo avete voluto, qualcuno potrebbe avere un infarto e dover attendere un’ambulanza proveniente da un’altra città, ma questo è un altro problema. Cambiate, correggete i nostri errori, oltre i vostri, siate voi le stelle, ma senza cadere. Stanotte (ieri l'altro, ndr) quando, più che le stelle, ho visto voi cadere ubriachi, incoscienti e immersi nel vostro vomito, voi che siete le nostre stelle migliori, ho espresso comunque un desiderio. Esauditelo.

Ragazzi fatelo almeno per quelli che, senza aver mai bevuto o fumato, si ritrovano a desiderare di avere una salute decente per poter anche loro morire di vecchiaia

LETTERA PER TUTTI


Il cielo aveva assorbito quel colore azzurro-sbiadito ed era costantemente spruzzato di nuvole.

Le ombre alle otto della mattina continuavano ad essere molto estese e la sera le stelle apparivano subito.

L'estate era finita e l'autunno aveva già strappato agli alberi tappeti di foglie, che giacevano sui marciapiedi, pronte a scricchiolare sotto ai piedi del primo passante distratto.

E indovinate un po’, proprio nel periodo più malinconico dell'anno, dove i colori si incupiscono e le temperature si abbassano, sono nato io.

Un paio di giorni fa ho soffiato sulle 27 candeline spinte con cura dentro all'impasto soffice della ciambella preparata da mia mamma la mattina.

Si era svegliata due ore in anticipo solo per me.

O forse non si era mai addormenta; da quando mi é stata diagnosticata quella malattia, che il solo nome mi fa pizzicare gli occhi e mi impasta la bocca, ha perso il sonno.

Oggi sono appena stato dal medico, che mi ha detto, col volto fermo e impassibili, e gli occhi freddi e distaccati, di sistemare le cose, che é una frase in codice per dire che presto lascerò questo mondo.

E per presto intendo uno o due mesi.

E beh, vedi, quando scopri che ti rimangono trenta, sessanta giorni di vita al massimo… non puoi permetterti di entrare nel panico, non puoi permetterti di scioglierti in lacrime o scoppiare in singhiozzi, ne tanto meno bruciarti di rabbia e furore.

Non puoi permettertelo perché non hai più tempo.

Impari quanto sia prezioso e quanto possa scorrere veloce, proprio come sabbia fra le tue mani.

E allora corri subito a sistemare le cose.

Nonostante non sai da dove iniziare ti sforzi e cerchi di fare tutto ciò che hai sempre voluto, temuto o pensato in quel breve periodo di tempo che ti è rimasto.

Inizi a salutare ogni mattina tua madre con un bacio sulla fronte, a ricordarle con più frequenza quanto le vuoi bene e quanto sia importante per te.

Inizi ad abbracciare tuo padre e, soprattutto, a chiedergli scusa per tutte le incomprensioni dovute alla testardaggine, per tutti i litigi privi di fondamenta e ti senti stupido e sbagliato e un disastro, finché le sue braccia non ti imprigionano e le sue lacrime calde bagnano la tua pelle fredda e allora ti senti a casa e ti penti e ti odi per aver dimostrato così poco affetto ai tuoi genitori, per essere sempre stato così distante e per aver alzato muri spessi e tranciato i vostri rapporti … perché solo ora che hai capito quanto sono preziosi, solo ora hai capito che non c'è nulla che ti faccia sorridere come le mani di tua madre, che seppur tremanti e sottili, dall apparenza così fragile, in ospedale ti stringevano con una tale forza da farti sentire potente e coraggioso, e tuo padre che sotto quella corazza dura nasconde un animo sensibile e lo senti imprecare al telefono, per poi scoppiare all'improvviso a piangere la notte… davvero, il tuo cuore si rompe e si spezza per non aver sistemato tutto prima.

Inizi a uscire di casa e a sorridere ai commessi, a salutare le persone e ad essere gentile con loro, e ti sorprendi di come cambiano, di come l'espressione che fino a qualche minuto prima corrucciava loro il volto e stirava i lineamenti, ora modella le labbra in sorrisi e faccia brillare loro gli occhi.

E ti rendi conto che se dai amore alle persone, loro te lo ricambiano.

Ti rendi conto che il panettiere inizia a tenere da parte il tuo solito ordine e nel sacchetto ti mette sempre un paio di pasticcini, nonostante non li avessi mai ordinati, ma costantemente divorati con gli occhi, e ti stupisci di come siano brave le persone a leggerti dentro, se tu ti sforzi di leggere loro.

Ti rendi conto di come quel bambino a cui hai allontanato i ragazzi più grandi che lo infastidivano, ti abbia incrociato per strada, fissato negli occhi e pronunciato, scandendo parola per parola, la frase “sei il mio eroe”, e dopo certe cose il tuo animo scoppia, come gli alberi di pesco scoppiano di fiori in primavera.

Inizi a non temere più te stesso e a scoprire chi sei davvero.

Assecondi le tue passioni senza frenarle, ma amplificandole.

Passi del tempo con te stesso e ti prendi cura della tua mente, nonostante inizi a dimenticare ciò che hai mangiato per pranzo e a confondere i nomi delle persone.

Inizi a ritagliarti spazi per leggere il tuo libro preferito, nonostante imbrogli tutte le parole, a scrivere i tuoi pensieri anche se le tue mani tremano sempre più forte e le tue parole altro non sono che scarabocchi.

Ma va comunque bene.

Perché facendo quelle cose, le cose semplici, le cose per cui il tuo cuore batte, ti senti meno malato e più vivo.

Cerchi di fare ciò a cui prima non avevi mai dato peso, nonostante sapessi quanto fossero importanti per te quelle passioni, sempre accantonate da scuse banali.

Inizi a fare un giro al bar a metà mattina, ma non per ordinare il solito caffè e spiare quella ragazza dai capelli scuri, sempre raccolti in una coda disordinata, ma per andare da lei, dirle che é meravigliosa, che il suono della sua risata é stupendo, tanto che il mondo si ammutolisce, zittisce tutto il caos che intessa ogni sua molecola per poterla sentire.

E finalmente sarai il protagonista della tua scena preferita, mandata in loop infinite volte nella tua testa; tu e lei seduti in quel candido tavolo rotondo, che per centrotavola ha le più variopinte bustine di zucchero e i vasi di ciclamino affianco, nonostante ora siano sfioriti.

E ridi con lei, e parli con lei, e ti perdi nei suoi occhi, e fissi il modo in cui piega le labbra per pronunciare il tuo nome e da quel momento credi di avere il nome più bello di sempre, e respiri il suo profumo e le baci la mano prima di andare, spiegandole che devi tornare a casa ora che le vacanze sono terminate, perché non sei di quelle parti, ma che la porterai sempre con te.

E ti rendi conto che tutta quella paura di non essere all'altezza, tutta quell'ansia, tutti quei dubbi sul da farsi erano cavolate.

E ti butti a capofitto nel letto con le guance bollenti e salate a causa delle lacrime e ti strappi i capelli perché hai già dimenticato il suo nome, ma non dimenticherai mai il modo in cui il tuo cuore si è sentito accanto a lei.

E poi ti svegli.

Apri gli occhi.

E ora tutto è perfetto.

Perché capisci che sei sempre stato la persona che volevi essere, ma che non avevi mai avuto il coraggio di diventare.


-Alessia Alpi, (scritta da me.)

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Beviamo, perché aspettare le lucerne? Breve il tempo.
O amato fanciullo, prendi le grandi tazze variopinte,
perché il figlio di Zeus e Sémele
diede agli uomini il vino
per dimenticare i dolori.
Versa due parti di acqua e una di vino;
e colma le tazze fino all’orlo:
e l’una segua subito l’altra.
—  Alceo (poeta greco), Perché aspettare le lucerne? (trad. S. Quasimodo)

Settembre è fantastico. Settembre è il mese delle poesie malinconiche, perché iniziano a cadere le foglie, così come cadono le lacrime. È il mese della pittura, degli artisti, perché i boschi iniziano a tingersi di tutte le sfumature dell'arancio e del marrone, e saranno opere d'arte, quando le loro variopinte chiome si staglieranno verso il cielo e contrasteranno con l'azzurro freddo. Settembre sono le prime felpe e i primi maglioni, i primi abbracci per tenerti al caldo dai soffi del vento. Settembre sono le morbide coperte sulle gambe, quando leggi un libro. Settembre sono le cioccolate calde bevute davanti al vetro di una finestra, mentre si aspetta qualcuno, o si spera di vedere i primi pettirossi volare. Settembre è il burro messo sui rami spogli e le briciole di pane sul balcone per le cinciallegre e gli stornelli affamati. Settembre sono le strette di mano per riscaldare le dita sempre fredde. Settembre sono le sciarpe, gli scarponcini, i capelli lunghi sciolti. Ma soprattutto, settembre è fantastico perché per riscaldarsi servono i sorrisi, le carezze, i gesti affettuosi, le coccole di chi amiamo.
Settembre é fantastico perché ci fa capire e ci ricorda che abbiamo bisogno di qualcuno al nostro fianco per stare davvero bene e non patire freddo. Per non far ammalare il cuore.

-Volevoimparareavolare

—  Volevoimparareavolare (scritta da me)