valerio fiandra

Ama il tuo sogno / e disdegna ogni amore comune. / Persino il vento riesce ad amare / e allora renditi conto / che tutto può essere stato solo un sogno. / Ed è per questo che in sogno io verrò a raggiungerti.

[Conservi ancora quel petalo di rosa? / Tienilo almeno finché non finirà il tempo delle rose. / Hai paura che come la Morte io voglia baciarti? / Oppure credi che la Casa Oscura / riuscirà a farti trovare un’amante / come me? / Stenderò sopra il passato / un mantello di polvere. / Perché è del tempo che dovrai aver paura, / non dei miei occhi.]

—  [Ezra Pound - The Cantos]

Un occhio, un occhio che vediamo con i nostri occhi ‘aumentati’ in 3D.
Siamo noi che 'guardiamo dal buco della serratura’ e vediamo un occhio, un occhio che guarda noi, prima di tutto. Siamo al cinema. Sullo ( e oltre lo ) schermo comincia la storia.

HUGO CABRET, cinema Nazionale, Trieste, 17.40. Abbiamo gli occhiali, però. Sopra ai miei soliti indosso quelli che servono per far uscire dallo schermo ( dalla storia, dalla 'finzione’ ) le persone, le cose, i fumi e le parole. È il mio primo film in 3D. Mi tolgo, mi rimetto gli occhiali neri - “ricordatevi di non usarli come occhiali da sole” -recita la scritta sulla bustina che li conteneva. Questi occhiali non schermano, questi proiettano…

Cos'è il cinema, un sogno che sappiamo di sognare o un meccanismo che - se il film è buono - funziona perfettamente, come una macchina che “ non ha un pezzo inutile ” ?

Martin Scorsese celebra e smonta, rimonta e festeggia l'arte del movimento proiettato; smentisce confermandolo l'assunto secondo il quale “ le cose finiscono bene solo al cinema”; spiega con un doppio sogno perché sospendiamo l'incredulità, lì al buio, e perché dopo, fuori dalla sala, siamo disposti a far finta di credere nostro un figlio generato da una donna con la quale non lo facciamo da più di un anno e che se ne andata con un altro.

Un film come un gioco di prestidigitazione, una magia cui vogliamo così tanto credere da farci distrarre. E tutto finisce in un libro, libro dal quale il film sembra 'tratto’, mentre si dovrebbe dire 'raccolto’, o descritto ( de-scritto ), perché abbiamo bisogno di sospensione, di incanto, di epochè…

E gli effetti speciali, quale è più efficace? Quello per cui gli spettatori del primo corto dei Lumiére si scansavano, o quello degli spettatori qui adesso, che trattengono le mani, se no proverebbero a toccare le pulegge, i fiori, l'automa che escono dallo schermo ? L'effetto speciale siamo noi, il resto è tecnologia .

Omaggio ai creatori di sogni, alle troupes, a sè stesso ( Scorsese si regala una apparizione in veste di fotografo, di fotografo di George Melies ), alla disperata e benefica necessita di sognare, di aggiustare la realtà, di sconfiggerla per 126 minuti, almeno.

Andate, andate a vedere “ HUGO CABRET ”, andate a farvi impressionare come una pellicola, a proiettare come un proiettore. Siate lo schermo, fatevi illuminare, anche dalle ombre, persino dal buio.