universal music italia

EXO PLANET - EP. 2641

ANGEL NUMBER 2641

Number 2641 is a blend of the energies of number 2, the attributes of number 6, the vibrations of number 4, and the qualities of number 1. Number 2 resonates with service to others, diplomacy and compromise, finding balance and harmony, flexibility and adaptability, duality, encouragement and kindness. Number 2 also relates to faith and trust and serving your life purpose and soul mission. Number 6 relates to love of home and family and domesticity, service to others and selflessness, responsibility and reliability, providing for the self and others, grace and gratitude, independence, initiative, action and overcoming obstacles. Number 4 promotes honesty and integrity, traditional values, hard work and responsibility, practicality and application, diligence and determination to achieve goals. Number 4 also relates to our passion and drive in life, and the energies of the Archangels. Number 1 contributes its energies of optimism, motivation and activity, creation, new beginnings and starting afresh, striving forward and progress, attainment and happiness. Number 1 also tells you that you create your own reality with your thoughts, beliefs and actions.

Angel Number 2641 tells of gently changing aspects of the self in order to be more aligned with your higher-self and soul mission. It also tells of loving, honouring, respecting, nurturing and caring for yourself and others. Self-respect and honouring yourself are important tools you possess that assist with building a strong base for personal growth and development. By honouring your own growth you empower yourself and develop a core of inner-strength. Recognize your own spiritual power and your deep connection to all other beings, as with your spiritual powers you are able to create a healthier and more positive life, stronger bonds and relationships with others, and a better and brighter world.

Angel Number 2641 tells you to be aware of what you give your energy to every day. Focus on where you are placing your attention. Allow yourself to honestly accept where you are in your life at this time, and work towards finding a more comfortable situation, whatever that may entail. Trust yourself to make the best choices for yourself, the take positive action as intuitively guided.

RECENSIONE / Verdena - Endkadenz Vol.1

2015 / Universal Music Italia

Chissà perché ai Verdena negli ultimi tempi piace far uscire i dischi a gennaio. Gennaio è un mese strano, soporifero, succede anche poco, la gente in città gira la mattina presto con gli occhi stanchi, nella disperata ricerca di smaltire vacanze parenti panettoni eccetera. E in questo scenario, nella luce ancora prematura del mattino, quando ancora il buio esiste, è tangibile, sale un’immagine in movimento.

L’atmosfera è grigia, invernale: una radura, circondata da alberi scheletrici e sempreverdi. Un fiume. I rami senza foglie si riflettono sull’acqua,e così il cielo. Poi c’è un uomo, vestito in modo bizzarro, in riva al fiume; un piccolo slancio, ed entra, con la testa e metà del busto, dentro a un timpano da orchestra. Che strano!, ma d’altronde cosa vi aspettavate?

Questa storia comincia otto anni fa: l’arco narrativo della storia è di otto anni. Un percorso lineare, diviso in tre atti: Requiem, Wow, Endkadenz.

La struttura in tre atti – se la sono ‘inventata’ i Greci – prevede che, in un dato momento, nella vita di chiunque o nella storia che si sta raccontando, un particolare evento cambi in modo deciso il contesto in cui la storia si sta svolgendo. L’evento scatenante – inciting incident in gergo – nella storia musicale dei Verdena si colloca nel 2007, in Requiem; nelle sue cavalcate psichedeliche deliranti, nelle suite storte e distorte, e le parentesi acustiche e oniriche. Così si chiude il primo atto: questa è la tesi.

Proseguiamo. Il secondo atto si chiama Wow ed esce a gennaio 2011, dopo un silenzio durato quattro anni. Se l’incinting incident ci trascina all’interno della questione, il secondo atto ci racconta l’altra faccia della medaglia di quella storia isterica e nervosa, ci fa vedere la luce la calma un posto di quiete. Due strutture che si avvicinano, si innestano una sull’altra, intanto che ci avviciniamo al conflitto.

Wow irradia lo spazio circostante, è la luce del giorno nuovo che acceca quella gente che esce di casa al mattino presto, in quella giornata di gennaio. Vanno a lavorare.

Canzoni chiare corte precise, quel tono inspiegabilmente pop, ci fa intravedere un mondo, un universo lontano, solo per un secondo, un accordo o un accenno a qualcosa che c’è ma non si vede.

Si spengono le luci, il secondo atto è finito.

Siamo al turning point.

Sì perché, chiusosi un doppio come Wow, la domanda sorgeva spontanea: che fare? Dove andare? E noi che ci stavamo preoccupando, pronti a ricrederci. Un passo falso? Una risposta secca, chiara e decisa. No, ragazzi, niente passi falsi.

Il palco si illumina di nuovo per l’ultimo atto di questa storia: dobbiamo trovare una soluzione, una conclusione degna a questi anni devoti alla musica, alla libertà – la creatività.

Di Endkadenz hanno già detto che fa venire in mente un qualcosa come ‘decadenza’. Magari sì, magari no.

Fatto sta che quest’opera è la sintesi ultima di un processo cominciato otto anni fa.

È la perfetta commistione di due oggetti complementari, è la luce potente e al contempo innocente di Wow pienamente inserita dentro alla psichedelia e alla rapsodia malata di Requiem, ma non attraverso un processo unilaterale; semplicemente, si risolve in una relazione biunivoca.

E allora quanta forza nell’incipit di Ho una fissa, quanta maestosità: riff potenti e distruttivi che riempiono lo spazio e la batteria e il basso a riceverli e a farli ritornare nell’ambiente ancora più forti, più chiari. E la voce di Alberto che è definitivamente uno strumento, iper-effettata, distorta. Le chitarre sature come non mai sembrano tastiere.

E le ballate acustiche, oniriche, avvolgenti – il pianoforte a muro cupo e presente.

Perché è un lavoro di presenze, di assenze. I Verdena ascoltano e si ascoltano – ogni elemento è pronto a dare per poi ricevere: la batteria così precisa in Puzzle, ad avvolgere il pianoforte, mentre ascolta la voce. Una maturità totale, che già in Wow era evidente, ma che qui straripa con prepotenza, un fiume in piena di suoni, sensazioni, di accenni che si aprono piano. Si può solo che rimanere in silenzio, in ascolto.

Un’entrata umile, nei volti così assenti dei tre ma così sprezzanti divertenti e divertiti – da tutto, loro stessi in primis – nell’affrontare ogni giorno una storia che non si ripete mai, che si colora sempre di nuovo. I Verdena sorprendono e si sorprendono, di continuo. Richiedono l’attenzione più totale, giocano con l’ascoltatore, introducono elementi nuovi, si prendono in giro, citano a modo loro, con quell’umiltà e quel tono sommesso.

Cosa dire di Vivere di conseguenza, nel suo essere così italiana, quel Battisti a cavallo tra i settanta e gli ottanta, usato come espediente per farci entrare nelle atmosfere. E non ci pesa il fatto che oh, somiglia a Battisti, anzi: trovate una band che lo citi così.

E poi, la batteria elettronica e il blues fuzz e sghembo di Sci desertico, il pianoforte sospeso di Diluvio.

Come cambiano le ambientazioni, le sensazioni: quanti luoghi visitati all’interno di una sola canzone che giocoforza necessita di quella lunghezza; una lunghezza che non pesa, giustificata nella volontà di raccontare per immagini vaghe, ma così precise nel lirismo e nel gioco personale di Alberto con le sue parole.

È come camminare per un viale. Entrare in un portone, aprire un mondo, guardarlo, e stare lì dove si è, per un po’. Chiudersi la porta alle spalle, la porta a chiave, aprirne un’altra – un posto nuovo, diverso. Chiedersi come sia possibile; ma guardarlo bene quel posto, osservarlo. E ancora, chiudere di nuovo e spostarsi, continuare a camminare, andare avanti: un meccanismo semplice. Eppure non ci pesa, eppure ci stiamo bene dentro, e non ci sorprende che alla fine di una canzone ci siano degli applausi.

Chiudiamo con Inno del perdersi questo storia che è iniziata otto anni fa, perché Funeralus anticipa un discorso che ancora non possiamo sviluppare.

In linguistica, con idiosincrasia s’intendono “le invenzioni dei singoli parlanti, i quali formano parole e strutture sintattiche secondo la fantasia e la propria struttura cognitiva, spesso creando dei neologismi”.

Inno del perdersi comincia con dieci secondi di saturazione totale, in una discesa verso il basso: è Requiem.

Poi succede che entra la batteria e questo essere saturo minore diventa maggiore e sale, come se il cielo si aprisse finalmente e smettesse di piovere, ed entra la luce, ed entro io ed entri tu - che eravamo in un noi fino a poco fa – ci scindiamo per riassemblarci. Questo strano amore che i Verdena riportano per simboli e piccoli cenni è fortissimo, non esiste più un io, non esiste più un tu.

E se la storia potesse finire qui.

L’opera definitiva (ma non ancora completa) di una band che è cresciuta in modo esponenziale, senza perdere mai un passaggio, fissando dei punti, creandosi un proprio spazio, riempiendolo.

Una band sotto contratto con una casa discografica dal 1999, sempre coerente con se stessa, fuori da ogni logica indie, creativa libera anarchica, che cita se stessa, senza presunzione. Solo per portare avanti un percorso, un’intuizione, un’idea, un ideale. Due fratelli e una donna fra di loro. La pazzia più totale contenuta nella razionalità femmina. Un flusso infinito di immagini, di suoni, miscelati con un’accuratezza. Come concepire un figlio. Crescerlo.

Si chiude il sipario. L’opera è esaurita, ma l’uomo che entra nel timpano dopo averlo colpito con forza è dentro solo per metà: testa e busto.

Sì è fermato così, lì: aspetta l’estate.

Fine prima parte.

87/100


di Pietro Giorgetti