umanit

Ar fi frumos dacă am fi mai atenți cu cei din jur, nu pentru că într-o zi am putea fi noi, dar pentru că toți suntem oameni și suntem egali. Să ne respectăm, să iubim, să apreciem, să sfătuim. Să fim oameni și să facem totul ca să fim toți în armonie. Să dăm o mână de ajutor când putem, și să le aratăm celorlalți că nu numai furtuna se poate numi după om, dar și răsăritul.
-L.

Si può rubare la felicità? Oppure non è che un altro infernale trucco degli esseri umani?
—  Storia di una ladra di libri
7

L’umanità Contro Il Male” - “Humanity Against Evil”

Gaetano Cellini  (1873-1937) 

“Cellini presented the plaster cast for this sculpture at the 1906 Milan Expo. On the base, he inscribed the title of the work and a couplet explaining its meaning: “Thus I’ll extirpate using my teeth and nails / the eternal pain that stings my heart”. He completed the actual marble sculpture in 1908.”

One of my favourite sculptures, right up there with the best of Michelangelo and Bernini’s. 

L’anello debole della catena.

Non mi piacciono le mie mani: somatizzo e divoro le mie dita.
Non mi piacciono le mie mani, non sono mani da donna, non sono belle mani, sono mani distrutte, che portano i segni dell’ansia che non so esternare, che sono logorate dai segni dell’umanità che non so accettare, della fragilità che mi appartiene, ma che camuffo con la mia labilità emotiva, la mia meteoantipatia e l’immane bisogno di affetto e comprensione, che mi perseguita durante il premestruo.
Non mi piacciono le mie mani: da piccola le nascondevo dentro le ciocche dei miei capelli.
E poi giravo e rigiravo quelle ciocche e coprivo il mio volto, perché non mi andava di parlare, non sapevo spiegare bene ciò che provavo, e sentivo addosso un peso opprimente: come spieghi a qualcuno che ti manca il fiato, che le parole non sanno uscire ordinatamente dalla tua bocca, se non come fiume in piena, che non sa in quale mare andare a finire?
In quale mare sono andata a finire?
Non mi piacciono le mie mani: avrei voluto suonare il pianoforte.
Vedere le mie dita scorrere, in maniera coordinata, alternandosi su tasti bianchi e neri, bianchi e neri, bianchi e neri: povere dita, che brutta fine che vi ho fatto fare!
Però so toccare la punta del naso con la lingua: potrei vincere una serie infinita di scommesse, può essere considerato un pregio?
Mi sono sempre nascosta, ho sempre avuto paura degli altri, da piccola portavo sempre le mani tra le ciocche dei miei capelli e le rigiravo, fino a coprire il mio volto: poi sono cresciuta e ho capito una regola fondamentale, ovvero che la catena è fatta di anelli e quello debole è destinato ad una brutta fine.
Col tempo mi sono resa conto di essere l’anello debole della catena di me stessa: non sono gli altri ad avere pregiudizi sulla mia persona, sono io a discriminarmi, ad insultarmi, a non capirmi, a mettere le dita fra le ciocche dei miei capelli e a coprire l’intero volto.
Tanto, gli altri se ne fregano: loro continuano a vivere.
E a me cosa resta?
Un sogno aperto e lasciato a metà: il pianoforte è una metafora.
Io sono tasti bianchi e neri alternati e le mie dita scorrono su di me, sul mio profilo, sul mio mento indisponente, il mio naso versatile, i miei occhi marroni e i miei capelli.
Le mie dita sono stanche, si lasciano divorare: però non si arrendono mica.
E allora lo ripeto: non mi piacciono le mie mani, però hanno un gran forza di volontà.
Mi sarebbe piaciuto suonare il pianoforte: io sono il mio pianoforte.
La parte debole di me l’ho compresa, non l’ho abbandonata: l’anello debole della catena non va disprezzato, ma va armonizzato, integrato, perché tutto serve per comporre la melodia della nostra vita.
E questo post è durato anche troppo: vado a legarmi i capelli.
Perché sono cresciuta e non nascondo più le dita tra le ciocche dei miei capelli: non copro il volto, perché ho bisogno di guardare in faccia la vita che mi è davanti.
Io, le sfide, le voglio vincere, non solo accettare.

Però devo restare sempre con me.
Nonostante queste dita qua, che non mi piacciono per niente.

“Lloyd?”

“Desidera sir?”

“Cos’è quel bidone orrendo davanti a casa?”

“È giornalismo spazzatura, sir”

“E a che serve?”

“A raccogliere il peggio dell’umanità sir”

“Lloyd è enorme…”

“Lo fanno ingombrante, sir, perché deve contenere anche lo sdegno collettivo”

“E non serve ad altro?”

“A nient’altro sir. Assolutamente a nient’altro”.