ulivo

Io e Davide avevamo un rapporto corretto, lo definirei io.
Ineccepibile solto alcuni punti e scorretto sotto altri.
Una sera di Ottobre, scesi di casa per incontrarlo e nell'aria si sentiva già il profumo di un'intensa chiacchierata del più e del meno.
Io e lui parlavamo di tutto. D'Attualità, di libri, d'arte, di scuola, della nostra amicizia, delle altre persone, di ciò che ci accadeva e delle ragazze che ci piacevano.
Funzionavamo come un ingranaggio rotto e poi aggiustato, con qualche rotella fuori posto che però riusciva ancora ad ingranare, nonostante i bulloni fossero sfalsati.
Lui diceva una cosa ed io la completavo.
Allora Davide mi guardava coi propri occhi castani e apriva piano la bocca come a voler continuare e voler dire altro, ma restava quasi sempre in silenzio e si passava una mano fra i capelli scuri, come il colore del carbone, disordinati, fasci di tulipani neri.
Quando lo vidi quella sera era appoggiato con la schiena al muro e aveva una sola mano nella tasca del jeans, largo e strappato sulle ginocchia.
L'altra teneva fra l'indice e il medio una sigaretta.
Non la reggeva come se fosse una semplice sigaretta.
L'incontro fra le sue labbra ed il filtro erano istanti memorabili.
Avvolgeva la propria carne lentamente attorno alla carta, fino a che era evidente che sentisse il sapore acre del tabacco perché socchiudeva gli occhi e con piacere morboso portava via con sè un bel pezzo di sigaretta,aspirandola dritta nei polmoni.
Godeva del fumo che gli aleggiava in bocca come se fosse il ragazzo più felice del mondo e quando lo soffiava via, il tabacco gli aveva portato via un gran pezzo di sè e gli aveva lasciato sulle labbra solamente un soave ricordo intenso.
Il tutto durava meno di qualche attimo e poi per ricordarsi di quanto fosse infelice, prendeva un'altra boccata di fumo e lasciava che andasse poi libero soffiandolo verso l'alto.
Lo salutai con una stretta amichevole di mano ed un bacio sulla guancia che ricambiò, sorridendomi poi.
Prendemmo a camminare senza alcuna meta particolare, lui adesso con entrambe le mani nelle tasche ed io con lo sguardo basso.
Non smettemmo un attimo di parlare e l'atmosfera intorno, nonostante fossimo all'aperto, sembrò farsi rarefatta quando gli domandai come andava con la ragazza con cui stava uscendo poco tempo fa.
Non mi rispose all'inizio e preferì accendersi l'ennisima sigaretta, per poi voltarsi a guardarmi e scuotere la testa come se la questione non lo avesse minimamente scalfito e come se non conoscesse la parola ‘ragazza’.
Allora io gli rifeci la domanda e lui spostò lo sguardo sul marciapiede.
Sembrava contare le mattonelle, così lo incalzai e stavolta lo spintonai con la spalla.
Lui si tolse la sigaretta di bocca, fermò il suo passo, mi fissò e mi riempì il volto di fumo:
“ Senti, ho smesso di sentirla, non mi va di parlarne..va bene? ”
allargò le mani verso l'esterno, coi palmi aperti e la sigaretta stretta fra le falangi come un antico tesoro piratesco.
Io feci un passo indietro e alzai di colpo le spalle, scrollandole.
“ Okay, okay. Cioè volevo solo sapere..”
allora per tutta risposta tenne lo sguardo crucciato a scompigliarmi i pensieri, poi prese un'altra forte boccata di fumo e riprendemmo a camminare come se non fosse mai accaduto niente.
Ci fu silenzio per qualche minuto intero e questo fu molto strano perché Davide aveva sempre qualcosa da dire, sempre qualcosa da aggiungere.
All'Arte, alla scienza, alla letteratura e al mondo.
Davide aveva, come me del resto, sempre qualche considerazione da fare.
La maggior parte del tempo che trascorrevamo a parlare non ci guardavamo quasi, comunicando in modo ben dissimulato, quasi astratto, tra una nuvola densa di fumo che sapeva ancora di lui mentre si dissolveva nell'aree.
Quella sera non so come, finimmo su di una panchina in ghisa, incrostrata nel marciapiede, più anziana del paesino stesso probabilmente.
Una serie incrociata di alberi di ulivo ci copriva dallo stradone dove le automobili sfrecciavano scheggiate dalle molecole dell'alcool.
Appoggiammo la schiena alla scomodissima spalliera e i piedi stendemmo su di una catena tesa a delimitare il marciapiede dalla strada.
Un ramo piegato dell'ulivo giunse quasi fino a noi e mentre il vento si fece più intenso e fischiava forte ad ogni spostamento, entrambi, senza mai smettere di parlare, ci avvolgemmo nelle nostre felpe come se tra noi e il mondo ci fosse un'ulteriore parete.
“ Però..Il sabato sera, e siamo qui fuori. Su di una panchina, mentre io fumo e tu fissi la siepe di fronte. ”
Gli risposi con calma, fissando ancora effettivamente la siepe e l'orizzonte dietro di essa, piatto e scuro, fuso col firmamento privo di stelle.
“ Questa sera il cielo ha smontato le luci della felicità. ”
Lui mi guardò così mentre lasciava che una sigaretta lo consumasse ancora, sino all'osso e mi disse con un tono secco e rapido, come se avesse potuto vivere anche senza sapere la mia risposta.
“ Oh, e perché sei infelice? ”
Io riportai gli occhi sulla siepe, e Davide fece lo stesso, picchiettando con l'indice libero sul ferro freddo della panchina.
“ No, credo di no. Cioè almeno non adesso. Siamo insieme e come al solito tu stai fumando ed io sto pensando. ”
Lui sorrise e non disse più nulla, smettendo anche di picchiettare con l'indice sul ferro.
Come se non volesse mai darmi la soddisfazione di sapere che anche lui mi voleva bene.
Dopo qualche ora ci alzammo.
Io e Davide non smettemmo mai di parlare, giorno per giorno, settimana per settimana, mese per mese.
Quella sera però la ricordai fra le tante come una delle poche.
Quando ci salutammo , Davide non stava fumando e mi abbracciò come poche volte era successo.
Forse per lui il cielo, quelle stelle non le aveva mai montate.
—  Davide Avolio

E ti diranno parole rosse come il sangue, nere come la notte; ma non è vero, ragazzo, che la ragione sta sempre col più forte. Io conosco poeti che spostano i fiumi con il pensiero, e naviganti infiniti che sanno parlare con il cielo. Chiudi gli occhi, ragazzo, e credi solo a quel che vedi dentro, stringi i pugni, ragazzo, non lasciargliela vinta neanche un momento. Copri l'amore, ragazzo, ma non nasconderlo sotto il mantello a volte passa qualcuno, a volte c'è qualcuno che deve vederlo. Sogna, ragazzo sogna, quando sale il vento nelle vie del cuore, quando un uomo vive per le sue parole o non vive più; sogna, ragazzo sogna, non lasciarlo solo contro questo mondo, non lasciarlo andare sogna fino in fondo, fallo pure tu. Sogna, ragazzo sogna, quando cade il vento ma non è finita, quando muore un uomo per la stessa vita che sognavi tu. Sogna, ragazzo sogna, non cambiare un verso della tua canzone, non lasciare un treno fermo alla stazione, non fermarti tu. Lasciali dire che al mondo quelli come te perderanno sempre, perché hai già vinto, lo giuro, e non ti possono fare più niente, passa ogni tanto la mano su un viso di donna, passaci le dita nessun regno è più grande di questa piccola cosa che è la vita. E la vita è così forte che attraversa i muri per farsi vedere, la vita è così vera che sembra impossibile doverla lasciare, la vita è così grande che quando sarai sul punto di morire, pianterai un ulivo, convinto ancora di vederlo fiorire. Sogna, ragazzo sogna, quando lei si volta, quando lei non torna, quando il solo passo che fermava il cuore non lo senti più. Sogna, ragazzo, sogna, passeranno i giorni, passerrà l'amore, passeran le notti, finirà il dolore, sarai sempre tu. Sogna, ragazzo sogna, piccola ragazza nella mia memoria, tante volte tanti dentro questa storia: non vi conto più; sogna, ragazzo, sogna, ti ho lasciato un foglio sulla scrivania, manca solo un verso a quella poesia, puoi finirla tu.

E ti diranno parole rosse come il sangue,
nere come la notte;
ma non è vero, ragazzo,
che la ragione sta sempre col più forte
io conosco poeti
che spostano i fiumi con il pensiero,
e naviganti infiniti
che sanno parlare con il cielo.
Chiudi gli occhi, ragazzo,
e credi solo a quel che vedi dentro
stringi i pugni, ragazzo,
non lasciargliela vinta neanche un momento
copri l'amore, ragazzo,
ma non nasconderlo sotto il mantello
a volte passa qualcuno,
a volte c'è qualcuno che deve vederlo.

Sogna, ragazzo sogna
quando sale il vento
nelle vie del cuore,
quando un uomo vive
per le sue parole
o non vive più;
sogna, ragazzo sogna,
non lasciarlo solo contro questo mondo
non lasciarlo andare sogna fino in fondo,
fallo pure te..
Sogna, ragazzo sogna
quando cade il vento ma non è finita
quando muore un uomo per la stessa vita
che sognavi tu
Sogna, ragazzo sogna
non cambiare un verso della tua canzone,
non lasciare un treno fermo alla stazione,
non fermarti tu…

Lasciali dire che al mondo
quelli come te perderanno sempre
perchè hai già vinto, lo giuro,
e non ti possono fare più niente
passa ogni tanto la mano
su un viso di donna, passaci le dita
nessun regno è più grande
di questa piccola cosa che è la vita

E la vita è così forte
che attraversa i muri per farsi vedere
la vita è così vera
che sembra impossibile doverla lasciare
la vita è così grande
che quando sarai sul punto di morire,
pianterai un ulivo,
convinto ancora di vederlo fiorire

Sogna, ragazzo sogna,
quando lei si volta,
quando lei non torna,
quando il solo passo
che fermava il cuore
non lo senti più
sogna, ragazzo, sogna,
passeranno i giorni,
passerrà l'amore,
passeran le notti,
finirà il dolore,
sarai sempre tu…

Sogna, ragazzo sogna,
piccolo ragazzo
nella mia memoria,
tante volte tanti
dentro questa storia:
non vi conto più;
sogna, ragazzo, sogna,
ti ho lasciato un foglio
sulla scrivania,
manca solo un verso
a quella poesia,
puoi finirla tu.

—  Sogna Ragazzo Sogna (Roberto Vecchioni)

Ce ne stiamo qui, io e te

Come panni stesi al sole.

A scuotere  i pensieri per non farli raggrinzire, a lasciare  le paure ad asciugare.

Tutto dominabile, tutto gestibile. Niente paura.

E promettiamo  di non tornare più qui, perché tanto  si torna sempre dove si giura di non voler andare.

Promesse da adolescenti anche a quarant’anni.

Qui.

A non pensare a niente, a pensare a tutto.

A fare quattro passi da buoni amici, in questo mondo immaginario, costruito con fatica solo per noi, che siamo inamovibili nel tempo, il vecchio ulivo dove  appoggiamo a riposare i sogni.

E rimaniamo appesi a quel ponte, a guardare giù il fiume, il lento scorrere delle cose, i treni, i sorrisi, le persone in gamba e sole, come noi.

Che se non parliamo è solo perché siamo in pace.

Né tristi, né felici, in pace.

Uno accanto all’altro.

Che  abbiamo anche provato a tagliare i fili.

Dicono che chi ama è felice per te.

Anche se non sei con lei.

Io trovo solo che la rabbia è la stessa negli anni, cambia il riflesso.

Ma sono felice per te.

E allora, si fa tardi, te ne vai. Ma ci sentiamo meglio.

Ciao” dici “ non torno più”.

“ Ciao” penso “ mi manchi” penso.” “ ci vediamo tra un po’.” Penso.

Ma non ti dico niente.

Tanto anche io giuro che non torno più.

Era Agosto quando la vide la prima volta, all'imbrunire sotto un ciliegio in fiore. Lei era vestita di un sorriso bellissimo, lui silenzioso fra quei gigli, il cuore già volava tra il polline. Aveva in mano una piccola calendula, tremante la poso nella folta chioma bionda della donna. Lei piccola, esile come un ramoscello di ulivo acerbo, le gote rosee come le dalie, gli occhi chiari accentati da un cobalto intenso; danzava fra quei campi giovine e leggiadra, si perdeva tra quei ruscelli di colore. Amore dolce, miele per l'anima; un bacio a stampo in quella tempesta di sentimenti increspa un’aurora in quel cielo terso. La donna gli accarezzava gli occhi, parlandogli con l'anima; un sospiro affannoso era dolce aria nel crepuscolo estivo…
Ho sognato te

Era l'alba
dormivamo su di un letto
coperti da lenzuola bianche
all'ombra di un ulivo secolare
che tanti anni ormai aveva vissuto.

Un bacio mi sveglia
mi addolcisce la bocca
i tuoi occhi scuri
sono la prima cosa che osservo
i tuoi capelli ricci e neri
la prima cosa che io tocco.

Buongiorno anche a te.