tutto fatto a mano

Non serbo rancore, non sono gelosa della sua felicità.
Con tutto il mio cuore gli auguro il meglio.
Consapevole del fatto che la mano che spettinerà i suoi capelli non sarà mai la mia, e per questo lo perdono.
Però quanto avrei voluto essere io il suo amore, io, la sua felicità.
—  Jane White

“Sono quasi arrivato in ufficio quando sento il telefono squillare.

Irene Cell.

Cavolo, l'ho lasciata a scuola dieci minuti fa, penso a uno sciopero improvviso, una chiusura straordinaria, altalene che si sono appena rotte, a possibili tsunami, apocalissi incombenti, satelliti in rotta di collisione, la fine della realtà così come la conosciamo.
Ansioso?

No, perchè?

Non avevo collegato l'auricolare, quindi lascio momentaneamente alla guida Nostro Signore, e la sua tendenza a sovrasterzare, e rispondo.
“Tesoro, tutto bene?”

Una voce decisamente diversa dalla mia piccolina.

“Sono la dirigente scolastica della scuola di sua figlia” - pausa lunga quanto il passaggio dall'usare ossa di parenti come pettini fino alla scomparsa del Don Bairo, poi riprende - “prima di chiamarmi tesoro, almeno mi inviti a cena.”

Trattengo legioni di vaffanculo ma mi calmo all'istante.

“Ci sto, però paga lei con i soldi ottenuti dal furto del cellulare di mia figlia. Immagino vada tutto bene, perchè mi chiama, Irene ha dimenticato qualcosa?”

“No, anzitutto non si preoccupi, va tutto benissimo, Irene è qui vicino a me, avrei bisogno di parlarle. Con una certa urgenza.”

Occacchio.

Preside.

Certa urgenza.

Sono fottuto.

Uh.

Stavolta sto dall'altra parte del cazziatone, ok, posso affrontarlo.

Chiamo per avvertire del ritardo e torno indietro.

Con la spavalderia di quello che ha visto più uffici del preside che supermercati, busso ed entro.

Scena.

Una signora con capelli raccolti a crocchia, maglione grigio Eternit su gonna nera.
Era Una Così Brava Persona, occhiali dalla montatura rosa e diamantati, sciarpa con più colori di quanti un uomo possa mai conoscerne.
Rughe come piovessero, ma nei punti giusti, in quelli dove riconosci una bella vita.

Irene è seduta davanti alla scrivania, non si volta verso di me, non ha lo sguardo basso.
Tre stagioni di Lie To Me non possono mentire, il suo corpo sta dicendo
“Ho fottutamente ragione io.”

Tutto questo dura pochi attimi, interrotti dal mio porgerle la mano sorridendo.

“Salve, sono il papà di Irene, cosa è successo?”

A pagina 3 del manuale della Brava Preside c'è il capitolo “Abbassare gli occhiali quel tanto da ottenere uno sguardo deciso”, quindi parla.
“Preferirei lo raccontasse lei.”

Ok, ci sto.
Se ha sbagliato, giusto che paghi, se ha ragione, tutto finirà uscendo da quella porta, giochiamo secondo le tue regole.

La guardo e chiedo di iniziare. lo fa.

Non vedeva l'ora.
E’ incazzata come quando una bimba avanti a lei di un solo passo le fregò l'ultimo Rarity in offerta.

“Dopo che sei andato via” - parte a razzo - “non hanno aperto subito il cancello, sono rimasta fuori a chiacchierare con le altre.
Quando ha suonato, c'è stata la solita corsa per entrare” - guarda la signora - “come se la scuola dovesse scappare da un momento all'altro o avessero messo un numero chiuso.
Comunque, aspetto che i lemmings si ammazzino per entrare per primi e, intanto, faccio come te, mi guardo intorno” - adesso guarda me - “hai presente i due papà di quel ragazzino di terza?”

Li ho presenti sì.

La dimostrazione di come, anche quando pensi di essere bravissimo a nasconderti o a non far capire nulla, ti stai solo illudendo.
Ogni mattina fanno una tenerezza infinita nel cercare di non far vedere cosa ci sia tra loro, più uno che l'altro. Una mano che sfiora l'altra per un attimo, il movimento della testa che vorrebbe poggiarsi su una spalla ma si ferma in tempo, la distanza tra due fianchi quasi inesistente, un abbraccio senza cingersi.
E come si guardano quando il ragazzino sparisce dentro il portone.

Certo che li ho presenti.

Metà delle mamme li invidiano ricordando quella passione.

“Sì, certo, che è successo?”

“Ecco, di solito vanno via insieme, oggi erano con due macchine, uno dei due, per salutare l'altro, lo ha baciato.”

“Quindi?”

“Niente, erano bellissimi, ho alzato un pollice sorridendo.”

“Non capisco ancora.”

“Mentre entravo, sono passata vicino a una signora” - adesso la voce cambia e diventa ringhiante - “che li ha chiamati con una brutta parola” - punta un dito verso la preside - “che non ripeterò! Nemmeno adesso!
Siete i grandi, avete sicuramente capito quale.
Dicevo, questa signora dice che sono degli schifosi” - pausa - “parolaccia, e gli dovrebbe essere impedito di mostrarsi davanti alle scuole.”

“E tu?” - ma già intuivo.

“Io mi sono fermata e le ho urlato una brutta cosa…” - adesso abbassa la testa.

Guardo la preside.

“Cosa ha detto?”

“Ha detto che se ci fosse una legge così stupida la prima a dover essere cacciata sarebbe lei e la sua faccia da stronza.”

Evita di sorridere!

Pensa a Jar Jar. Ricorda le umiliazioni da bambino. Pensa alla Bombazzi che la faceva girare come fosse allenata da Guardiola ma a te non è arrivata mai, pensa a come ti hanno trattato da Leonix.

Non basta, sto sorridendo. E lo faccio orgoglioso.

Riprendiamo in mano la situazione, sono dentro un ufficio e sono stato richiamato per questo.

Serio.

Molto serio.

Dannatamente serio, direi anche incazzato.

Raduno a me le legioni infernali e parlo.

“Senta, non venga a dirmi che sarà punita per questo perchè…”

Non arrivo nemmeno alla e di Senta. la preside ha un sorriso migliore, o peggiore, del mio.

“Non ci penso nemmeno. La signora ha, come può immaginare, alzato un putiferio prendendosela con Irene, spalleggiata da alcune amiche presenti, sarà contento di sapere che loro erano quattro e le persone dalla parte di sua figlia tutto il piazzale” - mano sul petto - “me compresa.
Mi perdoni se l'ho fatta preoccupare, dovevo solo far vedere di aver fatto qualcosa per la parolaccia, tutto qui.”

Mi tende la mano. E’ calda. la stringo e mi trovo anche l'altra a circondare la mia.

“Sia fiero di lei.”

Lo sono.

Usciamo dall'ufficio. Lei con il suo zainetto, io col mio.

“Sei arrabbiato per la parolaccia?”

“Sì, ti avrei preferito più creativa. Stronza è banale, su.”

“Ero arrabbiata… davvero non ce l'hai con me?”

La guardo negli occhi e vedo la donna che sta diventando.

Mondo, ti sto consegnando una ragazza che non meriti.

“Irene, hai fatto benissimo, non bene, benissimo. I signori che hanno detto?”

“Nulla, sono andati via.”

“Spero solo stiano bene.”

“Papo, non potevo ignorare… la signora è stata davvero cattiva e ho visto le altre dire di sì alle sue cattiverie…”

“Irene, come dice la canzone, chi sei tu?”

“Un gatto.”

“E un gatto…?”

“Padroni non ne ha.”

“Tranne mamma. Fila in classe, forza.”

E sorride.

E con lei il mondo.

Irene ha 12 anni.

Lo ha capito lei.

Non ci vuole molto, su.”

(web)

Dovremmo tutti tornare a vivere come i bambini.. @struruso

anonymous asked:

Secondo te, è peggio perdere un'amicizia o un amore?🌹

Secondo me è molto peggio perdere una amicizia. Di questi tempi, gli amori, nella maggior parte dei casi, iniziano già con la consapevolezza che prima o poi finiranno, l'amicizia no. Forse perché si tratta di un rapporto meno “impegnativo” ci si aspetta che possa durare per sempre, è più facile fare progetti con un'amico che con un partner, quindi quando finisce un'amicizia ci si ritrova totalmente spiazzati. Per mia personale esperienza, poi, ho notato che quando un amore finisce, il dolore arriva tutto subito e man mano svanisce facendoti accettare il fatto che non era destino, mentre quando perdi un amico, magari per una lite, all'inizio credi di non aver perso niente, sei arrabbiato e pensi che starai benissimo senza vedere più quella persona, ma a distanza di molto tempo rimpiangi fortemente la sua mancanza.

Tutto comincia da uno sguardo, e non da un messaggio.
Ricordati queste parole, e te lo dico io, che tu ormai sai, ero preso da quel mondo virtuale e assurdo.
L'amore non nasce scrivendo: “ciao”.
L'amore nasce dagli occhi.
L'amore nasce da un saluto chimico, fatto dal vivo, dove al tatto della mano capisci tutto.
L'amore nasce all'improvviso, magari perché no, in un bar, nel luogo e nel momento meno inaspettato.
So che è facile essere dall'altra parte, so che te lo diranno in tanti, ma l'ho vissuto proprio sulla pelle, so quello che si prova. So cosa vuol dire quando nulla può tirarti su, quando è tutto semplice a parole; ma come lo spieghi agli altri il male che senti, il vuoto che provi, l'eco che s'infila dentro ai timpani… pensi che non potrà passare mai, ma te lo giuro, passa. Passa in maniera lenta proprio per cancellare tutto per bene. E qualche traccia resta, ma è su quelle tracce che costruirai il tuo nuovo bozzolo, e dopo il bozzolo, viene sempre fuori una farfalla. Volerai, al momento giusto, e sarà pazzesco, sarà incredibile, e ti avrà fatto bene tutto, anche questo periodo qui. Te lo posso garantire, mano sul cuore.
Sono stanca di andare a letto da sola e sentire quanto le coperte siano fredde senza di te, sentire il letto vuoto, perché tu non ci sei. Sono stanca di girarmi e non trovarti.
Ma più di tutto, mi sfinisce il fatto di allungare la mia mano e non poterti sfiorare, perché semplicemente, dormi in un altro letto, che non è il mio. Non è il nostro.
Sono stanca di andare a letto da sola e sentire quanto le coperte siano fredde senza di te, sentire il letto vuoto, perché tu non ci sei.
Sono stanca di girarmi e non trovarti.
Ma più di tutto, mi sfinisce il fatto di allungare la mia mano e non poterti sfiorare, perché semplicemente, dormi in un altro letto,
che non è il mio. Non è il nostro.
Spero che lei ti spezzi in due, come tu hai spezzato me. Spero che non sabbia tenerti su, come ho fatto io. Spero che tutto d'un tratto, ti molli la mano, e tu finisca con la faccia a terra.
Lì si che sorriderò.