tra$ha

Cronache di Tinder:

ragazzo dieci cm più alto di me che fa il giornalista e sembra molto dolce. Vediamo che disagio mentale ha / tra quanto deciderà di scomparire.

Ella es una auténtica hija de puta,
pero logra sacarte las mejores risas.
 
Se muerde el labio cuando dice una grosería,
y se levanta del asiento para concederte
el mejor viaje de tu vida
hacia el camino hacia su alma.
 
¿Quién, ahora, la arreglará? Si todas las corazas están echas pedazos sobre el suelo y lo único que hace es bailar al ritmo de su tristeza.
 
Aunque no es una chica triste,
más bien es una chica de puntos intermedios,
de medias tintas,
de corazones rotos,
de balazos guardados
y abrazos enterrados
en sus costillas.
 
Es una auténtica hija de puta, sí,
pero te invita a bailar cada noche,
te sirve una copa desde lo más alto de su mundo
y grita que está irremediablemente perdida.
 
Cierra los ojos cuando ve el golpe venir
y los abre cuando el dolor ya está hecho.
 
¿Quién la salvará de sí misma?
¿Quién le dirá ven, te pienso quitar el frío
a besos?
¿Quién la convertirá en poesía
una noche,
tras la cual,
te ha roto algo más que el corazón?
 
Ama tan fuerte
que es capaz de romperte todas las ventanas
por las cuales miras el paisaje
minutos antes de mirar solamente desastre.
 
Es un hermoso desastre,
en el cual pueden brotar amapolas
y también mala hierba.
— 

“Hermoso desastre“, Benjamín Griss

Mostro - Sabato Sera

Ehi, ce l'hai un momento?
È la sesta volta che ti chiamo e trovo sempre spento.
È sabato sera e non so dove cazzo sei .
Spero almeno che tu ti stia divertendo.
Io, sono seduto sopra al pavimento, pensavo, quant'è triste questo appartamento.
Il lavandino perde ancora e apparte questo, ho una clibro 9 sotto al mento.
Sai, volevo dirti solo quello che in tutti questi anni io non ti ho mai detto
Ti ho chiamata, non per nulla di importante, ma perché tu mi dessi solo un valido motivo per non premere il grilletto
Ma infondo, non vedo cosa cambi, dato che sono già morto, dentro, da troppo tempo

Rumore bianco in sottofondo, il mio volto, spento
E la cosa che mi fa più male è che non mi fa più male.
E la cosa che mi fa più male è che non mi fa più male.
Perfetto ora ho anche il cellulare scarico, forse perché sta notte ti ho chiamata troppe volte, pensa, ironia della sorte, ma è proprio vero che sti cosi poi diventano parte di noi
Ora entrambi andiamo incontro alla morte
Più ti parlo più mi spengo, senza caricatore il mio cuore sta al 3 per cento
Le mie condizioni qui peggiorano e i demoni mi divorano, emozioni che si svuotano, quattro pasticche bastano nel mio stomaco, non c'è mai fine e queste medicine non funzionano
No, non funzionano,
Oggi come ieri, sono sempre gli stessi pensieri che mi ossessionano
E mentre affondo, mi dico che c'è ancora spazio per un sogno, come una madre pazza culla un figlio morto
Mi senti? Pronto?
E la cosa che mi fa più male è che non mi fa più male.
E la cosa che mi fa più male è che non mi fa più male.
E la cosa che mi fa più male è che non mi fa più male.
E la cosa che mi fa più male è che non mi fa più male.
Qualche anno fa pensavo sarei morto come un re
E invece finisce tutto su questo parquet
Non mi hai mai visto così, con piacere ti presento la parte più buia di me, quella che non vorresti mai vedere, quella che ti ho sempre nascosto per il tuo bene, quella che adesso ha preso il sopravvento e che si chiede perché cazzo non stai rispondendo e non ho più tempo
Non ho più voglia,
Non ho sogni nel cassetto, ma pillole per l'insonnia,
La vita è bella, si, una bella troia che però si tira fuori il cazzo quando poi si spoglia
E me ne vado a fare in culo, tanto so la strada,
Stanco di me e di te e di sta telefonata
Io sto a metà tra un pazzo che ha perso il senno e un bambino che gioca con una granata
E ho finito, e concentro tutte le mie forze su quel dito,
chiudo gli occhi, tiro un sospiro, e attendo che l'ultima goccia cada dal lavandino
E la cosa che mi fa più male è che non mi fa più male.
E la cosa che mi fa più male è che non mi fa più male.
E la cosa che mi fa più male è che non mi fa più male.
E la cosa che mi fa più male è che non mi fa più male.

Temo proprio che questo post, in quanto a lunghezza, sarà quasi una tesi di laurea. O peggio.
In ogni caso, tutto è nato quando oggi c’erano due ragazze in macchina che stavano uscendo dal parcheggio della stazione e due ragazzi in bici sono sbucati a tutta velocità dall’angolo, senza controllare nulla, senza andare sul marciapiede. Diretti, senza farsi problemi.
Quindi, ovviamente, la ragazza al volante ha frenato per non investirli. E cosa fanno quei due simpaticoni?
Uno se ne esce con una frase molto intelligente, davvero. “Impara a guidare.”
E il suo amico, ancora più arguto dell’altro, ridendo: “Ma dai, è una donna. Cosa pretendi?”
Se fossi stata la donna al volante, nel sentire certe affermazioni, li avrei stesi. Ma tralasciamo gli istinti. Per ovvie ragioni lei li ha ignorati, li ha lasciati passare e se ne è andata.
Al che, una volta tornata a casa, dopo questo episodio di vita quotidiana che mi ha lasciato basita, mi sono informata sull’effettivo binomio donna al volante-pericolo costante.
E, con sorpresa (ma neanche tanta) pare proprio che non abbia alcun fondamento! Il gentil sesso provoca meno incidenti.
“Le donne al volante sono quasi sempre prudenti, mai competitive e raramente vengono trovate in stato di ebbrezza, avendo capito e metabolizzato l’importanza di una guida sicura. Non che l’uomo sia spericolato e guidi male a prescindere ma le statistiche degli incidenti, quelli agghiaccianti che ogni fine settimana fanno la conta delle persone che non sono tornate a casa, parlano chiaro.”
Che liberazione. Mi sono tolta un peso. Mi piacerebbe trovare quei due ragazzini.
“Ehm, avrei un piccolo consiglio. Evita di parlare a vanvera, di dare voce a certi pregiudizi senza alcun tipo di fondamento. È un suggerimento amichevole, credimi. Ah, un’altra cosa. Ricordati di rispettare sempre le donne. Perché tua madre è una donna e ti puliva il culo quando eri bambino. Ricordatelo e sii grato al genere femminile, eh. Addio e buona vita. Saluti, ciao ciao.”
Ma ovviamente, poteva una come me fermarsi qui e dire solo “oh, le donne sono più “brave” alla guida”? Certo che no.
E allora vorrei far luce su alcune cose (tante, ma ahimè, quando un argomento mi sta a cuore non riesco a non dire tutto quello che ritengo necessario!)
Noi donne non siamo il sesso debole, quelle che non devono entrare nelle famose “cose da uomini”.
Perché su alcune cose siamo diversi, certo, e su altre uguali. E se voi uomini avete a volte una forza fisica maggiore (“amoooore, mi apri il barattolo?” che è l’unico contesto in cui dovete effettivamente usare un po’ di forza nelle braccia), noi donne abbiamo la forza di sopportare il ciclo tutti i mesi, il parto e la menopausa. E scusate se è poco.
E se voi uomini avete le palle, noi donne abbiamo le tette. Due a due, ce la giochiamo bene.
Quindi niente “cose da uomini”, niente “cose da donne”. Occuparsi della famiglia, dell’educazione dei bambini, dei più deboli, non è “roba da donne”. È anche “roba da donne.”
Così come la politica, l’economia, la medicina e molti altri campi non sono “cose da uomini”. Sono anche “cose da uomini”.
Vi faccio qualche piccolo esempio.
Ada Lovelace, matematica inglese, fu il primo programmatore informatico della storia.
Anna Maria Mozzoni, pioniera del movimento femminista e del femminismo in Italia. Per la serie:  donne decise e sicure ne abbiamo…?
Benazir Bhutto, per due volte primo ministro del suo Paese, il Pakistan, è stata la prima donna a ricoprire una carica così importante in uno stato musulmano.
E come non nominare Coco Chanel, un'icona della moda, dello stile e della classe, che ha rivisitato abiti maschili per noi donne. E chi dobbiamo ringraziare per i nostri amati pantaloni? Spesso ci dimentichiamo che fino a un po’ di tempo fa, le donne si sognavano di indossare i pantaloni che noi a volte diamo per scontati. Pensate che emozione per le prime ragazze poter indossarli, pensate poi a che emozione poter mettere i pantaloncini e scoprire le gambe!
Dorothy Hodgkin, scienziata britannica, Premio Nobel per la chimica nel 1964.
Eleanor Roosvelt: una donna importante nella storia americana, ma non solo; ha presieduto, tra le altre cose, la commissione che approvò la dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Sempre impegnata nella salvaguardia dei diritti civili delle donne.
Elena Lucrezia Corner Piscopia: la prima donna a ottenere una laurea al mondo. Come si può notare, era italiana.
Emmeline Pankhurst. Con il marito ha lottato in favore dell'uguaglianza politica delle donne. Nel 1903 fondò il Women’s Social and Political Union, che puntava al voto delle donne, per questo è conosciuta come la leader delle suffragette.
Gertrude Belle Elion, scienziata di fama mondiale, ricevette il Premio Nobel per la medicina, a lei si devono importanti progressi nel campo della ricerca farmacologica per la cura della leucemia.
Golda Meir, la prima donna a guidare il governo del suo Paese, Israele.
Marta Graham, inventando movimenti e passi unici, è considerata la madre della danza moderna.
Margherita Hack, la scienziata era una vera autorità nel settore dell'astronomia.
Maria Montessori, educatrice, pedagogista e medico ha inventato un nuovo metodo di insegnamento.
Marie Curie oltre ad aggiudicarsi ben due Premi Nobel, ha svelato nozioni importanti sulla radioattività.
Rita Levi Montalcini, neurologa italiana, tra le scienziate più famose al mondo, ha conquistato un Premio Nobel per la medicina.
Malala Yousafzai, attivista pakistana impegnata per l'affermazione dei diritti civili e per il diritto all'istruzione delle donne.
Olympe de Gouge, celebre drammaturga francese. Divenne molto famosa per il suo pensiero libero e rivoluzionario. Nel 1791 scrisse la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina in cui dichiarava l'uguaglianza politica e sociale tra uomo e donna.
Josephine Butler è una femminista britannica che ha lottato contro la prostituzione legalizzata e soprattutto contro il controllo amministrativo e medico delle ragazze. Inoltre si è battuta perché l’Università di Cambridge aprisse più corsi alle donne, intorno al 1860.
Maud Wagner, la prima tatuatrice donna.
Simone Segouin, 18 anni, ha combatutto al fianco della resistenza francese durante la liberazione di Parigi.
E l’elenco potrebbe allungarsi davvero parecchio. Questo è un piccolo estratto per dimostrare che forse non è il caso di rimanere nell’ignoranza. Non c’è niente che sia a portata esclusiva degli uomini. Forse invece di mettere barriere (“questo è il mio campo di studi, questo è il tuo”) basterebbe proseguire per mano e aiutarsi. Senza badare a cosa abbiamo tra le gambe.
E ho quasi finito. Ma già che ci sono lo dico.
Vedo alcune ragazze il cui unico pensiero è farsi belle, mostrare tette e culo e trovarsi un fidanzato. Non ho nulla contro di loro, ognuna ha i propri scopi nella vita. E magari a loro non è successo nulla di male, hanno una casa, l’amore dei genitori, hanno un futuro. Studiano, andranno all’università. E magari si chiedono “ma cosa potrebbe volere una donna dalla vita oltre a quello che ha già?”
Ecco, magari a loro non serve nient’altro. Ma non rimaniamo in questa visione chiusa. Ci sono donne nel mondo a cui l’istruzione viene negata. Sono costrette a matrimoni forzati, partoriscono che sono ancora bambine. Alcune neonate vengono lasciate morire solo perché sono nate femmine.
Alcune ragazze, mentre noi siamo qui a scrivere e a parlare con le amiche di quanto sia stronzo quel ragazzo che ci ha spezzato il cuore, sono obbligate a prostituirsi. Altro che libri e interrogazioni di cui tanto ci lamentiamo.
Il 17% degli adulti in tutto il mondo non è in grado di leggere o scrivere, due terzi (493 milioni) dei quali sono donne, una proporzione che non è variata di molto nel corso degli ultimi 20 anni.
Un esempio illuminante è quello di Hauwa Ibrahim, vincitrice del premio Sacharov 2005 e prima donna a diventare avvocato in Nigeria. Oggi Hauwa difende i diritti delle persone che altrimenti non avrebbero accesso alla giustizia a causa dell'analfabetismo. Molte di queste persone sono donne accusate di adulterio e condannate a morte secondo la legge Sharia.
Quindi, nel momento in cui una ragazza mi dice “ma abbiamo già tutto nella vita, cosa vuoi ancora?” in realtà mi sta dicendo “ho avuto la fortuna di nascere in un paese in cui i miei diritti li ho qui belli e pronti, cosa mi interessa delle altre donne nel mondo?”
Siamo fortunate, molto fortunate. Ma non abbiamo risolto tutti i problemi.
Perché ogni giorno si sente la notizia di ragazze stuprate, di donne che subiscono violenze, anche domestiche.
In Italia, sono 6 milioni 788 mila le donne che hanno subito violenza almeno una volta nel corso della propria vita. In Italia, le stime che si possono fare non sono specifiche perché moltissime donne hanno paura di denunciare i propri aggressori.
E se fai del male a una donna non sei un uomo, sei un bastardo.
Perché c’è una grande differenza tra una donna che dice “no” ma intende “sì” e una che dice “no” e intende “no.”
La vostra fidanzata può dirvi “no” al vostro “vuoi un abbraccio?” dopo una litigata, e lo dice sorridendo, già si scioglie e si rifugia nelle vostre braccia. E allora poco da dire, quel “no” è solo per scherzare. Certo che lo vuole il vostro abbraccio.
Ma una donna che piange, che ha paura, che vuole allontanarsi da un uomo che le vuole fare del male… quella donna se dice “no” è no. E non c’è da discutere. Se continui a farle del male, allora sei un pezzo di merda.
Una donna del suo corpo fa quello che vuole. Gli uomini non entrino nel merito. Se una donna vuole abortire, lo fa.
Non sto giustificando l’aborto in ogni situazione. Non è un gioco.
Ma una donna che è incinta del suo stupratore, una donna che sa che suo figlio avrà delle malattie che gli renderanno la vita un inferno: scusatemi, queste donne io non me la sento proprio di giudicarle senza appello. No all’aborto, e perché? Con quale coraggio dici a una donna che soffre “no, non abortire, è una vita”? Ma cosa ne sai di quello che sta passando? E se toccasse a te, donna così decisa nelle tue opinioni e chiusa di mente? Dimmi, tu, dall’alto delle tue convinzioni, tu cosa faresti?
Non mi interessa se ho solo 18 anni e sembro categorica su certe cose. Non mi importa se sembro troppo seria quando si parla di essere donne.
È il nostro corpo. Non dobbiamo né esibirlo né nasconderlo. Ma dobbiamo rispettarlo, amarlo e non dobbiamo permettere che dei bastardi ci lascino addosso lividi e paure, ricordi dolorosi e cicatrici.
Non voglio che le donne siano considerate superiori agli uomini.
Voglio che siamo considerate uguali.

E probabilmente passerò la mia vita a lottare. E non smetterò finché le donne non potranno camminare per strada da sole di notte senza temere uno stupro.
Non smetterò perché non è giusto che in una stanza piena di donne, un uomo si senta in paradiso mentre una donna in una stanza piena di uomini sia terrorizzata.

Siamo la generazione ribelle: quella dei capelli blu, rossi o verdi; dei ragazzi con i dilatatori e delle ore passate nelle stazioni. Siamo la generazione delle amicizie a distanza, di Colpa Delle Stelle e di Lorenzo Fragola. Siamo la generazione delle sfide senza senso e chissà se è meglio un Samsung o un Iphone. Siamo la generazione delle Dr.Martens e delle ore passate su Twitter o Ask, quella dei messaggi chilometrici su WhatsApp e del bastone per i selfie. Siamo la generazione dei ragazzi con i pantaloni a vita bassa e dei libri dimenticati a casa. Siamo la generazione della sfida tra chi ha più amici su Facebook e lettori su Tumblr. Siamo la generazione dei Crookids e di Greta Menchi, di chi ascolta Emis Killa e chi gli One Direction, di chi ascolta pop, il rap, ma soprattutto, il rock n’roll, ma che non riuscirebbe ad andare a letto senza prima ascoltare la sua canzone d’amore preferita. Siamo la generazione del motorino a quattordici anni e del primo bacio a dodici. Siamo la generazione di chi vuole andare a Londra, chi a New York e chi a Los Angeles. Siamo la generazione dei selfie postati su Instagram e delle foto condivise su Facebook. Siamo la generazione degli insulti su Ask, delle bimbominchia su Youtube, di Fast and Furious e i Simpson. Siamo la generazione dei finti depressi, delle magliette dei Nirvana e degli album dei nostri artisti preferiti. Siamo la generazione che ha ballato Gangam Style e Happy, quella che ha amato Harry Potter, che ha inventato la parola ”selfie” e che odia se stessi. Siamo la generazione ribelle, quella che non cambierà mai, che dice parolacce e non vuole andare a scuola. Siamo la generazione di merda o forse meravigliosamente stupenda.

La cosa peggiore quando una relazione finisce sono i ricordi.
Tutti i ricordi che fanno a pugni nella tua testa per essere ricordati. Ricordi belli, ma anche ricordi brutti. Le risate, gli scherzi, le liti, le discussioni, i momenti dolci e i momenti seri. E’ inevitabile che questo accada, perché quando una persona entra a fare parte della tua vita veramente, lascia un segno indelebile. Un segno che non si può dimenticare o nascondere.
Mentre i ricordi combattono tra loro per quale ha la precedenza, i tuoi occhi si riempono di lacrime, il respiro si fa più pesante e sopra al cuore hai un macigno.
Con i ricordi ti tornano in mente tutte le parole che ti ha detto, le promesse non mantenute; ed è in quel momento che crolli, perché tu ci hai creduto davvero in quel momento e ora ti ritrovi sola a ripensarci, ora ripensi a quando gli hai permesso di prometterti cose che tu in fondo al tuo cuore sapevi già non potevano essere mantenute, ma ci hai provato ad essere diversa, a credere di nuovo alle parole, ma hai fatto un terribile errore.
Con i ricordi, quella persona ti manca ancora di più, il fatto che ti manca supera il tuo maledetto orgoglio, prendi il telefono pronta a scrivergli, ma sai bene che è tutto inutile, che è tutto finito e che oramai non c'è più nulla…perché lui ha mandato tutto a puttane.
E’ allora che, la prima lacrima cade, stringi i denti per non farne scendere altre, ma la seconda lacrima cade così velocemente che quasi non te ne accorgi.
Nel frattempo realizzi che, nonostante tutto il dolore che stai provando, quella persona è ancora importante, è ancora fondamentale, è essenziale per la tua felicità, che la vuoi ancora nella tua vita, perché ci sono ricordi e sensazioni che non verranno mai cancellate, nonostante il tempo, nonostante tutto.
Quindi, spero solo che, se gli verranno in mente i nostri momenti, mi pensi con una felicità assoluta, una di quelle felicità pure e vere, perché di noi rimarrà solo questo.
Quello che avevamo noi due era un qualcosa di vero, di indecifrabile e speciale, uno di quei rapporti indimenticabili. Sono felice di aver passato intere giornate a parlargli, perché era la mia felicità e in un certo senso lo è ancora.
Gli auguro tutto il meglio che la vita gli possa offrire, gli auguro di essere felice, ma felice davvero, anche se non se lo merita.
Non lo dimenticherò, MAI.
—  Jasmine | nonsapevodiamarti.

Sofia era una ragazza timida e sveglia, a cui piaceva osservare le persone. Lei però non si limitava a guardarle, come fanno in molti; lei le studiava, ne memorizzava ogni atteggiamento, ogni parola, e poi ne ricostruiva la storia. Sceglieva una persona tra tutte quelle che incontrava sul pullman, a scuola e al supermercato. La sceglieva e cercava di capire il suo carattere, i suoi desideri e la sua vita. A casa poi prendeva il diario che teneva nascosto sotto il materasso e vi annotava tutto ciò che scopriva.
Aveva un vero e proprio talento, era riuscita a ricreare la storia di decine di persone: dalla Prof di italiano Mariantonietta al macellaio del paese, dal suo compagno di banco alla vecchietta Silvia del quinto sedile a destra dell'autobus. 

13 Settembre 2014 
Caro Diario, oggi a scuola è entrato in classe il bidello Geremia con un banco e lo ha messo proprio di fianco al mio. Un compagno nuovo. Questa cosa mi infastidiva leggermente: avrei perso la mia tranquillità… Ci farai l'abitudine, mi sono detta. È entrato un ragazzo abbastanza alto che trascinava i piedi, quasi non avesse piú la forza di alzarli. Indossava una felpa grigia con un cappuccio che gli copriva gli occhi e aveva un auricolare nell'orecchio. Ha buttato lo zaino accanto al suo banco e si è accasciato sulla sedia. Mi ha investita una puzza di fumo allucinante. Ha passato la lezione ad ascoltare la musica, senza che la prof dicesse niente. Non ha potere su di lui, è evidente. 
Nonostante io l'abbia avuto di fianco tutta la mattina sono riuscita a capire ben poco di lui. Si chiama Alberto, ha due anni in piú di me, quindi 17, gli piace il rap e odia studiare e qualsiasi altra cosa gli venga imposta. All'intervallo ho sentito dire tantissime cose su di lui: c'è chi dice che sia appena uscito dal riformatorio, chi pensa che si sia trasferito da una zia dopo la morte dei genitori. Io non mi sono ancora fatta un'idea.

14 Settembre 2014 
Caro Diario, oggi Alberto non è venuto a scuola… Tutti dicono che se ne sia già andato. Peccato, sarebbe stato interessante scoprire il suo mondo.

21 Settembre 2014
Era una settimana che Alberto non si faceva vedere. Ormai nei corridoi venivano sussurrate storie di ogni tipo, alcune vicine all'impossibile. 
Durante l'ora di italiano abbiamo sentito gridare e siamo corsi nell'atrio. C'era Alberto, con la stessa felpa che aveva quando l'ho conosciuto, e il preside. Il primo aveva gli occhi puntati sul pavimento e la testa bassa, mentre l'altro gli urlava contro. «Sei un ingrato!» sbraitava «Con tutto quello che ho fatto per te, è così che mi ripaghi! Bestia! Per una settimana, sparisci, una settimana! Hai idea di cosa mi hai fatto passare?». Uno schiaffio in piena faccia. «Come ti salta in mente di…». Gli avrebbe dato un altro schiaffo, se non ci fossero stati centinaia di studenti a fissarlo. «Tornate nelle classi!» ha aggiunto in tono piú calmo. Tutti se ne sono andati, ma io sono sicura di aver sentito il preside aggiungere rivolto ad Alberto: «Anche tu, piccolo bastardo».

22 Settembre 2014
Oggi Alberto non aveva le cuffie, e aveva anche una felpa pulita. Puzzava ancora di fumo, però. All'intervallo è andato in bagno, e ci è rimasto fino al suono della campanella. Non era in ritardo a nessuna lezione, era preciso, puntale, silenzioso. Era spaventato. Da cosa, non l'ho ancora esattamente capito. Il preside, certo, ma perchè? Un ragazzo ribelle come lui non si fa certo spaventare da uno come il Professor Crupi, no. Deve esserci dell'altro. Lo scoprirò.

24 Settembre 2014
Caro Diario, oggi ho fatto una cosa che non avrei mai dovuto fare e che, effettivamente, non avevo mai fatto. Ho deciso di seguire Alberto dopo la scuola. Mi incuriosisce troppo, lui e il suo mistero. 
Ho fatto la cartella qualche minuto prima della fine delle lezioni e mi sono preparata a uscire in tutta fretta. Al congedo della prof sia io che lui siamo scattati in piedi. Sapevo che sarebbe uscito dalla porta di servizio del corridoio per fare prima, così io sono passata dal cancello principale per perdere un po’ di tempo e per essere abbastanza distante da non venire notata e abbastanza vicina per poterlo vedere. Camminava veramente veloce, dovevo quasi correre per stargli dietro. Arrivato all'angolo tra la cartoleria e il gelataio si ferma e si fuma una sigaretta. Butta il mozzicone a terra. Ricomincia a camminare. Ad un certo punto svolta in una viuzza sulla destra, in cui non ero mai stata. Io ero troppo vicina, così ho svoltato anche io solo dopo aver contato fino a dieci.
Me lo sono trovato davanti, spaventoso. 
«Ti sei persa, bimba?» Ho guardato in basso. Eravamo esattamente come il preside e Alberto, l'altro giorno, ma questa volta la vittima ero io. «Sofia, giusto? Massì, sei tu, la mia compagna di banco. Bhe, che cazzo vuoi, eh? Guardami, idiota» Ho alzato lo sguardo. Si è avvicinato. Mi ha dato uno schiaffio. «Cosa credi, che io non sappia dartele? Lasciami in pace, stronzetta.»
Se ne è andato, e io sono rimasta a piangere in quel vicolo per mezz'ora con la guancia in fiamme. Non voglio andare a scuola domani.

2 Novembre 2014
La prof continua a lasciarmi in banco con Alberto, nonostante le abbia fatto capire in tutti i modi che non ci sto bene, con lui. Come se non bastasse ci fa anche lavorare in coppia, perchè dice che sono l'unica che può riuscire a farlo studiare e che potrebbe cambiarlo. Io non sono d'accordo. Se c'è una cosa che so è che le persone non cambiano. Le persone si limitano a mettere in evidenza o a nascondere di volta in volta i diversi aspetti del loro carattere, ma non cambiano mai.
Fortunatamente quando dovremmo studiare insieme lui si mette le cuffie e ascolta la musica. Io però sono terrorizzata. Un episodio come quello di settimana scorsa non si è ripetuto, ma potrebbe accadere ogni martedì, visto che la prof ci costringe a fare i compiti insieme in biblioteca. Io ho paura. Lui potrebbe picchiarmi, potrebbe farmi qualsiasi cosa. 
L'altro giorno ho sentito che diceva il mio nome a Cesana e a Mangano, due di 3A. Non so di cosa stessero parlando, ma la cosa mi spaventa. E non poco. Durante le lezioni mi fissa e appena mi giro verso di lui guarda da un altra parte. È strano. Non lo capisco.

7 Novembre 2014
Stavo tranquillamente camminando per andare a scuola quando è arrivato Alberto correndo. «Piangi» mi ha detto. «Come scusa?» ho balbettato io. «Inizia a piangere!» ha ripetuto, guardandosi indietro come se temesse l'arrivo di qualcuno. Ho sentito delle voci e ho visto due ragazzi correre in fondo alla via. Alberto, vedendo che non stavo ancora piangendo, mi ha preso per i capelli e mi ha dato una sberla. Di nuovo. Sono scoppiata in lacrime. I ragazzi che stavano correndo là in fondo sono arrivati piú vicini a noi. Alberto ha urlato «È qui, l'ho già sistemata» e mi ha buttata a terra. Io ci sono rimasta, con gli occhi gonfi e la testa che mi pulsava. Prima di andarsene si è girato e ha detto «Scusa, non volevo». Non ho capito cosa intendesse. Prima picchia una persona e poi chiede scusa? Ma che razza di comportamento è? Comunque se devo dire la verità non ho visto nei suoi occhi la cattiveria della prima volta in cui mi ha picchiata . Ah, oggi non sono andata a scuola.

11 Novembre 2014
Dopo educazione fisica mi sono attardata a fare la doccia in spogliatoio, e così sono rimasta sola. Ad un certo punto sento la porta aprirsi e vedo entrare Alberto, tutto di fretta. Incurante del fatto che fossi senza maglia mi ha sbattuta contro il muro e ha iniziato a sputarmi addosso un fiume di parole. Farneticava di una fuga e di addii. Ad un certo punto io non ne potevo piú, così mi sono divincolata e gli ho urlato «Basta! Io non so cosa tu voglia da me, ma io da te non voglio niente! Quel giorno ho sbagliato, lo so, ma da allora ti ho sempre lasciato in pace!» Non sono riuscita a continuare, perchè un singhiozzo mi ha scossa. Ero terrorizzata. Mi ha preso per le spalle e mi ha sbattuta ancora contro il muro. Io ho fatto per urlare, ma lui mi ha baciata. Sì, mi ha baciata. Non so perchè, nè come. So che è stato il mio primo bacio, e so che mi ha fatto schifo. Sapeva di sigarette e di sudore. Io non volevo baciarlo. «Dovevo farlo almeno una volta prima di andarmene» Ha detto. Poi è corso via.

12 Dicembre 2014
Dal giorno del bacio in spogliatoio Alberto non si è piú visto nè a scuola nè in città. Se n'è andato. Meglio così, io non lo capivo, e lui era un idiota. 

Da quel giorno il diario di Sofia iniziò a riempirsi di altre storie e di altre persone. I giorni passavano, poi i mesi e gli anni. Sofia si innamorò e soffrì per amore. Non dimenticò mai Alberto e i suoi modi di fare.

17 Settembre 2018
Caro Diario, se ti dicessi chi ho incontrato oggi non ci crederesti mai. Ero al funerale del Professor Crupi, quando un ragazzo con una felpa nera e un cappuccio mi si è messo davanti. Aveva gli stessi occhi, lo stesso sguardo sfuggente e la stessa bocca serrata di quando entrò nella mia classe circa 4 anni fa. Era Alberto. Si è passato una mano tra i capelli e ha borbottato un “ciao”. Io sono rimasta zitta, quindi lui mi ha consegnato una busta e se ne è andato. La lettera era tutta stropicciata, come se fosse stata riletta piú e piú volte da mani incerte e tremanti. Tornata a casa ho aperto la busta. Era piena di errori e cancellature. 

“Ciao Sofia, sono Alberto. Ti devo dare un po’ di spiegazioni, lo so. Non sono mai stato bravo con le parole, ma non posso lasciarti scappare senza dirti nulla. Ho deciso di andarmene, perciò domani verrò nello spogliatoio dopo ginnastica e ti bacerò, ho deciso. Ovviamente tu non leggerai questa lettera prima di domani, quindi non saprai niente. Ti chiedo scusa già ora, soprattutto perchè non credo sarà il bacio che sogni. Se ti chiedi perchè lo voglio fare bè… Perché ti amo mi piaci, Sofia, tanto. Ma non ti preoccupare, so che non ti piaccio.
Tre giorni fa ti ho picchiata. Scusami. Non volevo. I miei amici Cesana e Mangano mi avevano sfidato a farlo per dimostrare che non ci tengo a te, e io l'ho fatto. Scusami. Ho capito che loro sono degli stronzi e io un idiota. 
C'è un'ultima cosa che ti devo spiegare. Il professor Crupi è mio padre. O meglio, il marito di mia madre. Lei mi ha avuto con un altro uomo, ma poi è morta dopo il parto. Il professore mi ha tenuto cresciuto, e dopo essere stato bocciato due volte in altre scuole ha deciso di mandarmi qua. Ah già, un'altra cosa. Me ne vado perchè lui mi picchia. Le felpe e i cappucci servono a nascondere i lividi. Hai visto anche tu, quel giorno, davanti a tutti, quanta forza ci mette. Sono un codardo, è vero, ma non ce la faccio piú. Scusa per tutto.

Alberto
P.S. Lascia i capelli sciolti piú spesso, sei bellissima.”

Appena ho finito di leggerla sono rimasta di stucco, poi ho capito cosa dovevo fare. Sono andata all'angolo tra la cartoleria e il gelataio, e l'ho trovato lì, appoggiato al muro. «Non fumi?» gli ho chiesto. Non ha risposto. Si è avvicinato. «Non ti era piaciuto il nostro bacio, vero?» Scuoto la tesa, imbarazzata. Si avvicina ancora di più e mi bacia. Stavolta con delicatezza, con dolcezza. «Non fumo da due anni, aspettando questo momento. Solo per poterti dare un bacio migliore.» mi confessa. «Ci sei riuscito» gli sussurro.

20 Settembre 2018
Caro Diario, dopo il nostro bacio Alberto se n'è andato. Credo che avesse ragione, quando diceva di non saperci fare con le parole. Preferisce andarsene piuttosto che rovinare tutto.
Non si è fatto sentire fino a stamattina, quando è venuto a bussare a casa mia. Non mi spiego come abbia fatto a trovarmi, ma devo ammettere che mi ha fatto piacere. Non so ancora se mi piaccia o no, per ora ho solo capito che non sono riuscita a capire il suo comportamento perchè era innamorato di me, e non era mai successo. Innamorato di me, ci credi? Io ancora no.

Comunque ora sono in un bar, con lui. Sta provando a parlare di sè, o di qualunque altra cosa gli venga in mente. Io provo ad ascoltarlo, ma sai, ha delle labbra così belle che mi viene difficile non baciarle… Magari lo bacio… Troppo tardi, lo sta già facendo lui.

Ella es una auténtica hija de puta, 
pero logra sacarte las mejores risas.
Se muerde el labio cuando dice una grosería,
y se levanta del asiento para concederte 
el mejor viaje de tu vida
hacia el camino hacia su alma.
¿Quién, ahora, la arreglará? Si todas las corazas están echas pedazos sobre el suelo y lo único que hace es bailar al ritmo de su tristeza.
Aunque no es una chica triste, 
más bien es una chica de puntos intermedios,
de medias tintas,
de corazones rotos,
de balazos guardados
y abrazos enterrados 
en sus costillas.
Es una auténtica hija de puta, sí,
pero te invita a bailar cada noche,
te sirve una copa desde lo más alto de su mundo
y grita que está irremediablemente perdida.
Cierra los ojos cuando ve el golpe venir
y los abre cuando el dolor ya está hecho.
¿Quién la salvará de sí misma?
¿Quién le dirá ven, te pienso quitar el frío
a besos?
¿Quién la convertirá en poesía
una noche,
tras la cual,
te ha roto algo más que el corazón?
Ama tan fuerte
que es capaz de romperte todas las ventanas
por las cuales miras el paisaje
minutos antes de mirar solamente desastre.
Es un hermoso desastre,
en el cual pueden brotar amapolas
y también mala hierba.
— 

“Hermoso desastre“, Benjamín Griss
Sin duda Benjamín es uno de los mejores..❤🍂

-Zoé🌻

8

IMPORTANTE! DIFFONDETE!

  C’è un tipo,di cui non si sa il nome effettivo,che crea profili falsi spacciandosi ovviamente per qualcun altro. Ha tra i 38 e i 41 anni e adesca ragazzine. Io,da brutta idiota come sono,per prima cosa non ho controllato il blog del tipo con cui stavo parlando e tanto meno ho letto il nome,mi sono prestata semplicemente alla conversazione. Gli ho risposto per parecchio solo su uno dei due profili in cui sosteneva di avere 38 anni,mentre sull’altro in cui diceva di averne 41 ho lasciato perdere quasi subito perché come età mi sembrava esagerata.
Dunque ieri sera mi ha scritto,ad un certo punto ho smesso di rispondere ad entrambi i profili perché ovviamente stavo guardando un film e mi stavo facendo i cavoli miei,lui continuava ad insistere con i messaggi e dato che mi aveva fatta innervosire del tutto avevo deciso di ignorarlo.
Stamane apro la sua chat,stanca degli innumerevoli messaggi,e mi ritrovo una foto del suo membro di fuori. Ovviamente l’ho bloccato! Quindi il genio ha pensato bene di minacciarmi con l’altro profilo ma gli ho risposto a dovere e,dopo essersi arrampicato sugli specchi per oltre mezzora,mi ha bloccata a sua volta.
In queste foto potete leggere la conversazione,quindi VI PREGO DI STARE ATTENTE A QUESTO PROFILO E SOPRATTUTTO DI CONTROLLARE IL BLOG DI OGNI SINGOLA PERSONA CHE VI SCRIVE. Mi raccomando,fatelo,proteggetevi e non fatevi ingannare.
Aquí me encuentro nuevamente
junto al insomnio en unísono,
inventando toda clase de historias entre cobijas,
creando conceptos,
forjando sueños inalcanzables e imaginando
todo aquello que me gustaría llegar a hacer.
Al mismo tiempo en que mi mente desvaría
con pensamientos vacíos, evitando a toda costa
que la oscuridad me haga prisionera de mis miedos.
Miedos que inexplicablemente desaparecen
en medio de valientes suspiros,
que mueren a cambio de aliviar un poco
la nostalgia que conlleva recordarle
y la que por naturaleza acarrea
la silenciosa madrugada.
Sucede entonces que…
…Cuando este lado del mundo despierta,
mi mente aún sigue tan oscura como la noche,
en dónde cada estrella es un recuerdo
y la luna se ha ido tras de él.
—  Rosel.

Giugno:
Mi piace.
Sono alla sua partita di calcio.
Fa goal, mi fissa mentre applaudo dagli spalti.

Luglio:
Gli piaccio.
L'ho baciato.
Dice che ho un buon profumo.

Agosto:
Gli ho detto :“prima o poi ti sposo”.
Mi ha accarezzato una guancia.

Settembre:
Abbiamo litigato.
Mi ha mandato un messaggio :“ ricominciamo.”
Torno da lui, mi prende tra le braccia. Ha il suo solito buon odore.

Ottobre:
Gli ho detto che lo amo.
Mi ha baciata ed è stato zitto.
Ho pianto un po’ poi mi sono detta che prima o poi mi avrebbe risposta.

Novembre:
Un mese senza risposta.
Non mi ama.

Dicembre:
È venuto sotto casa mia.
Sono scesa.
Ha detto che mi ama adesso.

Gennaio:
Il primo concerto insieme.
Gli dedico una canzone.
Mi sorride.

Febbraio:
Mi dice che sono l'amore della sua vita.
Ordina una pizza margherita a forma di cuore.
È un mese di “ti amo” e “per sempre”.
È il mese delle promesse, di quelle fatte ad alta voce, di quelle belle da morire del tipo “ 20 figli ed una villa, io e te”.

Marzo:
Lo vedo fuori scuola con una ragazza nuova.
Gli chiedo spiegazioni, mi dice che è un'amica, che lo aiuta in matematica.
Mi va bene, o almeno fingo.

Aprile:
Litighiamo poi facciamo pace poi litighiamo un'altra volta.
Mi prende in braccio, siamo sulle scale di casa mia , è notte fonda, mi accompagna fin dentro casa: “non ubriacarti più, non per me”.
Lo sguardo basso, gli occhi lucidi.

Maggio:
Mi porta al cinema, mi bacia tanto ma non mi dice nulla.
Mangiamo al mc, gli dico “voglio fare l'amore con te”, la butta sul ridere, mi offre le sue patatine.

Giugno:
Il mio compleanno, un anello importante, nemmeno una parola dolce.
Ma mi porta al mare, sugli scogli, pensa che è proprio come dovrebbe essere ma io lo sento che manca qualcosa.

Luglio:
Mi bacia la fronte, parte in vacanza.
È un mese che ci sentiamo a malapena. Qualche minuto al telefono: “ come stai? Hai mangiato? È bella la Calabria?”

Agosto:
Torna.
È più abbronzato, scende dal pullman, mi sorride malinconico.
“Era bella la Calabria.”
Mi abbraccia :“ ti voglio bene” e in quel momento so che non mi ama più.

—  About a moonlight
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i was rewatching rwby when i stumbled upon this scene and decided to redraw it because i am voltron tra sh

this has probably already been done too whoops

perché lo cercherai ancora,
e sarà difficile non pensarlo, quando vedrai altri che non siete voi
tenersi per mano
baciarsi
abbracciarsi
sarà difficile non sentire quel nodo alla gola
e quella voglia incontrollabile
di piangere
di vomitare
di piangere e vomitare
quando vedrai che altri hanno ancora quello che tu, invece, hai
perso
ti è stato tolto
rubato
da un momento all'altro,
perché sarà difficile smettere di vedere il suo sguardo negli sguardi degli altri
della gente,
sarà difficile non collegare a lui quella sciarpa a righe che hai indossato la prima volta che vi siete visti,
e quegli stivaletti in vernice nera, che hai messo per lui la sera in cui siete andati a mangiare sushi, e ti vergognavi perché lui continuava a fissarti mentre usavi le bacchette e ti prendeva in giro perché non eri proprio capace a tenerle in mano, sarà difficile indossare la maglietta verde che avevi quando sei salita in macchina con lui per l'ultima volta, quella con cui lui ti ha detto addio, quella che lo ha stretto tra le braccia per l'ultima volta e poi arrivederci, è stato bello e grazie per i ricordi per le risate per le passeggiate in riva al lago e grazie, ciao, scusami ma non posso continuare con te, grazie per i tuoi baci e il tuo buon profumo e per come mi guardavi ma non posso continuare con te perché ti manca qualcosa e io sono rotto e non voglio impegnarmi ma scusa se ti ho fatto perdere tempo se ti ho cercata scusami perdonami è che tu sei perfetta ma non è il momento giusto
perché sarà difficile non ricordarsi della sensazione dei suoi baci, delle sue mani sulla tua vita, sui tuoi fianchi e tra i tuoi capelli, sarà difficile dimenticarsi come ti guardava e desiderava e sarà difficile tornare in quei posti contaminati dalla sua presenza e scoprire con rammarico che tutto sembra uguale, ma dentro di te sarà tutto diverso

Siamo la generazione ribelle: quella dei capelli blu, rossi o verdi; dei ragazzi con i dilatatori e delle ore passate nelle stazioni. Siamo la generazione delle amicizie a distanza. Siamo la generazione delle sfide senza senso e chissà se è meglio un Samsung o un Iphone. Siamo la generazione delle Dr.Martens e delle ore passate su Twitter, quella dei messaggi chilometrici su WhatsApp e del bastone per i selfie. Siamo la generazione dei ragazzi con i pantaloni a vita alta e dei libri dimenticati a casa. Siamo la generazione della sfida tra chi ha più amici su Facebook e lettori su Tumblr. Siamo la generazione di chi ascolta pop, il rap, ma soprattutto, il rock n’roll, ma che non riuscirebbe ad andare a letto senza prima ascoltare la propria canzone d’amore preferita. Siamo la generazione del motorino a quattordici anni e del primo bacio a dodici. Siamo la generazione di chi vuole andare a Londra, chi a New York e chi a Los Angeles. Siamo la generazione delle foto e dei video condivisi su tutti i social. Siamo la generazione di Fast and Furious e i Simpson. Siamo la generazione dei finti depressi, delle magliette dei Nirvana e degli album dei nostri artisti preferiti. Siamo la generazione che ha ballato Gangam Style e Happy, quella che ha amato Harry Potter, che ha inventato la parola ”selfie” e che odia se stessi. Siamo la generazione ribelle, quella che non cambierà mai.
Siamo quella generazione “strana” o forse meravigliosamente stupenda.  

Volevo provare a rispondere al buon @autolesionistra (meno di 100 km e non ce la si fa a berne un bicchiere) sul problema della gente che non trova a chi affittare il loft non ammobiliato che ha tra le orecchie (X) quando mi è venuto in mente una cosa che mi è successa ieri.

Dopo aver accompagnato Figlia N.2 agli allenamenti, ho parcheggiato la macchina a ridosso di un bosco di acacie e mentre aspettavo che uscisse, ho dato due o tre scrollate alla dash sul mio smartphone, finché non è comparsa la foto di Istvan Reiner, pochi giorni prima che fosse ucciso ad Auschwitz

Accettate senza farmi troppe domande quello che è successo subito dopo: sono scoppiato a piangere come una vita tagliata, singhiozzando e colando moccio dal naso per dieci minuti buoni. Così, dal nulla… dopo 45 anni di studio e tentativi di comprensione di uno dei buchi neri più profondi della storia umana recente, dopo la lettura inorridita di quello che i medici facevano alle loro ‘cavie’ ebree, la semplice foto di un bambino sorridente e gioioso mi ha letteralmente spaccato il cuore.

E allora ho capito le motivazioni, anche se diametralmente opposte alle mie, che spingono molte persone a gioire dell’affondamento di un barcone o urlare ‘Uno in meno!’ alla notizia della morte di qualcuno non gradito.

Non è una questione di empatia (molte di queste persone sarebbero le prime a tendere una mano o a prendersi cura di qualcuno che gli chiede aiuto) ma la deumanizzazione e la trasformazione della persona sofferente in un numero, nel trafiletto di un articolo, nel borbottio di un politico, in una cosa lontana nello spazio o nel tempo che non riguarda loro.

È successo anche a me con la foto del piccolo Istvan Reiner: non più un concetto astratto di disumanità e di ferocia sociale ma il sorriso entusiasta di un bimbo speranzoso, tanto simile a quello di una delle mie figlie, cancellato nel sangue.

Io tengo ancora stretta un po’ di fiducia nell’umanità nel credere, anzi, nell’essere sicuro, che la maggior parte di quelle persone che hanno vomitato liquami fecali di odio e disumanità nel commentare le recenti notizie, avrebbero reazioni ben differenti se qualcuno facesse vedere loro, dal vero e non filtrato da un TG o da facebook, la sofferenza sul volto di una madre che tiene il proprio figlio morto affogato in braccio.

Alla fine, il vero e unico colpevole non è chi commenta ma chi istiga con consapevolezza per mero tornaconto personale.

E qua mi fermo, perché non credo di essere riuscito a spiegarmi a sufficienza, come avrebbe meritato la questione o come avrei voluto per stare un po’ meglio. Ho scritto di getto e tanto mi basta.

Dovreste capire che l’inglese è la lingua più bella del mondo, se solo provaste a capirla, ve ne innamorereste.
In inglese “innamorarsi” si dice “fall in love”, letteralmente “cadere in amore”, infatti in amore si cade e cadendo ci si fa male, poi rialzarsi è una vera sfida. Invece “I am in love with you” si traduce con “io sono innamorato con te”, non “di te”, come se si desse per scontato che l’altra persona ricambi. In “together” ci sono le parole “to-get-there”, come se per arrivare da qualche parte bisognasse essere insieme. Si potrebbe amare l’inglese solo per il fatto che la parola “crush”, che vuol dire “cotta”, ricorda il rumore di uno schianto, infatti quando si è cotti di qualcuno si va a sbattere con la testa un po’ ovunque. Oppure ci avete mai pensato che la stessa parola “imperfect” contiene “I’m perfect”? Ed è la stessa cosa con “impossible”. Mentre per dire “piangere a dirotto” si dice “crying your heart out”, come se ogni volta che piangiamo forte rischiassimo di perdere un pezzo di cuore.
Mentre la parola “lucciole” si traduce con “fireflies”, letteralmente “fuoco che vola” e se solo proviamo ad immaginare la scena potremmo rabbrividire. Vogliamo parlare della parola “bed”, che se la guardi bene ricorda veramente un letto? O della parola “stressed” che al contrario si legge “desserts”? Pensate alla parola “fine”, che in italiano fa tanta paura e spesso provoca dolore, mentre in inglese significa “bene”.
“Maschio”, invece, si traduce “male” e questo già ci fa capire la differenza tra “maschio” e “uomo”.
Una cosa meravigliosa è che “io” è l’unico pronome che si scrive maiuscolo, non “tu”, non “noi”, sempre e solo “io”, come a ricordare a noi stessi che siamo importanti.
Gli inglesi, inoltre, usano l’espressione “learn by heart”, per dire “imparare a memoria”, come se la memoria non risiedesse nella mente ed infatti i ricordi più belli hanno sede nel cuore. Ma la cosa più bella rimane che dicendo “I love you” si annulla la differenza che in italiano si ha tra “ti amo” e “ti voglio bene”. Diciamolo: questi inglesi con le parole ci sanno proprio fare.
Una tazzina di cazzi miei

Diciamo che sto facendo una tesi un po’ particolare per essere una tesi di architettura (specializzazione restauro, LOL).

Il mio povero nonno era un marò (LOLx2, a me che viene mal di mare nel canale della Giudecca) e tra il 1929 e il 1932 è stato in Cina con la Regia Marina Italiana (LOLx3, a me che stanno simpatici i militari in generale). Il mio povero nonno era un ragazzetto, in campagna da noi si era un po’ affamati: non amava la vita militare ma pagavano bene, quindi è partito con destinazione Tianjin.

Lì si è comprato una macchina fotografica ed è tornato a casa con più di 400 fotografie tra quelle che ha fatto lui, comprato o recuperato da altri militari.

Inutile dire che questo album di fotografie era il tesoro di mio nonno, nonché una presenza costante nella via di mio padre e nella mia. Mi ricordo che passavamo ore a farci raccontare le sue avventure in Cina, mentre mia nonna diceva spesso: “Prima o poi mi arriverà a casa un cinesino con gli occhi blu in cerca di Elio”. Era un bel ragazzetto all’epoca, niente da dire.

Ovviamente, data l’opportunità e un relatore compiacente, la mia tesi ruota intorno a questo album e alle foto di Pechino, Tianjin e Shanhaiguan. Parlerò anche un po’ della concessione italiana di Tianjin, giusto perché devo infilarci in mezzo un po’ di architettura in qualche modo.

A ottobre, quindi, partirò alla volta dell’ex Celeste Impero, sulle tracce delle fotografie di mio nonno.

Quello che sto facendo adesso è tentare di individuare la maggior quantità possibile dei luoghi delle foto, il che comprende un intensivo uso di google translate, pleco, baidu maps e una buona dose di maledizioni alla lingua cinese che diobono è un casino. 

(Per fortuna che un minimo so disegnare).

Mi gioco 100 € che, alla discussione, al mio babbo scenderà una lacrimuccia.

Nella prima parte della vita, il mondo si divide grossolanamente tra chi ha già fatto sesso e chi no. Piú avanti, tra chi ha conosciuto l’amore e chi no. Piú tardi ancora – se si è fortunati almeno (o forse sfortunati, in realtà) – si divide tra chi ha vissuto il dolore e chi no. Si tratta di differenze assolute; di tropici che attraversiamo.
—  Julian Barnes