tossicodipendenti

DIFFERENZA TRA GRILLISMO E GRILLANESIMO

Questa mattina una ragazza di nemmeno trent'anni mi ha chiesto se potevo aiutarla a fumare.

Una ragazza di nemmeno trent'anni e che forse vivrà a malapena altri trenta giorni.

Cercava di accendersi una sigaretta nella tromba delle scale di servizio del suo reparto ma i deflussori attaccati al dorso delle mani e il tremore di queste ultime le rendevano impossibile la cosa.

Guarda che se ci riesci fai scattare l'allarme antincendio – le faccio, indicando i sensori sul soffitto – Vieni, ti accompagno fuori sulle scale antincendio.

La ragazza peserà 30 chili, flebo e sacca di nutrizione per sondino naso- gastrico compresa, e dopo aver impugnato un'asta ciascuno, usciamo a braccetto sulla scala esterna.

La ragazza non parla e fuma come fanno i tossicodipendenti, tenendo la sigaretta tra pollice e indice…a occhio AIDS in fase terminale. Un vistoso gesso fresco di sala intorno al gomito dice perché si trovi lì in ortopedia.

A un certo punto sento picchiare sul vetro della porta REI di entrata e quando mi volto vedo inquadrata la faccia alterata di una donna di mezz'età, inguainata in una camiciola di seta svolazzante e incatenata d'oro come un pappone di un film di Tomas Milian.

Le apro la porta, sempre milord, e lei si avventa su di noi con le seguenti parole:

NON SI PUÒ FUMARE IN OSPEDALE! E POI IL FUMO FA MALE!

Le mie mani stavano per muoversi autonomamente a tracciare i sigilli per il jutsu dell'Esticazzi del Dragone Nascente, quando la ragazza alza il braccio ingessato e fa ‘A signo’… ‘sto gesso me lo porto nella bara quindi vada a rompe li coglioni da n'artra parte!’.

E così la signora ha fatto, lasciandomi forse il dubbio sul suo schieramento politico ma di sicuro non sugli effetti che questo ha avuto sulla gente comune.

Non sopporto davvero quando ci chiamano gioventù bruciata, perché non lo siamo, a parte che per prima cosa bisogna ricordarsi chi l’ha cresciuta, gli adulti danno tanto la colpa a noi, ma sono loro i primi che dovrebbero farsi un esame di coscienza. Siamo la generazione che fa follie e ci criticano per questo senza sapere che le follie sono le uniche cose che non si rimpiangono mai, siamo la generazione cresciuta con i cartoni della Disney e che grazie ad essi ha imparato a sognare come si deve, siamo la generazione che al posto di dire le parole a voce le scrive sui muri, siamo la generazione dei tossicodipendenti o almeno è quello che ci sentiamo dire dagli adulti, che non si ricordano che negli sessanta è nata la cultura degli Hippy che ascoltavano rock psichedelico, abbracciavano la rivoluzione sessuale e l'uso di stupefacenti e i nostri genitori sono nati proprio in quegli anni, quindi forse forse i drogati qua non siamo noi. Siamo la generazione che mente, che dice ai generazioni che va a dormire da un’amica, ma poi va ad un concerto a cento chilometri di distanza da casa. Siamo la generazione dipendente dalla tecnologia e meno male che esiste, meno male che esiste la tecnologia, perché altrimenti dove finiscono gli amori sbocciati d’estate mentre si è in vacanza? Dove finiscono le amicizie nate tra persone lontane chilometri? Siamo la generazione che si ubriaca solamente per avere una scusa per messaggiare agli ex. Siamo quella generazione che si sente dire che non saremo mai dovuti mai nascere perché stiamo rovinando la società, senza di noi la Terra sarebbe un pianeta migliore. Ma nonostante questo viviamo e vale la pena vivere. Vale la pena vivere per le videocassette della Walt Disney, per la prima volta in cui ti hanno detto “sei la mia migliore amica”, per i libri, per le camicie a quadri. Per tutte le volte che guardando fuori dal finestrino ci viene da ridere o da piangere, per la musica, per quella volta che hai condiviso le cuffiette con la persona che ami, per la neve a dicembre, per la cioccolata calda, il té e il caminetto. Vale la pena di vivere per gli sguardi nei corridoi della scuola, per i ricordi incancellabili, per il mare d’inverno, per quella volta che ti sei sentito libero, per la Nutella e le patatine fritte, per le fotografie, per il caffè di Starbucks. Vale la pena di vivere per il cinema e il teatro, le frasi di Shakespeare e quelle di Bukowski, per gli innamoramenti lampo in treno, in pullman o in biblioteca, per il sorriso dopo il pianto, per quell’amica che ti resterà sempre accanto, per le feste del liceo, per i fuochi d’artificio, per le felpe dell’Obey. Vale la pena vivere per tutte le prima volte, per gli abbracci senza fine, per i viaggi intorno al mondo, per i concerti che fanno venire i brividi, per le luci del Natale, per quella volta che sei stata presa per mano. Vale la pena vivere per quella volta in cui non desideravi altro che morire e ora poi ci pensi a quanta vita avresti perso. Siamo giovani, è normale per noi bere troppo, è normale per noi comportarci male e sputare per terra. Il nostro compito è divertirci e alcuni di noi andranno in overdose o impazziranno, ma Charles Darwin ha detto: “La frittata non si può fare senza rompere delle uova.” ed è di questo che sto parlando. Rompere delle uova! Siamo dei cazzoni, io sono una cazzona e voglio essere una cazzona fino alla fine dei miei vent'anni, magari fino all'inizio dei trenta. Danno fuoco ai nostri sogni e poi ci chiamano gioventù bruciata. Ed è vero siamo diversi, sono diversa, ma è questo il bello, stiamo vivendo un’esperienza del tutto nuova, abbiamo bisogno di sentirci dire che siamo speciali, che siamo invincibili, perché è questo che siamo. La disperazione non fa per noi, perché niente può ferirci irreparabilmente. Ci crediamo invincibili perché lo siamo. Abbiamo bisogno di sentirci dire questo, non che siamo bruciati.

In questo testo ho mischiato un po’ di tutto, citazioni che ho trovato su tumblr, sui libri e da altre parti. Quindi non è un testo fatto solamente da me, ma da tutti noi, dalla gioventù bruciata.

Olanzapina mon amour

L’Olanzapina è un antipsicotico atipico di seconda generazione utilizzato nel trattamento di casi di schizofrenia, mania acuta e disturbo bipolare.
E’ utilizzata inoltre per trattare disturbi di origine ansiosa come attacchi di panico e/o disturbo d’ansia generalizzata.
La sua emivita (il tempo che occorre perché la concentrazione di una sostanza farmacologica nel sangue si riduca alla metà del valore iniziale e quindi gli effetti svaniscano o si attenuino) è abbastanza lungo e per essere eliminata dal corpo occorrono dalle 21 alle 54 ore.
Tra gli effetti collaterali primari si riscontrano: Secchezza delle fauci, confusione, sedazione, insonnia, ipotensione ortostatica (?), acatisia e aumento di peso.

Il 7 Ottobre del 2016 quando mi ricoverarono in ospedale nel reparto di psichiatria di un ospedale pubblico della provincia di Verona pesavo 55 kili scarsi.
il 29 Ottobre del 2016, quando mi dimisero ne pesavo 67.
Nella mia posologia erano stati aggiunti due nuovi psicofarmaci: il Rivotril (o Clonazepina, utilizzata spesso come sostanza d’abuso dai tossicodipendenti mischiata a bevande alcoliche che ricreano l’effetto psicotropo dell’eroina. Mentre uno spacciatore vi farebbe pagare minimo 50 euro per una dose tagliata male, il Rivotril viene prescritto come fosse acqua fresca dai medici di base su ricetta bianca che vi farà ottenere la cosiddetta “Eroina Liquida” al prezzo di 1,80 euro in qualsiasi farmacia) e l’Olanzapina come atipico stabilizzatore dell’umore (dato che per quella funzione lo psicofarmaco più adatto rimane ancora il Litio, a quanto ne possa sapere uno senza titolo di studio in materia come il sottoscritto)
Il mio metabolismo, da quando sono in cura con questi farmaci, sembra essere sotto il costante effetto di speedball (mix di eroina e cocaina assunti allo stesso tempo molto in voga negli anni settanta e causa della morte, tra l’altro, del noto attore John Belushi [faccina triste] e del pittore Jean-Michel Basquiat e molti altri)
Solo nel mese di Novembre assunsi dieci kili senza il minimo sforzo, poi ne persi cinque nel mese di Dicembre e continuai con questo prendi e perdi per molto tempo, finché il mio corpo si stabilizzò sui 70 kg intorno alla metà del mese di Maggio. Ora la cosa da considerare è che non ho mai smesso o aumentato il mio regime alimentare o cambiato le mie abitudini culinarie nel corso dei mesi; semplicemente il mio corpo decideva di assumere o perdere grasso corporeo a suo piacimento senza interpellarmi.

La settimana scorsa la mia psichiatra, prima di informarmi che il mio caso per lei era troppo difficile e non se la sentiva di continuare il nostro rapporto terapeutico decidendo di passare il mio fascicolo ad una collega del quale so solamente il nome (Mariasole), mi ha confermato che l’Olanzapina è la causa di questo strano comportamento del mio metabolismo. 

“E grazie al cazzo” fu la mia chiosa quando ne venni informato.

Nonostante questo sto continuando ad assumere l’Olanzapina ogni giorno prima di andare a dormire, come prescritto dalla mia, oramai ex, psichiatra.

Attendo con impazienza di conoscere la nuova psichiatra (chiunque si chiami Mariasole, a mio avviso, non dovrebbe mai esercitare nel campo medico, soprattutto in quello psichiatrico) e la posologia che quasi sicuramente verrà modificata o drasticamente cambiata.
  

Per riuscire a capire veramente le cose bisogna esserne lontani, studiarle con distacco, sentirle esterne.
E allora esco di casa e cammino.
Una ragazza con i vestiti strappati mi ferma e mi fa senti ce l'hai un minuto? Un aiuto per i tossicodipendenti, hai qualcosa? Aspetta, ti do un braccialetto, ora te ne faccio pure scegliere uno, eh, aspetta. La vedo che prende qualcosa nella sua borsa, gesticola, sorride. Tranquilla, le faccio sentendomi eroe, non voglio niente; e le do due euro. Ora sono molto più in alto di lei, sono il nuovo dio che le ha regalato un po’ di speranza, un attimo di pace. Lei per fortuna non lo sa che ho trentadue euro sul conto corrente. Non lo sa nessuno.
Allora cammino fino a raggiungere il posto più alto del pianeta, un giardino innevato a cento milioni di metri dal livello del mare da cui si vede ogni cosa. Contento della mia buona azione (ma io l'ho fatta solo per me stesso, vale comunque?) cerco casa mia, cerco la mia vita.
La trovo e la guardo: tanti punti casuali sparsi nello spazio senza legami, solo brandelli di momenti sottilissimi e indipendenti.
E tra di loro, assolutamente niente.

MD e orsacchiotti.

Siete ragazzi d’oggi e pensate che la barba rada, l’università che non decolla, la forfora e la tipa che si ostina a non darvi l’amicizia su facebook siano grossi problemi? Probabilmente non avete mai conosciuto Vittorio e Cesare, i ragazzi osservati da Claudio Caligari nella sua ultima definitiva prova cinematografica: Non essere cattivo, da qualche giorno nelle sale. Cesare (Luca Marinelli, La solitudine dei numeri primi e Tutti i santi giorni) e Vittorio (Alessandro Borghi, più votato alle fiction e un po’ si vede) sono due ragazzi nella Ostia di metà anni Novanta (il film si svolge nel 1995, ma è incredibile come il passato e il presente si mischino in un contesto dove nulla sembra muoversi da decenni). Non sono soltanto i fratelli maggiori dei ragazzi di vita descritti illo tempore da Pier Paolo Pasolini, sebbene il legame col cinema pasoliniano sembra essere indissolubile oramai in Caligari: non hanno amici all’infuori l’uno dell’altro, e le persone che riescono a varcare il cerchio del loro legame fraterno sono tre o quattro criminali di mezza tacca di cui riescono a fare facilmente a meno, non hanno un’innata predisposizione a delinquere come i protagonisti de L’Odore della notte e così il loro agire è dettato da necessità immediate. Lo spaccio e la truffa per avere di che farsi, il furto d’auto per fare un giro con la donna amata; la rapina infatti, per contrasto, assume i contorni ora comici ora drammatici ma mai (seppur temporaneamente) edonistici o tanto meno risolutivi. Il fatto è che Vittorio e Cesare, come altri ragazzi ancora oggi sul litorale romano, hanno una doppia personalità. Sono sonnambuli, sociofobici, schizzati. Sono sensibili, puri, riflessivi. Le droghe condizionano una parte rilevante delle loro vite, mentre un atavico senso della famiglia (e un capitolo a parte lo meriterebbero le figure femminili del film: madri, compagne, sorelle, troie, eccetera) cerca di redimerli. L’idea di una vita domestica che sia serena e quanto più possibile normale, un casale fuori città, qualcuno che ti prepari il caffè come una vecchia canzone di Battisti, li segue dappertutto. E’ l’ultimo fugace pensiero prima di rincasare dopo una notte brava guardando andare via colei che segretamente si ama, è il primo pensiero alle 6 di mattina quando si decide che per un giorno si può pure provare a lavorare. E’ il fil rouge che si (intra)vede per tutto il film. E qui forse Caligari supera almeno concettualmente Pasolini. Laddove Accattone o Mamma Roma erano costruiti sulla debolezza dell'umanità disagiata che sogna il riscatto della propria condizione attraverso impossibili avanzamenti sociali, qua la rivalsa sociale oramai è disillusa ma questo non impedisce ai due protagonisti di cercare un miglioramento. La loro storia segue un rapporto che obbliga l'uno ad essere reciprocamente causa, effetto e riferimento delle vicissitudini dell'altro, in un rapporto fraterno che supera ogni tipo di avversità o tradimento ma se Cesare, alla fine, rappresenta un legame con la propria vita che trascende ogni tipo di volontà, Vittorio no. E non so voi, ma a me l’idea di una seconda opzione è sempre piaciuta. In Non essere cattivo non ci sono i ragazzi di strada del cult totale Amore Tossico, e le due o tre autocitazioni alla pellicola del 1983 francamente lasciano un po’ il tempo che trovano, tuttavia il film postumo di Caligari non tenta più di sposare l’attendibilità sociologica con gli schemi narrativi della finzione, tenta semmai una analisi psicologica di più ampio respiro dei ragazzi dello zoo di Ostia Lido. Un film che non ha per nulla il taglio “documentaristico” dell’illustre antesignano e non risolve il problema-droga, ma chissà che non serva più da deterrente di una puntata di Breaking Bad a caso, perché non credo fosse quello il punto cardine che si voleva rappresentare. La droga c’è perché a Ostia, come in molte altre periferie del mondo, la droga c’è sempre stata come forma di escapismo sociale - e i punti di spaccio sono gli stessi da trentacinque anni - così come è sempre mancato tutto il resto. Ma, come del resto sempre accade al cinema, delle immagini si vede quello che c’è perché c’è, mica quello che non c’è. Che poi sarebbe la vera denuncia sociale. Non mancano certo scene ad alto contenuto tossico, piene di un umorismo sardonico e disperato oltre che di cocaina e pasticche, ma non ci sono gli eccessi del passato - come la sequenza del quadro dipinto con le siringhe. Il volersi bene qui è quello buono “di una volta”, quello che non si dice e porta a continui e reciproci perdoni - mentre i tossicodipendenti del 1983 non conoscevano solidarietà e la loro vita si consumava nella disperata ricerca del buco quotidiano. Che sia un bene o meno è poi un fattore più di gusto che etico. Giova invece di certo al film il finale “aperto” che non ricicla quanto visto in passato e non fornisce l’ennesima citazione letteraria ai film o alla vita di Pasolini (se mai c’è un vago accenno a Carlito’s way di De Palma). Caligari dimostra così di essere stato uno dei pochissimi registi su cui si poteva fare ancora affidamento. Un regista entrato nella fase invernale della carriera con l’agilità di un ragazzino e la saggezza non conciliante di chi sapeva bene di cosa stava parlando. In attesa di farvi prendere per il culo da Trainspotting 2, concedetevi una piccola riuscita analisi antropologica che è un chiarissimo esempio di come si possa continuare a fare buon cinema con buone idee.

Ps - Nel momento in cui scrivo non esiste nemmeno una pagina di Wikipedia dedicata al film, se qualcuno più tecnologico di me volesse rimediare…

Questa è una testimonianza che un anonimo ha rilasciato alla pagina “Facebook” “L’imbarazzante disagio degli utenti di Tumblr Italia”.
Spero che vi possa aiutare in qualche modo e che possa farvi capire le cose che valgono, le cose e le persone che restano, che i problemi non si risolvono postando delle gif di autolesionismo o spiattellando continuamente il vostro problema qui, ma parlandone, cercando aiuto nelle persone care, in qualche esperto in materia, nel conforto di un genitore.

Cari ragazzi di Tumblr, essere diversi è una trappola.
Non so cosa vi abbiano raccontato; non è figo, non è divertente, anzi fa schifo. Inizia tutto per gioco, e poi finisce male.
Forse sono sempre stato diverso, e questo (se non con pochissime persone) non mi ha permesso di integrarmi.
Ricordo la maestra chiedere se io mi meritassi di avere restituite le figurine che mi aveva ritirato e i miei compagni rispondere in coro di no. È una cazzata ma rispecchia la mia intera vita.
Se vuoi essere un diverso allora non sai com’è.
Non sai com’è sentirti ovunque fuori posto e sentire di essere sbagliato fino al midollo.
E per quanto tu possa tamponare, dubito che ti amerai mai davvero (Anche adesso che ho superato i miei problemi non sono spariti, vi è sempre un’ombra da tenere a bada come una marea da arginare).

Avevo quasi quattordici anni e la voglia di giustificare quel disagio e quella strana tristezza che mi accompagnava forse da sempre.
I miei genitori non sono stati presenti, separati da sempre e entrambi per molti anni in strutture per tossicodipendenti fin dalla mia prima infanzia, poi lontani da me (mio padre solo emotivamente e nel ruolo che avrebbe dovuto rivestire, mia madre solo fisicamente), incapaci di badarmi.
Sono stato affidato a una figura da quando ero un bimbetto.
Lei con il massimo dei suoi sforzi per crescermi bene mi ha reso fragile e per i suoi problemi personali è stata spesso molto aggressiva e pesante, aiutando gradualmente la mia chiusura totale e la mia paura delle persone.
Ha zittito la fiducia in me stesso e schiacciato la mia passione più grande e ogni cosa in cui trovassi sfogo, mi ha proibito di frequentare la maggioranza dei bambini e si arrabbiava mostruosamente (la ricordo urlare parolacce e terrorizzarmi quando avevo pochi anni) se non seguivo ogni sua folle direttiva (dalle cose più serie al semplice scegliere un paio di calzini, se chiedevo di vedere un amico, se non volevo fare quello che diceva). Con l’adolescenza (parlo appunto dei miei quattordici anni) è arrivato il rendermi conto di tutto (del fatto che effettivamente qualche mancanza l’avevo avuta).
È stato uno shock.
Non è stato bello, ero in una trappola che io stesso ero andato a cercare.
A quindici anni ero crollato.
Depresso, ecco come mi descriverei in quel periodo.
Avevo già avuto esperienze che si avvicinavano all’autolesionismo (per un periodo a dodici e tredici anni) ma presi a farlo sul serio e con frequenza. Mi trovavo faccia a faccia con i miei amici e guardandoli ho pensato tante volte “Ora glielo dico”. Mai fatto. Non ho mai parlato con nessuno.
Mai fatto se non dopo aver superato almeno in parte, quando avevo smesso da mesi.
Mai fatto perché non ti senti figo o grande o vissuto quando sei depresso e autolesionista, ti vuoi nascondere, vuoi essere invisibile (Il mio autolesionismo poi non è mai stato paragonabile a quello di altri per fortuna, mi sono procurato tagli, è vero, ma non da finire in ospedale, anzi nessuno se n’è mai accorto).
Ti senti solo, distrutto e apatico.
Puoi stare per ore fermo tentando di trovare la forza per fare qualcosa ma la sola idea di farlo ti ricorda che la tua vita non ha senso.
Nulla ha senso, ti senti perso e non hai più neanche la forza di soffrire.
Ti fai schifo, il mondo ti fa schifo, le persone ti fanno schifo.
Eviti di alzare lo sguardo per paura di incontrare la tua immagine nello specchio, l’idea del tuo corpo è impossibile da allontanare sebbene tu ci provi in tutti i modi.
Diventa un problema fare la doccia, cambiarsi i vestiti perché l’idea di vedere anche solo qualche parte del tuo corpo potrebbe farti strapiombare ancora più a fondo.
Non hai la forza di rispondere al telefono o alle domande di qualcuno e vorresti solo rimanere chiuso nella tua stanza fino a morire, perfino piangere diventa troppo impegnativo e tutto rimane dentro di te fino a farti scoppiare.
Sentire di non essere abbastanza, di non essere nulla, di fare schifo interiormente e esteriormente non è essere “speciali” ma essere infelici.
Anche la passione che mi aveva sempre tirato su, la musica, aveva perso senso.
Mi sentivo rifiutato da tutto e da tutti ed ero il primo ad avere “rifiuto di me”.

Ho sentito alcuni di voi dire di volere vivere una vita “Alla Skins”, non ho mai visto questo telefilm ma mi sono fatto un’idea di cosa intendete: beh non è bello dipendere da sostanze, non è bello finire nei casini e dovere fronteggiare i giudizi. Sono finito in ospedale una volta per motivi del genere.
Non è bello sentirsi trasportare e tu sei in balia di chi c’è: ci sono momenti di black out, li senti spostarti, parlare e non sei troppo in grado di capire, vedi dei volti che ti sembra di conoscere ma non sai se si tratti davvero di tua zia; devono tenerti sott’occhio perché non ti strappi la flebo e urli parole che da sobrio non rivolgeresti mai a persone estranee che ti stanno curando e aiutando.
Non sono arrivato a livelli gravi con le sostanze, non una vera dipendenza ma ho avuto i miei eccessi, “cose che tutto sommato tanti ragazzi fanno”, ma il problema è il motivo per cui l’ho fatto.
Se vi piace o vi fa sentire fighi l’idea di soffrire spero sappiate che non è come sembra.
Se sentite il bisogno di protezione, vivete questi sentimenti e sfogateli.
Correte da vostro padre e abbracciatelo forte e ditegli i vostri problemi, godete delle sue carezze perché io ho sempre sognato dei momenti così e non li ho mai avuti.
Se invece siete sereni, non cercate il dolore o come credete voi “di essere speciali”.
Essere speciali non è questo, vi auguro di essere speciali a scuola, per una persona, se volete essere speciali, siatelo nella vostra passione più grande ma non così.
Non cercate l’attenzione di psicologi perché loro non danno attenzioni e affetto, loro aiutano solo a capire e le mie esperienze con loro da bambino non mi hanno mai restituito l’affetto, le attenzioni e non hanno mai sfamato il mio bisogno di sentirmi protetto.
Gli psicologi non sono come nei film, le vite disastrate non sono come nei film, i ragazzi che hanno genitori assenti non vengono quasi mai salvati, non trovano dei nuovi genitori e nessuno gli sta vicino.
Per cui apprezzate quelli che avete così come cerco di fare io.

E più importante apprezzate voi stessi. Siete la prima persona che dovete amare e di cui dovete prendervi cura.

Ecco io non sono neanche tra i casi peggiori, anzi, non ho mai sviluppato un vero e proprio disturbo alimentare sebbene quanto mi odiassi, non sono diventato schifosamente dipendente da sostanze, non ho tentato il suicidio sebbene lo abbia desiderato, e sarò presuntuoso ma ora sto meglio grazie a me stesso.
Nessuno vi aiuterà se sarete depressi, e se ci proveranno non servirà, perché la persona che deve salvarvi siete voi.
Sarete soli, non ci sarà nessun ragazzo/a di “Tumblr” a baciarvi i tagli.
Ci sarete voi e la vostra depressione, e potrete sperare in voi stessi e null’altro.

Per voi che volete a tutti costi avere disturbi o dolore io mi chiedo solo “What’s so good about picking up the pieces?”

Questa è una testimonianza che un anonimo ha rilasciato alla pagina “Facebook” “L'imbarazzante disagio degli utenti di Tumblr Italia”.
Spero che vi possa aiutare in qualche modo e che possa farvi capire le cose che valgono, le cose e le persone che restano, che i problemi non si risolvono postando delle gif di autolesionismo o spiattellando continuamente il vostro problema qui, ma parlandone, cercando aiuto nelle persone care, in qualche esperto in materia, nel conforto di un genitore.


Cari ragazzi di Tumblr, essere diversi è una trappola.
Non so cosa vi abbiano raccontato; non è figo, non è divertente, anzi fa schifo. Inizia tutto per gioco, e poi finisce male.
Forse sono sempre stato diverso, e questo (se non con pochissime persone) non mi ha permesso di integrarmi.
Ricordo la maestra chiedere se io mi meritassi di avere restituite le figurine che mi aveva ritirato e i miei compagni rispondere in coro di no. È una cazzata ma rispecchia la mia intera vita.
Se vuoi essere un diverso allora non sai com'è.
Non sai com'è sentirti ovunque fuori posto e sentire di essere sbagliato fino al midollo.
E per quanto tu possa tamponare, dubito che ti amerai mai davvero (Anche adesso che ho superato i miei problemi non sono spariti, vi è sempre un'ombra da tenere a bada come una marea da arginare).

Avevo quasi quattordici anni e la voglia di giustificare quel disagio e quella strana tristezza che mi accompagnava forse da sempre.
I miei genitori non sono stati presenti, separati da sempre e entrambi per molti anni in strutture per tossicodipendenti fin dalla mia prima infanzia, poi lontani da me (mio padre solo emotivamente e nel ruolo che avrebbe dovuto rivestire, mia madre solo fisicamente), incapaci di badarmi.
Sono stato affidato a una figura da quando ero un bimbetto.
Lei con il massimo dei suoi sforzi per crescermi bene mi ha reso fragile e per i suoi problemi personali è stata spesso molto aggressiva e pesante, aiutando gradualmente la mia chiusura totale e la mia paura delle persone.
Ha zittito la fiducia in me stesso e schiacciato la mia passione più grande e ogni cosa in cui trovassi sfogo, mi ha proibito di frequentare la maggioranza dei bambini e si arrabbiava mostruosamente (la ricordo urlare parolacce e terrorizzarmi quando avevo pochi anni) se non seguivo ogni sua folle direttiva (dalle cose più serie al semplice scegliere un paio di calzini, se chiedevo di vedere un amico, se non volevo fare quello che diceva). Con l'adolescenza (parlo appunto dei miei quattordici anni) è arrivato il rendermi conto di tutto (del fatto che effettivamente qualche mancanza l'avevo avuta).
È stato uno shock.
Non è stato bello, ero in una trappola che io stesso ero andato a cercare.
A quindici anni ero crollato.
Depresso, ecco come mi descriverei in quel periodo.
Avevo già avuto esperienze che si avvicinavano all'autolesionismo (per un periodo a dodici e tredici anni) ma presi a farlo sul serio e con frequenza. Mi trovavo faccia a faccia con i miei amici e guardandoli ho pensato tante volte “Ora glielo dico”. Mai fatto. Non ho mai parlato con nessuno.
Mai fatto se non dopo aver superato almeno in parte, quando avevo smesso da mesi.
Mai fatto perché non ti senti figo o grande o vissuto quando sei depresso e autolesionista, ti vuoi nascondere, vuoi essere invisibile (Il mio autolesionismo poi non è mai stato paragonabile a quello di altri per fortuna, mi sono procurato tagli, è vero, ma non da finire in ospedale, anzi nessuno se n'è mai accorto).
Ti senti solo, distrutto e apatico.
Puoi stare per ore fermo tentando di trovare la forza per fare qualcosa ma la sola idea di farlo ti ricorda che la tua vita non ha senso.
Nulla ha senso, ti senti perso e non hai più neanche la forza di soffrire.
Ti fai schifo, il mondo ti fa schifo, le persone ti fanno schifo.
Eviti di alzare lo sguardo per paura di incontrare la tua immagine nello specchio, l'idea del tuo corpo è impossibile da allontanare sebbene tu ci provi in tutti i modi.
Diventa un problema fare la doccia, cambiarsi i vestiti perché l'idea di vedere anche solo qualche parte del tuo corpo potrebbe farti strapiombare ancora più a fondo.
Non hai la forza di rispondere al telefono o alle domande di qualcuno e vorresti solo rimanere chiuso nella tua stanza fino a morire, perfino piangere diventa troppo impegnativo e tutto rimane dentro di te fino a farti scoppiare.
Sentire di non essere abbastanza, di non essere nulla, di fare schifo interiormente e esteriormente non è essere “speciali” ma essere infelici.
Anche la passione che mi aveva sempre tirato su, la musica, aveva perso senso.
Mi sentivo rifiutato da tutto e da tutti ed ero il primo ad avere “rifiuto di me”.

Ho sentito alcuni di voi dire di volere vivere una vita “Alla Skins”, non ho mai visto questo telefilm ma mi sono fatto un'idea di cosa intendete: beh non è bello dipendere da sostanze, non è bello finire nei casini e dovere fronteggiare i giudizi. Sono finito in ospedale una volta per motivi del genere.
Non è bello sentirsi trasportare e tu sei in balia di chi c'è: ci sono momenti di black out, li senti spostarti, parlare e non sei troppo in grado di capire, vedi dei volti che ti sembra di conoscere ma non sai se si tratti davvero di tua zia; devono tenerti sott'occhio perché non ti strappi la flebo e urli parole che da sobrio non rivolgeresti mai a persone estranee che ti stanno curando e aiutando.
Non sono arrivato a livelli gravi con le sostanze, non una vera dipendenza ma ho avuto i miei eccessi, “cose che tutto sommato tanti ragazzi fanno”, ma il problema è il motivo per cui l'ho fatto.
Se vi piace o vi fa sentire fighi l'idea di soffrire spero sappiate che non è come sembra.
Se sentite il bisogno di protezione, vivete questi sentimenti e sfogateli.
Correte da vostro padre e abbracciatelo forte e ditegli i vostri problemi, godete delle sue carezze perché io ho sempre sognato dei momenti così e non li ho mai avuti.
Se invece siete sereni, non cercate il dolore o come credete voi “di essere speciali”.
Essere speciali non è questo, vi auguro di essere speciali a scuola, per una persona, se volete essere speciali, siatelo nella vostra passione più grande ma non così.
Non cercate l'attenzione di psicologi perché loro non danno attenzioni e affetto, loro aiutano solo a capire e le mie esperienze con loro da bambino non mi hanno mai restituito l'affetto, le attenzioni e non hanno mai sfamato il mio bisogno di sentirmi protetto.
Gli psicologi non sono come nei film, le vite disastrate non sono come nei film, i ragazzi che hanno genitori assenti non vengono quasi mai salvati, non trovano dei nuovi genitori e nessuno gli sta vicino.
Per cui apprezzate quelli che avete così come cerco di fare io.

E più importante apprezzate voi stessi. Siete la prima persona che dovete amare e di cui dovete prendervi cura.

Ecco io non sono neanche tra i casi peggiori, anzi, non ho mai sviluppato un vero e proprio disturbo alimentare sebbene quanto mi odiassi, non sono diventato schifosamente dipendente da sostanze, non ho tentato il suicidio sebbene lo abbia desiderato, e sarò presuntuoso ma ora sto meglio grazie a me stesso.
Nessuno vi aiuterà se sarete depressi, e se ci proveranno non servirà, perché la persona che deve salvarvi siete voi.
Sarete soli, non ci sarà nessun ragazzo/a di “Tumblr” a baciarvi i tagli.
Ci sarete voi e la vostra depressione, e potrete sperare in voi stessi e null'altro.

Per voi che volete a tutti costi avere disturbi o dolore io mi chiedo solo “What’s so good about picking up the pieces?
—  Anonimo, purtroppo.

E’ morto pure Don Gelmini. Che peccato! Truffatore acclarato negli anni 60-70 con la sua ditta import-export con l'America Latina, quella dei regimi sanguinari e della protezione ai nazisti in fuga (condanna a 4 anni per frode bancaria, truffa e bancarotta fraudolenta). Fugge nel religiosissimo Vietnam del sud dove anche lì trova il modo di truffare i polli del posto (denunciato dalla vedova del presidente vietnamita, nonché da un Arcivescovo locale). Nel 1971 torna in italia e sconta i 4 anni. Come detenuto, non è esattamente un modello e spesso costringe il direttore a isolarlo per evitare “promiscuità” con gli altri reclusi (i soliti maligni!). Malgrado tutto la Chiesa non prese mai alcuna decisione restrittiva a carico della sua condizione sacerdotale, anzi, insieme con il fratello Eligio continuò per decenni a abitare ville e eremi di lusso e a godere di ottime conoscenze e protezioni, senza grossi clamori. Fu uno degli ispiratori della pessima legge Fini-Giovanardi e fondò la Comunità “Incontro” per il recupero dei tossicodipendenti con ben 164 sedi in Italia, i cui bilanci restano tuttora oscuri. Fu spretato perché accusato di essere un predatore sessuale: praticamente usava le comunità come luogo di adescamento. Purtroppo il processo, più volte sospeso per le sue condizioni di salute, non ha avuto modo di concludersi. Almeno una dozzina gli ospiti della comunità oggetto delle sue molestie, due dei quali minorenni. In sua difesa scese in campo persino Sgarbi con un indimenticabile: “Erano i ragazzini a farsi toccare da don Gelmini”. Il suo grande amico Berlusconi lo avrebbe voluto ministro del suo primo governo. E ho detto tutto… Anzi no. Chi si dice contento della sua dipartita è veramente una persona brutta brutta.

Perché le separazioni sono sempre così strazianti? Forse perché tutto ti ricorda quella persona e quindi la tua perdita. Le vostre canzoni preferite degli Smiths alla radio, gli hot dog sulla panchina sbilenca del parco dove vi siete detti il primo ti amo. Non meravigliatevi se per le prime 24 ore non farete che piangere. Quando vediamo le immagini della persona che amiamo, il nucleo caudato dei gangli basali si inonda di dopamina. Anche la nicotina e altre droghe stimolano l’ aumento della dopamina, così quando provate a smettere di fumare o di mangiare dolci, il vostro cervello va in astinenza da quella sostanza, nello stesso modo in cui va in astinenza da quella persona che vi ha spezzato il cuore. E farete cose stupide e idiote per avere la vostra “dose”. Ecco perché quando siete innamorati, non è “come se” foste tossicodipendenti, siete dei tossicodipendenti. Letteralmente. E come tutti sappiamo, smettere di punto in bianco è una merda
—  Perception