tossicodipendenti

Ogni volta che rivedo delle foto di classe in bianco e nero, di mio padre negli anni 70, guarda caso lui è sempre fotografato accanto a ragazzi disagiati di ogni tipo, ascoltatori di glam rock, futuri tossicodipendenti, ecc.. in pose ribelli, occhi incazzosi o mezzi fatti che osservano l'obbiettivo svogliati, poi sotto ci stanno i figli di papà tirati a lucido con le camicie dai mega colletti che per stirarli ci volevano due anni e tre mesi, col sorrisetto impostato e la puzza sotto al naso, e infine qualche carinissima ragazza con tagli di capelli dell'epoca, calze lunghe o jeans rivoluzionari, visi puri, con tenerissimi sguardi privi di qualsiasi squallore odierno. E mi chiedo sempre se qualcuna di loro fosse la ragazza di cui a volte mio padre mi aveva parlato, quella che non portava mai a casa sua perché si vergognava della casa, e le diceva sempre che aveva perso le chiavi e non poteva rientrare o cose del genere… boh andavano allora a pomiciare e fare l'amore credo lungo l'Arno.
E niente, mi piace perdermi dentro ste cose

Non sopporto davvero quando ci chiamano gioventù bruciata, perché non lo siamo, a parte che per prima cosa bisogna ricordarsi chi l’ha cresciuta, gli adulti danno tanto la colpa a noi, ma sono loro i primi che dovrebbero farsi un esame di coscienza. Siamo la generazione che fa follie e ci criticano per questo senza sapere che le follie sono le uniche cose che non si rimpiangono mai, siamo la generazione cresciuta con i cartoni della Disney e che grazie ad essi ha imparato a sognare come si deve, siamo la generazione che al posto di dire le parole a voce le scrive sui muri, siamo la generazione dei tossicodipendenti o almeno è quello che ci sentiamo dire dagli adulti, che non si ricordano che negli sessanta è nata la cultura degli Hippy che ascoltavano rock psichedelico, abbracciavano la rivoluzione sessuale e l'uso di stupefacenti e i nostri genitori sono nati proprio in quegli anni, quindi forse forse i drogati qua non siamo noi. Siamo la generazione che mente, che dice ai generazioni che va a dormire da un’amica, ma poi va ad un concerto a cento chilometri di distanza da casa. Siamo la generazione dipendente dalla tecnologia e meno male che esiste, meno male che esiste la tecnologia, perché altrimenti dove finiscono gli amori sbocciati d’estate mentre si è in vacanza? Dove finiscono le amicizie nate tra persone lontane chilometri? Siamo la generazione che si ubriaca solamente per avere una scusa per messaggiare agli ex. Siamo quella generazione che si sente dire che non saremo mai dovuti mai nascere perché stiamo rovinando la società, senza di noi la Terra sarebbe un pianeta migliore. Ma nonostante questo viviamo e vale la pena vivere. Vale la pena vivere per le videocassette della Walt Disney, per la prima volta in cui ti hanno detto “sei la mia migliore amica”, per i libri, per le camicie a quadri. Per tutte le volte che guardando fuori dal finestrino ci viene da ridere o da piangere, per la musica, per quella volta che hai condiviso le cuffiette con la persona che ami, per la neve a dicembre, per la cioccolata calda, il té e il caminetto. Vale la pena di vivere per gli sguardi nei corridoi della scuola, per i ricordi incancellabili, per il mare d’inverno, per quella volta che ti sei sentito libero, per la Nutella e le patatine fritte, per le fotografie, per il caffè di Starbucks. Vale la pena di vivere per il cinema e il teatro, le frasi di Shakespeare e quelle di Bukowski, per gli innamoramenti lampo in treno, in pullman o in biblioteca, per il sorriso dopo il pianto, per quell’amica che ti resterà sempre accanto, per le feste del liceo, per i fuochi d’artificio, per le felpe dell’Obey. Vale la pena vivere per tutte le prima volte, per gli abbracci senza fine, per i viaggi intorno al mondo, per i concerti che fanno venire i brividi, per le luci del Natale, per quella volta che sei stata presa per mano. Vale la pena vivere per quella volta in cui non desideravi altro che morire e ora poi ci pensi a quanta vita avresti perso. Siamo giovani, è normale per noi bere troppo, è normale per noi comportarci male e sputare per terra. Il nostro compito è divertirci e alcuni di noi andranno in overdose o impazziranno, ma Charles Darwin ha detto: “La frittata non si può fare senza rompere delle uova.” ed è di questo che sto parlando. Rompere delle uova! Siamo dei cazzoni, io sono una cazzona e voglio essere una cazzona fino alla fine dei miei vent'anni, magari fino all'inizio dei trenta. Danno fuoco ai nostri sogni e poi ci chiamano gioventù bruciata. Ed è vero siamo diversi, sono diversa, ma è questo il bello, stiamo vivendo un’esperienza del tutto nuova, abbiamo bisogno di sentirci dire che siamo speciali, che siamo invincibili, perché è questo che siamo. La disperazione non fa per noi, perché niente può ferirci irreparabilmente. Ci crediamo invincibili perché lo siamo. Abbiamo bisogno di sentirci dire questo, non che siamo bruciati.

In questo testo ho mischiato un po’ di tutto, citazioni che ho trovato su tumblr, sui libri e da altre parti. Quindi non è un testo fatto solamente da me, ma da tutti noi, dalla gioventù bruciata.

Cecenia: lager per i gay? Il governo smentisce, ma spuntano le foto
A raccontarlo due giornaliste di Novaya Gazeta, lo stesso giornale per il quale lavorava Anna Politkowskaja. (Credits – Getty Images)

Come durante il nazismo, ma nel 2017. Come nella Germania di Adolf Hitler o l’Unione Sovietica di Stalin, ma nella Cecenia di Ramzan Kadyrov. Un campo di concentramento dove vengono rinchiusi i gay, che vengono torturati. Spesso fino alla morte. A raccontarlo due giornaliste di Novaya Gazeta, lo stesso giornale per il quale lavorava Anna Politkowskaja.

Elena Milashina e Irina Gordienko hanno scoperto nella cittadina di Argun un centro di detenzione ‘fantasma’, nel quale vengono reclusi quei cittadini che il regime ceceno non accetta. Gay, tossicodipendenti o salafiti, cioè coloro che sono accusati di terrorismo e affiliazione all’Isis. Tutti assieme, appassionatamente. A subire torture atroci.

A pochi chilometri dalla capitale Grozny, infatti, i carcerati vengono torturati con tubi di gomma, attaccati alla corrente elettrica, costretti a sedersi su bottiglie, lasciati senza cibo né acqua. In molti casi fino alla morte. Di cui non interessa a nessuno.

Le due giornaliste, ovviamente, non sono potute entrare nell’edificio in cemento di Kadyrov street al civico 99b, ex stabile militare, ufficialmente abbandonato. Ma hanno raccolto le testimonianze di molte persone che sono riuscite a uscirne vive e che hanno raccontato le violenze e hanno parlato di almeno tre morti.

“Nella nostra società cecena chiunque rispetti le nostre tradizioni e cultura farà di tutto perché questo tipo di persone non esista nella nostra società”.

Accuse che stanno facendo scalpore sia in Cecenia sia nel mondo, ma che il presidente ceceno Kadyrov respinge. Con una difesa che, forse, riesce a essere anche più atroce e violenta delle torture stesse. “Non si possono detenere e perseguitare persone che semplicemente non esistono nella Repubblica cecena – ha detto il boss ceceno, che continua –. Se ci fosse gente simile in Cecenia (cioè gli omosessuali) le forze dell’ordine non avrebbero bisogno di avere a che fare con loro, perché i loro parenti li manderebbero in un luogo da cui non c’è più ritorno”.

Come nel nazismo e nel comunismo sovietico, dove i gay non esistevano per regime. Parole confermate anche da Kheda Saratova, membro del Consiglio per i diritti umani ceceni. E che di diritti umani appare aver ben poco. “Nella nostra società cecena chiunque rispetti le nostre tradizioni e cultura darà la caccia a questo tipo di persone senza bisogno di aiuto da parte delle autorità, e farà di tutto perché questo tipo di persone non esista nella nostra società” ha detto la Saratova.

Per riuscire a capire veramente le cose bisogna esserne lontani, studiarle con distacco, sentirle esterne.
E allora esco di casa e cammino.
Una ragazza con i vestiti strappati mi ferma e mi fa senti ce l'hai un minuto? Un aiuto per i tossicodipendenti, hai qualcosa? Aspetta, ti do un braccialetto, ora te ne faccio pure scegliere uno, eh, aspetta. La vedo che prende qualcosa nella sua borsa, gesticola, sorride. Tranquilla, le faccio sentendomi eroe, non voglio niente; e le do due euro. Ora sono molto più in alto di lei, sono il nuovo dio che le ha regalato un po’ di speranza, un attimo di pace. Lei per fortuna non lo sa che ho trentadue euro sul conto corrente. Non lo sa nessuno.
Allora cammino fino a raggiungere il posto più alto del pianeta, un giardino innevato a cento milioni di metri dal livello del mare da cui si vede ogni cosa. Contento della mia buona azione (ma io l'ho fatta solo per me stesso, vale comunque?) cerco casa mia, cerco la mia vita.
La trovo e la guardo: tanti punti casuali sparsi nello spazio senza legami, solo brandelli di momenti sottilissimi e indipendenti.
E tra di loro, assolutamente niente.

MD e orsacchiotti.

Siete ragazzi d’oggi e pensate che la barba rada, l’università che non decolla, la forfora e la tipa che si ostina a non darvi l’amicizia su facebook siano grossi problemi? Probabilmente non avete mai conosciuto Vittorio e Cesare, i ragazzi osservati da Claudio Caligari nella sua ultima definitiva prova cinematografica: Non essere cattivo, da qualche giorno nelle sale. Cesare (Luca Marinelli, La solitudine dei numeri primi e Tutti i santi giorni) e Vittorio (Alessandro Borghi, più votato alle fiction e un po’ si vede) sono due ragazzi nella Ostia di metà anni Novanta (il film si svolge nel 1995, ma è incredibile come il passato e il presente si mischino in un contesto dove nulla sembra muoversi da decenni). Non sono soltanto i fratelli maggiori dei ragazzi di vita descritti illo tempore da Pier Paolo Pasolini, sebbene il legame col cinema pasoliniano sembra essere indissolubile oramai in Caligari: non hanno amici all’infuori l’uno dell’altro, e le persone che riescono a varcare il cerchio del loro legame fraterno sono tre o quattro criminali di mezza tacca di cui riescono a fare facilmente a meno, non hanno un’innata predisposizione a delinquere come i protagonisti de L’Odore della notte e così il loro agire è dettato da necessità immediate. Lo spaccio e la truffa per avere di che farsi, il furto d’auto per fare un giro con la donna amata; la rapina infatti, per contrasto, assume i contorni ora comici ora drammatici ma mai (seppur temporaneamente) edonistici o tanto meno risolutivi. Il fatto è che Vittorio e Cesare, come altri ragazzi ancora oggi sul litorale romano, hanno una doppia personalità. Sono sonnambuli, sociofobici, schizzati. Sono sensibili, puri, riflessivi. Le droghe condizionano una parte rilevante delle loro vite, mentre un atavico senso della famiglia (e un capitolo a parte lo meriterebbero le figure femminili del film: madri, compagne, sorelle, troie, eccetera) cerca di redimerli. L’idea di una vita domestica che sia serena e quanto più possibile normale, un casale fuori città, qualcuno che ti prepari il caffè come una vecchia canzone di Battisti, li segue dappertutto. E’ l’ultimo fugace pensiero prima di rincasare dopo una notte brava guardando andare via colei che segretamente si ama, è il primo pensiero alle 6 di mattina quando si decide che per un giorno si può pure provare a lavorare. E’ il fil rouge che si (intra)vede per tutto il film. E qui forse Caligari supera almeno concettualmente Pasolini. Laddove Accattone o Mamma Roma erano costruiti sulla debolezza dell'umanità disagiata che sogna il riscatto della propria condizione attraverso impossibili avanzamenti sociali, qua la rivalsa sociale oramai è disillusa ma questo non impedisce ai due protagonisti di cercare un miglioramento. La loro storia segue un rapporto che obbliga l'uno ad essere reciprocamente causa, effetto e riferimento delle vicissitudini dell'altro, in un rapporto fraterno che supera ogni tipo di avversità o tradimento ma se Cesare, alla fine, rappresenta un legame con la propria vita che trascende ogni tipo di volontà, Vittorio no. E non so voi, ma a me l’idea di una seconda opzione è sempre piaciuta. In Non essere cattivo non ci sono i ragazzi di strada del cult totale Amore Tossico, e le due o tre autocitazioni alla pellicola del 1983 francamente lasciano un po’ il tempo che trovano, tuttavia il film postumo di Caligari non tenta più di sposare l’attendibilità sociologica con gli schemi narrativi della finzione, tenta semmai una analisi psicologica di più ampio respiro dei ragazzi dello zoo di Ostia Lido. Un film che non ha per nulla il taglio “documentaristico” dell’illustre antesignano e non risolve il problema-droga, ma chissà che non serva più da deterrente di una puntata di Breaking Bad a caso, perché non credo fosse quello il punto cardine che si voleva rappresentare. La droga c’è perché a Ostia, come in molte altre periferie del mondo, la droga c’è sempre stata come forma di escapismo sociale - e i punti di spaccio sono gli stessi da trentacinque anni - così come è sempre mancato tutto il resto. Ma, come del resto sempre accade al cinema, delle immagini si vede quello che c’è perché c’è, mica quello che non c’è. Che poi sarebbe la vera denuncia sociale. Non mancano certo scene ad alto contenuto tossico, piene di un umorismo sardonico e disperato oltre che di cocaina e pasticche, ma non ci sono gli eccessi del passato - come la sequenza del quadro dipinto con le siringhe. Il volersi bene qui è quello buono “di una volta”, quello che non si dice e porta a continui e reciproci perdoni - mentre i tossicodipendenti del 1983 non conoscevano solidarietà e la loro vita si consumava nella disperata ricerca del buco quotidiano. Che sia un bene o meno è poi un fattore più di gusto che etico. Giova invece di certo al film il finale “aperto” che non ricicla quanto visto in passato e non fornisce l’ennesima citazione letteraria ai film o alla vita di Pasolini (se mai c’è un vago accenno a Carlito’s way di De Palma). Caligari dimostra così di essere stato uno dei pochissimi registi su cui si poteva fare ancora affidamento. Un regista entrato nella fase invernale della carriera con l’agilità di un ragazzino e la saggezza non conciliante di chi sapeva bene di cosa stava parlando. In attesa di farvi prendere per il culo da Trainspotting 2, concedetevi una piccola riuscita analisi antropologica che è un chiarissimo esempio di come si possa continuare a fare buon cinema con buone idee.

Ps - Nel momento in cui scrivo non esiste nemmeno una pagina di Wikipedia dedicata al film, se qualcuno più tecnologico di me volesse rimediare…