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La sindrome di Stendhal, detta anche sindrome di Firenze (città in cui si è spesso manifestata), è una affezione psicosomatica che provoca tachicardia, capogiro, vertigini, confusione e allucinazioni in soggetti messi al cospetto di opere d'arte di straordinaria bellezza, specialmente se esse sono compresse in spazi limitati.

Cucina con Lorenzo - I Ricciarelli

Ciao bimbi e ciao bimbe, dato che sta pe’ arriva’ l’inverno e tutti noi abbiamo voglia di ingozzarci di dolci fino a scoppia’, ho deciso di passarvi una ricettina tutta senese solo pe’ voi! 💜

I ricciarelli sono morbidi biscotti di marzapane, ideali da offrire ad amici e parenti durante le feste natalizie. 

I Ricciarelli di Siena sono lavorati con mandorle, zucchero e albumi d'uovo. Dopo 12 ore di riposo e dopo aver aggiunto e mescolato delicatamente tutti gli ingredienti, l'impasto viene trasformato in biscotti dalla tipica forma a losanga o “chicco di riso”.

“Dentro e fuori le mura medievali, nelle cascine delle silenziose colline o nelle case delle storiche contrade della città, le famiglie di Siena addolcivano i giorni del periodo natalizio gustando questi particolari biscotti a forma di losanga dal profumo di mandorla.  Ad oggi la tradizione di mangiare i ricciarelli si è estesa a tutto il periodo dell’anno, anche se non devono mancare sulle tavole soprattutto durante gli avvenimenti speciali come Natale, Capodanno, Pasqua. Perfino i limiti geografici non sono più cosi rigidi: si consumano in tutta la Toscana e ormai sono una ricercata specialità gastronomica diffusa nell’Italia intera.” 

Nella sua Scienza in cucina e arte del mangiar bene del 1891 il fiorentino Pellegrino Artusi, l’artefice dell’unità gastronomica italiana, tra i dolci senesi indica i tradizionali ricciarelli. La voce autorevole dell’Artusi spiega che gli ingredienti alla base dei fragranti pasticcini toscani sono solo tre: mandorle, zucchero e albume d’uovo con l’aggiunta finale di quello che lui definisce odore di buccia d’arancia.

La ricetta originale dei ricciarelli senesi prevede queste quantità per la preparazione di 16/18 dolcetti:

  • zucchero semolato: 220 g
  • albumi. 2
  • mandorle dolci: 200 g
  • mandorle amare. 200 g
  • scorza di buccia d ‘arancia ( quanto basta per rilasciare l’aroma)

Se manca anche uno solo di questi ingredienti non si può procedere alla realizzazione della ricetta, ma se invece si è amanti delle spezie e della sperimentazione in cucina si può aggiungere all’impasto di base miele millefiori, aroma di vaniglia, mandorle amare oltre che le tipiche dolci. Buon appetito bimbi, mi raccomando ingozzatevi! 💜

Il bambino nato dalla vite

Epilogo: Il Principio che genera vita

Sapete, figli miei, che cosa rende un individuo davvero vivo? Il dubbio. Perché dal dubbio si può creare qualsiasi cosa, come se questo Principio inconoscibile fosse un pezzo di creta informe, pronta per essere modellata in un'infinità di modi dalle mani dell'uomo. L'uomo infatti non può vivere nel dubbio, nel completo smarrimento che è la vita. Per questo ha iniziato a pensare, ad inventare e a creare. L'arte è generata dall'incertezza, dall'angoscia di questo dubbio esistenziale che accompagna tutti noi nel cammino della nostra vita. L'arte e la poesia sono le fiaccole che ci permettono di vagare come degli avvinazzati in questa insensatezza che è la vita, fiaccole di pura luce divina che ci accompagna verso la nostra unica certezza…

Fu un attimo. Un attimo dove il soffio di vita accarezzò la mia candida pelle. Lo stesso soffio di vita che spinge fa pulsare il cuore della terra, lo stesso porta il seme di qualsiasi pianta alla schiusura per mettergli di germogliare e elevarsi in alto verso il cielo, ed infine concludere il proprio compito esistenziale con la generazione del frutto. Io stesso ero un frutto generato da quel principio vitale, e probabilmente come lo stesso seme ero stato partorito dal terra, grembo fertile di madre natura.

Fu un attimo, un frammento di secondo che balenò come un lampo nella mia mente e mi spinse ad aprire gli occhi.

Il mio corpo da infante non era circondato da nessun paio di braccia, bensì a ricoprirmi c'era uno strato sporca fanghiglia. E davanti al mio sguardo non si presentò il sorriso dolce e premuroso di una madre, non c'era un paio di occhi pronti ad accogliermi pieni di gioia, bensì delle foglie di vite. Infatti queste come trasportate dal vento, mi accarezzavano la guancia, come delle dolci mani che premurose si attingevano a svegliare il proprio figlio da un lungo sonno.

Colto da un'infantile curiosità, fui spinto ad alzare il mio braccino verso quelle foglie e con delicatezza tastati con le punte delle mie paffute mani la superficie della foglia, liscia e di colore rosso. La manina che prima era delicata in un attimo afferrò quelle foglie, come se io stesso volessi afferrare la mano della mia madre. La tirai poi verso di me staccando subito a me, staccando la foglia e separandola così dalle altre sorelle. Io raggomitolato sul terriccio la osservai attentamente mentre era schiacciata nel palmo della mia mano. Notavo come la foglia avesse perso la grazia della sua forma precedente, intrappolata come una misera bestia nella mia presa, osservavo poi minuziosamente quel colore che la caratterizzava, quel colore così vivace che mi faceva brillare gli occhi. Infine aprì il palmo della mia mano, facendo così cadere delicatamente la poverella sul mio petto e continuai poi ad osservare la piante che era ancora lì che ondeggiava spinta del vento, e intanto vegliava sul bambino che era cresciuto dalla sua stessa terra.

Ad un tratto il mio corpo d'infante fu colto da un forte soffio di vento, ed io colto subito dai brividi mi raggomitolai su me stesso, come se quel terriccio potesse avvolgermi come farebbe una calda coperta di lana. Quella folata di vento improvvisa soffiò ancora su di me, come per spronarmi al alzarmi. Quel vento freddo cercava in tutti i modi di reclamarmi a sé, simile ad un severo ordine di un padre.

Così, come ogni cucciolo di animale, fui seguito dall'istinto e mi alzai accorgendomi come tutto sembrasse diverso se lo guardavi ergendoti in piedi. Come oltre alla madre vite e alle sue foglie colorate ci fosse ben altro intorno a me. Vidi davanti ai miei occhi una natura così fiorente e colorata, colline che si succedevano ad altre e decoravano la pianura sottostante, quest'ultima era separata da un fiume che serpeggiava indisturbato proveniente da un orizzonte dove si ergevano alte le azzurre montagne. Dietro ad esse brillava la luce di un sole quasi nascosto, in procinto di scomparire dietro quelle vette.

Sentì come un nodo chiudermi la gola, strappandomi il fiato. Sgranai gli occhi , colto all'improvviso da un lampo che sfavillò nella mia coscienza.

Una certezza.

Se guardavo quella terra così viva e fiorente, tra viti e ulivi, sulla valle e su ogni collina c'era il mio cuore al sommo di ogni cosa, c'era l'anima mia in ogni centimetro di tutto ciò.

Tutto parlava di me e tutto reclamava la mia presenza. Il vento che prima si era fatto dolce ora soffiò su di me avvolgendomi in quell'aria fresca…quell'aria che era parte della mia persona.

Nel momento della mia venuta al mondo sentì la voce di quella terra riecheggiare nell'aeree. Come un urlo di gioia che festeggiò la mia nascita. Allora non mi spinsi indietro e reclamato da quella terra obbedì alla sua nascita e iniziai a muovere i miei primi passi in quel terreno fertile e pieno di vita. Serpeggiai fra quei campi di vite e mi addentrai verso quelle fitte foreste, verso forse una meta indeterminata o al contrario già scelta dal mio destino.

Quando mossi quei primi passi, sentì come se quella terra mi chiamasse a sé, simile ad una madre che chiama il suo figlio per poterlo poi abbracciare. Quella voce che forse era il principio di ogni cosa, che ha generato la mia nascita.

La stessa voce che spinge ogni giorno il sole a sorgere, e che sprona ogni a pianta a generare i suoi frutti. Il principio logico o causale che a dettato le leggi di questa realtà e che in quel momento ordinò a quella terra terra di partorirmi e di donarmi alla vita, al destino.

“Sei vivo, Tuscia…” @blogitalianissimo

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By Hans Kruse