tornanti

“Lloyd, è un periodo che va tutto storto”
“Vorrà dire che sarà più facile dare una svolta alla vita, sir”
“A forza di curve però mi sta venendo il mal d’auto, Lloyd”
“I rettilinei attraversano le montagne, ma sono i tornanti che ci portano sulla vetta, sir"
“Abbassa il finestrino, Lloyd. Ho bisogno di respirare”
“A pieni polmoni, sir. A pieni polmoni”

Uno crede che una volta che le cosa vanno bene, che hanno preso l’anda della felicità, la strada sarà sempre in discesa, basta prendere più spinta e la goduria aumenta, diventa vertiginosa, e si sarà sempre più felici finché si raggiunge il trampolino della fortuna e si vola nel nirvana del perfetto culo.
Non è così.
Subito dossi, cunette, sassi in mezzo alla strada, e sbandate fuori dai tornanti. E davanti a noi, una gran salita che non si vede la cima.
—  Stefano Benni - Saltatempo

anonymous asked:

Vorrei che tu mi mostrassi la tua città preferita, o magari Londra

È come un colore sbagliato nel momento giusto.

È esattamente come in foto, tranne che per il tempo, eppure è sempre bellissima, insieme a tutte le sue sfaccettature.

La visuale era sempre la stessa ogni giorno; che fossero le undici di mattina, le undici di sera o anche le quattro di notte, ma la sensazione era diversa ogni volta.

Una percezione davvero difficile da spiegare, così difficile, che forse non lo è per niente; ma ho voglia di tenermi un piccolo pezzo di lei, per me. Datemi pure dell'egoista, non cambierò comunque idea.

È un segreto, che però tutti potete vedere.

Le strade sono vuote, ma piene di persone che corrono, scappano, o alcune, che si godono, camminando, quei rari raggi di sole, ma con un cellulare in mano.

Tutti ti aiutano se sei in difficoltà, e allora ti sembra che ci sia ancora un briciolo di umiltà negli essere umani,  ma nessuno ha il tempo di guardarti in faccia e dirti: “Grazie” che si è già tornanti a farsi gli affari propri.

Le persone così diventano parte della strada, vuote, ma circondate da altri milioni di esseri umani vuoti.

È bello vederne anche le pazzie, che non ti stancano mai, anche se la tua routine è praticamente la stessa.

La pazzia e la diversità è una caratteristica che mi ha fatto innamorare di Lei, a tal punto da avere il bisogno di essere come Lei.

Non mi definirei ne pazzo ne diverso, ma unico.

No, no.. non sono l'unico ad essere “unico”, tutti lo siamo, a modo nostro ovviamente.

Io ho deciso di essere me stesso, senza dover indossare nessuna maschera e sì, ho dovuto capirlo attraverso tante persone vuote, che mi hanno lasciato qualcosa.

Assurdo vero? Ma è proprio per questo che te ne innamori.

Non è grigia come tutti la definiscono, ma è più come un miscuglio di tantissimi colori messi assieme che però non creano nemmeno il nero.

“Ma Luca, sai che tanti colori mescolati formano il nero! Cosa stai dicendo!”

“Si, lo so” vi risponderei e farei un lungo respiro, per poi dirvi ciò che ho visto io:

“Tanti colori messi assieme, formano il nero, è vero, ma Lei no. C'è qualcosa, oltre al tempo, che le permette di brillare. Così da differenziarsi dalla normalità e creare un colore diverso. Cos'è, non lo so, o forse sì, ma non vorrei rovinarvi la sorpresa.

Posso dirvi per certo che io non ho mai amato incondizionatamente qualcosa, come amo questa città.

Che mi ha fatto soffrire davanti a persone vuote che, col tempo, m'hanno aiutato a farmi diventare ciò che sono oggi.

Tutti i pozzi sono bui, ma hanno anche una fine, basta saperli risalire e ci sarà sempre qualcuno disposto ad aiutarti a farlo.”

Fu lei a trovarmi, chiedendomi quasi subito di fermarmi a bere un caffè nel suo appartamento. Scoprii in seguito che era fidanzata da molti anni e che il suo lui non faceva che vessarla, ma un oscuro legame la teneva avvinta. Non volli intromettermi, inizialmente, ma il giorno che le chiesi di salire in montagna con me, per strapparla a quella nostra alcova di città e provare a spostare un poco quell’equilibrio precario della sua vita, quel giorno provai una forte delusione. Non riusciva a smettere di guardare il telefono, ossessionata dai messaggi di lui, che non le telefonava mai però, tanto da farmi persino dubitare della sua esistenza.
Fu un tramonto bellissimo, in un luogo che conosco bene e che mi ospita spesso, nelle mie peregrinazioni, ma lei non se lo godette.
Sulla via del ritorno, come per scusarsi della sua assenza, cominciò a stuzzicarmi, a prenderlo in mano mentre guidavo. Voleva giocare e succhiare, creando quel pericoloso mix di erotismo e pericolo di morte, distraendo la mia attenzione dai tornanti. Le chiesi di smettere, ma non per ciò che era facile immaginare, no.
Ero triste. Quella sera in montagna era svanita per sempre.

profili

Sa di lavanda il tuo inguine,
col profilo di un monte
in miniatura. La lingua
scivola sulle ginocchia, risale
come la scala di un'armonica
a bocca, s'impiglia, farfuglia,
va per tornanti, strettoie,
mulattiere. E poi affonda.

Sebastiano Grasso- Il tuo pube nero befferà la morte

Fantache?

 Italia, 2017

Un ciclista sta lasciando cuore e polmoni lungo i tornanti che portano a Passo San Marco in Alta Val Brembana sulle Alpi Orobie, quando all’improvviso vede in un campo ai lati della strada una persona vestita in un modo alquanto bizzarro. Si ferma e col fiatone si rivolge all’uomo a cui l’erba dell’alpeggio arriva alle ginocchia “OH!” gli fà. L’uomo si volta e lo guarda con un misto di terrore, mette mano a quella che ha tutta l’aria di essere una spada e si avvia a passo veloce verso il ciclista che ancora sta rifiatando. “Ma..cosa..fai..pirl” non fa in tempo a finire la frase che la spada longobarda gli frantuma il cranio ammazzandolo all’istante. 

Tre mesi dopo. Roma. Ministero dell’Interno.

Un ragazzo in completo blu percorre a passo veloce i corridoi del Ministero con una cartella piena di documenti. Lo seguono a breve distanza due agenti dei Servizi Segreti e il Presidente del CNR che suda vistosamente. Vengono fatti accomodare in un sontuoso ufficio con affreschi rinascimentali alle pareti e scomodissime poltrone di pelle. Il Ministro entra nervosamente senza nemmeno salutare ed inizia ad urlare “COSA E’ QUESTA STORIA?!” il presidente del CNR cerca di non incrociare lo sguardo. “450 SOLO NELL’ULTIMA SETTIMANA E NESSUNO DI VOI SA DARMI DELLE SPIEGAZIONI! NON POSSO MILITARIZZARE UNA REGIONE INTERA!” il ragazzo apre il fascicolo e con voce calma legge “Alla luce delle indagini effettuate dal primo arrivo, non è possibile determinare un pattern in grado di garantire un livello di previsione accettabile dei prossimi arrivi.”

Milano. Stesso giorno.

Grande è l’imbarazzo nella sede principale della Lega Nord. L’aver utilizzato come slogan “NO ALL’INVASIONE” e “AIUTIAMOLI A CASA LORO” per anni non lascia molta libertà d’azione o di scelta. Il militante nella sala riunioni fissa il poster con la faccia del capo indiano. Dall’ufficio di fianco una voce preoccupata spiega all’ennesimo senatore che telefona da Roma chiedendo cosa dichiarare alla stampa che non è possibile dire niente. Centinaia di longobardi veri hanno inizato ad apparire lungo l’arco alpino lombardo e nessuno sa come. Dopo i primi cinque omicidi a colpi di scramasax l’ipotesi di un serial killer aveva lasciato spazio all’incredibile realtà: cinque longobardi avevano ucciso cinque persone. L’entusiasmo iniziale della Lega era presto mutato in profondo imbarazzo una volta realizzato che i veri longobardi comunicavano solo con l’originale idioma germanico, rifiutavano qualsiasi approccio comunicativo e rivendicavano il possesso territoriale mentre al tempo stesso apparivano in numeri sempre più grandi tanto da costringere il Ministero ad istituire campi di prigionia appositi a cui collaboravano docenti e laureati dei Beni Culturali per comunicare coi longobardi prigionieri.

Nè l’Italia, nè l’Europa sapevano come comportarsi - figuriamoci la Lega Nord - con centinaia di persone in arrivo dal passato. Erano da considerarsi immigrati irregolari? Clandestini? Quali diritti dovevano essere riconosciuti a persone provenienti dal passato? La cosa si era fatta più complicata quando durante lo spogliamento dei prigionieri e l’analisi del vestiario era saltato fuori un manoscritto del 734 che rivendicava la proprietà di vaste zone della Pianura Padana.

Incidente spettacolare (ma senza gravi conseguenze) per Hammond di Top Gear


Un grande spavento, un incidente spettacolare, ma per fortuna con conseguenze non troppo gravi. Richard Hammond, star del famoso programma “Grand Tour” ed ex star di “Top Gear” se l’è vista proprio brutta l’altro giorno nei pressi della città di St Gallen nel nord-est della Svizzera, mentre stava registrando una nuova puntata del programma di Amazon TV.

Hammond era al volante di una Rimac, una supercar elettrica da oltre mille cavalli e dal valore di due milioni di euro, mentre affrontava i classici tornanti di montagna. A un certo punto, proprio mentre stava per affrontare una curva secca, ha perso il controllo della velocissima macchina che, così, è uscita di strada finendo nei campi. L’auto si è ribaltata più volte prima di fermarsi e prendere fuoco.

Per fortuna, però, Richard Hammond è riuscito a uscire dalla vettura prima di venire circondato dalle fiamme. Il conduttore tv è stato trasportato in elicottero in ospedale, ma nonostante la gravità dell’incidente se l’è cavata solamente con la frattura di un ginocchio.

“È stato il peggior incidente che io abbia mai visto e il più spaventoso ma incredibilmente, e per fortuna, Richard sembra stare abbastanza bene”

Il suo amico Jeremy Clarkson anche lui ex conduttore di Top Gear ha commentato: “È stato il peggior incidente che io abbia mai visto e il più spaventoso ma incredibilmente, e per fortuna, Richard sembra stare abbastanza bene”.

Richard Mark Hammond, soprannominato Hamster ovvero “criceto” è nato a Solihull il 19 dicembre 1969. È noto soprattutto per essere stato fino al 2015 co-presentatore del programma televisivo Top Gear assieme a James May e Jeremy Clarkson.

Nel settembre 2006 ha subito un trauma cranico in seguito a un incidente ad alta velocità a bordo di un’autovettura dragster, chiamata Vampire, sulla quale era stato montato il motore di un aereo della RAF (Royal Air Force). L’incidente è avvenuto a 464 km/h, a causa dello scoppio dello pneumatico anteriore destro e il conduttore è rimasto in coma due settimane.

Itinerari in bicicletta, le vie più belle d'Italia

Chi ama il viaggio non può prescindere da una variante di trasporto che ha sempre più fedelissimi: la bicicletta. Ecologica, green, a basso impatto ambientale e dagli innegabili benefici per la salute, la bici conquista sempre più appassionati in Italia: i numeri di chi la utilizza come principale mezzo di spostamento continuano ad aumentare, soprattutto nelle grandi città. La vita si semplifica molto quando non devi cercare parcheggio per la macchina: la bicicletta aiuta a coprire distanze considerevoli senza avere lo stress di posteggiare l’auto e permette di raggiungere zone della città dove un mezzo a motore non potrebbe nemmeno entrare.

Esiste anche una categoria di persone che ama la bicicletta come trasporto fondamentale per le gite turistiche, anzi, spesso parte proprio in bici dimenticando volutamente l’auto: è un modo di viaggiare diverso, che richiede certamente preparazione fisica e ottima salute, ma permette di notare particolari che con l’auto non vedremmo mai. L’Italia, in questo, offre tantissimi percorsi meravigliosi che possono essere tranquillamente “pedalati”, godendo di paesaggi notevoli. Ecco una piccola lista degli itinerari in bici in Italia, con le vie più belle da percorrere sulle due ruote.

Via Francigena

Più celebre per le passeggiate, la Via Francigena comincia da Canterbury in inghilterra per arrivare fino a Roma. Il tratto italiano più bello da fare in bicicletta va da Fidenza a Roma, lungo un percorso di circa 500 km che attraversa l’Appennino, le più belle colline toscane, l’alto Lazio della Tuscia fino ad approdare a San Pietro, a Roma.

Sentiero della Valtellina (80 km)

Una ciclabile comodissima a fianco del fiume Adda, vicino alla ferrovia (così se ci si stanca si può cambiare mezzo di trasporto…). Le bellezze della Valtellina, ricca di verde e di splendidi campi, sono tutte da gustare in questo percorso non lunghissimo, ma valido per una piccola gita fuori porta.

Ciclovia dei Borboni (334 km)

Il Sud Italia riserva perle inattese: da Napoli a Bari in bicicletta si può, lungo le vecchie strade del regno borbonico. Tendenzialmente pianeggiante, dal clima ottimale quasi tutto l’anno e con paesaggi di rara bellezza, la Ciclovia dei Borboni è ricca di tappe da vedere e gustarsi in totale relax.

VenTo (679 km)

Progetto in divenire, va detto, ma sicuramente uno dei più interessanti d’Italia: la ciclovia che unisce Venezia a Torino sfrutterà ciclabili, alzate di fiumi e canali, stradine secondarie a bassa percorrenza per godere delle bellezze più particolari e dimenticate della pianura padana. È un lungo lavoro, ma potrebbe diventare presto realtà.

Ciclovia adriatica (1300 km)

Da Trieste a Santa Maria di Leuca, in provincia di Lecce, per un viaggio lunghissimo e ricco di variegati paesaggi, con lunghi tratti pianeggianti che consentono una pedalata serena. Alcuni tratti abruzzesi son ben dotati di percorso ciclabile ottimamente tenuto, mentre nelle altre regioni attraversate ci si affida al buonsenso e alla massima attenzione da tenere sulla celebre statale 16, l’Adriatica, di solito affollata dalle macchine. Il periodo migliore per farlo è la tarda primavera, mentre l’estate è assolutamente da evitare.

Passo dello Stelvio

Vera sfida atletica per i più preparati, il passo dello Stelvio è il valico più alto d’Italia, al confine con la Svizzera. In tarda primavera, quando riapre, è affollato di persone che mettono alla prova le proprie capacità fisiche sui celeberrimi 48 tornanti del versante altoatesino (36 invece quelli del tratto lombardo). Luogo di gare all’ultima salita, permette di ammirare dei paesaggi incredibili e respirare l’aria pura delle montagne.

Riviera di Levante (22 km)

Impossibile non nominare le bellezze della Liguria, con il percorso ciclopedonale che parte e arriva a Levanto passando per Bonassola e Framura, nella provincia di La Spezia. Ventidue chilometri di meravigliosi scorci di mare, adeguatamente protetti da apposite strutture, e con in più una serie di gallerie che risalgono all’Ottocento

Pista Ciclabile del Parco Costiero (25 km)

Come la VenTo, è parte di un progetto che prevede la costruzione di un percorso ciclabile tra Genova e Marsiglia. Per ora si possono godere i 25 chilometri totalmente pianeggianti tra Ospedaletti e San Lorenzo a Mare, in provincia di Imperia, che sono stati ricavati dalla ex linea ferroviaria dismessa: uno spettacolo notevole.

Ciclovia degli Appennini (1800 km)

Dal colle di Cadibona in Liguria fino a Reggio Calabria, nel profondo sud d’Italia, seguendo la dorsale appenninica. Possibile anche la deviazione verso la Puglia, da seguire sullo splendido itinerario degli acquedotti pugliesi. Serve una preparazione atletica notevole, va detto, e molte zone non sono ancora state degnamente rilevate, ma la scelta è impagabile.

Jan van Eyck (Maaseik, 1390 ca – Bruges, 1441)
Ritratto dei coniugi Arnolfini
1434, Londra, National Gallery
olio tu tavola, cm 81,80 x 59,40

-
Gli Arnorfini ereno in pratica immigrati italiani in Bergio, ma de quelli ricchi abbastanza da fasse fà er ritratto da Van Eyck. E se fanno raffigurà popo ner momento der matrimonio, tipo foto copertina arbum de nozze. E a vedè ‘a panza de lei te viè er dubbio che fosse un matrimonio riparatore: ma forse è solo come a dì “spicciamose a fà fiji e famoli tanti, belli e sani”, oppure na specie de scongiuro scaramantico tipo “ajo fravajo fattura che nun quaja, Dio dacce un pupo che er socero baccaja”.
Comunque è un quadro che pare quasi un rebbuse daa Settimana Enigmistica, e si te piaceno quii firm mezzi de paura mezzi de giallo e de mistero, te piacerà puro sto quadro, Annamo a vede che ce sta.
Tutt’intorno aa coppia felice anfatti ce sò un sacco de robbe che sò puro simboli, tipo er cane che vor dì federtà, o l’arance daa salute che sò come ‘a mela der peccato originale e quinni inviteno a nun fà robbe sbajate: sesso sì ma solo drento er matrimonio, me riccomanno. Pe tera ce sò ‘e ciavatte che quinni se ‘e sò levate, dici bè stanno a casa loro fanno come je pare, ma no, vor dì che è un momento solenne che quasi quasi er pavimento stesso è diventato sacro, come i musurmani che entranno in moschea pe rispetto se leveno ‘e scarpe. Sur lampadario ce sta na candela sola, che tu dici “ammazza tanto ricchi ma puro tanto spilorci”, ma no, ‘a candela è er simbolo der matrimonio e daa devozione, come a vorte nell’Annunciazione ce sta na candela: vergine madre, fiji e castità a ‘o stesso tempo, che è quasi più difficile de camminà scarzi senza sfragnese i piedi, appunto. E poi c’è er simbolo daa verga appesa ar muro, che, dice, pe assonanza vor dì verginità ma pure er bastone der marito che, speriamo solo simbolicamente, colpisce ‘a sposa pe ricordaje chi porta i pantaloni. Ma io sta candela e sta verga nun posso nun pensà che vonno dì puro n’antra cosa che nun nomino ma che è necessaria anzi fondamentale pe procreà tutti quii regazzini che sti due, sempre castamente, se augurano de avè. Se semo capiti.
E appunto ner letto che se vede su ‘o sfonno tutto ciò avrà luogo, er pucci pucci prima e er parto dopo, o per lo meno così speravano i sori Arnolfini. Ma ripeto, sempre co moderazione e co devozione e paa maggior grazia de Dio, come ricorda er rosario appeso ar muro. Su ‘a spalliera der letto ce stanno scorpite Santa Margherita, protettrice dee gravidanze a rischio, essenno lei stata inghiottita ma poi risputata sana e sarva da un drago, come in una specie de parto, e Santa Marta protettrice daa casa e dee casalinghe, che si ve ricordate era quella che mentre ‘a sorella Maria stava seduta a ascortà Gesù lei stava a spiccià casa e se incazzò pure, je fece aa sorella “Bella ‘a vita eh Marì, e viemme a dà na mano che ce sta da pulì er bagno”, e Gesù je dice “A Marta, e nnamo, rilassate, viette a sede ‘n attimo pure te, che ‘e cose che dico io sò morto ma morto mejo de fà ‘e pulizie” (vorei fa notà che Gesù era na cifra avanti, imparate da lui cari truzzi maschi).
E infine sur muro in fonno aa stanza ce sta no specchio rotonno e convesso che riflette tutta ‘a scena tipo quelli che se metteno ai tornanti pe vedè si ariva na machina o nii negozi pe  l’antitaccheggio: e anfatti nee case se usava pe scaramanzia, come n’occhio viggile che controllava chè nun entrassero spiriti maligni, Equitalia o testimoni de Geova. E tutt’attorno su ‘a cornice doo specchio ce stanno ‘e storie daa passione de Cristo, a ricordà che er matrimonio nun sò sempre tutte rose e fiori ma puro spine e ce vò pazienza. E si guardi bene drento ‘o specchio che vedi? L’Arnolfini de schiena, naturarmente, e poi de faccia antre du figurine, che si ce pensi bene, essenno riflesse, naa reartà verebbero a stà popo ndo stai te. Uno è er pittore. E l’antro, l’antro è ‘o spettatore. Dar passato er pittore se proietta ner futuro e se fa un serfi insieme a te. Guarda mejo.

IL TIZI N'TEST… SECONDO ME LA PIÙ BELLA. NONOSTANTE L'IMPREVISTO

Ait Baha (via Tizi n'Test)
Mercoledì 31 maggio (quinto giorno di Ramadan)
giorno: 12
km: 2.589

Prima un po’ di informazioni.
Il Tizi-n-Test è un passo nell'Alto Atlante in Marocco e si trova ad
un'altitudine di 2160 metri.
La strada, chiamata S501, è stata costruita dai francesi tra il 1929 e 1932 e collega Marrakech a Taroudant.
La parte interessante è quella che va da Asni a Ouled Berhil e costeggia per gran parte la valle di Ouirgane e il fiume Nfiss, una zona praticamente deserta (in 120 km c'è un solo paese).
La strada è famosa oltre che per i panorami (che sono davvero spettacolari), per la sua pericolosità. È un susseguirsi di curve, tornanti, cambi di pendenza, tratti senza banchina di protezione sugli strapiombi ed è priva di segnaletica orizzontale. In alcuni punti, poi, è talmente stretta che ci passa appena una macchina. Il fondo stradale è spesso sconnesso, e comunque sporco di terra, sassi, ghiaia.
Il tratto più pericoloso, ma anche il più spettacolare, sono i circa16 km che dal passo scendono verso Taroudant: una corsia striminzita, appesa sul fianco della montagna, senza banchina, con tratti di asfalto alternati a sterrato, con una curva dietro l'altra.

Ora, detto tutto questo, dov'è che mi accorgo di avere la ruota posteriore bucata?
Nel bel mezzo del nulla!!! A 50 km da Asni e a 20 dalla paese successivo.
Ok. Niente panico. Trovo il foro e lo riparo con il kit (grande invenzione). Rimane il problema di come gonfiare​ la gomma. Le bombolette del kit fanno vento e con la pompetta a mano si fa poco.
C'è poco da fare. Parto con la gomma semisgonfia (che in situazioni normali non creerebbe troppi problemi, ma con quell'asfalto messo male e con tutte quelle curve, temo di fare qualche danno al copertone) tutto buttato in avanti e dopo qualche chilometro per fortuna trovo delle case dove c'è un ragazzo che ha una pompa a mano più efficiente. Diamo la gonfiatina che mi fa arrivare più tranquillo all'unico paese che c'è dove trovo un compressore.
Da lì sono altri 60 km di niente (escluso il bar su al passo) ed è tutto un guidare, buttando un occhio alla ruota, ma nonostante questo mi godo lo spettacolo che è davvero unico.
All'inizio mi sembra di guidare sulle uova, ma poi piano piano la tensione si scioglie, l'asfalto migliora e il divertimento ne giova. Questa strada è davvero fantastica.
La gomma sembra aver perso un po’ di pressione, ma la moto va. Ci penserò quando arrivo a destinazione della tappa, ad Ait Baha.

LA VIA PER MARRAKECH: I 2.260 M DEL TIZI N'TICHKA

Col du Tichka
Lunedì 29 maggio (terzo giorno di Ramadan)
giorno: 10
km: 2.158

Il primo Tizi è andato!
La via per Marrakech passa per il famoso Tizi n'Tichka, un passo di montagna che si trova a 2260 metri.
La strada fu costruita ai primi del ‘900 con l'aiuto dell'esercito ed è luogo di interesse storico.
Venenedo da Ouarzazate la strada guadagna i metri di dislivello che quasi non te ne accorgi. Curve larghe e per lo più dolci, pochi tornanti, asfalto così così.
È nel versante opposto che la strada dà il meglio di sé: una serpentina che in pochi chilomteri scende a valle azzerando quasi il dislivello totale.
Nonostante oggi la strada, nel tratto più tortuoso e ripido, sia stata allargata e conti tre corsie, è sempre un tratto altamente pericoloso.
Non capita di rado che dietro la curva ti ritrovi un tir che invade la corsia, della ghiaia o addirittura un tratto di sterrato (i lavori di allargamento sono tuttora in corso).
Se poi la giornata è ventosa come oggi, ecco che il mix diventa adrenalinico: raffiche che a seconda della direzione ti spingono indietro, ti fanno volare e ti obbligano alla staccatona quando arriva la curva, ti schiacciano in piega o ti spingono su all'opposto.
E il paradosso è che mentre sei lì non vedi l'ora di uscirne… e quando ne sei uscito gireresti il muso della moto per ributtartici dentro.