tombale

Le Parc funèbre ; parcourant farouche le parc funèbre, les tombes crachant les mâchoires des crânes, nez en terre et croix abattues, la jeune fille échevelée avec peine garde sa raison.
Les briques pleuvent, les murs crèvent. Est-ce l’heure de la repousse des chairs ? Pas encore. Pas encore.
Une grande table est mise. Une grande table nue. Nue à quelques couteaux près, à quelques personnes près, lasses et préoccupées, assises côte à côte, face au couvert insuffisant, côte à côte mais séparées par le précipice de ce qui n’est pas soi. Aucun pain ne leur est offert.
Si la vie ne gagne rien, la mort ne prend personne. De quoi se plaindre? Par terre, un homme gît, secoué de convulsions, mais personne ne fait attention. Un gibet aussi est dressé pour une exécution qui sûrement ne va pas tarder, mais personne ne fait attention. L’un, la tête affalée sur la table, crayonne les formules mathématiques de l’horoscope d’un prince qu’il croit qu’il va connaître, l’autre se taillade de coups de couteau le poignet qu’il accuse opiniâtrement de l’avoir trahi. Mais personne ne fait attention. Chacun à son affaire, chacun tout seul à la dérive, à la grande table longue du Parc funèbre sur l’Esplanade du château désert.
—  Henri Michaux, La Vie dans les plis, Gallimard, 1972

“[T]he forget-me-not gray of an eye squinting at an incipient kiss, the placid expression of your ears when you would lift up your hair … how can I reconcile myself to your disappearance, to this gaping hole, into which slides everything—my whole life, wet gravel, objects, and habits—and what tombal railings can prevent me from tumbling, with silent relish, into this abyss? Vertigo of the soul.”

Vladimir Nabokov, from “Ultima Thule,” The Stories of Vladimir Nabokov (Vintage International, 1997)

bibliotecaria goffa: nel silenzio studioso della sala lettura, gremita da studenti concentrati sui loro libri, potrai udire lei, la bibliotecaria goffa (altresì nota come: io) che, del tutto dimentica dell'aura di rispetto e silenzio che regna all'interno di tali spazi, o - forse proprio per questo silenzio tombale - non in grado di rendersi conto che la stanza sia piena di persone, litiga brutalmente con l'armadietto difettoso dove ha appena collocato dei testi, ma che non vuole saperne di richiudersi, e allora inveisce a voce alta: «TU NON HAI CAPITO ANCORA CHI COMANDA QUI!!!» continuando ad armeggiare con la chiave, e agitandola per aria. Poi capisce che l'attenzione di tutti è stata dirottata su di lei, e vorrebbe tantissimo spalancare l'armadietto e sparirci dentro per sempre.

Ci sono quei momenti in cui non hai veramente voglia di niente. Respingi chiunque si avvicini, ti isoli completamente da tutto e tutti e non c'è niente che ti faccia cambiare idea. Vorresti essere lontana da dove sei o preferiresti addirittura non esistere proprio; sparire sarebbe l'unico motivo di benessere in quel momento, ma non puoi farlo. Così te ne stai lì a guardarti attorno, ti metti a leggere, scrivere oppure ad ascoltare la musica, fai le uniche cose che possono provare a distrarti un poco anche se non hanno molto effetto. E ti privi della luce, vuoi il totale buio per sentirti più a tuo agio perchè stare sotto il Sole ti mette allo scoperto ma tu in realtà vuoi solo che coprirti, nasconderti. Le forze sembrano andate, non hai nemmeno voglia di muovere una sola parte del corpo, è tutto così faticoso che ti senti esausta. I pensieri ti assalgono, è come se fossi costretta a stare immobile dentro una prigione, perchè in realtà non puoi farci niente con la tua mente, non puoi fermarla, lei se ne va per conto suo e tu la segui. Sei sotto pressione, in panico, cominci a piangere disperatamente desiderando che il tempo faccia passare via quel malessere che adesso ti sta tormentando ma prima che si allontani ci vorrà un pò, troppo per te, troppo per poter reggere quelle sensazioni. E quando stai in quel modo sembri completamente sola, hai un senso di vuoto e solitudine che ti pervadono e da una parte vorresti qualcuno affianco a te ma dall'altra mandi via chiunque. Poi c'è un periodo dove invece non piangi, non ci riesci, non ce la fai più; sei spenta e rimasta a corto di speranze, voglia di vivere e capacità di provare emozioni o avere sentimenti. Ogni cosa che ti riguarda e che fa parte di te è strettamente negativa, perchè quella parte positiva che ti rimaneva è stata seppellita da dubbi, ricordi, pensieri e ferita da tagli, odio, dolore. La tua vita di colpo si oscura a tal punto da farti abituare e farti desiderare di rimanere sempre al buio, perchè la luce ti fa male, tanto, troppo. Quell'odio verso te stessa è solamente capace di aumentare e diventa spropositato, più grande di qualsiasi altra cosa; il tuo cuore non funziona, batte ancora ma in pratica è morto. Ha subito graffi, ferite continue, rotture di vario tipo, tutte sofferenze talmente grandi ed intense da riuscire, in un certo senso, a farlo fermare: quel piccolo pezzo vitale ormai è ridotto a pezzi, le sue funzioni sono andate perse e non ti permette più di poter provare qualcosa o di poter reggere un qualsiasi peso anche solo per un momento. Perciò tu rimani impassibile, sei morta come lui e neanche provi a fingere davanti agli altri come avevi fatto fino a quel punto, quindi ti mostri; lo fai senza accorgertene, ma non te ne importa, a dire il vero non te ne frega di niente, potrebbe succedere di tutto che tanto per te non esiste, perchè non ci sei. È rimasto solo un corpo freddo, un corpo vuoto incapace di ritornare come prima, incapace di provare emozioni e sentimenti, incapace di riprendersi l'anima che lo abitava e che è si persa, forse distrutta completamente. E non puoi spiegare a nessuno quello che ti accade perchè non capiscono, continuano a credere che sia un danno riparabile ma purtroppo o per fortuna non è così, non si avvicina neanche lontanamente ad una cosa possibile. Il tempo corre veloce e tu rimani indietro, sei ferma lì dove sei crollata, c'è steso il tuo cadavere sul quel pezzo di strada, c'è la tua anima bloccata in quel pericoloso percorso che stavi attraversando. E adesso che si fa? Ti ripeti. E adesso dove vado? E adesso come vado avanti? Non posso, non ho nulla, quello che avevo l'ho perso. Superi le giornate con una tale freddezza da sentire ghiacciato anche il tuo corpo, hai freddo ma non si tratta del freddo esterno, si tratta di quello che hai dentro; come si toglie? Ci provi in ogni modo, impazzisci, perchè non volevi essere come sei diventata, tu non volevi dannazione. Ma stavi già passando un periodo orribile, le persone continuavano a ferirti, quelle a cui tenevi più di tutto erano proprio coloro che ti facevano più male; e tu hai provato a sopportare, hai provato a resistere anche per loro, hai provato a farti forza con ogni mezzo possibile ed immaginabile, ma alla fine non ce l'hai fatta, sei andata al di fuori del limite ed eccoti qua, ridotta peggio di un cadavere. Esternamente sei ancora abbastanza intatta ma dentro, porca miseria dentro non c'è nulla di intatto, è una cosa devastante; un caos, macerie ovunque, silenzio tombale e nebbia. Quando gli altri ti ferivano tu lo sapevi che dovevi smetterla di essere vulnerabile, dovevi smetterla di essere sensibile, dovevi smetterla per il tuo bene. Ma ti odiavi, ti facevi un sacco di domande che non avevano risposta, provavi troppe emozioni d'un colpo con un'intensità assurda e questo ti ha portato alla distruzione definitiva. Guardavi gli altri con innocenza, li pregavi con lo sguardo di non farti male ancora e ancora, era una supplica, chiedevi pietà, ma nessuno ti ascoltava. Te ne stavi in silenzio, anche perchè era l'unica cosa che potevi fare. Avevi mancanze a non finire, come il tuo dolore. Tutto ciò era insopportabile, non vedevi ombra di qualcosa di bello da un'eternità; delle volte sentivi voci che non c'erano, vedevi figure che non potevano esistere ma erano immaginarie, però eri perseguitata da queste. Eri pazza, andata fuori da ogni ragione umana, volevi ucciderti. Tanto impazzita che ad un certo punto hai iniziato a sentirti estranea, hai cominciato a non essere più tu; eri divisa a metà, due parti opposte in contrasto tra loro, avevi perso il controllo. E anche lì, tutti che ti dicevano che dipendeva da te e tu che ti innervosivi perchè non ti comprendevano; finchè poi hai smesso di innervosirti, non avevi neanche più la forza di provare ira, ci rimanevi talmente male che cercavi di abituarti all'idea di rimanere incompresa per sempre. Hai smesso di volere, hai smesso di tentare ad uscire da quel vortice, hai chiuso con il mondo. Ti sei lasciata andare a quella cosa che ti comandava, ti sei lasciata trasportare da ciò che ti aveva reso così; amavi il buio, amavi quella sensazione che ti trasmetteva, amavi come potesse riuscire a farti sentire protetta da tutto e tutti, tant'è che è diventato un'amore così forte da lasciarti ancora in balia del disprezzo verso la luce. Quindi dopo aver passato e vissuto ciò, diventi quel che hai subito sulla tua pelle e nella tua mente. La presa comincia ad allentarsi, tu però non puoi tornare indietro e ritornare nel modo in cui eri, perciò è di nuovo un altro ennesimo danno che sei costretta a prenderti. Le persone ti vedono come se fossi cattiva, come se fossi un diavolo sceso in Terra, perchè non hanno la minima idea di quello che hai passato o comunque non gliene importa; dai avvisi per non farli soffrire, provi ad allontanare chi tiene a te perchè sai come andrà a finire con il tuo carattere. La verità è che davvero, sei confusa sui tuoi sentimenti e sulle tue emozioni, questo perchè sei rimasta frastornata dal tempo trascorso nella sola sofferenza ed ora gli altri pensano che non sia possibile ma invece è come dici, anche questa volta devi fare i conti con l'incomprensione. Sei esausta, decidi che per il tuo bene e quello di chi ci tiene forse è meglio chiudere i rapporti piuttosto che mandarli avanti senza sapere quanto contino davvero per te stessa. Ci metti poco, ma fai soffrire e soffri tanto perchè in realtà ti dispiace far male alle persone, dato che sai cosa vuol dire essere feriti. In questo modo conquisti non solo l'odio verso di te che aumenta a livelli indecenti, ma ottieni anche l'odio degli altri nei tuoi confronti per averli, in un certo senso, abbandonati. I rapporti che invece hai ancora non sono altro che un tira e molla da parte tua, vorresti chiuderli ma non hai la forza di farlo perchè sono troppo importanti, ancora più importanti di quelli che invece sei riuscita a chiudere. E così passi di nuovo i giorni nel completo caos, ti senti un dannato disastro perchè ripensi alla tua vita, piangi e poi ti addormenti esausta con le lacrime che ancora continuano a scendere. Non c'è tregua, almeno non per te purtroppo. Passi avanti a questi problemi, non sai come, riesci a voltare pagina e a risolverne qualcuno. Ma le conseguenze restano; altre sofferenze, altri silenzi, altre mancanze, altre parole, altri comportamenti, un completo ribaltamento. Stai vivendo, in una maniera o nell'altra ci provi, però rimangono i ricordi, rimangono le cicatrici, rimane l'intero passato che resta presente. E adesso uno dei tuoi problemi è che usi la ragione troppe volte, senza permettere al cuore di fare le sue scelte. Perchè hai paura, la mente ha il terrore di far soffrire ancora il cuore, perchè se soffre lui, tutto si distrugge e non funziona. È difficile per me affezzionarmi alle persone mentre invece prima ci voleva un attimo, è difficile continuare ad andare avanti senza che le paure ti riportino indietro, senza che i ricordi ti facciano male. Credere di non rivivere quello che precedentemente ha tentato di non farti sopravvivere è letteralmente impossibile. Ci sono cose che non potrai mai dimenticare, neanche volendo.
—  moriresilenziosamente
Il y a quelques années, j'ai visité le camp de Bergen-Belsen en Allemagne. Je savais que, parmi les centaines de milliers de victimes des nazis, une fillette appelée Anne Frank y avait été assassinée et que ses restes se trouvaient dans une des fosses communes, des tombes collectives, des monuments rappelant l'horreur. Bergen-Belsen et tous les camps de concentration de tous les pays du monde se visitent en silence car la voix se refuse à décrire ce que l'oeil voit, et pourtant chacun sait qu'il devra faire l'effort de nommer tout cela avec la force solennelle des mots.
Dans un coin de Bergen-Belsen, près des fours crématoires, quelqu'un, je ne sais qui ni quand, a écrit des mots qui sont la pierre angulaire de mon moi d'écrivain, l'origine de tout ce que j'écris. Ces mots disaient, disent et diront tant qu'existeront ceux qui s'obstinent à bafouer la mémoire : “J'étais ici et personne ne racontera mon histoire.”
Je me suis agenouillé devant ces mots et j'ai juré à celui ou celle qui les avait écrits que je raconterais son histoire, que je lui donnerais ma voix pour que son silence ne soit plus une lourde pierre tombale, celle du plus infâme des oublis. Voilà pourquoi j'écris.
—  Luis Sepúlveda, Ingrédients pour une vie de passions formidables, Métailié, 2014

questa è la panchina in cui ho passato il novantanove percento dei momenti deprimenti all’università, che poi sono anche il novantanove percento dei momenti passati all’università e basta. è bello perché, nonostante non sia un posto particolarmente isolato, ci passa poca gente. una volta qui si è seduto un barbone ubriacone. era da poco che ero stato lasciato e attaccava bottone con dei discorsi incomprensibili sulla vita. ho registrato tutto perché era affascinante. oggi passare l’esame era cruciale perché sono indietro: ho cominciato tardi e in questi due anni ho dato pochi esami, non potevo perdere altro tempo. non posso fallire. fosse il mio primo anno e avessi diciannove anni questa bocciatura sarebbe un passo falso come tanti altri, ma così stando le cose questo passo falso mette la pietra tombale sulla mia carriera universitaria. da domani comincerò a cercare un lavoro per iniziare quanto prima, e poi si vedrà. l’unica cosa che non voglio fare è ciò che ho fatto in questi anni: reiterare scelte sbagliate all’infinito per la paura di non prendersi responsabilità anche difficili. mentre ero seduto sulla panchina fissavo il vuoto e una guida alla mia sinistra spiegava in spagnolo a un gruppo dei turisti la storia della basilica che c’è lì di fronte. la situazione aveva un sapore vagamente surreale.

oggi ho pianto dopo un bel po’, quando ero all’esselunga, nello specifico mentre guardavo il salmone affumicato. che poi era una scusa, giusto per far finta di stare facendo qualcosa. la gente avrà pensato che fossi davvero emozionato per quel salmone. ora mi sento come si sente una persona che ha affrontato un incontro di pugilato lungo quarantotto ore. completamente frastornato, confuso, distrutto. so che questo sarà il passo decisivo per una vita diversa. mi fa paura ma devo farlo. lo devo quantomeno ai miei genitori. 

(si estende dietro di me la lunga ombra del duemilatredici. la sensazione di essere un fallito totale. l’autostima che cola a picco giù giù verso gli inferi. spero di farcela, o forse no)

36/7
photo • #nature [?]

“ ce jardin était silencieux, avec ses allées tombales, ses peupliers étêtés, ses gazons piétinés, à moitié morts”

#JorisKarlHuysmans

scusa se rompo , so che fa male mischiare alcol e farmaci, se uno guida o lavora, ma se uno la sera pur prendendo zoloft e En si fa due / tre bicchieri di vino e poi va a letto, quali danni produce a se stesso? ( comportamento abituale, sigh), per favore anonimo e grazie della tua pazienza!


Scommetto che dormi come un sasso… e qualche volta potrebbe succedere che ti troverai a dormire come una pietra tombale.

Hai presente la formula ‘mix di alcol e psicofarmaci’ che accompagna la notizia del decesso di un cantante?

L’alcol è un potente depressore dei centri bulbari cerebrali, la cui funzione è quella di regolare l’attività respiratoria, inoltre costringe il fegato a lavorare a pieno regime per la sua demolizione e trasformazione in cataboliti innocui. Se il fegato demolisce l’alcol, non può catabolizzare il principio attivo del farmaco che rimarrà a dosi altissime e costanti per parecchie ore nel flusso ematico (emivita prolungata).

Alla meno peggio, avrai un sovradosaggio del farmaco con tutti gli effetti collaterali conseguenti (confusione mentale, difficoltà di deambulazione e di equilibrio etc) ma se si tratta di una dose robusta di alcol (classica ubriacatura da sabato sera), dispnea, coma e morte.

Ovvio che dipenda dal tipo di farmaco, dal suo dosaggio, dalla distanza di assunzione dalla bevuta e da quanto si beve ma visto che non intendo passare il giorno a rispondere ad ask dal tenore ‘se io prendo questo, quanto posso bere?’, non siate così coglioni e immaturi da credere di potere gestire in sicurezza una terapia con psicofarmaci e contemporaneamente l’assunzione di alcol. 

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