to love

I want you to know that it is not always easy to love me. That sometimes my chest is a field full of landmines, and where you went last night, you can’t go tomorrow. There is no manual, there is no road map, no help line you can call; my body does not come with instructions, and sometimes even I don’t know what to do with it. This cannot be easy. But still, you touch me anyway.
—  Ivan E. Coyte
vimeo
Ma che cazzo vogliono tutti da me? Che cosa si aspettano? “dimenticalo.”
“smetti di pensarci.”
“reagisci!”
“esci con un altro.”
“sei un fallimento.”
“impegnati!”
“sembra che non te ne importi niente di nessuno!”
“ma vuoi ricominciare o no?”
È facile parlare, eh? Facile? Ma che dico, facilissimo.
Quando non ti hanno portato via un pezzo di cuore è tutto facile.
La gente a volte si aspetta troppo.
Era una freddissima giornata di gennaio.
Di quelle che sembrano tagliarti la faccia, per il freddo atroce.
Lei era lì, seduta su quella panchina di pietra. Fumava la terza sigaretta nel giro di un quarto d’ora, e dondolava nervosamente la gamba destra accavallata sopra alla sinistra.
Un’occhiata al telefono: nessun messaggio. Eppure doveva arrivare, l’appuntamento era alle cinque.
Buttò il mozzicone di sigaretta e si strinse nel suo giaccone, battendo i denti.
“Oh, ma me la paga” pensava, “non ho mai sofferto così tanto per qualcuno. Compreso il freddo”.
Passò un altro quarto d’ora, e il suo pacchetto di Marlboro finì.
Cominciava a pensare che non sarebbe venuto più, non c’era traccia di lui né sul suo telefono, né tantomeno nei paraggi.
Stava per chiamarlo e fargli un bel lavaggio di cervello, quando eccolo.
Bellissimo, come se lo ricordava.
Quel sorriso, quegli occhi accesi, che solo a guardarli le tornava la voglia di vivere, di respirare. Le erano mancati.
Arrivò alla panchina di pietra con una mano dietro la testa, a mo’ di “scusa per il ritardo”, e lei lo guardò con una faccia che voleva dire “dovresti scusarti più per il ritardo mentale”.
Era da mezzo anno che non lo vedeva.
La prima volta che erano usciti, si erano seduti qualche panchina più in là. Era estate, lei non fumava ancora, e lui non era ancora un’emerita testa di cazzo.
Le si sedette vicino.
“Porca troia”
“Cominciamo bene”
“No, dicevo, porca troia tu”
“E perché?”
“Porca troia, sei bellissima”
“Solito bugiardo, ottimo”
Lui la guardò negli occhi, per la prima volta in quel pomeriggio.
“Come vuoi”
Lei ricambiò lo sguardo e sentì sciogliersi un po’ di quel ghiaccio che aveva dentro da quando se ne era andato.
Era successo tutto così in fretta. Si era innamorata di lui, qualche mese prima, e poi BUM, tutto scomparso, tutto a puttane. Era sparito, via, l’aveva abbandonata. Aveva pianto, aveva sofferto, si era dannata l’anima per lui.
Dopotutto, pensava, era normale. Ormai c’è da stupirsi dei ragazzi seri, di quelli che non se ne vanno. C’è da stupirsi della gente che rimane, c’è da stupirsi di quelli veri.
“Allora, mi hai cercata perché mi dovevi parlare, avanti, parla, che poi devo andarmene”
“Parlerei con te tutta la vita”
“Cosa?”
“È proprio questo il punto. Io parlerei con te tutta la vita. Parlerei con te in macchina, mentre andiamo al mare per le vacanze.
Parlerei con te durante la pausa pranzo quando troverò lavoro, parlerei con te talmente tanto da vederti poi in abito bianco vicino a me, un giorno.
Parlerei con te quando avrai nostro figlio in pancia, e quando nascerà gli parlerò di te.
Gli parlerò di quella ragazza strana, più sbuffi che parole, più bestemmie che “ciao come stai”, gli parlerò di quella ragazza strana ma meravigliosa che ha saputo salvarmi.
Gli parlerò di quella ragazza che ho abbandonato tante, troppe volte, gli parlerò di tutte le seconde, terze, quarte opportunità che ha saputo darmi.
Gli dirò della testa di cazzo che ero, gli racconterò di quanto eri bella quando a diciassette anni avevi gli occhi che urlavano e nessuno li ascoltava.
Gli dirò che nonostante sia stato un bastardo, io, i tuoi occhi li ho saputi ascoltare per davvero, li ho saputi guardare. E mi ci sono perso.
Parlerei con te mentre prepari il pranzo per i nostri nipotini, parlerei con te mentre ti acconci i capelli per il cenone di Natale, troppo vecchia per reggerti in piedi, e al posto del bastone avrai il mio braccio, anche se sarò vecchio come te.
Scusami, ti amo. Ma ti amo sul serio. Non l’ho mai detto a nessuno. Se non mi credi ti capisco, dopotutto sono quel che sono.
Tu sei andata oltre le apparenze.
Tu sei una che non giudica il libro dalla copertina, sei una che sa ascoltare le persone. Sai cosa? Sì, ti amo”.
“Oh. Wow”.
“Bene, dai, me ne vado. Ho capito”.
“No no, aspetta. Non c’è fretta”.
“Perché?”
“Perché avrai una vita per parlare con me”.
—  come-fossi-acqua-dentro-acqua