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Tenement Museum New York 

Just a hundred years ago, NYC was completely different from what it is today. At that time,  people from countries all over the world came here to build a future for their families and upcoming generations. A huge industry that was booming was the garment industry, with concentration on the mass-production of garments. Many immigrant families ran their own ateliers in their own apartments for its conveniences: a home-owned business meant controlling your employees, keeping an eye on their large families, and no language barriers. However, these home businesses, along with garment business in general during the era, were extremely dangerous; the apartment itself was barely large enough for two people let alone your six kids and extra employees, living in your workspace meant safety hazards for everyone, and workdays pretty much went non-stop until Sunday, which was rest day. 


Now, I have had my fair share of reading about horrible working conditions in countless History courses, and even in my Fashion Fundamentals course, but for the first time, I had the opportunity to sort of re-live what these people went through. This study tour was at the Tenement Museum in the Lower East Side. The site consisted of old apartments that were once occupied by immigrants one hundred years ago. I went to two apartments, one unrestored to show the original structure and how the staff found the place originally, and another apartment restored to mimic what apartments would have looked like at that time.

The unrestored apartment (shown on the left) blew my mind. The entire apartment consisted of three small rooms, with the first room being the bedroom, the kitchen in the middle, and the living room at the end. The place was TINY- smaller than the apartment I am living in now! The space was very dirty since it had not been occupied since 1935 but I liked how it was left untouched. The bedroom barely had room for a bed, the kitchen floor was made out of gross linoleum, and decoration was done with horribly-printed floral wallpaper. 

The restored apartment (on the right) was cool to see because it didn’t have that abandoned feeling when I went inside. This apartment also showed what the “workplace” looked like, with examples, patterns, old school sewing machine (SO COOL), the mannequin, and finishing area in the living room, and ironing in the kitchen. Just having the set up their made me claustrophobic- I could not imagine running a business there with fabric and children everywhere as well! 

This experience has taught me to fully appreciate the fashion industry. It’s not as glamorous as everyone thinks it is and it certainly did not seem like a rewarding experience for the people of that time. Gaining a better understanding of how the mass-produced fashion industry emerged has made me think about fairness in the workplace and safe conditions for employees. Thankfully, these conditions do not really exist in the US anymore, which is good. Laws have been established and workers’ rights have been protected. What scares me is what is going on overseas; these horrible working conditions still exist in sweatshops, and a lot of these places are producing household brands! The worst part is that I know it is easier said than done to want to quit global outsourcing in poor locations because it is much more cost efficient to do so. This issue is especially starting to hit home for me because I am a Fashion student who will be graduating in May and would like to ultimately be a buyer. At some point in time, I will be the person who influences production decisions, potentially compromising peoples’ lives for profit… and that is absolutely terrifying. I know I have a lot of time to figure out how I will strategize, but this thought still irks me. 

All in all, this experience was definitely the most thought-provoking I have had thus far, and I am so thankful to have had the opportunity to visit such an important historical place.

UN’OCCASIONE AI BAMBINI D’AMERICA



IL TENEMENT MUSEUM, nel Lower East Side a Manhattan, è uno dei posti che amo di più a New York. Si tratta di un edificio che risale alla guerra civile, e che nel corso degli anni ha accolto varie ondate di immigrati: molti suoi appartamenti sono stati restaurati e riportati all’aspetto originario che avevano nelle varie epoche, dal 1860 agli anni Trenta (quando l’edificio fu dichiarato inagibile).

Dopo aver visitato il museo, se ne esce con un’intensa sensazione sull’immigrazione, esperienza umana che — malgrado momenti bui — nel complesso è stata di gran lunga positiva. Sono rimasto colpito dall’appartamento dei Baldizzi risalente al 1941. Quando l’ho descritto ai miei genitori, entrambi hanno esclamato: «Sono cresciuto in quell’appartamento!». Gli immigrati di oggi, infatti, sono uguali, nelle aspirazioni e nel comportamento, a come erano i miei nonni: persone alla ricerca di una vita migliore che in linea generale hanno finito col trovare.

Continua…

È per questo motivo che sono entusiasta e favorevole nei confronti della nuova iniziativa del presidente Barack Obama per l’immigrazione. È una questione di dignità umana. E nient’altro. Con ciò non intendo dire di essere favorevole alle frontiere aperte, né che lo sia la maggior parte dei progressisti.


Una delle motivazioni più importanti la si scopre proprio nell’appartamento dei Baldizzi: è la foto di Franklin Delano Roosevelt appesa a una parete. Il New Deal rese l’America una terra migliore, ma è probabile che non sarebbe stato così, in mancanza delle restrizioni all’immigrazione entrate in vigore dopo la Prima guerra mondiale. Senza tali restrizioni, infatti, prima di tutto ci sarebbero state (legittime o meno) contestazioni contro la marea di persone in arrivo in America. Libertà totale di immigrazione avrebbe significato per i lavoratori peggio retribuiti in America non essere cittadini a tutti gli effetti e non poter votare. Una volta entrate in vigore le restrizioni all’immigrazione, e ottenuta la cittadinanza, questa categoria di immigrati senza diritto di voto e in fondo alla piramide sociale si è rimpicciolita, invece, contribuendo a creare le premesse politiche necessarie a dar vita a una rete di sicurezza sociale più forte.

È vero: l’immigrazione di persone con basse qualifiche ha qualche effetto al ribasso sui salari, ma le prove disponibili al momento suggeriscono che si tratta di un effetto contenuto. Ci sono dunque questioni difficili da affrontare in tema di politica migratoria. Amo ripetere che se non vi sentite in conflitto con queste tematiche, in voi ci deve essere qualcosa di sbagliato. Ma riguardo a una cosa non dovete sentirvi in conflitto: l’affermazione secondo cui dovremmo offrire un trattamento dignitoso ai bambini che sono già qui e che sono americani sotto tutti i punti di vista. Ed è proprio su questo punto che si concentra l’iniziativa di Obama.

Di chi stiamo parlando? Prima di tutto in questo Paese c’è oltre un milione di giovani arrivati qui — sì, illegalmente — nell’infanzia e che qui hanno sempre vissuto da allora. In secondo luogo, ci sono molti bambini nati qui, e ciò li rende automaticamente cittadini statunitensi, con i medesimi diritti di cui godete voi e godo io, ma i loro genitori sono entrati da clandestini e possono esserne legalmente espulsi. Che cosa dovremmo fare di queste persone e delle loro famiglie?

In politica ci sono forze che vorrebbero farci utilizzare il pugno di ferro, stanare i clandestini ed espellere i giovani residenti non nati in America, ma che non hanno mai avuto altra casa al di fuori dell’America. Vorrebbero che espellessimo i genitori privi di documenti di bambini americani e costringessimo i bambini ad andarsene o a restare e cavarsela da soli.

Tutto ciò non accadrà. In parte perché come nazione non siamo crudeli. Perché questo giro di vite esigerebbe direttive da stato di polizia. E, mi duole dirlo, perché il Congresso non intende spendere i soldi necessari a un simile piano. In pratica, i bambini senza documenti e i genitori senza documenti di bambini che hanno diritto di restare in America non andranno da nessuna parte. La vera domanda da porci, quindi, è in che modo intendiamo trattarli. Continueremo con l’attuale sistema, negando loro i comuni diritti e lasciando che vivano sotto la minaccia dell’espulsione? O li tratteremo invece come compatrioti, come americani quali già sono?

Dovremmo procedere con senso di umanità anche solo per interesse personale. I figli degli immigrati di oggi sono i lavoratori, i contribuenti e i vicini di casa che avremo in futuro. Condannarli a vivere nell’ombra significa che avranno vite meno stabili e sicure; non avranno l’opportunità di acquisire competenze e istruzione, e quindi di contribuire all’economia e rivestire un ruolo positivo nella società. Evitare di intervenire è autolesionistico.

Per quanto mi riguarda, i soldi non mi interessano e neppure gli aspetti sociali. Ciò che interessa davvero è il senso di umanità. I miei genitori hanno potuto avere la vita che hanno avuto perché l’America, malgrado tutti i pregiudizi dell’epoca, fu disposta a trattarli come esseri umani. Offrire quel medesimo tipo di trattamento ai bambini degli immigrati dei nostri tempi è una decisione pragmatica, ma è altresì — in modo sostanziale — la cosa giusta da fare. Plaudiamo dunque al presidente che ha deciso di farlo.
PAUL KRUGMAN Repubblica 22 novembre 2014
©New York Times News Service Traduzione di Anna Bissanti
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This 1928 NYPL overdue book slip was miraculously discovered in the 1980s during the construction of the Tenement Museum. The Museum kept the card on display, stating that the title of the book on the card is “one of the great mysteries, we unfortunately do not know.” That is, until yesterday, when the Museum turned to Twitter for help deciphering the handwriting. Within a few hours, the mystery was solved. The book, which may have never been returned, was Israel by by Ludwig Lewisohn. A great example of the power of social media.

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Interior/Exterior: Lower East Side of New York City, 1920s
Though the photograph is macabre, the bottom photograph is an accurate portrayal of an interior space in the tenements of the Lower East Side of New York City in the 1920s. The top photograph documents the clothing lines hanging above the neighborhood. The women of the home did laundry by hand in the apartment and hung to dry with pulley systems strung from one building to another. There are many recreations of this in the New York City Tenement Museum.

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What’s in my pencil pouch?
-pouch: I’m not sure where this is from I got it in the tenement museum in New York and it’s the best one I’ve ever had
-yoobi pencil sharpener: this works amazingly well, it’s also the best pencil sharpener I’ve had so far and I got it for under a dollar at target
-sharpie highlighters: available almost anywhere; they’re good but I really want the midliners
-pilot precise V5s: my favorite black pens
-pencils: I use both regular #2 and a .7 mechanical
Stabilos: these don’t technically fit in my pouch but they’re part of my gear and I take them everywhere! Highly recommended!!

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Amateur photographs of the apartments in the New York City Tenement Museum taken and submitted for a contest in 2010. These photographs are beautiful for their unbiased portrayal of interior spaces, refurbished and not. Though they are modern photographs of aged artifacts and architecture, these photographs show traces of the original color schemes and layouts of the residences when they functioned as homes.

Photographer Jamel Shabazz will be discussing his 2001 book, Back in the Days (which chronicles New York in the 1980s) at the Tenement Museum tonight. We chatted with him this week to get the scoop on the tome’s tenth anniversary; here’s what he had to say about the photo above:

I vividly remember speaking to [the four young men] about the importance of staying in school and getting a good education, and would occasionally see them during my travels. The young man to the far left in the photograph would go on to be a highly respected hip-hop artist by the name of AZ, whose lyrics addressed social and political issues.

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Harris and Jennie Levine were tenants living on the Lower East side when they started their dressmaking business. The husband and wife duo worked out of their tiny apartment cutting, draping, and sewing garments made for custom orders. Eventually, their business grew and they employed a few other garment workers, their tenement acting as a small clothing factory. Above are pictures of the Tenenment Museum’s recreations of their sewing practices, along with a portrait of the two in 1925 in their new home in Brooklyn.

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Modern views of tenements on Orchard Street, in care of the Tenement Museum.  Awaiting renovation. All three views feature apartments with tubucular windows, installed at the turn of the century for “health reasons” and to “improve airflow.” Almost all apartments in care of the Tenement Museum have these large windows on the walls between interior rooms.