telespalla bob

caparezza & i soggetti smarriti.

Ora puoi, il fisico ce l’hai
per fare la rivoluzione che aspetto
niente dirò e tu non capirai,
affronta la rivoluzione allo specchio.”
(Verdena, Miglioramento)

Due argomenti mi ronzano in testa da qualche ora: Caparezza & cultura. Il primo inteso come il cantante pugliese, nato Michele Salvemini (o Mikimix) a Molfetta l’8 ottobre del 1973. La seconda intesa come l’immortale voglia tra dei giovani d’oggi di apparire “interessanti” col minimo sforzo. Sembrano campi distantissimi tra loro, eppure non lo sono. Mi spiego. Che la musica possa (o debba) avere un impatto radicale sul mondo, è stata una convinzione piuttosto radicata per tutto il Novecento: ed in particolare fino al 1989, data del crollo dei Muro di Berlino, quando la famigerata “fine delle ideologie” ha messo fine anche al concetto che la società possa essere trasformata. Eppure, fin dagli anni Novanta, ci si è attardati a rendersi conto che il rapporto tra musica e politica non sarebbe stato mai più lo stesso. Così, anche in Italia, i media di ispirazione progressista e sinistroide hanno cercato di rivitalizzarlo puntando i “giuovani” prima sui vari Manu Chau, Modena City Ramblers e Casino Royale di turno, fino ad arrivare alle forme di agonizzante canzonetta politica di cui Caparezza è un po’ il paladino di tutti. Sottolineo: non ho nulla contro il simpatico Telespalla Bob di Puglia, e credo sinceramente che se un quindicenne grazie a lui - evitando così i Gemelli Diversi e i Sonohra - può arrivare (non dico ai Wrertched ma almeno) a Uochi Toki e Aucan, bisogna solo ringraziarlo al Capa. Ciò però non toglie che la sua politicizzazione della musica sia la meno “alternativa” possibile. Che sia un attivismo che miscela impegno sociale a fancazzismo da salotto palesemente ostentato. E’ un arrampicarsi sugli specchi davanti a un pubblico che si commuove per I Cento Passi (dei Modena appunto) e poi elabora il lutto con Cacca Nello Spazio (di Caparezza appunto). E’ un continuo mischiare le carte con l'etica e il buon gusto; divertente, ma anche no. Oggi ci si sente orfani dei tempi in cui l’arte era (o ci si illudeva che fosse) influente, e se ne posticipano i funerali.

C’è invece dove, in un Sistema che non è democratico, si esprime a vario modo una spinta verso la vera democrazia, che è in quanto atto, quello più radicale e rivoluzionario che ci sia. Questo ci suggerisce che la musica può essere quindi realmente eversiva solo nelle dittature ma dalle nostre parti è solo entertainment anche se si presenta col pugno chiuso? Forse.

In Iran, nel 2009, Il film di Bahaman Ghobadi  کسی از گربه های ایرانی خبر نداره (uscito in Italia come I Gatti Persiani o No One Konws About Persian Cats) ci ha rivelato l’esistenza di una vivace scena indie-rock a Teheran che non ha nulla da invidiare a quella di molte altre nazioni, sviluppatasi (clandestinamente) nonostante il veto di non suonare musica di ispirazione occidentale. Una musica che quindi non è sovversiva intezionalmente (le stesse canzoni suonano innocue alle nostre orecchie) ma sovversiva in quanto tale, sebbene non veicoli espliciti messaggi politici o religiosi. Lo diventa invece per “merito” del regime stesso, il quale  - vietandola -  la trasforma in un simbolo di un’intera generazione di giovani iraniani che, di lì a poco, hanno fondato il movimento della Rivoluzione Verde (tutt’ora in corso).

Ad Haiti, nel 1992, pochi mesi dopo la deposizione del presidente Aristide, la sanguinaria giunta militare è alle prese con l’organizzazione del Carnevale. Ci prova una volta facendo suonare gruppi di compas (un genere allegrotto che piace molto ai militari): ma la via rimane deserta. Il popolo invece vuole la mizik rasin, che è saldamente legata al passato di Haiti e al vecchio presidente Aristide. Quando quindi i golpisti accettano di far suonare un gruppo di questo genere, i RAM (questo il nome del gruppo), nonostante il fiato (letteralmente) sul collo dei militari, suonano una canzone che invoca il ritorno di Aristide. Il loro smacco ai soldati, il loro gesto di disobbedienza civile, a costo di rimetterci le penne, scatenerà l’inizio della resistenza di oltre diecimila persone.

In Afghanistan, nel 2010, esce il documentario della regista britannica Havana Marking Afghan Star. Questo, racconta l’edizione del 2008 dell’omonimo talent-show; soffermandosi in particolare su quattro dei suoi concorrenti. La prima notizia arriva qui: partecipano anche le donne. Musicalmente siamo prettamente nel folk locale, che può piacere o meno (a me qualcosa piace) ma i punti sono ben altri. Selezionare una generazione di pop-star dopo la fine dell’era talebana ha un valore simbolico che Amici può solo sognare. L’idea stessa di un (tele)voto in cui ricco e povero, un uomo e una donna, hanno lo stesso valore ha lì un significato culturale che ridicolizza in un nano secondo i vari Valerio Scanu, Marco Mengoni e Osvaldo Staceppa. Per non parlare dell’idea di identità nazionale e agevolazione della pacificazione tra zone ed etnie del Paese.

Ciò nonostante, nella beata ignoranza di questi accadimenti, molti Caparezzini continueranno a uscir di casa con la kefiah, a dire che Berlusconi è un “nano impotente”, a postare ovunque foto di rivolte e pannelli fotovoltaici, a sfottere Cardinali & Preti e a dimostrare un’ideologia da pianerottolo che rivela una sola cosa: la vita che li ha delusi. Hanno scoperto al momento di entrare nella società come adolescenti che questa non corrisponde affatto alle loro speranze e alle loro utopie; perché un lavoro standardizzato è mediocre, noioso e umiliante. Perché internet è piatto, e l’unico modo che hai per farti notare è fare la troia (simbolicamente o realmente), oppure postare e ripostare mille richieste d’attenzione al giorno nella speranza che una vada a segno. Se fossimo stati nel 1978, alcuni avrebbero scelto il terrorismo militante come hobby eccitante e misterioso; ma il terrorismo (rosso o nero che sia) non c’è più e quindi ci si divide tra tumblr e rivoluzioni da discount che si appoggiano a chiunque (Caparezza, Crozza, Chiapas, Casapound, Casaleggio, giusto per rimanere alla lettera “C” ) senza dargli troppo peso perché troppo peso proprio non gli si può dare; più per odiare una supposta società borghese che per obbedire a un movimento che si crede veramente rivoluzionario.