tavolo

George: Ti vedo là, da sola, al tuo tavolo, con il vestito lavanda…
Julianne: Ti ho detto che ho un vestito lavanda?
George: I capelli raccolti, il dolce ancora intatto e forse con le dita che tamburellano sulla tovaglia di lino bianco, come fai sempre quando sei molto giù, e magari ti guardi le unghie e pensi: “Dio! Se invece di tante macchinazioni fossi andata dalla manicure…”. Ma è troppo tardi.
Julianne: George non ti ho mai detto che il mio vestito è lavanda.
George: E ad un tratto una nota canzone…. e tu ti alzi dalla sedia, con movenza leggera… sorpresa… cercando… fiutando il vento come una gazzella… Dio ha ascoltato la tua preghiera: “Cenerentola danzerà ancora?” Ed ecco… all’improvviso… la folla si apre… e appare lui… bellissimo… elegante… raggiante nel suo carisma. Stranamente è al telefono… ma del resto… anche tu! Allora viene verso di te… con il passo agile di un felino… e benché tu a ragione intuisca che è… gay… come la maggior parte degli scapoli di sconvolgente bellezza della sua età, ti dici: “Ma che Diavolo… la vita continua. Forse non ci sarà matrimonio… forse non ci sarà sesso… ma perdinci, ci sarà almeno il ballo!” —

C'è una signora bellissima davanti al mio tavolo; la sua bellezza è oggettiva: ha la pelle chiara e gli occhi grigi, i suoi capelli biondi sono raccolti in uno chignon ordinato, una sola fiocca ribelle è fuori posto.. è vestita elegante, ma non un'eleganza da donna che si sveglia alle 5 per essere bella alle 8, la sua è un'eleganza innata. La guardo e mi chiedo perché una donna così bella, guarda fuori dalla finestra con sguardo assente e perso nel vuoto. L'uomo che le sta di fronte le ha detto qualcosa, ma lei non ha potuto sentire cosa, quindi si gira verso di lui abbandonando i suoi pensieri e sorride, dopo che qualche frase scambiata con il signore davanti a lei riprende a guardare fuori dal finestrino con sguardo assente.
È bellissima, ma non le importa, perché la sua bellezza non può guarire la sua tristezza.
—  08:05a.m. Ragazza-Sbagliata
Del perché avevo ucciso il mio tumblr

Ad agosto, dopo una settimana intera in cui avevo ascoltato tutto il giorno le stesse tre canzoni in rotazione, mi sono accorta che non mi sopportavo più. Letteralmente, non mi tolleravo. La rivelazione mi era arrivata una sera, a casa, al tavolo della cucina. Nonostante mi stessi impegnando da mesi con la psicoterapia (tutti i mercoledì, ore 18:00, a cui arrivo metodicamente con quindici minuti di anticipo che passo a fumare davanti al portone), le cose non andavano come speravo. Avevo fatto dei progressi, ma non bastava. La depressione stava avanzando troppo velocemente.

A settembre non riuscivo a far altro che piangere e non dormire. Sono cominciati i sogni: tutte le notti ne faccio da uno a cinque, che devo scrivere metodicamente per riferirli alla terapeuta.

Ad ottobre rimanevo a letto giorni interi. Mi alzavo per andare al lavoro la mattina e, tornata a casa la sera, mi toglievo le scarpe e mi infilavo sotto le coperte. La mia alimentazione si basava quasi esclusivamente su due elementi (noodles istantanei e pizza scongelata, che ogni tanto avevo la forza di riscaldare).

A novembre cominciavo a rassegnarmi all’idea di una soluzione definitiva, e mi sono sorpresa più volte a fissare per qualche secondo di troppo il ceppo di coltelli in cucina. Mi chiedevo se, nel caso nessuno avesse trovato il mio corpo in tempo utile, la gatta mi avrebbe mangiato la faccia come nei film. Possono sembrare pensieri macabri e di cattivo gusto ma, purtroppo, decisamente concreti e seri.

A dicembre ho chiesto l’aiuto di uno psichiatra e ho cominciato con gli psicofarmaci. E le cose hanno iniziato ad andare meglio. Con la improvvisa comparsa dei farmaci sono riuscita immediatamente a respirare. Le cose tornavano ad avere colore e sapore, il sonno era pieno e profondo.

A gennaio ho dovuto lasciare lo Xanax, che prendevo quotidianamente, e utilizzarlo solo in casi di necessità. E’ stata una separazione sofferta. Mi manca come la mamma. Sono cominciati gli incubi notturni: ogni notte si presentano puntualmente sogni terribili senza possibilità di scampo. A volte mi sveglio dimenandomi nel letto, sudata. Oppure urlando. Una volta mi sono graffiata tutte le gambe nel sonno, durante un incubo particolarmente spaventoso.

A febbraio posso dire che l’antidepressivo è pienamente a regime e che il momento di crisi depressiva maggiore è ormai concluso. E ho rianimato il tumblr.

Adesso continuo a fare terapia, sia psicologica che farmacologica, nella speranza di non riavere una ricaduta. Perlomeno a breve. Non ho ancora fiducia nella guarigione. Lo Xanax è sempre nella mia tasca, in ogni momento del giorno, e non mi trattengo dall’usarlo. Gli incubi proseguono sempre più violenti. Io ci provo, ma non lo so

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If I have to think at just one word to describe those two scenes, this is betrayal. Yes, because, this is just what Jane and Lisbon must have felt in those moments. First when you see the woman you trust with your life, revealing your most important secret, exposing herself to a deathly danger. Then, thinking that you’re just a mark for the man you care about more than anything, who treats you just like others, making you fear for him with all your heart.

This is the reason why I find those scenes among the most meaningful to me: their feels are so exposed, so true; but most of all because through their rage, their resentment you can clearly see their love for eachother.

Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia, chi non rischia
e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.

Lentamente muore chi fa della televisione il suo guru.
Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce
il nero su bianco e i puntini sulle i piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,

quelle che fanno battere il cuore 
davanti all'errore e ai sentimenti.

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul lavoro,

chi non rischia la certezza per l'incertezza,
per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita
di fuggire ai consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge,
chi non ascolta musica,

chi non trova la grazia in se stesso.
Muore lentamente chi distrugge l'amor proprio,

chi non si lascia aiutare.
Muore lentamente chi passa i giorni a lamentarsi
della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore chi abbandona un progetto
prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce .

Evitiamo la morte a piccole dosi,
ricordando sempre che essere vivi
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore 
del semplice fatto di respirare.

Soltanto l'ardente pazienza porterà 
al raggiungimento di una splendida felicità.

Chi muore (Ode alla vita), di P. Neruda e M. Medeiros

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le domeniche a casa dei nonni iniziavano con l’odore del pane appena uscito dal forno. Il negozio e la macelleria erano pieni di clienti. Molti erano del paese altri erano i contadini che stavano sui monti. Durante la mattinata il profumo del pane caldo era sostituito da quello del sugo che sommessamente bolliva in un grande pentolone. Mia madre preparava la pasta fresca: impastava la farina e la semola sul tavolo e poi stendeva l’impasto in grandi dischi che tagliava in strisce tutte uguali. Io dovevo prenderle le strisce e spargerle su una grande tovaglia distesa nel grande letto dei nonni in modo che si asciugassero. Quando il negozio chiudeva e la nonna metteva a bollire la grande pentola per la pasta, le zie apparecchiavano il grande tavolo e incominciavano a chiamare mariti, cognati, figli, nipoti. Quando eravamo a tavola arrivavano i piatti pieni di pasta, piccole montagne di tagliatelle fumanti che tutti guardavano con ingordigia o preoccupazione. Mio nonno seduto a capotavola dava il via “fozza manciamu: bon appetitu” e d’improvviso nella grande sala scendeva il silenzio mentre tutti infilzavano e arrotolavano sulla forchetta grossi gomitoli di tagliatelle o versavano nei piatti cucchiaiate di intenso pecorino grattugiato. In bocca la pasta quasi si scioglieva mentre sentivi il sugo di coniglio o quello di maiale che ti riempiva il palato di sapori. Per me la pasta riassume la famiglia, lo stare insieme: è semplicemente un modo felice di vivere.

the home of the grandparents Sunday began with the smell of bread fresh out of the oven. The shop and butcher’s shop was full of customers. Many customers come from the village, other from the hills where they had the farms. During the morning the smell of warm bread was replaced by that of the sauce that softly boiled in a large pot. My mother made fresh pasta: knead the flour and semolina on the table and then lay the dough into large disks that cut into strips all the same. I had to take the strips and spread them on a large sheet lying in the big bed grandparents so that they can dry. When the store closed and the grandmother began to boil large pot for pasta, aunts lay the big table and began to call husbands, brother in-laws, children, grandchildren. When they arrived at the table the plates of pasta were already there: small mountains of steaming noodles that everyone watched with greed or concern. My grandfather sat at the head of the table gave off “fozza manciamu: bon appetitu” and suddenly the great hall fell silent while all impaled on the fork and rolling up large balls of pasta or distribute on them a big rain of intense grated pecorino. In the mouth the dough almost melted and felt, the rabbit sauce or the pork sauce filled your palate of flavors. For me the pasta summarizes the family, being together: a simply and happy way of life

C'è un profumo d'arancia.
E nessuno sa da dove fiorisce.

C'è una luce che piove.
E nessuno sa dove si posa.

C'è una voce che ascolta.
E nessuno sa quando tace.

C'è un amore che tace.
E nessuno sa quando ascolta.

Ci sono un profumo d'arancia
una luce
una voce
e un amore,
qui sul tavolo.

Ho apparecchiato per Te,
come tutti i giorni.

Anche se non
sei
ancora.
Ma ancora
sei
chi aspetto tu
sia.

—  • Lorenzo Pataro