tableau art

Raoul Étongué Mayer - Tableau de Géographie Physique, “Notions de Géographie Physique”, 1838.

le sorprese del kinderwafer

Sapete qual è sempre stato il problema dell’arte?
Sì. Sto parlando di problemi dell’arte. Io che la osanno. Nessuna svista.
Il problema, o meglio il limite dell’arte (ma non per questo negativo, eh) è che nella sua perfezione riproposta su tela, scolpita nel marmo, ferma un istante - e lo immortala per sempre. Il ratto di Proserpina rapita? Ecco, quella poveretta è da quando Bernini l’ha lavorata che urla disperata tra le braccia del suo persecutore. Per non starvi a dire da quanti secoli quel povero Gesù sta in croce per colpa di Cimabue.
Insomma, è l’effetto fotografico dell’arte - ferma qualcosa e lo riproduce una volta e quella volta vale per sempre e noi ancora oggi possiamo ammirare quel solo istante immortalato.
Dove voglio arrivare? Che nell’arte non c’è tempo. C’è un istante che resta quello per sempre. Il tempo non scorre, è come congelato.

Jannis Kounellis non ci sta. Non accetta che la dimensione del tempo sia esclusa dall’arte. E per questo si rimbocca le maniche e diventa davvero l’artista del tempo. All’inizio dipinge pagine di calendari, giorni della settimana, e poi musica dipinta. La musica. Quale elemento migliore per descrivere il tempo che passa di qualcosa che suona? Raccontava che spesso inventava degli accordi che dipingeva, e poi li fischiettava - non si tratta più di un’arte che nasce e muore sulla tela, ma che esce dai bordi della cornice, stimola la produzione di musica. O addirittura li faceva riprodurre da musicisti professionisti che si trovavano nelle gallerie dove esponeva, spesso accompagnati anche dal volteggiare di una ballerina - qui un rifacimento recente.

E poi questo. 


Che c’entra col discorso che ho appena fatto? Un pappagallo certo non è grazioso come una ballerina, è vero.
Però è vivo. La vita che l’arte è stata accusata di sottrarre a ciò che rappresenta - non a caso spesso sono due termini usati uno all’opposto dell’altro. Raffreddando e rendendo immortali i suoi soggetti li priva di questa componente fondamentale, palpitante di vitalità.
Kounelis allora prende la vita - e la rende arte; ma fa anche l’inverso: prende l’arte e la rende viva. Con questa incredibile novità.
Spesso si tende ad interpretare in maniera semplice quest’opera come metafora della pittura - ma è davvero troppo riduttivo che la lastra sia “la tela” e il pappagallo siano “i colori”. Se fosse stato semplicemente questo, il pappagallo sarebbe stato impagliato, no? Finto. Dipinto. Una statuetta. C’è anche qualcosa che appartiene a Madre Natura e non al pennello del pittore, che qui reclama attenzione. E quale strumento se non la vita stessa per raccontare nel migliore dei modi il tempo, a cui l’esistenza è sempre, perennemente soggetta? Egli la prende e non la raffredda nella sua arte - anzi la rende parte intregrante di questa, e vi aggiunge una grande novità, rompendone i limiti.
È questo il preludio per comprendere un’opera che tanto abbiamo visto in giro, ma che spesso aggrottiamo la fronte (vi ho visto, non mentite!) nel cercare di comprenderla. Quella serie di cavalli in una stanza tutta vuota, avete presente?

Correva l’anno 1969. Siamo a Roma - in una celebre galleria d’arte contemporanea: l’Attico.
Siccome i romani sono così indie che in confronto la canzone de Lo Stato Sociale spaurisce, si chiamava Attico - ma la seconda sede era in un garage (sì sì, la prima era in un attico - erano indie ma mica fuori di testa totali). Ed è proprio in questo garage che il buon Kounellis trascina dodici cavalli e li piazza lungo tutto il profilo dell’ambiente, studiandolo come una dimensione geometrica - come la cornice di un quadro entro cui inserisce i suoi elementi. Questi cavalli sembrano quasi le colonne delle navate delle chiese, un riferimento all’arte monumentale riportato da bestiole non troppo simili a colonne preziose - e dall’odore sicuramente diverso dal marmo. Ecco, abbiamo colto il punto. La natura entra nella galleria, con tutte le sue conseguenze - c’è una componente nuova dell’arte, quel doversi prendere cura dell’arte come non lo si è mai fatto: darle da mangiare, pulirla. Senza contare che questo tipo di arte compie delle azioni non controllate dall’artista che in passato invece era il direttore di ogni cosa compiuta dalle sue creazioni (e non controllate neanche dall’apparato digerente di ‘ste bestiole non conosciute per defecare saponette, insomma): sono totalmente indipendenti, a differenza dell’arte tradizionale, sempre uguale a sé stessa. La dimensione del vivene stride in quella dell’arte ed è questa la grande novità dello spazio di Kounellis. Spazio che, tra l’altro, è praticabile dal pubblico. Ora, non so quanto fosse effettivamente bello camminare in una stanza al chiuso con dodici cavalli - ma suppongo che con una mollettina al naso l’esperienza di “entrare nell’opera” doveva essere senz’altro fenomenale. Quindi non solo il tempo che entra nell’arte, ma anche e soprattutto il presente, il qui ed ora mai realizzato.
E a proposito di persone che Kounellis fa entrare nella sua arte - ci mette anche se stesso. Fotografie? Nah. Autoritratti? Vi pare?
Coerente con tutta la sua ricerca della dimensione della temporalità, espone il suo stesso corpo tra altri vari elementi.

Ma è Body Art? Hhhhng. Non compie azioni vere e proprie, quando rimane tra questi oggetti. Lui semplicemente espone se stesso. È come se la tradizione, qui rappresentata dalla scultura in pezzi, avesse assorbito in sé anche la dimensione del tempo, della vita - e questa venga rappresentata dall’entità vivente, dal corvo sulla destra (ormai simbolo significativo-quindi va bene anche che sia impagliato, il concetto è più che mai chiaro), e dal flautista. Ancora musica, musica, musica e vita che sono i baluardi del tempo presente, contrapposto al tempo storico ormai ridotto in frammenti sul tavolo che, pur volendo, non potrebbero essere più ricomposti (i pezzi di statua, infatti, non ne comporrebbero una integra - un po’ come quei puzzle da mille pezzi che finisci e poi scopri che al centro c’è un buco che combacia con un pezzo che non c’è: ci sono due mani destre, per capirci, manca qualche altro elemento). Ne fece anche un video - e al posto del flautista, c’è una candela che arde. Altro sintomo del tempo che passa, che si fugge tuttavia - chi vuol esser lieto sia, di doman non c’è certezza*

*scusate il lorenzo de medici che è in me.

( dedicato soprattutto a cancrore che mi chiese delucidazioni )

HERE ARE THE BOIS I TOLD YOU GUYS ABOUT :D

Incubus (Left) and Tableau (Right)

They are brothers yaaY X3 (Even though they aren’t skelinktons, I still wanted to give them those special souls, in fact I kind of want to do that for most of my skellies @7goodangel T-that’s ok, right? ;w;)

This drawing is from weeks ago, but I only posted it now hahah XD

Aaanywho, I hope you guys like the new babs! ^^ (I also created yet ANOTHER one, soo I’m gonna post a drawing of him too)

@yurarat NEW BABUUUUUU

(I honestly didn’t know what to do for her outfit, sooo Google Images bestowed it’s magic upon meee pffTTT–)

Her name is Ruya, which is Arabic for ‘vision’ or ‘sight’

She isn’t fully Arabic, though. She’s Persian, but she can understand some Arabic, which is why she can communicate with Tableau somewhat well. He helps her walk around because she is a blind babu ;w;

She doesn’t understand English very well though, so when other kids bully her for being blind, she cannot understand their insults (Well I mean, it’s a good thing but a bad thing too, because she gets overwhelmed with all the voices around her that she can’t see or understand ;;)

She’s 11 and her birthday is November 14th (Random selection haahhH)