sul campo

Lì per lì faceva male (e parecchio), ma a ripensarci ora era bellissimo.
Soffrire per amore, intendo. Per la prima volta, intendo.
Parlano tutti del primo amore, ‘il primo amore non si scorda mai’ dicono, ma della prima volta in cui si perde un amore non si parla mai abbastanza. Si parla tanto di primi baci (e sono importanti, per carità!), ma si parla troppo poco di quel dolore assoluto che non lascia spazio ad altro.
Lì per lì era un supplizio: andavo a letto e pensavo a lui. Mi svegliavo e pensavo a lui. Non mangiavo. Non bevevo. Non ridevo. Non parlavo. Scrivevo il suo nome ovunque.
Scrivevo che lo amavo ovunque. Mi accendevo solo se si trattava d'amore. Solo per quello.
Non avevo mai provato niente del genere prima e a scuola non t'insegnano che di sopravvive.
Ti tocca capirlo da sola con varie prove sul campo. Ti tocca andare avanti terrorizzata da un'idea che si fa sempre più ingombrante: ‘probabilmente, senza di lui, morirò’. Invece non si muore, anche se fa piuttosto male. Ed è assurdo da dire adesso, forse, ma era meraviglioso. Tutto quel dolore, tutta quella dolce fiducia riposta in un unico essere umano. Tradita, certo, ma incondizionata. Tutte quelle lacrime, tutte quelle speranze. Infrante, certo, ma belle vive. Non si muore, dicevo, ma qualcosa cambia irrimediabilmente. Cambia il nostro modo d'amare. Come la prima volta non si ama più: è vero, ma non è proprio un discorso troppo romantico. Dopo la prima volta non si ha più paura che possa finire, perché siamo quasi sicuri che lo farà. Lo mettiamo in conto fin dall'inizio. E tutto ci sembra un pochino meno importante. Una telefonata non ricevuta, ma che vuoi che sia? E un bacio in meno, che importa? S'impara a soffrire con dignità. Con moderazione.
A me piaceva tanto segnare sul diario con un cuoricino blu ogni bacio che mi dava. Dare un peso spropositato a qualcosa di estremamente leggero. Mi piaceva credere che fosse per sempre, devo essere onesta. Mi piaceva pensare in grande. Illudermi, anche. Adesso, invece, non c'è più spazio per un sentimento così ingombrante. Non c'è più tempo. Non ha poi tanta importanza, l'amore, da un certo punto in poi. Anche per una come me, che l'amore lo vede ovunque. Anche per me, lo devo ammettere, è difficile ricordare che in realtà è tutto quello che conta. Che lasciarsi morire un po’ per via di un addio non è poi così ridicolo. Che le canzoni d'amore non sono ridicole. Che si può costruire il castello più bello del mondo, alto e lucente, ma se mancano le fondamenta con il primo soffio di vento crolla tutto. Se mancano i baci. Era bellissima quella dolce ossessione. Contare i minuti. Si continua a fare tutto anche dopo, ma non è la stessa cosa. Si contano i minuti e ci si lascia distrarre dal lavoro, da altri pensieri. Era bello, così bello, quando l'amore era l'unico pensiero. Luminoso o devastante che fosse, era bello. Riuscire a parlare di una carezza per giornate intere. Saper scendere dal nostro personalissimo piedistallo per cederlo a qualcun altro. Dimenticarsi di esistere finché non arrivava al bar e non ci offriva un gelato. Essere felici per un gelato. Essere immensamente tristi per dieci minuti in meno da passare insieme. Pensare di essere gli unici, insostituibili. Non credere alle nostre orecchie sentendo pronunciare le parole 'non ti amo più’, perché l'amore non finisce. Così si pensava. Ed era grande. Era super. Era un errore, ma era incantevole.
—  Susanna Casciani
Cari romani fatemi capire

Che anche noi polentoni qui vorremo sapere.

Ostia è sul mare ma il mare non si vede perchè c’è un muro abusivo fatto dalla mafia che convoglia la gente agli stabilimenti della mafia. E fin qui, mi pare tutto normale. Cioè, glieo hanno pure buttato giù e loro l’hanno rifatto. amen, non si vede il mare. Che vuoi chessia?

Poi ci sono gli Spada e le altre famiglie che fanno un po’ quel cazzo che gli pare, giusto? roba che se chiami i carabinieri non escono nemmeno, che se un assessore-magistrato sfratta la palestra di Roberto Spada perchè è abusiva in uno stabile del comune, quello, rimosso l’assessore-magistrato, ci rientra bello bello e ci rifà la palestra. Tutto normale.

Poi ste famiglie qui appoggiano Casapovnd che si becca il 9 e spiccioli per cento alle elezioni (che le cose devono essere graduali sennò puzzano, mica potevano andare al 34% subito no?), un giornalista fa domande e si prende ‘na capocciata. E ci sta, fa il giornalista mica il calzolaio, rischi del mestiere suvvia.

Poi il sindaco di Roma che è una che se facesse le cose a caso bendata qualcuna per statistica la imbroccherebbe e invece mai, propone una manifestazione ad ostia anti-mafia. Halleluja! invece no, arrivano quegli altri del partito di quelli sgamati che dicono sempre le cose giuste al momento giusto, che dicono “Eh no! è strumentale!“ che fin qui, può pure essere vero, ma poi agiungono “noi abbiamo sempre combattuto la mafia a Ostia, sul campo“, vero, tipo facendosi commissarirare per mafia il municipio gestito da uno dei loro.

Machedavero?

Sarebbe da farci un film, una serie tv, qualcos… ah, ops.

“Quando mi sono svegliato l’altro giorno, ormai sono più i giorni che dormo e perdo il conto ho letto che Chiambretti si era inventato la sfida del secolo!. Dopo la polenta e i tortellini ecco Vasco /versus/ Ligabue.
Mi son detto ma sogno o son desto. Ancora …. Ma sempre solo noi due tra l’altro. Ma vogliamo sfidarci un po anche io e morgan battiato o baglioni. Va be è questa la sfida che …..tira”. Ma cosa abbiamo fatto di male noi due poveri cristi per vederci ridotti ogni volta a questi confronti inutili ma soprattutto stupidi. Bene allora Chiambretti si è divertito anche questa volta un po alle mie spalle e ha inventato la serata…televisiva. Del resto mi ha invitato un sacco di volte io non ci sono mai andato. Ma giuro solo per pigrizia. Amo il suo programa e sono suo fans Chissà questa volta il genio dell’ironia e del sarcasmo che cosa si è inventato per rendere spettacolare la gara. Due galli in un pollaio? Due puledri di razza due rocker sanguigni e potenti pronti al filo di lana. Non ci sarà corsa ovviamente e neppure la possibilità di una vittoria da parte di uno o dell’altro. Solo smancerie sciocchezze cattiverie stupidaggini semplicionerie magari insulti tra le tifoserie.
E noi…ancora con i falsi patetici e tristi sorrisi sulle labbra a fare finta di niente…mentre tutto il lavoro la passione l’amore l’entusiasmo le lacrime il sangue e il sudore la sofferenza l’angoscia la rabbia e la soddisfazione che mettiamo nel nostro “mestiere” viene sostituito da una stupidaggine da un commento superficiale da un insulto ipocrita da una risata da quantità di vendite di spettatori di capelli in testa da abitudini da comportamenti da antipatie e dalla bellezza di una cintura per chitarra o dal e dalla sarcasmo del conduttore che alla fine decreterà che comunque siamo poi quasi alla pari, uno ha più capelli e l’altro più danni……cancellando così anni di musica e passione.
Personalmente mi sento derubato di tutti i sacrifici che ho fatto. tutti gli sforzi l’impegno che ho messo per conquistare a caro prezzo tutto quello che oggi ho raggiunto e non mi è stato regalato. Non accetto una risata e via e un pirla versus un altro. Io amo l’ironia e la gioia ma
Questo è un argomento SERIO
Un confronto tra due artisti
È una cosa superficiale stupida ipocrita e perfino una grave mancanza di rispetto.
Un conto è scherzare e fare battute IO NON posso accettare CONFRONTI sulla mia arte
NON è come giocare a Burraco. O fare telequiz E neppure come essere a scuola e scrivere temi. NON c’è premio per chi scrive la canzone migliore perché ce ne può essere sempre un’altra migliore e un’altra migliore e un’altra migliore. E nonostante tutto essere sempre “migliore”! Perché il “migliore” è nelle orecchie e nell’anima di chi ascolta. .

Va bene sorrisi e canzoni e le sue classifiche del cazzo…ma basta con questo appiattimento banale e volgare.
Noi non siamo cavalli da corsa o galli da combattimento. Siamo ARTISTI per dio e facciamo dell’Arte. NON delle gare o delle corse.
Dovete smetterla di sminuire e umiliare così il nostro impegno e il nostro lavoro.
Fatele pure queste disfide…se vi divertono. Io vinco sempre. Sono uno stronzo e me ne frego. Ligabue non se lo merita…tanto alla fine non sono i numeri che fanno vincenti. Ma perché non mi confrontate anche con Morgan degli u2…o Battiato….o ricky martin. E il liga sempre con me deve perdere?

Scherzo. Rinnovo stima per ligabue. Non esiste alcuna antipatia odio o rivalità tra me e lui La nostra è tutta una finta commedia . La grande truffa del rock’n’roll….ricordate? i sexpistols e Niente è come sembra e nel rock meno che mai!!! È più divertente spararci un po’ addosso…qualche battuta feroce piuttosto che i soliti salamelecchi.
Lui è un bravo artista…uno dei migliori della sua generazione. Io faccio parte di un’altra….Abbiamo poco in comune se non il linguaggio del rock e l’amore per le “chitarre”…Anche a lui disturba essere sempre paragonato a me. In fondo io ho molta più esperienza alle spalle di lui è un dato di fatto e e non è certo una sua colpa o mancanza di talento. E poi siamo completamente differenti …io della generazione di sconvolti lui di quella dei disperati…io col mio rock disperato e lui con il suo rock confortante. Siamo vicini di casa ma molto distanti nel tempo. diversi di carattere e di modi di fare.

Non ci vogliamo affatto male. Lui fa la sua musica io la mia….Per quel che ci conosciamo devo dire che ci siamo sempre trovati d’accordo su tutto. Compreso quello di fare musica diversa e non suonare mai insieme dal vivo?!!. ci siamo sempre rispettati. E nei momenti importanti lui c’è sempre stato e Io non dimentico.

Quando sono partito nei primi anni ottanta ho preso schiaffi per cinque o sei anni…lui questo non l’ha dovuta passare. Questa cosa da un lato mi fa incazzare ma dall’altro devo anche ringraziare quella lunga gavetta. Mi ha fatto diventare il migliore sul ….palco. Non sul campo però…nella vita, dove probabilmente se la cava meglio lui. Di certo non abbiamo bisogno di invidiare niente, l’uno all’altro e le uniche sfide che facciamo veramente sono quelle contro noi stessi per cercare di fare sempre meglio.

E adesso …avanti un altro.
Ci sono insulti per tutti …anche per te Chiambretti!!!”

V.R.

KON-ICE: son tante le cose segrete dal nostro organismo secrete.

Ciao Kon, ho avuto un bel raffreddore e quando sembrava mi fosse passato ho iniziato a tossire muco dai bronchi. Su consiglio mi sono fiondato a prendere il Fluimicil (sciroppo N-Acetilcisteina). Stasera durante la pubblicità del film Music Graffiti mi sono messo a leggere il bugiardino: “Questo medicinale può aumentare il volume del muco bronchiale, specialmente all'inizio del trattamento”. Conclusioni: io il muco nei bronchi già ce l'ho… non è che ho toppato nella scelta del farmaco? Grazie!

Ora un concetto fondamentale per andare alla scoperta di come funziona il nostro meraviglioso corpo umano:

IL MUCO BRONCHIALE È IL NOSTRO MIGLIORE AMICO

Per farti capire qual è la sua funzione basta che la prossima volta provi a lavare i piatti senza sapone e poi sappimi ridire quanto sporco sei riuscito a rimuovere.

Quando un patogeno tenta di colonizzare le nostre vie respiratorie, il sistema immunitario reagisce più o meno prontamente e con forza, con una caccia spietata da parte dei leucociti che non ha nulla da invidiare a quella dei velociraptor di Jurassic Park.

Dopo una prima Fase Irritativa (tosse secca e NON PRODUTTIVA, unico caso in cui sono giustificati medicinali antitussivi come levodropropizina, destrometorfano e cloperastina… ma solo se la tosse è insistente, stizzosa e autoinducente), i leucociti cominciano a far strage di patogeni e a lasciare i cadaveri sul campo di battaglia. A questo punto le mucose bronchiali devono cominciare a fare pulizia e a riparare i danni causati cosicché cominci la Fase Essudativa: viene prodotto un secreto denso e vischioso ad alto contenuto proteico che riveste l’albero bronchiale e tracheale e che ha la doppia funzione di accelerare i processi riparativi cellulari e inglobare leucociti, virus e batteri defunti. 

Il colore ci dice a che punto del lavoro il nostro organismo si trova:

  • MARRONE SCURO –>  presenza di cellule morte di sfaldamento dei tessuti danneggiati.
  • VERDE –> materiale purulento (pus, a tutti gli effetti) dell’infezione in corso.
  • GIALLO –> leucociti e patogeni morti.
  • BIANCO-TRASPARENTE –> ultimi atti dei processi d riparazione.

Se non avete chiuso la pagina per andare a vomitare la colazione, possiamo continuare con lo spiegone.

Indipendentemente dalla fase in cui vi trovate (e per la quale potreste avere bisogno di un antibiotico ma sempre a giudizio del vostro medico) la cosa più bella che possiate far per il vostro organismo è fornirgli sufficiente idratazione per continuare a fargli fare il suo sporco lavoro di tornare a farvi respirare.

Evidenze scientifiche hanno mostrato come qualsiasi tipo di preparato farmaceutico volto a migliorare lo spessore, la consistenza, la quantità o l’espulsione del catarro bronchiale non è più efficace di un adeguata umidificazione ambientale o di aerosol DI SEMPLICE SOLUZIONE FISIOLOGICA.

SI TRATTA DI FARMACI DA BANCO CONCEPITI PER SPENNARE I GRULLI LE PERSONE CHE NON CONOSCONO LA FISIOLOGIA RESPIRATORIA UMANA.

Due cose dovete fare:

  1. Tenere bassi i termosifoni in camera da letto con umidificatori sopra
  2. Farvi aerosol con semplice soluzione fisiologica oppure fomenti/suffumigi (senza bicarbonato, PERDIO!)

Ah… e tossire per espellere il secreto segreto in modo giapponese cioè in silenzio e in separata sede.

Siate sana maggioranza.

La storia che vi racconto è una storia di ordinaria follia.

Tutto inizia da un progetto di integrazione. Succede che proprio perchè si cerca di imparare a sopravviviere in Italia si impara anche a fare la spesa, ogni R.A. ha un budget, se sono bravi portano a casa un sacco di spesa, se non lo sono e riempiono il carrello di coca cola… poi son dolori. SI impara sul campo. Hanno capito che se mettono insieme il budget e se insieme fanno la lista della spesa si riescono ad acquistare molte più cose. E così i nostri giovani sono sguinzagliati per tutte le coop della provincia e fanno la spesa. e fin qui la storia è banale. Nessun problema di sorta se non che a Pistoia c'è uno dei centri più grossi che abbiamo (12 persone) e fanno ovviamente la spesa per 12 persone. I primi tempi andavano in macchina con un sostegno importante dell'operatore, si ragionava insieme sulla spesa e si cercava di correggere alcune anomalie, tutto questo è stato fatto epr molti mesi, siamo passati ai successivi livelli nei mesi scorsi, l'autonomia è una conquista importante e richiedere molti errori e conseguenti aggiustamenti. La prima difficoltà l'abbiamo avuta al livello intermedio quando i R.A. tornavano con l'autobus a casa con le buste della spesa. Sono tornati a Bottegone tristi e arrabbiati ma non perchè la fatica di portare delle buste era eccessiva ma perchè durante il tragitto in molti hanno inveito contro di loro con simpatiche frasi dal tono" speriamo vi vada tutto di traverso mangi a spese mie. guardale le risorse boldriniane quanto mangiano. e i nostri vecchi? e i senzatetto? e i marò?“ Umiliati e offesi si sono chiusi in casa. Abbiamo quindi trovato un accordo. vanno in autobus, fanno la spesa poi un operatore li raggiunge per controllare che il budget sia rispettato e riporta a casa la spesa e tornano in autobus. Mi direte miei piccoli lettori: combattiamo il sistema. Vi rispondo miei piccoli lettori. Quando il fronte è troppo esteso si combatte un pezzo per volta.

Tornando a noi.

Il venerdì è giorno di spesa e stamani mi chiama un collega perchè si accorge che un signore li segue fotografandoli, poi scopriamo che sono settimane che li segue e li fotografa. Andiamo alla COOP, il signore mi aggredisce verbalmente perchè lui fa quel che vuole e quelli mangiano a ufo, le risorse boldriniane. Chiamo la sicurezza, arriva un dirigente della COOP e manda via la sicurezza in malo modo e accompagna fuori il signore rassicurandolo. Perchè alla fine in fondo in fondo che ha fatto di male.

Io mi chiedo se:
1 sia il caldo
2 da quando siamo diventati un popolo così meschino
3 perchè la gente perbene non si incazza e isola questi bestiali omuncoli
4 la COOP è vicina storicamente e sensibile alle tematiche sociali, mi dispiace che il suo dirigente stamani non abbia davvero reso giustizia a tre ragazzetti di 18 anni che facevano la spesa che sono usciti da li umiliati e spaventati.

Facevano la spesa, non stavano facendo nulla di male.

Lo screen che vedete è del sedicente fotografo che abbiamo ripreso stamani a fotografare NUOVAMENTE i giovanissimi richiedenti asilo. Per la cronaca loro hanno un budget preciso. DI illimitato non hanno proprio nulla. Di illimitato c'è solo la sua cattiveria e malafede.

C'è un'estasi che segna il culmine e, al tempo stesso, il limite della vita; è questo è l'assurdo, che l'estasi è insieme massima vitalità e oblio totale. Questa estasi, questo oblio della vita coglie l'artista, lo rapisce e lo trascina fuori di sé, in una vampa di fuoco; coglie il soldato ebbro di guerra sul campo di battaglia, nella lotta senza quartiere; e colse Buck che alla testa del branco levava l'antico urlo del lupo, teso a raggiungere quel cibo vivo che fuggiva velocemente dinanzi a lui nella luce lunare. Scopriva gli abissi della propria natura, la parte più profonda dei suoi istinti, risalendo fino al grembo del tempo. Lo dominava l'impeto della vita, la marea dell'essere, la gioia perfetta di ogni muscolo, di ogni giuntura, di ogni tendine, poiché questo era il contrario della morte, era ardore e violenza, si esprimeva nel movimento, nello sfrecciare esultante sotto le stelle e sopra le cose immobili e morte.
—  Jack London, Il richiamo della foresta

mi dico che non scrivo perché scopo e ricordo quella volta in cui il te che mi manca mi disse che quando c'è appagamento sessuale viene meno un po’ tutto il resto. mi dico che non scrivo perché scopo e invece non scopo nemmeno più. giorni e giorni e giorni che passano, uno uguale all'altro e poi all'altro ancora, attorcigliata nelle mie coperte color rosa confetto che mi ha regalato mia nonna quando ancora ci provava ad esserlo.


mi sveglio con i tuoi fiori, ogni mattina, mi sveglio e ci sono quelle lettere scritte con la tua calligrafia da bambino delle elementari che riconoscerei tra miliardi di calligrafie di bambini delle elementari. mi sveglio e tu sei come ho sperato potessi essere ogni giorno da quando ti conosco.


ma adesso è tardi amore mio.


a volte mi sento sola, a volte chiudo gli occhi e mi sembra tu sia qui, a guardare ad esempio con me questo palloso film in cui per due ore si vede solo un soldato che cerca di sopravvivere con un piede sopra una cazzo di mina aspettando per giorni e giorni che qualcuno vada a prenderlo.


dove sei? e io perché sono tornata sul campo minato ancora una volta?


ho aspettato tanto, tantissimo tempo, ma io non sono un soldato, e ora che vieni a salvarmi sono già esplosa.


ho ricominciato a studiare, lavoro solo il fine settimana, provo a mettere ordine nella mia vita e non fumo quasi più . ho smesso di volerti rendere fiero di me quando ho capito che tu non sai essere uomo.


mi masturbo molto, spesso, quando ho 6 o 7 secondi liberi o per ore e ore quando non ho niente da fare. un po’ come quando “amore stanotte ti sei addormentato e io non riuscivo a prendere sonno, penso di essermi masturbata per tipo 4 ore di seguito” e tu ridevi.. “scema!”.. io mica lo sapevo che scema lo ero davvero (cioè non così tanto)

Ti voglio. Mi piace la birra, la crema dentale o una mentina. Ti voglio sdraiato sul letto, sul divano o sul tappeto. Ti voglio ballare, fermo, o semplicemente seduto ascoltando musica. Ti voglio guardare film, telefilm o un programma noioso da Auditorium. Ti voglio a casa, al lavoro, in strada. Ti voglio sulla spiaggia, sul campo, nel traffico. Ti voglio con la pizza, capelli tagliati, camicia nera. Ti voglio al mattino, di notte, di notte, di alba, con soldi o con niente, a braccia aperte o a faccia incazzata. Ti voglio, sorridendo, cantando, zitto, o parlante. Ti voglio con le mani date, incollati, separati, con i vestiti, ma preferibilmente senza. E ti voglio in ogni modo, difetto, senza mi. Ti voglio e basta.
—  Rafael Moraes
Ho visto Kaos One per la prima volta a Bologna alla jam Tinte Forti, mi pare fosse il 1995. Di lui conoscevo “Let’s get dizzy” dei Radical Stuff e il pezzo “Don Kaos” sulla Rapadopa, un pezzo che già allora faceva da spartiacque. In quell’occasione non andai oltre il semplice saluto. Lo incontrai di nuovo dopo qualche mese, in occasione di un live dei Radical Stuff al Forte Prenestino; in quel periodo stavamo registrando “Odio Pieno” e azzardai la richiesta di un featuring sperando che la sua conoscenza con Ice, e le birre che gli avevo offerto quella sera giocassero a favore. Disse subito di si, e qualche settimana dopo me lo ritrovai ospite a casa mia. Tipo strano Kaos. Ha la voce roca che sembra una motosega sull’osso. A prima vista mette una certa inquietudine, lo sguardo impassibile che sembra sempre fissare un punto distante ed una serietà difficile da scavalcare. Per me lui era il veterano dell’old school, quello che faceva rap già da dieci anni mentre io ero solo un pischello con la chiacchiera sciolta che ne sapeva ben poco, eppure… Abbiamo passato due giorni a parlare di rap, di libri, di cinema, di fumetti e di quello che ci passava per la testa. Io tiravo fuori i miei quaderni e gli leggevo le ultime strofe scritte e lui rispondeva facendomi ascoltare una cassettina con degli inediti (fra cui la spettacolare “Marco se n’è andato..” con la base di Neffa e la voce campionata della Pausini come ritornello, e il testo che raccontava di Kaos che parlava di se stesso dopo che si era suicidato…). Avevo letto i suoi testi, lo avevo visto sul palco, aggressivo, rabbioso, simile ad un guerriero sul campo di battaglia. Ma in quei due giorni passati insieme ero riuscito ad intravedere l’altra sua faccia: quella di una persona riflessiva, educata e con un’inaspettata propensione all’umorismo e alla battuta. Un momento prima si esaltava a mille, soprattutto quando mi raccontava di qualche pezzo rap americano che gli piaceva particolarmente e mi rappava interi pezzi, il momento dopo si faceva più cupo, pensieroso, e mi diceva che era insicuro del suo rap in italiano perché aveva sempre rappato in inglese, mi diceva che non era convinto, che non era bravo a fare freestyle. Tutto questo senza mai smettere di fumare, perché è impossibile pensare a Kaos senza pensare alle sigarette che fuma. L’ho visto addormentarsi con accanto al letto un bicchiere di vodka e le sigarette e a metà della notte svegliarsi per farsi un sorso e accendersene una e poi rimettersi a dormire, in perfetto stile Bukowski. Ora ha smesso di bere, ma non ha mai smesso di accendersi una sigaretta dopo l’altra e quando lo incontro dietro qualche palco è come rivedere il fratello maggiore con cui hai sempre parlato poco, meno di quanto avresti voluto. Sono passati tanti anni e ultimamente gli ho sentito più volte ripetere la storia che il prossimo disco sarebbe stato l’ultimo, che basta, il suo tempo stava per giungere al termine. L’ho visto aspettare le tre di notte prima di salire sul palco senza battere ciglio, affrontare i peggiori impianti con la stessa carica con cui si affrontano i migliori, l’ho visto in perfetta simbiosi con Moddi e l’ho visto da solo, senza nessuno che gli facesse le doppie andare avanti fino alle fine, senza mollare mai una rima, senza perdere mai la battuta. L’ho visto dietro ai giradischi esaltarsi per i dischi che passava, e l’ho visto da una parte, con lo sguardo perso nei suoi pensieri, senza dire una parola per intere ore. Sono passati più di dieci anni dal nostro primo incontro e in questo tempo ho cambiato molto spesso idea sulle cose. Sono passato dall’esaltazione delle prime jam a un brutto scetticismo che mi ha fatto perdere molta della fiducia che avevo nel “magico” mondo dell’hip hop. Ho perso un po’ di passione e ho cominciato a trovare sempre meno motivi. Ma ogni volta che vedo Kaos su un palco mi ricordo che alcuni di questi motivi stanno ancora lì, inossidabili come se il tempo fosse un optional, mi ricordo da dove vengo, e soprattutto mi ricordo perché questa musica ancora mi scuote dentro e mi fa sentire parte di qualcosa che davvero non saprei spiegarvi meglio di così.
—  Danno

L’11 luglio del 1982 vincevamo il mondiale di Spagna.

Alle 20:30 l’Italia affronta in finale la Germania, non ancora Germania ma Germania Ovest. Nando Martellini, il cronista dell’epoca di tutte le partite della nazionale di calcio, ammette la sua emozione dal Santiago Bernabeu: dopo dodici anni dall’ultima volta l’Italia si gioca la possibilità di diventare per la terza volta campione del mondo.

È partita in sordina quella squadra, senza i favori del pronostico, come si suol dire, con tante critiche incluse quelle del presidente di lega Matarrese che al termine di un’amichevole prima del mondiale dice chiaramente che avrebbe preso a calci quei giocatori.

Bearzot, il CT friulano che allena quella squadra, legge Orazio quando vuole distrarsi. Crede fortemente in quella squadra che ha costruito nel quadriennio che va dal ‘74 al ‘78 anno dei mondiali di Argentina quando la sua nazionale era stata ammirata ed eletta la squadra migliore, pur arrivando solo quarta.

Cosa era successo dal 78 all’82?
Molte cose. C’era stato lo scandalo “Totonero” che aveva coinvolto molti giocatori di serie A e serie B nel 1980. L’immagine più brutta di quella vicenda è un’auto della polizia che entra sulla pista di atletica di uno stadio prima dell’inizio della partita per arrestare alcuni giocatori e dirigenti.

Nel 1980 l’Italia ospita gli Europei di calcio e non riesce a qualificarsi per la finale. Perderà anche il terzo posto ai rigori contro la Cecoslovacchia, la squadra che Bearzot non riuscirà mai a battere nella sua gestione.

Tra i calciatori coinvolti nello scandalo c’è Paolo Rossi che sconterà la squalifica pochi giorni prima dell’inizio del Mundial Spagnolo e che il CT convoca lo stesso. Le prime polemiche nascono qui perché molti invece vorrebbero Pruzzo, centravanti della Roma e capocannoniere della Serie A. Poi non convoca Beccalossi, mezz’ala dell’Inter, perché preferisce Antognoni titolare e Dossena come rincalzo.
Ha tutti contro il furlan e le prime tre partite danno ragione ai suoi critici: tre pareggi contro la Polonia (0-0), Perù (1-1) e Camerun (1-1) e passaggio del turno grazie alla differenza reti migliore rispetto al Camerun (noi abbiamo fatto un gol in più rispetto agli africani).
Il girone eliminatorio successivo a tre squadre sembra già condanna: ci toccano le due squadre sudamericane Argentina, detentrice del titolo e Brasile, la nazionale che è maggiormente accreditata per la vittoria finale. Contro l’Argentina vinciamo 2-1, li battiamo di nuovo come 4 anni prima in casa loro. Poi ci tocca il Brasile che, per via della migliore differenza reti (hanno battuto l’Argentina 3-1) può mandarci a casa con un pareggio.
Brera, giornalista sportivo, promette un pellegrinaggio durante la processione del suo paese se l’Italia dovesse battere quello che chiama il “Magno Brasile”.
Sorpresa: l’Italia batte i favoriti, gli eredi di Pelè e Garrincha, con tre gol di Paolo Rossi il centravanti che nessuno voleva a parte Bearzot ed è tra le prime 4 squadre del mondo. In semifinale la Polonia è liquidata con 2 gol sempre di Rossi e aspetta la Germania Ovest in finale.

In finale manca Antognoni che si è infortunato in semifinale contro gli ostici polacchi e quando l’arbitro assegna il rigore agli azzurri il rimpianto per l’assenza del regista della Fiorentina è ancora più forte.
Non tira Rossi il rigore, il rigorista designato è Cabrini. Lo sbaglia.
È solo un incidente di percorso, una cosa di poco conto un sassolino sulla strada, nel secondo tempo segna ancora Rossi, poi Tardelli con quell’urlo entrato nella storia e infine Altobelli che pur essendo giovane fa gol con una freddezza da veterano.

Tuttavia la foto che metto all’inizio di questo post è quella di un calciatore che non c’è più, un campione e un signore sul campo, un difensore che non fu mai espulso in carriera, Gaetano Scirea.
Era andato a vedere una squadra polacca, prossima avversaria della Juventus in una coppa europea, quando l’auto su cui viaggiava viene coinvolta in un incidente nel quale perde la vita assieme ad altre persone.

Scelgo di riportare le parole di Dino Zoff, suo compagno di squadra in nazionale e nella Juventus per ricordare quel giorno e quel campione.

«Dopo la finale del Mondiale ‘82, ero rimasto allo stadio più degli altri per le interviste e tornai in albergo non con le guardie del corpo, come succede oggi, ma sul furgoncino del magazziniere.
Gaetano mi aspettava. Mangiammo un boccone, bevemmo un bicchiere, ci sembrava sciocco festeggiare in modo clamoroso: mica si poteva andare a ballare, sarebbe stato come sporcare il momento. Tornammo in camera e ci sdraiammo sul letto, sfiniti da troppa felicità. Però la degustammo fino all’ultima goccia, niente come lo sport sa dare gioie pazzesche che durano un attimo, e bisogna farlo durare nel cuore. Eravamo estasiati da quella gioia, inebetiti.
Gaetano lo penso a ogni esagerazione di qualcuno, a ogni urlo senza senso.

L'esasperazione dei toni mi fa sentire ancora più profondamente il vuoto della perdita. Gaetano mi manca nel caos delle parole inutili, dei valori assurdi, delle menate, in questo frastuono di cose vecchie col vestito nuovo, come canta Guccini.
Mi manca tanto il suo silenzio». 

b0ringasfuck ha rebloggato il tuo post e ha aggiunto:

I nostri servizi segreti sono bravini e anche le nostre FDO quando vogliono. Per tutte le cose di cui sopra ma anche per saper fare il loro lavoro.Gente che sa parlare, ascoltare e pensare e che ha fatto nel bene e nel male esperienza sul campo in passato.Anche la ghettizzazione… qua a Milano è frequente vedere gruppi di ragazzini “misti” divertirsi assieme, ho visto la stessa cosa a Lisbona e il Portogallo ha una PESSIMA storia in fatto di colonialismo e schiavismo alle spalle, insomma si può rimediare…C’è veramente da sperare nelle nuove generazioni. È una cosa che riguarda i giovani fino ai 20 anni. A vedere questi ragazzi ridere tra loro, uscire per una pizza, uscire da scuola chiacchierando mette di buon umore per il futuro. Speriamo di non rompere quello che siamo riusciti a raggiungere.

L’esperienza personale è sempre fallace perché potrebbe non essere rappresentativa di una situazione generale ma qua dove vivo io (la vera capitale del prosciutto, di cui Parma si prende il merito per questioni meramente geografiche), l’integrazione oramai è data per scontata da tutti, autoctoni compresi… i leghisti catto-fascisti pentastellati fanno sempre il loro baccano fine a se stesso (questione di patologie neuro-genetiche) ma un tranquillo 50% di studenti ‘forestieri’ lo troviamo in tutte le classi di ogni ordine e grado SENZA ALCUN TIPO DI PROBLEMA se non quelli scovati e/o creati dai soliti minus habens: ragazzini neri come la notte che cazzeggiano in dialetto parmigiano insiemi ai loro pallidi amici di cumpa, ragazzine arabe con l’hijab o indiane con la ‘cipolla’ in testa che ridono come si ride solo a quell’età mentre si fanno selfie, decine, centinaia di ragazzi africani, rumeni, arabi, cinesi, sikh, musulmani e cattolici che escono dai prosciuttifici e se ne tornano a casa stanchi ma felici in maniera evidente.

Non so voi ma a me questa invasione fa tutt’altro che paura… mi dà serenità e speranza in un futuro in cui chi fa discorsi sulla ‘razza italiana’ potrà essere guardato in maniera stranita e non solo dalle mie figlie.

C’era un ragazzo nel gruppo scout che frequentavo, era più grande di me di due anni. Mi invaghii con la rapidità che impiega la luce a percorrere mezzo metro di spazio, più o meno. Mi bastò guardarlo per sbaglio, in realtà.
Due anni erano tanti: io entravo nel gruppo e lui passava alla fascia superiore, quella dei ragazzi più grandi.
Passarono tre anni prima che entrassi anch’io a far parte di quella fascia. Fu uno dei motivi per cui riuscii a non mollare lo scoutismo. Ci rincontrammo e i capi reparto -non sto qui ora a spiegarvi i gradi gerarchici all’interno degli scout- ci misero a lavorare insieme ad un progetto. Ci avvicinammo molto, iniziammo a conoscerci. “Lo smile va colorato di giallo, lo sanno tutti che gli smiles sono gialli” “e io li faccio fucsia invece” “ma sono gialli gli smiles!” “Se non la pianti di fare la prepotente ti mangio!” “Se non colori quello stupido coso di giallo ti ci coloro io la faccia!” “Non oseresti!” Osai. Ci rincorremmo per tutta la sede armati di pennelli sporchi di tempera. All’uscita trovai una ragazza, la sua ex storica che era venuta a parlare con lui. Ci restai davvero male. Tornai a casa senza neanche chiedergli spiegazioni, senza neanche salutarlo. Infondo io e lui non eravamo niente. La sera mi arriva un messaggio “perché te ne sei andata così? Dovevo parlarti” “e di cosa?” “No, per messaggi non te ne posso parlare” “allora ci rivediamo all’uscita e mi dici tutto” “ok” “ok”. Quel weekend partimmo con tutto il reparto -ribadisco, niente approfondimenti sui gradi dello scoutismo, reparto = gruppo di ragazzi + due adulti a guardia-, arrivammo sul campo e montammo le tende -non avete idea di quanto sia complicato, non fate facile umorismo. Provare per credere.- parlammo poco quel sabato. La sera accendemmo il fuoco sotto le stelle, iniziammo a cantare canzoni che raccontavano la storia di ognuno di noi. Stanchi e infreddoliti a fissare il fuoco caldo e le stelle lontanissime, credo sia una delle cose più belle al mondo. Ci demmo la buonanotte tutti quanti e andammo ognuno con la propria squadriglia nell’apposita tenda. I capi fischiarono il silenzio. -dopo quel fischio era vietato andare in giro o fare casino, si doveva dormire.- Ma io quella notte avevo altro da fare, rimasi sveglia nel mio sacco a pelo aspettando un cenno. Finalmente il cenno arrivò: la chiusura lampo della tenda si aprì “vieni fuori, via libera” sgattaiolai fuori, mi misi gli scarponi, mi alzai in piedi e lo guardai “vieni con me” mi prese la mano e mi portò dove l’erba era più alta. Ricordo che tutto era argentato, ricoperto dalla brina e le stelle. “Che dovevi dirmi?” Prende fiato “tu mi piaci, ok? Mi piaci davvero, da un po’, da tanto” quasi me lo grida in faccia tutto d’un fiato e il fiato adesso mancava a me. “Mi prendi per il culo?” “Cosa?” “Cazzo, ti muoio dietro da tre anni minimo” “ah” “mi prendi per culo.” “No invece” “e invece si” “e invece no” “e invece s..” Mi tappa la bocca con una mano. Rischiavo di svegliare tutti. “Stammi a sentire e zitta. Tu mi piaci, mi piaci, ok?” Mi guarda e vedendomi interdetta capisce che forse era meglio liberarmi la bocca, così toglie la mano dalle mie labbra “ok”, dico per rispondere alla domanda. “Ok, bene. E quindi..” “E quindi?” “E quindi..” “Si?” “Mi fai finire?” “Si”. Tira l’ennesimo sospiro “Vuoi essere la mia ragazza?” Sta volta trattiene il fiato e chiude gli occhi girando la testa da un lato. I miei erano diventati due stelle ormai, motivo di caldo in pieno gennaio (18 gennaio 2010), mi avvicino e cerco il suo sguardo “Si.” D’improvviso rispalanca gli occhi, due stelle anche i suoi. Sorride con ogni centimetro del corpo “si?” Sorrido davvero anch’io “si!” Mi prende il viso tra le mani, chiudiamo gli occhi e col cielo stellato testimone in una nette gelida di gennaio, in mezzo a un campo tra le tende e la brace del fuoco, mi ruba tra i sorrisi il mio primo bacio.
Ricapitolando

Cose che so fare:

- Scrivere.

- Spiegare la filosofia.

- Spiegare la fisica.

- Spiegare le camicie.

- Suonare la chitarra.

- Ballare il valzer.

- Fare i tortellini.

- Usare il Photoshop (20 anni di esperienza sul campo).

- Fare il nodo alla cravatta (10 anni di cravatteria).

Cose che non so fare:

- Vivere.

Partita di calcio capitalisti contro lobbisti.

Le due squadre si presentano ognuna sul suo proprio campo di gioco e con la propria terna arbitrale. Vista l’impossibilità di giocare una partita in questo modo, decidono di disputare un tempo per campo. La gara sarà comunque arbitrata da entrambe le terne arbitrali, insieme. Per fischiare fallo ci vorrà il consenso del 50% + 1 dei direttori di gara o un 40% se si tratta di una coalizione che però dovrà comprendere almeno un guardialinee e il 24% di donne o parti di esse.

I capitalisti indossano una sgargiante divisa bianca con dei gigli imperiali ricamati a mano dai bambini della periferia di Londra. I lobbisti, invece, portano una simpatica e comoda tuta mimetica confezionata dagli stilisti di Lapo Elkann. Il pallone è un Tango originale del 1982 del valore di 14 milioni di euro o come dicono ora in gergo “un quartino di Grecia”. In questo primo tempo i capitalisti attaccheranno da tutte le direzioni. I lobbisti da destra verso dove gli farà più comodo.

Inizia la partita. Al 6′ del primo tempo siamo già 16 giocatori contro 6 per i capitalisti. Il pubblico è disorientato. Tre minuti dopo, però, l’arbitro dei lobbisti ammonisce un capitalista che si era appena comprato i 2 guardalinee. La terna arbitrale dei capitalisti, però, annulla la decisione. Ora siamo 5 arbitri contro 1. Moggi in tribuna applaude e, testuali parole, confessa: “una delle più belle giocate di calcio mai viste in vita mia”.  La partita prosegue senza altre emozioni fino al 24′, quando un lobbista tira la palla in fallo laterale ed inizia ad esultare strillando GOOOOOOOLLL. Gli altri giocatori lo guardano come a dire “sei pazzo, la porta è dall’altra parte”, ma dato che il primo tempo si gioca sul campo dei lobbisti, l’opinione pubblica è tutta schierata a favore della squadra di casa. Inizia un fitto lancio di fumogeni che costringe la terna arbitrale a convalidare il gol. In questo momento di confusione, il portiere dei capitalisti poi sparisce dal campo in condizioni misteriose e con lui un terzino e 3 panchinari. Al 30′ del primo tempo, il raddoppio dei lobbisti. Lancio lungo del portiere, nel mentre che la palla è in aria, i lobbisti cambiano due regole di gioco in maniera da poter prendere un pallone di riserva con le mani e buttarlo nella rete avversaria. Nuove proteste dei capitalisti, ma il gol - per i nuovi regolamenti - è valido. A quel punto l’arbitro decide di fischiare la fine del primo tempo con 14 minuti d’anticipo e preparare il secondo tempo sul campo dei capitalisti. L’intervallo dura 13 mesi, ma alla fine le due squadre firmano un nuovo accordo per disputare il secondo tempo. I termini dell’accordo prevedono che nella seconda parte i capitalisti dovranno rinunciare ai lanci lunghi, alle 3 sostituzioni e il portiere non potrà più chiamare palla. I lobbisti, invece, rinunceranno a un gol di vantaggio, alle rimesse laterali e a colpire la palla di testa. Il campo però sarà neutro.

Secondo tempo. Dopo le prime fasi di studio, con 3 tentativi falliti di corruzione, i capitalisti rompono subito le regole ed effettuano un lancio lungo a scavalcare la difesa dei lobbisti che, non potendo colpire la palla di testa, sono costretti a contrastare gli avversari spoilerandogli i finali delle serie Tv. La palla arriva comunque al centroavanti dei capitalisti che segna di testa, ma non esulta perché ora conosce tutti i finali delle sue serie preferite. L’allenatore dei lobbisti allora chiama time-out ma l’arbitro gli fa notare che non esiste: “non è mica basket”. Poi uno allunga una mazzetta e acconsente. I capitalisti, allora, ritirano la loro partnership - sponsor compresi - e costringono i lobbisti a giocare il resto della partita senza scarpini. Al rientro in campo i lobbisti sono tutti scalzi ma schierati nella metà campo dei capitalisti. Non essendoci più una squadra avversaria, la partita viene sospesa a tempo indeterminato.

Algumas das principais avenidas de Campo Grande amanheceram hoje com nomes diferentes. É só uma manifestação neste fim de março, 50 anos depois do golpe militar no Brasil. Não tem validade, mas é a nova tentativa para o fim de homenagens politicamente ultrapassadas.

Na rua Ernesto Geisel, esquina com a avenida Afonso Pena, o adesivo que é uma cópia fiel do layout adotado pela prefeitura, indica que nesta segunda-feira a avenida esqueceu o ex-presidente militar e agora faz festa para Marçal de Souza, líder indígena assassinado em Mato Grosso do Sul, por lutar pela demarcação de terras na década de 80. A numeração da quadra também foi alterada, agora é de “1964 a 2014”.

(Foto: Pedro Peralta)