suggestivo

TH1RTEEN R3ASONS WHY
Tredici (13 Reasons Why) è una nuovissima serie televisiva della piattaforma Netflix, tratta dal romanzo 13 dello scrittore Jay Asher. La serie in questione affronta temi molto delicati come il bullismo, la violenza sessuale ed il suicidio, vista dagli occhi di un ragazzo che non si ferma ad ascoltare, ma agisce ribellandosi contro tutto e tutti per ottenere la verità e la giustizia mettendo in pericolo anche se stesso. Estremamente coinvolgente e suggestivo, riesce a cambiare il modo di pensare aprendo ognuno di noi al diverso senza pregiudizi. Mi ha cambiato, mi ha fatto diventare più sensibile, confrontandomi con chi lo ha visto, credo che se tutti lo vedessero, sarebbe una grossa mano contro il bullismo nelle scuole.

diariodiunragazzofratanti

anonymous asked:

Waaaferina, cosa ci dici dei manichini di De Chirico, cosa rappresentano?

I manichini sono affascinanti, non trovi? E beneficiano di questo status paradossale. Da una parte sono figure umane, ma prive di vita - uomini immobili, senza sentimento, eterni, vuoti. D’altro canto, però, sono anche oggetti inanimati che, per le loro fattezze antropomorfiche, si animano dinanzi a noi. Credo anche che siano memoria della statuaria classica, ma in una chiave più moderna. 

Forse è tutto questo che ha attirato De Chirico al punto da eleggerli a materia d’arte in più occasioni. Storie di uomini spesso sono raccontate attraverso l’uso di manichini, come fossero i nostri burattini inquietanti. I sentimenti si raggelano - e tuttavia questi oggetti si connotano di qualità umane - non soltanto per fattura antropomorfica, ma anche per capacità di esprimere emozioni, narrare vicende. L’effetto è straniante, suggestivo, metafisico.

anonymous asked:

Uno che riproduce quindi è un replicante copione anacronistico?

Dipende che cosa intendi per “uno che riproduce”.
Io intendevo: se adesso mi metto a fare uguale sputato il Giudizio Universale di Michelangelo, so’ sicuramente una branda a disegnare e dipingere, l'effetto sarà sicuramente suggestivo, ma manca quel piglio di incanto nel vedere un'idea nuova espressa dall'arte. Un vero artista esprime la volontà artistica del suo, di tempo, non degli anni che sono ormai già passati.

E anche oggi è passata un'altra giornata. Oramai mi sembrano tutte uguali, come se il tempo avesse smesso di scorrere. O come se avesse iniziato a scorrere troppo velocemente. Anche oggi è stato tutto tranquillo. Le solite cose, la solita routine. Papà che va al lavoro, dà un bacio alla mamma, esce dalla stanza e va via. E mamma che continua a fingere che sia tutto normale. Parla con me, guarda la televisione, rifà il letto, mette in ordine.

E io? Cosa faccio io? Cosa provo io? Non credo che qualcuno se lo sia chiesto, in realtà. Lo sanno, lo sanno quanto mi manca? Lo sanno quanta voglia ho di andare da lei? Lo sanno quanta voglia ho di baciarla? Lo sanno quanto questa situazione mi stia lacerando dentro? No. O almeno non credo. Ma non è colpa loro.

Sapete, mi dicono tutti che devo essere forte. Che devo farmi forza, che sono un guerriero. Che non devo arrendermi. Che lei tornerà ad abbracciarmi, che tornerà tutto come prima. Io non so se crederci. Non ho intenzione di illudermi ancora.

Oggi papà è tornato più presto del solito. Entrato si è tolto la giacca appoggiandola su una sedia e ha baciato la mamma. Poi è venuto da me, e mi ha dato il buongiorno. «Come stai piccolo mio?». Come sto, papà? Come sempre. Come sto da mesi. Come nessuno di voi riesce a capire. Anche se non parlo, anche se non dico nulla, mi aspetto che voi lo capiate. Perché sì, perché siete i miei genitori, perché siete le persone che mi conoscono meglio al mondo. Perché io voglio stare con lei, voglio vederla, la voglio accanto a me. E non voglio dover stare su un letto d'ospedale per poterlo fare.

E’ dura, sapete? E’ dura essere sempre al centro dell'attenzione. Sì, va bene, io sto male. Ma non sono l'unico. I miei genitori, non li vedono? Non vedono i loro occhi? Non vedono la loro voglia di scappare dai problemi? E i genitori di Rachele, Dio, come fanno a non vederli? Quanto sono distrutti. Quanto vorrebbero solo tornare a tre mesi fa, quanto rivorrebbero me e lei in giro per casa a ridere e scherzare?

E’ così… difficile. Non so cosa fare, mi sento così impotente. «Potrebbe anche non risvegliarsi più», dicono i medici. I loro occhi tristi ma speranzosi. In fondo lo sanno, lo sanno benissimo che le statistiche non contano, che ogni caso è diverso, che la situazione potrebbe cambiare da un momento all'altro. E sanno, sanno che i miracoli accadono.

Sapete, non sono un tipo religioso. Non sono mai andato in chiesa volontariamente, non ho mai pregato. Ho sempre mangiato pane e salame di venerdì santo. Eppure in momenti come questi ti senti così piccolo di fronte al volere di Dio. Sì, insomma, di Dio o di qualunque altrà divinità esista. Buddah, Zeus, Visnù, non lo so. Non so neanche se ci sia effettivamente qualcuno ad ascoltarmi. Qualcuno a proteggermi. Qualcuno con cui prendermela se le cose dovessero andare male, o da ringraziare e venerare se dovesse finire bene.

Conosco quest'ospedale meglio di casa mia, ormai. Ho “visto” di tutto. Ed è così bello, così suggestivo. Dicevo sempre di voler diventare medico solo per poter uscire dalla sala operatoria e dire a tutti «vostro figlio ce l'ha fatta, è vivo, tornate a casa e speriamo di non rivederci mai più». Ma se non ce la facesse? Se dovessi comunicare a dei genitori che hanno perso il loro bambino?

E’ una cosa che è successa spesso in questi ultimi tre mesi. Beh, è successo anche il contrario. E’ così che passano le giornate qui in ospedale: un giorno vedi qualcuno che piange di gioia, e più tardi vedi qualcuno che inveisce contro i medici e si dispera. E’ un po’ come la vita, no? Si vince e si perde. Solo che qui la posta in gioco è alta, la più alta di tutte.

E qui tutti sperano di vincerla questa partita, no? Sperano di uscire dall'ospedale felici e contenti, piangendo di gioia. E, cavolo, anche per me lo sperano tutti.

Rachele mi manca. Mi manca mandarle il messaggio del buongiorno al mattino, mi manca scriverle che la amo. Diamine, mi mancano perfino i nostri litigi. Quei lunghi e interminabili dieci minuti in cui nessuno dei due vuole fare il primo passo. Quei dieci minuti in cui entrambi non parliamo, aspettando che l'altro ci chieda scusa. E allo scattare dell'undicesimo minuto sorridiamo e ci abbracciamo, dimenticandoci tutto.

O almeno credo. Sto iniziando a dimenticare. Tre mesi è un tempo infinito quando si è adolescenti, sapete? In tre mesi succede di tutto. E sto dimenticando. Sto dimenticando le sue braccia intorno a me. Sto dimenticando la sua voce, sto dimenticando il suo profumo. In ospedale non si sente nessun'odore, se non il solito. Quello di nulla, misto a lacrime e tristezza.

Mi sento così dannatamente in colpa. E’ colpa mia, io lo so. Qui tutti dicono il contrario, ma è colpa mia. Sono stato io, è colpa mia se sono mesi che le persone a cui tengo vivono in ospedale. Ed è orribile, forse la parte peggiore di tutto. Mi ritrovo spesso a pensare a cosa sarebbe successo. Come sarebbe stata la nostra vita oggi se tre mesi fa non le avessi chiesto di prendere il treno e andare al mare? «Se me lo chiedi tu non posso dirti di no», mi aveva detto. E ora solo Dio sa quanto vorrei che mi avesse risposto «No, io al mare non ci vengo, ora stiamo a casa a guardarci uno di quei film orribili all'italiana e poi ci ridiamo su».

E invece no. Abbiamo preso quel treno. E’ successo, l'abbiamo fatto. Non è colpa di nessuno, forse. E poi siamo scesi.

Il dottore è entrato in camera. Mamma, papà e i genitori di Rachele sono qui da ieri pomeriggio, hanno passato la notte qui. Oggi papà non è andato al lavoro. C'è un silenzio assurdo, cupo, inquietante. Nessuno ha il coraggio di dire nulla. Nessuno vuole, dire nulla.

«Da ieri mattina la situazione è peggiorata drasticamente. Avevamo pensato ad un'operazione, ma il rischio di emorragia è troppo elevato per ignorarlo.»

La madre di Rachele ha chiuso gli occhi, quasi a volersi svegliare da questo brutto sogno. Non è un sogno, purtroppo. Non è mai stato più reale di adesso.

«Quindi… voi cosa suggerite?», sussurra mio padre con un filo di voce.

Che uomo, mio padre. Non ha mai pianto, sapete? In tre mesi non l'ho visto versare neanche una lacrima. Forse è quello che piange più di tutti. Forse è quello che sta peggio di tutti. Forse sì. Ma non vuole mostrarsi debole, e ciò lo rende il più coraggioso, nonostante tutto.

Il dottor Morris ha preso un lungo respiro e deglutito.
«Temo che ormai non ci sia più molto da fare, sarebbe meglio staccare i macchinari. Possiamo farlo questa sera, se preferite. Possiamo darvi ancora qualche ora».

Ed ora noi siamo qui.

Ed ora loro, sono qui.

E tutti si guardano, papà sta cercando con tutte le forze di trattenersi.

Mamma si avvicina al lettino.
«Hai sentito i dottori? Ora devi andare, ma ci rivedremo presto. Noi non ti dimenticheremo mai, sarai sempre con noi».

Sapete, mi ritrovo spesso a pensare a cosa sarebbe successo. Come sarebbe stata la nostra vita oggi se tre mesi fa non le avessi chiesto di prendere il treno e andare al mare? Come sarebbe stata la nostra vita se quella macchina non ci avesse centrato in pieno?

Come sarebbe la nostra vita se io non fossi in fin di vita, su un letto d'ospedale?

Come starebbe Rachele?

Meglio di adesso, sicuramente.

Anche i miei starebbero meglio. Forse mia madre non avrebbe iniziato a vivere in ospedale. Forse non avrebbe passato le giornate a parlare con me, pur sapendo che non potevo risponderle, facendo finta di nulla.

Ma mamma, sai, io ho sentito tutto. Ti ho sentito. Ti ho ascoltato mentre mi dicevi quelle parole dolci che prima non mi avevi mai detto. Mentre mi abbracciavi e piangevi. Mentre mi dicevi di svegliarmi. Mentre mi raccontavi le barzellette per farmi ridere.
E sai, mamma, io ridevo. So che tu non te ne rendevi conto, ma io ridevo.

E adesso sì, è arrivato davvero il momento. Adesso devo andare. Non so cosa mi aspetti, non so cosa troverò. Ma so che sarò felice, felice per aver avuto la vita migliore che si potesse desiderare. Grazie a loro.

Spero che Rachele ricominci a mangiare. Spero che i suoi genitori tornino a vivere. Spero che la riabilitazione finisca al più presto per lei, e che possa tornare a camminare completamente.
Spero che i miei genitori siano felici. Ma soprattutto spero che amino. Spero che continuino a vivere come prima. Voglio che Rachele torni a vivere, ad amare. Voglio che sia felice. Voglio che abbia la vita che avevamo sempre sognato insieme. Voglio che la viva con qualcun'altro. Non importa, non m'importa che non lo farà con me. Io voglio che lei sia felice. Perché lei ha regalato a me la felicità più grande che abbia mai, mai provato. Mi ha fatto capire cosa significhi amare, mi ha fatto provare tutti i sentimenti di cui avevo sempre sentito parlare e che mai avevo sperimentato. Mi ha fatto vivere, anche se ora sto per morire. E per questo non finirò mai di ringraziarla.

Mi ritrovo spesso a pensare cosa sarebbe successo. Come sarebbe stata la nostra vita oggi se tre mesi fa non fossimo scesi a quella fermata? Come sarebbe stata la nostra vita se il conducente della macchina non avesse guidato per quella strada?

Probabilmente saremmo felici. Probabilmente ora io non sarei qui, morto, in una bara bianca. Probabilmente Rachele non starebbe piangendo come mai l'avevo vista piangere.

Già, probabilmente.

—  (assenzadiemozioni on tumblr)

INCONTRI DI STRADA

Tra Chefchaouen e Meknès
Martedì 23 maggio 2017
giorno: 4
km: tra 502 e 710

La strada che mi porta a Meknès non riserva grandi soprese. Abbastanza dritta, poche curve, un paesaggio non particolarmente suggestivo. Il cielo è coperto, all'orizzonte si vedono scie di pioggia.
Così la mia attenzione si concentra su quanto mi circonda più da vicino.
Embè, dopo appena due giorni di Marocco, ho capito che non avevo capito. Mi ero immaginata strade deserte arroventate dal sole. Chilometri di asfalto solitario spazzato dal vento e niente di più.
E invece…
Siamo in Marocco, ragazzo! Che ti credevi di andare sulla luna?
Esattamente come tra i vicoli delle medine e le piazze dei mercati, le strade marocchine sono fervide di vita: umana, animale, meccanica.
Ci sono uomini e donne, ragazzi e bambini; c'è cammina, chi corre, chi dorme sotto un albero e chi se ne sta seduto sul ciglio della strada; c'è chi vende e chi compra; c'è chi lavora e chi non fa niente, chi ti saluta e chi ti ignora; c'è chi va e chi torna, chi traina qualcosa, ma anche chi è trainato; c'è chi va su un mulo e chi lo spinge; ci sono cani, pecore, mucche, galline a spasso come in una grande aia; e ci sono mezzi di ogni tipo: auto, moto, camion, pullman, trattori, bici, mezzi a tre ruote, nuovi e vecchi, alcuni improbabili, altri che non sai come fanno a viaggiare.
Le strade del Marocco… che spettacolo, ragazzi!

staticadinamica  asked:

Ciao wafer, gentilmente mi aiuteresti a capire "the floating piers" di christo?

Cercherò di essere breve per evitare di scrivere un pippone eterno che non si legge nessuno (e ti dico di più: siccome devo cucinare non lo sto rileggendo manco io, speriamo di non aver scritto boiate o errori di grammatica aaah).

Farò economia sulle premesse all’artista e alla Land Art, limitandomi a dire che si tratta, come la stessa parola suggerisce, di un’arte che esce dai confini del museo, perché nei musei proprio non ci sta (provaci un po’ a infilare oltre tre chilometri di passerella in un museo!) e si impossessa invece degli spazi naturali,entra a far parte del ciclo di Madre Natura in un modo che sì, è sicuramente invasivo, ma non si tratta di una invasione molesta del tipo Uomo del Nuovo Millennio Distruttore della Natura per Costruire Centri Commerciali e Parcheggi Asfaltati. Potremmo parlare piuttosto di una relazione uomo-natura totalmente positiva e creativa; l’artista diventa pacificamente parte integrante di questa, senza ruspa e betoniera (c’è una ritualità dietro queste cose maaa accidenti ho promesso di non attaccare il pippone).

In questo caso specifico stiamo parlando di una passerella di polietilene il quale, una volta concluso il periodo delle visite, sarà smantellato e riciclato (altra caratteristica della Land Art: il fatto che molto spesso si tratti di istallazioni temporanee, e restituisce a Mamma Natura quel che è di Mamma Natura, come se nulla fosse stato). Il ponte artificiale collega vari punti da una sponda all’altra, addirittura toccando e circondando un isolotto. Il risultato dall’alto dovrebbe essere quello che ci mostra il sito ufficiale dell’evento:

Quel giallo vivace della passerella non può che essere un marchio inequivocabile del passaggio dell’uomo da quelle parti, ma non ha nulla di prepotente nei confronti della natura tanto da danneggiarla – però le dà un valore aggiunt, qualcosa che non ci si aspetta, . È qualcosa di inaspettato, un disegno sull’acqua che oh, non c’entra niente, ma è la firma dell’uomo nella natura, è la dimostrazione che l’uomo può costruire qualcosa senza essere molesto, anzi creando un’estetica nuova e curiosa. Dall’alto realizza un disegno geometrico che non è poi così nuovo tra i progetti dell’autore. Una delle sue primi celebre opere è qualcosa di molto simile:

Christo ci regala qualcosa di prezioso, che in realtà già abbiamo. E non è un regalo riciclato da burini come quando diamo via un profumo che puzza che ci hanno rifilato e noi rifacciamo il pacchetto e lo consegniamo con tanti sorrisi per il compleanno di qualcuno che ci sta antipatico, no. Ci restituisce la bellezza di qualcosa che non consideriamo, che diamo per scontato,ci porta a guardare veramente le cose. Siamo onesti: quanti di noi erano a conoscenza dell’esistenza del Lago d’Iseo e di tutto il circondario? E quanti di coloro che ci sono stati in visita hanno poi ammesso che si tratta di posti bellissimi, dove guardare il tramonto è uno spettacolo? Ecco. Che bel regalo che ci ha fatto, Christo. Ha scelto il Lago d’Iseo tra tutti i posti del Nord Italia che ha visitato, lo ha trovato abbastanza suggestivo e ha voluto restituire anche a noi quello stupore. E quando avrà smantellato tutto, lo stupore e la meraviglia ci saranno rimasti, quelli non saranno riciclati come il polietilene.

Inoltre - Non si tratta soltanto di che cos’è the floating piers – ma anche che cosa ti permette di fare. L’istallazione è aperta h24 e, condizioni meteo permettendo, si può liberamente accedervi e fare quello che si preferisce: sdraiarsi a prendere il sole, affondare i polpacci nell’acqua, camminare scalzi, arrivare al centro del lago e urlare fortissimo. E soprattutto è come camminare sull’acqua (o sul dorso di una balena, suggerisce Christo), una cosa che l’uomo difficilmente può fare senza lo sci nautico o un paio di remi. L’artista ci ha regalato anche la possibilità di fare un’esperienza, ed è bella la libertà che possiamo esercitare sfruttandola. Ho letto di qualche polemica circa le persone che si comportano come se si trattasse di un parco giochi. La mia domanda è: e allora? L’opera è di tutti e per tutti, ognuno può sfruttarla come meglio crede, può sentirsi libero di fare qualsiasi cosa, ed essere parte di questo momento speciale a modo suo; che male c’è se a qualcuno non va di visitare Sulzano ma è venuto soltanto per spararsi qualche selfie con i piedi a mollo? Si parla di opera molto democratica – totalmente a spese dell’autore, che ha coinvolto la gente comune anche nella costruzione della passerella (perché anche la realizzazione dell’opera è parte integrante e necessaria della Land Art) – affinché tutti ne possano divenire parte, che vogliano vivere un’esperienza mistica o divertente, di famiglia o in solitudine. Quello che importa davvero è ritagliarsi quel paio d’ore per godersi una cosa speciale e bella e unica ed effimera e riscoprire la bellezza di certe cose, quando siamo bombardati continuamente da palate di letame quotidiano.