strade buie

“Vorrei che tu venissi da me in una sera d’inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo. […] Insieme, senza saperlo, di là forse guardammo entrambi verso la vita misteriosa, che ci aspettava. Ivi palpitarono in noi per la prima volta pazzi e teneri desideri. “Ti ricordi?” ci diremo l’un l’altro, stringendoci dolcemente, nella calda stanza, e tu mi sorriderai fiduciosa mentre fuori daran tetro suono le lamiere scosse dal vento.

 […] Vorrei con te passeggiare, un giorno di primavera, col cielo di color grigio e ancora qualche vecchia foglia dell’anno prima trascinata per le strade dal vento, nei quartieri della periferia; e che fosse domenica. In tali contrade sorgono spesso pensieri malinconici e grandi, e in date ore vaga la poesia congiungendo i cuori di quelli che si vogliono bene. Nascono inoltre speranze che non si sanno dire, favorite dagli orizzonti sterminati dietro le case, dai treni fuggenti, dalle nuvole del settentrione. Ci terremo semplicemente per mano e andremo con passo leggero, dicendo cose insensate, stupide e care. Fino a che si accenderanno i lampioni e dai casamenti squallidi usciranno le storie sinistre delle città, le avventure, i vagheggiati romanzi. E allora noi taceremo, sempre tenendoci per mano, poiché le anime si parleranno senza parola.

 […] Vorrei anche andare con te d’estate in una valle solitaria, continuamente ridendo per le cose più semplici, ad esplorare i segreti dei boschi, delle strade bianche, di certe case abbandonate. Fermarci sul ponte di legno a guardare l’acqua che passa, ascoltare nei pali del telegrafo quella lunga storia senza fine che viene da un capo del mondo e chissà dove andrà mai. E strappare i fiori dei prati e qui, distesi sull’erba, nel silenzio del sole, contemplare gli abissi del cielo e le bianche nuvolette che passano e le cime delle montagne. Tu diresti “Che bello!”. Niente altro diresti perché noi saremmo felici; avendo il nostro corpo perduto il peso degli anni, le anime divenute fresche, come se fossero nate allora.

 […] Vorrei pure – lasciami dire – vorrei con te sottobraccio attraversare le grandi vie della città in un tramonto di novembre, quando il cielo è di puro cristallo. Quando i fantasmi della vita corrono sopra le cupole e sfiorano la gente nera, in fondo alla fossa delle strade, già colme di inquietudini. Quando memorie di età beate e nuovi presagi passano sopra la terra, lasciando dietro di sé una specie di musica. Con la candida superbia dei bambini guarderemo le facce degli altri, migliaia e migliaia, che a fiumi ci trascorrono accanto. Noi manderemo senza saperlo luce di gioia e tutti saran costretti a guardarci, non per invidia e malanimo; bensì sorridendo un poco, con sentimento di bontà, per via della sera che guarisce le debolezze dell’uomo.

 […] Ma tu - adesso ci penso - sei troppo lontana, centinaia e centinaia di chilometri difficili a valicare. Tu sei dentro a una vita che ignoro, e gli altri uomini ti sono accanto, a cui probabilmente sorridi, come a me nei tempi passati. Ed è bastato poco tempo perché ti dimenticassi di me. Probabilmente non riesci più a ricordare il mio nome. Io sono ormai uscito da te, confuso tra le innumerevoli ombre. Eppure non so pensare che a te, e mi piace dirti queste cose.“ 

 - D. Buzzati, "Gli inviti superflui" 
- G. Klimt, dettaglio de "Il bacio”

Ciao, come stai?
Spero bene, spensierata, guarita..
Io non lo so, non lo posso sapere.
Anche tu dici così, dici che certe volte è meglio non saperlo come stiamo, che una bugia ingannevole è più semplice da digerire di una futile verità.
Ma da quando?
Sembri così forte, così imbattibile, quando si tratta degli altri sei sempre la prima a difenderli
E quando si parla di te tendi quasi ad autodistruggerti.
Hai sempre paura di disturbare, di sbagliare. Nascondi la tua insicurezza in un velo di fredda indifferenza.
E gli altri?
Si sentono tutti in dovere di dirti qualcosa, e ti senti così poco a tuo agio accanto ai professori e i compagni. Tu lo sai cosa pensano, ti considerano stupida,  strana, minorata. La gente ti fa sentire inferiore e glielo permetti. Vorresti solo allontanarti da loro, ma non hai nessun posto dove andare. Dici che è difficile capire perchè ti senti così, è difficile togliere tutti quei sassi chiamati paura.
Insisto.
Voglio riprovarci, come stai? Pensi ti ritengo pazza?
No, penso solo che tu abbia tanto dolore e che tu non sappia come gestirlo
Lo so, è un qualcosa che non riesci ad ignorare, che cancella tutti gli altri pensieri, tutto il resto del mondo. Non riesci a pensare ad altro che alla tua sofferenza, ti travolge, le permetti prendere tutto il meglio di te rimasto, ed è assurdo come il dolore mentale sia più lancinante di quello fisico.
Piangi sola, quasi di nascosto e ti chiedi come fanno gli altri a non notare il tuo disagio.
Quanto vorresti che qualcuno ti capisse, che qualcuno ti aiutasse, e poi ti rendi conto che non sapresti neanche spiegare il motivo per cui stai male.
Non hai un rifugio, un posto da chiamare casa.
Sei sempre stata tu la tua famiglia, quando ti trovi ad affrontare qualcosa di nuovo a volte scegli strade buie, dici che preferisci percorrere da sola, per non coinvolgere nessun altro. Ma lo so che pensi semplicemente che a nessuno possa importare del tuo dolore.
Ma sai una cosa?
Tu sei così come sei, e va ben. Non devi sempre abbandonarti, puoi scegliere. Scegli l'amore, non la diffidenza
Le tue idee, le tue convinzioni, non le aspettative altrui, scegli di vivere per scelta e non per caso. E ricordati che per brillare non devi oscurare nessuno
Oh dolce creatura ma come fai a non vedere che splendi di tanta bellezza? Sei un’alba. Hai avuto una vita dura e il dolore e le avversità hanno lasciato su di te il loro segno,
Ad un certo punto ti devi il meglio, perché meriti di stare bene, e fidati che succederà, e sarai felice di non aver deciso di lasciarti andare.
Tu vali la pena di essere vissuta.
Abbi cura di splendere.
— 

Strana-ostinata

Sei il mio smalto sempre nero,che mi ostino a non voler cambiare.Sei i miei capelli, che la piastra non la vedono più.Sei il mio eyeliner mai mancante.Sei le mie cuffiette blu,sei il mio AHS al sabato sera.Sei il quintale di lacrime che verso di notte e anche quando rido…che poi vorrei che capissi che a volte quando piango mentre rido sto male sul serio.Sei i miei ‘wtf?!’ e le canzoni nella mia playlist,sei il cibo che ora faccio fatica a mangiare.Sei il primo VERO e Unico mio sorriso.Sei le strade buie che ho paura di percorrere da sola ma che amo percorrere se sono con te,la freddezza con cui pronuncio alcune parole.Sei le mie parole alla cazzo e il mie bestemmie migliori.Sei i miei capelli lavati ed asciugati alle undici di sera e il mio non far nulla pomeridiano.Sei il menefreghismo che mi sta possedendo ormai e pure l'entusiasmo che mi portata in alto sulla luna solo quando sto con te,anche se è giorno.Sei ogni rosa che vedo, la parola fretta, per me. 
Sei i libri.Sei l'arte,sei l'arte che siamo assieme. 

SEI LA MIA MIGLIORE AMICA,SPERO QUESTO SIA CHIARO.

Inviti superflui, Dino Buzzati

Vorrei che tu venissi da me in una sera d'inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo. Per gli stessi sentieri fatati passammo infatti tu ed io, con passi timidi, insieme andammo attraverso le foreste piene di lupi, e i medesimi geni ci spiavano dai ciuffi di muschio sospesi alle torri, tra svolazzare di corvi. Insieme, senza saperlo, di là forse guardammo entrambi verso la vita misteriosa, che ci aspettava. Ivi palpitarono in noi per la prima volta pazzi e teneri desideri. “Ti ricordi?” ci diremo l'un l'altro, stringendoci dolcemente, nella calda stanza, e tu mi sorriderai fiduciosa mentre fuori daran tetro suono le lamiere scosse dal vento.
Ma tu -ora mi ricordo- non conosci le favole antiche dei re senza nome, degli orchi e dei giardini stregati. Mai passasti, rapita, sotto gli alberi magici che parlano con voce umana, né battesti mai alla porta del castello deserto, né camminasti nella notte verso il lume lontano lontano, né ti addormentasti sotto le stelle d'Oriente, cullata da piroga sacra. Dietro i vetri, nella sera d'inverno, probabilmente noi rimarremo muti, io perdendomi nelle favole morte, tu in altre cure a me ignote. Io chiederei “Ti ricordi?”, ma tu non ricorderesti.
Vorrei con te passeggiare, un giorno di primavera, col cielo di color grigio e ancora qualche vecchia foglia dell'anno prima trascinata per le strade dal vento, nei quartieri della periferia; e che fosse domenica. In tali contrade sorgono spesso pensieri malinconici e grandi, e in date ore vaga la poesia congiungendo i cuori di quelli che si vogliono bene. Nascono inoltre speranze che non si sanno dire, favorite dagli orizzonti sterminati dietro le case, dai treni fuggenti, dalle nuvole del settentrione. Ci terremo semplicemente per mano e andremo con passo leggero, dicendo cose insensate, stupide e care. Fino a che si accenderanno i lampioni e dai casamenti squallidi usciranno le storie sinistre delle città, le avventure, i vagheggiati romanzi. E allora noi taceremo, sempre tenendoci per mano, poichè le anime si parleranno senza parola.
Ma tu -adesso mi ricordo- mai mi dicesti cose insensate, stupide e care. Né puoi quindi amare quelle domeniche che dico, né l'anima tua sa parlare alla mia in silenzio, né riconosci all'ora giusta l'incantesimo delle città, né le speranze che scendono dal settentrione. Tu preferisci le luci, la folla, gli uomini che ti guardano, le vie dove dicono si possa incontrar la fortuna. Tu sei diversa da me e se venissi quel giorno a passeggiare, ti lamenteresti di essere stanca; solo questo e nient'altro. Vorrei anche andare con te d'estate in una valle solitaria, continuamente ridendo per le cose più semplici, ad esplorare i segreti dei boschi, delle strade bianche, di certe case abbandonate. Fermarci sul ponte di legno a guardare l'acqua che passa, ascoltare nei pali del telegrafo quella lunga storia senza fine che viene da un capo del mondo chissà dove andrà mai. E strappare i fiori dei prati e qui, distesi sull'erba, nel silenzio del sole, contemplare gli abissi del cielo e le bianche nuvolette che passano e le cime delle montagne. Tu diresti “Che bello!”. Niente altro diresti perché noi saremmo felici; avendo il nostro corpo perduto il peso degli anni, le anime divenute fresche, come se fossero nate allora.
Ma tu -ora che ci penso- tu ti guarderesti attorno senza capire, ho paura, e ti fermeresti preoccupata a esaminare una calza, mi chiederesti un'altra sigaretta, impaziente di fare ritorno. E non diresti “Che bello!”, ma altre povere cose che a me non importano. Perchè purtroppo sei fatta così. E non saremmo neppure per un istante felici.
Vorrei pure -lasciami dire- vorrei con te sottobraccio attraversare le grandi vie delle città in un tramonto di novembre, quando il cielo è di puro cristallo. Quando i fantasmi della vita corrono sopra le cupole e sfiorano la gente nera, in fondo alla fossa delle strade, già colme di inquietudini. Quando memorie di età beate e nuovi presagi passano sopra la terra, lasciando dietro di sé una specie di musica. Con la candida superbia dei bambini guarderemo le facce degli altri, migliaia e migliaia, che a fiumi ci trascorrono accanto. Noi manderemo senza saperlo luce di gioia e tutti saran costretti a guardarci, non per invidia e malanimo; bensì sorridendo un poco, con sentimento di bontà, per via della sera che guarisce le debolezze dell'uomo.
Ma tu -lo capisco bene- invece di guardare il cielo di cristallo e gli aerei colonnati battuti dall'estremo sole, vorrai fermarti a guardare le vetrine, gli ori, le ricchezze, le sete, quelle cose meschine. E non ti accorgerai quindi dei fantasmi, né dei presentimenti che passano, né ti sentirai, come me, chiamata a sorte orgogliosa. Né udresti quella specie di musica, né capiresti perchè la gente ci guardi con occhi buoni. Tu penseresti al tuo povero domani e inutilmente sopra di te le statue d'oro sulle guglie alzeranno le spade agli ultimi raggi. Ed io sarei solo. È inutile. Forse tutte queste sono sciocchezze, e tu migliore di me, non presumendo tanto dalla vita. Forse hai ragione tu e sarebbe stupido tentare.
Ma almeno, questo sì almeno, vorrei rivederti. Sia quel che sia, noi staremo insieme in qualche modo, e troveremo la gioia. Non importa se di giorno o di notte, d'estate o d'autunno, in un paese sconosciuto, in una casa disadorna, in una squallida locanda. Mi basterà averti vicina. Io non starò qui ad ascoltare -ti prometto- gli scricchioli misteriosi del tetto, né guarderò le nubi, né darò retta alle musiche o al vento.
Rinuncerò a queste cose inutili, che pure io amo. Avrò pazienza se non capirai ciò che ti dico, se parlerai di fatti a me strani, se ti lamenterai dei vestiti vecchi e dei soldi. Non ci saranno la cosiddetta poesia, le comuni speranze, le mestizie così amiche all'amore. Ma io ti avrò vicina. E riusciremo, vedrai, a essere abbastanza felici, con molta semplicità, uomo con donna solamente, come suole accadere in ogni parte del mondo.
Ma tu -adesso ci penso- sei troppo lontana, centinaia e centinaia di chilometri difficili a valicare. Tu sei dentro a una vita che ignoro, e gli altri uomini ti sono accanto, a cui probabilmente sorridi, come a me nei tempi passati. Ed è bastato poco tempo perchè ti dimenticassi di me. Probabilmente non riesci più a ricordare il mio nome. Io sono ormai uscito da te, confuso fra le innumerevoli ombre. Eppure non so pensare che a te, e mi piace dirti queste cose.

“Io sono forse un fanciullo
che ha paura dei morti,
ma che la morte chiama
perché lo sciolga da tutte le creature:
i bambini, l'albero, gli insetti;
da ogni cosa che ha cuore di tristezza.

Perché non ha più doni
e le strade son buie,
e più non c'è nessuno
che sappia farlo piangere
vicino a te. Signore…”

“I am perhaps a child who is afraid of deads,                                                        but is allure by death,                                                                                          so that to free him from all the creatures:                                                      children, tree, bugs;                                                                                        from everything that has heart of sadness.

 Because he has no more gifts                                                                          and the streets are dark                                                                                    and now no one is left                                                                                      who can make him cry                                                                                          next to you, My Lord…”

- S. Quasimodo.                                                                                                    [My translation]

Gran serata in città

ubriaco nelle strade buie di qualche città,
è notte, ti sei perso, dov'è la tua
stanza?
entri in un bar per ritrovare te stesso,
ordini scotch con acqua.
dannato bancone bagnato fradicio, ti inzuppa
una manica della
camicia.
è un posto squallido – lo scotch è annacquato.
ordini una bottiglia di birra.
Madama Morte ti tiene vicino
indossa un vestito.
si siede, le offri una
birra, lei puzza di palude, ti appoggia
una gamba contro.
il barista sogghigna.
lo stai facendo preoccupare, non
capisce se sei uno sbirro, un killer, un
pazzo o un
idiota.
ordini una vodka.
rabbocchi con la vodka la
bottiglia di birra.
è l'una di notte in un mondo carogna.
le chiedi quanto per un pompino,
scoli tutto, sa
di olio per auto.

pianti lì Madama Morte,
pianti lì il barista
sogghignante.
ti sei ricordato dove
è la tua stanza.
la stanza con la bottiglia piena di
vino sul comò.
la stanza della danza degli
scarafaggi.

la Perfezione sta nelle Stelle
dove l'amore è morto

ridendo.

— Charles Bukowski

Ascoltavo la pioggia
supplicare a quel tempo
solo un fragile silenzio.

Crescevano sogni
dai profumi di lavanda
fra i colori opachi
di un pittore e le sue false tele.

Percussioni d'amore
tra i lunghi vicoli del tempo
strade lontane
buie
solitarie.

Implorava la pioggia
colava ancor calda
fra gli zigomi del viso,
raccontando segreti
poetando fra le labbra.

~

Ylenia Monelli, @agosto2017

Giornata di pioggia a Mantova… io in macchina…
Foto personale
Sinapsi (Pagina Fb)

Adolescenza.
Sigarette da nascondere,amori che vanno e vengono,nascono le più belle amicizie,la sera fuori fino a tardi,il primo bacio,le cose sotto la pioggia,i rimproveri dei genitori,i brutti voti a scuola,la voglia di viaggiare,di scoprire,di fare esperienze di vita,scattarsi fotografie da ubriachi con gli amici per riguardare gli attimi prima della sbornia dopo una dose di moment per placare il mal di testa,concerti,vivere di musica,innamorarsi del cantante che poi diventerà il nostro preferito,riempire le mensole di cd di persone che senza conoscerti ti hanno salvato,i messaggi su whatsapp dopo la mezzanotte con il ragazzo che ci piace,i post su facebook di citazioni che hai detto da ubriaco sui cui ridere per poi dimenticarli,conoscere gente nuova per poi guardarla andare via,gli accendini rubati,i graffiti,le frasi sui diari,gli autobus persi,le persone ritrovate,sfrecciare per le strade buie in motorino con gli amici,ridere a crepapelle per delle stronzate dette senza un principio di logica,i libri di scuola con pagine spiegazzate su cui è scritto il nome della nostra cotta,il banco di scuola pieno di scritte,di pezzi di vita,di parti di te.

Adolescenza.
Nascono i grandi problemi,bulimia,autolesionismo,anoressia,voglia di tentare il suicidio perché troppo fragili per sopportare tutta la merda che ci circonda.
i genitori che non capiscono cosa stiamo affrontando,dei pericoli che affrontiamo ogni giorno.
Si preoccupano di più per i brutti voti a scuola,per gli incidenti che potresti fare se ti comprassero il motorino anziche per tutte le offese che ricevi ogni giorno per cui riempi le tue braccia di tagli per provare a sovrastare il dolore che ti dilania il cuore,che ti disintegra il fegato,che ti distrugge dall’interno.
Considerano la musica inutile ed una perdita di tempo,considerano i soldi spesi in cd come denaro buttato al vento,considerano le amicizie pericolose e si lamentano del puzzo di fumo sui vestiti e sui capelli.
Ti trattano come se tu non sapessi cosa fare della tua vita,ti impongono scelte di vita che loro,alla nostra età,non hanno potuto fare.

La conclusione è,l’adolescenza è il periodo più bello che un ragazzo possa vivere,il periodo in cui si può sbagliare,il periodo in cui si può realmente vivere.
L’adolescenza è il periodo più bello e complicato della nostra vita.

—  occhicoloralluminio
Vorrei che tu venissi da me in una sera d’inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo.
—  Dino Buzzati, Infiniti Superflui.
Vorrei che tu venissi da me in una sera d’inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo
—  Dino Buzzati, “Inviti superflui”
Vorrei che tu venissi da me in una sera d’inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo.
—  Dino Buzzati “Inviti superflui” 

anonymous asked:

Il bello di lei è che non ti annoi mai, anche quando sta in silenzio. Conosce le strade più nascoste e buie della nostra città e riesce a farmi apprezzare le più vaste e trafficate. Vede il mondo in un modo particolare e sono innamorato anche di questo e dei suoi pensieri. Vorrei che mi raccontasse tutto ciò che la attraversa la mente. Vorrei conoscerla meglio. Ma lei mi concede pochi pezzi di sé. Oggi le dirò che sono innamorato, oggi glielo dirò.

Sei una persona dolcissima.