storico'

anonymous asked:

descrivi un pensiero filosofico che ti piace molto?

Quello di Nietzsche.
Ora non sto qui a raccontarvi vita morte e miracoli della sua vita anche se è molto importante per capire il suo pensiero ma vado diretta al punto.
Partiamo dal presupposto che, secondo Nietzsche, “non ci sono fatti ma ci sono solo interpretazioni”: detto in altre parole, non ci sono opinioni giuste o opinioni sbagliate, ma diverse interpretazioni delle cose in base a come ognuno di noi le vede.
Critica quindi il cristianesimo, il libero arbitrio, e la differenza tra bene e male che è imposta dalla società in quanto accecano l'uomo e gli impediscono di vivere la vita reale proiettando i suoi desideri in qualcos'altro (nel cristianesimo in una vita ultraterrena, negli altri casi nel procurare piacere a chi lo comanda). Per lui quindi il suo periodo storico è caratterizzato da decadenza, da un mondo in cui i più forti vincono sui più deboli (cosa vera tutt'oggi). Secondo lui quindi l'uomo per essere felice deve dimenticare il passato, tutto ciò che è stato prima di lui, eliminare il suo passato oppressivo per instaurare qualcosa di nuovo, per credere in se stesso e non affidare il suo destino a qualcun altro.
Di qui viene la frase che mi tatuerò “per ogni agire ci vuole oblio”. Ciò significa che, per vivere il presente, è necessario dimenticare il passato che, altrimenti ci sovrasterebbe, ci schiaccerebbe.

Questa è solo una piccola parte, purtroppo non è facile spiegare il suo pensiero parlando di una singola cosa perché nella sua filosofia è tutto un incatenarsi di cose che si capiscono solo se viste tutte insieme.

Provo a fare un post diverso...

… non perché non ci sia bisogno della memoria solida, classica ed importante del messaggio storico e civile generale né perché io mi illuda che tutti sappiano davvero quanto orribile è stato ciò che ricordiamo oggi, ma perché voglio ricordare che chi era nei campi erano a tutti gli effetti persone. E, come tutte le persone, avevano dei lavori, delle passioni, dei talenti. Alcuni di loro erano artisti.

Ho pensato in questo post di proporvi alcune opere ed artisti legati ai campi di concentramento, che li hanno vissutiQuesto post ha delle biografie brevissime e non dà un commento artistico che probabilmente lo renderebbe troppo esteso per il sito e l’attention span generale, ho voluto lasciare solo degli spunti. Magari vedendo una di queste opere e leggendo una breve storia vi verrà voglia di approfondire uno o due di questi artisti… questa è la mia speranza.

Chi volesse una versione più estesa, può chiederla in privato. 

Zoran Mušič

Sloveno, deportato nel novembre 1944 a Dachau. Riuscì a ritrarre segretamente la vita del campo in circostanze estremamente difficili e pericolose, continuando a disegnare durante la prigionia; tra il 1970 e il 1976, cominciò la serie Noi non siamo gli ultimi (Nous ne sommes pas les derniers), in cui trasformò il terrore e l'inferno della prigionia nel campo di concentramento di Dachau in documenti di una tragedia universale.


David Olère

Arrestato nel 1943, Olère fu portato prima a Drancy e poi deportato ad Auschwitz con circa altri 1000 ebrei, di cui solo 120 selezionati abili al lavoro. Registrato nel Sonderkommando di Birkenau, ne fu sempre tormentato nei sensi di colpa, pur sapendo di non avere alcuna scelta. Fu anche forzato a lavorare come illustratore, scrittore e decoratore di lettere per le SS. Fu coinvolto nella marcia della morte, raggiungendo Mauthausen e Ebensee, dove rimase fino alla liberazione. 

Cominciò a disegnare negli ultimi giorni nel campo e il suo lavoro è una testimonianza unica, non essendoci foto di ciò che succedesse all’interno delle camere a gas ed essendo l’unico artista del Sonderkommando sopravvissuto.


Aldo Carpi

Su delazione di un collega, è arrestato nel 44 e deportato a Mauthausen e poi a Gusen: riesce a documentare la vita e la morte nel campo di concentramento tramite moltissimi disegni. Rientrato in Italia l’anno successivo, viene acclamato direttore dell'Accademia di Brera.


Alice Lok Cahana

Ungherese, arrivò ad Auschwitz-Birkenau appena adolescente e vide anche Begen-Belsen e Guben. Parte della sua famiglia sopravvisse grazie al diplomatico svedese Raoul Wallenberg, cui Alice dedicò moltissimi lavori. Fu liberata nel 1945 insieme alla sorella Edit e da allora scrisse e dipinse dell’Olocausto senza sosta.


Shelomo Selinger

Ebreo polacco, fu deportato nel 1943 a Faulbruck con suo padre. Sua madre e le sorelle morirono, mentre lui sopravvisse a ben nove campi e due marce della morte. Fu scoperto vivo in una pila di cadaveri quando l’armata rossa liberò Terezin. Recuperò la salute ma perse la memoria per sette anni per il trauma. E’ opera sua il monumento nell’ex campo di Drancy.


Alfred Tibor

Ungherese, gli fu negato il sogno di diventare un ginnasta per via della fede ebraica, che lo portò all’espulsione dalla olimpiadi estive negli anni 30. Nel 40 fu mandato ai lavori forzati in un campo dell’esercito ungherese, ma fu catturato e mandato nei campi di prigionia per più di sei anni e uno dei due uomini sopravvissuti dei 270 del suo battaglione.


Dina Babbitt

Imprigionata ad Auschwitz, fu costretta per salvare la vita della madre ad obbedire al dottor Mengele, che le commissionò disegni dei prigionieri Rom e dei suoi atroci esperimenti. Fuggita in America nel dopoguerra e diventata un’animatrice, Dina avrebbe voluto i disegni distrutti, ma ottenne sempre un secco rifiuto. La sua storia fu raccontata nel documentario Eyewitness (1999) e in una graphic novel scritta per perorare la sua cause nel riavere i dipinti.


Alina Szapocznikow

Nata a Kalisz da una famiglia di medici, crebbe nella Polonia occupata e spese la maggior parte dell’adolescenza nei ghetti, lavorando come infermiera. Vide morire il padre nel 38 e il ghetto liquidato nel 42. Insieme a sua madre, fu deportata ad Auschwitz, Bergen-Belsen e Terezin.

insorgenze.net
Il documento shock del ministero dell’Interno, «CasaPound? Solo bravi ragazzi» | Insorgenze

Rivelazioni – La sconcertante nota informativa della Polizia di prevenzione che sdogana i neofascisti di CasaPound

Una organizzazione di bravi ragazzi molto disciplinatii, con «uno stile di militanza fattivo e dinamico ma rigoroso nelle rispetto delle gerarchie interne» sospinti dal dichiarato obiettivo «di sostenere una rivalutazione degli aspetti innovativi e di promozione sociale del ventennio». Chi scrive non è uno storico ma un funzionario della polizia di Stato. Si tratta di un documento (protocollo N.224/SIG. DIV 2/Sez.2/4333) della Direzione centrale della Polizia di prevenzione che porta la data dell’11 aprile 2015, con sigla in calce del direttore centrale, prefetto Mario Papa, allegato dal legale di CasaPound Italia in una causa civile che vede coinvolta l’organizzione dei “fascisti del terzo millennio”, sulla base di una ordinanza emessa dal giudice.
Il testo della informativa che potete leggere in integrale qui sotto fa ricorso ad un’abile strategia linguistica che tende ad eufemizzare i passaggi più scomodi. Non viene opportunamente mai citato il termine fascismo, né tantomeno si precisa che fu una dittatura, al suo posto si usa un sinonimo neutralizzante come «ventennio», di cui si da acriticamente atto della possibilità di rivalutarne «gli aspetti innovativi di promozione sociale».
La prosa, del tutto inusuale per una nota informativa degli organismi di Polizia, lascia trasparire una chiara empatia, quasi una sorta di compiacimento che rasenta l’agiografia quando si valorizzano le capacità politiche del gruppo «facilitato dalla concomitante crisi delle compagini della destra radicale e dalla creazione di ampi spazi politici che Casa Pound si è dimostrata pronta ad occupare». Il passaggio successivo è piaggeria pura: «Il risultato è stato conseguito anche attraverso l’organizzazione di innumerevoli convegni e dibattiti cui sono frequentemente intervenuti esponenti politici, della cultura e del giornalismo anche di diverso orientamento politico».
Ma il meglio deve ancora venire. L’autore del testo nel periodo che segue valorizza la «progettualità» chiaramente xenofoba del gruppo «tesa al conseguimento di un’affermazione del sodalizio al di là dei rigidi schemi propri delle compagini d’area», come se in passato tra le “compagini d’area“ non ci fossero state allenze politico-elettorali con il centrodestra. Prova ne sarebbero – prosegue la nota – «le recenti intese con la Lega Nord, di cui si condividono le istanze di sicurezza e l’opposizione alle politiche immigratorie, con la creazione della sigla “Sovranità – Prima gli Italiani” a sostegno della campagna elettorale del leader leghista».
Dal punto di vista politico è questo il fulcro della informativa, redatta in prossimità di quello che i giornali hanno definito il «patto del Brancaccio», al momento della venuta di Salvini a Roma.
Precauzioni semantiche di un funzionario che guarda avanti e non vuole avere guai in futuro? Operazione di restyling preparata a tavolino?
Forse qualcuno tra i banchi del parlamento e sui giornali dovrebbe chiedere al ministro dell’Interno Alfano una spiegazione in proposito.
Non è finita qui!
La nota informativa ci riserva altre sorprese quando l’estensore, quasi immerso in un brodo di giuggiole, descrive «l’impegno primario» di CasaPound volto alla «tutela delle fasce deboli attraverso la richiesta alle amministrazioni locali di assegnazione di immobili alle famiglie indigenti, l’occupazione di immobili in disuso, la segnalazione dello stato di degrado di strutture pubbliche per sollecitare la riqualificazione e la promozione del progetto “Mutuo Sociale”».
E se non li conoscete: «L’attenzione del sodalizio è stata rivolta anche alla lotta al precariato ed alla difesa dell’occupazione attraverso l’appoggio ai lavoratori impegnati in vertenze occupazionali e le proteste contro le privatizzazioni delle aziende pubbliche».
La strategia dissimulativa e imitativa di CasaPound viene descritta nella nota come un ampliamento delle tematiche di intervento «in passato predominio esclusivo della contrapposta area politica, quali il sovraffollamento delle carceri, o la promozione di campagne animaliste contro la vivisezione e l’utilizzo di animali in spettacoli circensi» e per finire ci sono pure gli aspetti ludici. Davvero non manca nulla!

A questo punto vorremmo sapere se esiste una analoga nota informativa che descrive con le stesse modalità linguistiche la pluiridecennale attività dei movimenti di estrema sinistra e dei Centri sociali in favore della lotta per la casa, delle occupazioni di immobili abbandonati, contro la speculazione edilizia, contro tutte le forme di precariato, le carceri, ecc. Attività duramente perseguite con accuse addirittura di racket e richiamo di reati associativi. E sì,  perché comunque la si voglia mettere dal punto di vista del codice penale si tratta di azioni illegali, che tuttavia se commesse da CasaPound perdono questa connotazione per divenire unicamente esempi di azioni verso il prossimo.

E la violenza? Le azioni squadristiche, le spedizioni punitive che hanno visto coinvolti non solo i militanti ma soprattutto i quadri dirigenti, centrali e locali, del gruppo?
Anche qui la tecnica narrativa è quella di ridimensionare e scindere le responsabilità individuali da quelle organizzative. In sostanza CasaPound, associazione «rigorosa nel rispetto delle gerarchie interne», non c’entra. La colpa è di alcuni suoi militanti indisciplinati (e le gerarchie?), in particolare quelli infiltrati «nel mondo delle tifoserie ultras calcistiche, ambito in cui l’elemento identitario si coniuga a quello sportivo divenendo spesso il pretesto per azoni violente nei confronti di esponenti di opposta ideologia anche fuori dagli stadi».
Dunque «anche fuori dagli stadi», il lapsus è sfuggito alla penna dell’estensore che subito corre ai ripari: «il sodalizio organizza con regolarità, sull’intero territorio nazionale, iniziative propagandistiche e manifestazioni nel rispetto della normativa vigente e senza dar luogo ad illegalità e turbative dell’ordine pubblico».
Purtroppo ci sono delle mele marce che rovinano il cesto e l’estensore del testo deve rilevare «che all’interno del movimento militano elementi inclini all’uso della violenza, intesa come strumento ordinario di confronto e di affermazione politica oltre che quale metodo per risolvere controversie di qualsiasi natura».
Come possano degli individui, che le cronache spesso ci raccontano posti ai vertici delle strutture centrali e locali, agire così indisciplinatamente all’interno di una organizzazione descritta per la sua apicalità, e «rispetto delle gerarchie interne», vorremmo capirlo?
La contraddizione nel testo è palese ed esplode perché tutti i tentativi di eufemizzazione alla fine devono confrontarsi con i fatti. E i fatti urlano!

While everyone pay to see the “Storico Carnevale d'Ivrea”, nobody seems to know that in those same days, not too far from Ivrea, there’s the “Storico Carnevale d'Albiano”. Which is exactly the same as the Carnevale d'Ivrea (with a “Mugnaia”, a “Generale”, etc), complete with “battaglia delle arance”. This carnevale is only in a smaller scale and you don’t need to pay for no tickets at all! If you’re a broke guy and still wish to live the “magia del carnevale”, this is a perfect alternative! :D

Submitted by: anon

Vivo in un periodo storico distrutto dalla crisi, dalle guerre e dal menefreghismo. Passeggio per le strade luride e maleodoranti con le cuffie nelle orecchie, con la gente che non si guarda nemmeno in faccia. Vedo la spazzatura rotolare via con il vento e persone rovistarci in mezzo per trovare cibo, vestiario. Ragazzi scuri evitati dalla “razza bianca” e gente che invece che chiamarlo Dio lo chiama Hallah, isolata dall'ignoranza e dalla paura infondata del diverso.
Osservo persone sdraiate a suonare con davanti un cappello pieno di spiccioli che gioisce accarezzando il proprio cane,compagno di fredde notti alla ghiaccio.
Mi meraviglio della mia generazione vestita di pantaloni “risvoltinati” e che non azzecca un congiuntivo nemmeno con l'allineamento degli astri, ma anche con ragazzi intelligenti e presi di mira perché diversi.
Mi chiedo come finirà: se questa povertà conquisterà l'Italia o se magari qualcuno si sveglierà e cambierà le cose. E con qualcuno, intendo tutti quanti.
Tutti noi. Nessuno escluso.
Perché i qualcuno non sono nessuno e gli altri, ricordatevelo, siamo noi.


3/02/16

Ho sempre pensato che la storia prima o poi mi (a me e a quelli che la vedono come me) darà ragione. Non su tutto. Sono certa che su tante cose mi stia sbagliando, ma su altre ho la certezza di essere nel giusto. Sì, nel giusto.

Eppure, questo pensiero del riconoscimento storico è proprio uno di quelli su cui sono meno sicura.Perché io ad una certa mi stanco di stare a ripetere perché è giusto (e ovvio) che due persone dello stesso sesso debbano sposarsi se vogliono. Perché io ad una certa mi stanco di spiegare perché i bambini debbano essere vaccinati. Perché io ad una certa mi stanco di spiegare perché mio padre fa la chemio e no non smetterà per bere solo centrifughe di cavolo sperando così di guarire. 

Il problema è proprio questo.

IO.

MI.

STANCO.

E invece voi che blaterate le vostre teorie senza un fondamento, il vostro odio senza razionalità. Voi, non vi stancate mai.

E allora forse penso che alla fine vincerete voi.E questo mi dà la forza per continuare un altro po’, per superare la stanchezza.

Perché non ve la posso dare vinta.

Mai. 

Ieri sera ho pensato “Domani (che poi sarebbe oggi) cascasse il mondo non mi alzo dal letto almeno fino alle 9.30”.
Poi alle 7.30 il cane ha cominciato a piangere e quindi sono già ben sveglia e vi dirò di più, vado anche a comprare le cose per il tiramisù per prendere due kg in due giorni.
Devo consolarmi ché stanotte ho sognato gente che ha smesso di parlarmi e forse non doveva succedere epppperció fino a che non avrò pianto le lacrime interiori mangiando dolcetti e schifezze non sarò felice oggi.

Vi son de’ momenti in cui l'animo, particolarmente de’ giovani, è disposto in maniera che ogni poco d'istanza basta a ottenerne ogni cosa che abbia un'apparenza di bene e di sacrifizio: come un fiore appena sbocciato, s'abbandona mollemente sul suo fragile stelo, pronto a concedere le sue fragranze alla prim'aria che gli aliti punto d'intorno. Questi momenti, che si dovrebbero dagli altri ammirare con timido rispetto, son quelli appunto che l'astuzia interessata spia attentamente, e coglie di volo, per legare una volontà che non si guarda.
—  I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni , capitolo X
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Speak Juso

La situazione è questa: io (+2), un aggeggio per mixare, un paio di casse e un pc per lo Speak Juso.
Intendiamoci, uno Juso è un locale tipico dei centri storici, ma ancor di più è un locale appartenente alla tradizione putignanese in concomitanza con la venuta del Carnevale. Uno Juso è la cosiddetta cantina che, anni fa, prima della paura dilagante che ci spinge a chiudere tutte le porte, porticine, finestre e finestrelle delle nostre case sicure, veniva lasciata aperta alla mercé di tutti: gente di paese, gente di città, forestieri, stranieri, saltimbanchi, donne, vecchi e bambini. Ora, nell'attuale duemilasedici, ma anche diversi anni fa, si è persa questa usanza e gli jusi sono stati chiusi per sicurezza, il vino a decantare e la gente ognuna a casa propria, fino a quando è tornato, assieme al mal tempo alle maschere, il Carnevale di chi ride sempre. Gli jusi si sono aperti e per quest'anno ho deciso di vivere la festa, perché è una festa gloriosa, senza tempo, anche se siamo arrivati alla 622esima edizione, e poi si conclude nel migliore dei modi durante il Martedì Grasso, dove le persone non vestono costumi, non interpretano i giullari, né si infilano maschere, ognuno è sé stesso seppur ubriaco fradicio e tutti ci si vuol bene, tra una chiacchiera e una risata amara.

Di Storia, Uomini, Musei e campi di concentramento.

Ho visitato il “Museo Statale di Auschwitz-Birkenau”, nella cittadina polacca di Oświęcim, il 22 agosto 2014.

Stavamo girando la Polonia in auto, alla scoperta del paese che ho iniziato ad amare per le poesie di Wislawa Szymborska.

Ricordo che c'erano pochissimi cartelli stradali che indirizzavano alla città, che pure è di interesse storico.

E pochi, e sobri, erano i cartelli con le indicazioni del “KM (Konzentrationslager Museum) Auschwitz-Birkenau”.

La sensazione fu che non si volesse spettacolarizzare una ferita che, sostanzialmente, resta aperta.

Era una giornata nuvolosa e grigia, la prima dopo lunghissimi giorni di sole.

E pensai, lì per lì, che era giusto che non ci fosse il sole. 

Poi, in seguito, le altre sensazioni si riunirono in una: che ci si trovasse di fronte a qualcosa di enorme, a una efferatezza che fa quasi paura riuscire a capire.

Non è un museo, Auschwitz.

”Auschwitz” altro non è se non il nome tedesco della cittadina di Oświęcim, ma allo stesso tempo, è qualcosa di profondamente diverso da essa.

Auschwitz è la testimonianza di quello che può diventare l'uomo quando rinnega la propria umanità, quando smette di vedere e di trattare gli altri, chiunque essi siano, come Persone, rifiutando loro i diritti fondamentali di ogni individuo.

Credo che la grande, dolorosa lezione che Auschwitz ci può insegnare sia questa:

non dobbiamo mai smettere di trattare Nessuno, (nemmeno chi ci spaventa e ci minaccia, nemmeno mentre lo combattiamo per la nostra stessa sopravvivenza) per ciò che è.

Non dobbiamo mai smettere di vedere, nemmeno nel nostro stesso nemico, un Uomo.

Continuo ad aver voglia di scrivere senza sosta, sui miei diari, su foglietti strappati e lasciati alla rinfusa sulla scrivania, qui. E oggi mi ci sento, come quei pezzi di carta e inchiostro, un po’ incasinata, un po’ sottosopra. Non sono in fase homesickness ma ho pensato un po’ all'Italia oggi, alla mia vita in Italia. Un continuo lamentarsi, sentirsi fuori posto, vivere di abitudini logoranti e poco stimolanti. Si, lo so e non ho paura di dirlo, la mia vita faceva schifo. Con tutto quel voler fare e non concludere niente, i pomeriggi buttati sui libri per cosa, per chi ? Per una prof sclerata e rompicazzo o per me ? E i sabati sera deprimenti facendo la spola tra posti appartati nei vicoli del centro storico, solo per fumarmi una sigaretta e sentirmi meno cretina, o forse di più. E le domeniche di pioggia, i miei tè e i miei libri, i miei pensieri scombinati e un po’ scemi. E la scuola, il sesto secolo, la villa e le solite facce del cazzo che non ho mai sopportato. E allora che mi resta, di una vita così ? Che cosa, nei momenti malinconia, mi fa dire “mi manca casa mia” ? La mia famiglia, malandata, per niente perfetta, ma sempre in piedi, sempre a far casino e a ridere gusto, pure nascondendo certi dolori. E i miei amici, i pochi, quelli veri. Le uniche e vere persone a cui sono sicura di mancare, le uniche che mi mancano. Perché nonostante il sottofondo grigio, le emozioni, le risate, gli abbracci, i pianti, le chiacchiere e tutto il resto erano capaci di colorarmi giornate. E quindi si, la mia vita, presa così, da sola, faceva schifo, ma ora, vista da fuori, da lontano, da qui, non può che apparirmi come un piccolo grande spettacolo.

Malinconica e consumata, un incrocio di voci, reti, strade sbarrate e vicoli affacciati sul mare, lasciata a se stessa, di quella bellezza disillusa che amo profondamente e che puntualmente mi fa entrare in fissa. Lontana anni luce dall’immaginario collettivo di ‘centro storico pugliese’ tutto calce e fiori, Taranto è semplicemente poetica, così come solo le città di mare sanno essere.

(presso Taranto Città Vecchia)