stetti

Infilai il giubbotto pesante sul pigiama a righe e stetti attenta a non far troppo rumore. Mi sedetti per terra su quel pavimento ghiacciato e guardai le stelle.
Non volevo che quella notte finisse, gli chiesi di restare e mi resi conto di non averlo mai fatto con nessuno. Mi sono sempre tenuta distante dalle cose che potessero farmi sentire viva, ho sempre preferito starmene per conto mio, sentirmi tra le cose mie. Avevo come un muro tra me e gli altri, nessuno sapeva veramente chi fossi e mi ricoprivo di chiacchiere superficiali e risate banali per non creare legami. Quando le cose sarebbero divenute più intense, sarei scappata, come al solito. L'indifferenza so usarla bene, con tutti meno che con me, perché mi ritrovo sveglia in piena notte a pensare alle parole che non ho detto che mi sono rimaste incastrate in gola e a tutte quelle cose che avrei voluto fare ma ho smesso per la paura di ferirmi. Mi ritrovo da sola, a pensare a tutte quelle persone che avrebbero potuto esserci ma che ho lasciato fuori dalla porta, perché è più semplice così.
Forse io non sono fatta per la gente e solo la notte è fatta per me.

Scrissi Summertime Sadness quando morì la mia migliore amica. Io e Judy alle medie ci detestavamo, lei era la bulla della scuola mentre io la sfigata emarginata. Ricordo che una volta ci picchiammo ed io tornai a casa con un occhio nero e un labbro spaccato. In quel periodo stavo prendendo una brutta strada, solo l’orgoglio mi impediva di tagliarmi le vene con le forbici, solo l’orgoglio. Credevo in un’America inesistente, in quella che guardavo nei film in bianco e nero degli anni sessanta. Amo gli anni sessanta. Alle superiori iniziai a fumare erba, solo così riuscivo a sentire qualcosa. Mi sentivo vuota e inesistente, mi sentivo solo con la marijuana, sono stata una stupida.
Judy fumava da qualche anno più di me, aveva una famiglia che cadeva a pezzi alle spalle mentre io mi sentivo persa nonostante le regole rigide imposte da mia madre. Diventammo migliori amiche l’estate del secondo anno di superiori. La incontrai in una taverna nel bel mezzo del deserto. Ero in vacanza, ero partita da sola con due uomini più grandi di me di cinque anni, e lì incontrai Judy, sola al bancone a bere una birra. Non so perché quel giorno mi guardò con aria diversa dal solito, vedevo la stima e il rispetto nei suoi occhi, era diversa, forse non era fatta. Diventammo amiche e insieme ci ripulimmo, lasciammo il giro delle vecchie amicizie e iniziammo a vivere un’avventura tutta nostra. A volte bevevamo ma non andavamo oltre né col fumo né con gli sconosciuti. Furono gli anni più felici. Capii che potevo diventare la donna degli anni sessanta che imitavo davanti la tv ogni sera, potevo avere la migliore amica del mondo, la più stramba.
Finite le superiori decidemmo di iscriverci insieme all’università, lei era una ballerina mentre io cantavo e così decidemmo di mettere su un duo per guadagnare qualche soldo extra. La gente applaudiva alle nostre performance, gli studi andavano alla grande, avevamo tutto, la libertà, e quando possiedi quella possiedi tutto. Morì l’estate del terzo anno di college, un incidente d’auto. Morì con l’uomo della sua vita, lontano da me. Era luglio, dovevamo andare a un festival del rock, lei sarebbe passata a prendermi col suo ragazzo, poi saremmo andate a prendere il mio. Quel pomeriggio lei non arrivò. Tornai a casa per chiamarla, avevo dimenticato il cellulare, e vidi diciannove chiamate perse e tre messaggi. Judy era morta, il suo corpo era irriconoscibile, la sua bellezza era svanita.
Non penso di aver mai pianto tanto in vita mia, osservai il funerale da lontano, convinta di essere sola di nuovo, sola e incapace. Smisi di cantare per due anni, all’università non parlavo con nessuno, lasciai gli studi e mi diedi all’alcool. Ruppi ogni rapporto col mio fidanzato e me ne stetti sola per un po’. Avevo scritto una poesia in suo onore da leggere al funerale ma non riuscii nemmeno ad avvicinarmi alla bara, non riuscii a guardare negli occhi sua madre disperata. Quella poesia divenne Summertime Sadness, divenne l’inno della nostra amicizia. La poesia recitava qualcosa come ‘‘tu sei la mia estate, mi fai sentire viva, come calda si sente la pelle sotto il sole’’, ma decisi di omettere questa parte. Sono anni ormai che non piango più per la sua morte perché lei non vorrebbe, lei che aveva tentato il suicidio mille volte, lei che si gettava in mare da altezze allucinanti, lei non avrebbe voluto. Lei era nata per morire, lei non sentiva niente proprio come me, e per quanto avessimo insieme superato ogni tipo di ostacolo, lei non si sentiva viva abbastanza, lei forse quell’incidente lo voleva, forse si è lasciata morire. Judy sapeva che morendo la nostra amicizia non sarebbe finita, sapeva che sarebbe diventata il sole che riscalda il mio viso d’estate. Judy era imprevedibile, era troppo persino per se stessa. Ogni volta che canto Summertime Sadness lei vive, è al mio fianco, io indosso un vestito rosso, mi acconcio i capelli, e vado avanti per la mia strada, lei guiderà il mio cammino, proteggerà la mia vita.
—  Lana Del Rey
Un giorno mia figlia è tornata a casa con gli occhi lucidi. 
Le sono andata incontro preoccupata “tesoro cosa è successo?”
Lei non ha risposto subito poi è scoppiata in lacrime e mi ha abbracciata. 
Ringrazio di avere questo rapporto con mia figlia. 
“È finita.” Mi ha detto con due occhi che mi parevano due pozzanghere. 
“Era quello giusto, lo so che era quello giusto” ha ripetuto. 
“Sediamoci un po’ qui a parlare ti va? Voglio raccontarti una storia che non ti ho mai raccontato prima”
Lei si è asciugata gli occhi con la mano e ha tirato su il naso come una bambina. 
“Avevo 17 anni” ho iniziato “non avevo mai avuto un ragazzo a parte uno a cui avevo solo dato qualche bacio. 
Un giorno conobbi un ragazzo, era bellissimo, davvero, occhi verdi e capelli castani scuri, me ne innamorai. 
Aveva due anni in piu di me, stava finendo il geometri mentre io ero in prima liceo classico (ovvero al terzo anno). 
Io ero giovane e ingenua, passavo tutto il giorno a studiare e a leggere, lui invece era già grande, pronto a partire per il militare e ad iniziare a lavorare. 
Lui voleva di più dal nostro rapporto e io non mi sentivo pronta.
Ma ti giuro che ero persa per lui, lo amavo come non ho mai amato nessun altro, ma allora eravamo troppo diversi, avevo paura che se fossimo restati insieme non sarei mai riuscita a terminare gli studi, andare all’università, andare via. 
Lo amavo ma non ero pronta a vivere quella storia, prima dovevo scrivere la mia. 
Dopo molti pianti lo lasciai, poco dopo aver fatto 4 mesi insieme. 
Ho terminato il liceo e mi sono iscritta a lettere a Firenze, lì mi misi con un altro ragazzo, con il quale stetti per due anni, con lui feci per la prima volta l’amore ma non lo amavo allo stesso modo. 
Avevo sempre in testa quei due occhi verdi …”
Mi sono interrotta sognante. 
Mia figlia mi guardava in modo strano, ora non piangeva più. 
“Ma ora ami il babbo più d Mr. Occhi verdi, vero?” 
“Oh no, non ho amato nessun altro come ho amato lui, il primo amore è per sempre” 
“Ma mamma..!”
“Lasciami finire” le ho detto, mi veniva da ridere per la sua espressione sbalordita. 
“Dopo due anni lasciai l’altro ragazzo, un giorno, dopo pochi mesi dalla rottura, tornai a casa e incontrai Mr. Occhi verdi, come lo hai soprannominato tu, ricominciammo a uscire e dopo un anno e mezzo ci sposammo, e così dopo 4 felici anni di matrimonio sei nata tu”. 
Mia figlia mi ha guardata a bocca aperta e occhi spalancati. 
Quegli stessi occhi verdi, come aveva fatto a non capire subito? 
“Quindi Mr. Occhi verdi è papà?” Mi ha chiesto sconvolta. 
Ho annuito. 
“Amore, ti ho raccontato la mia storia per farti capire una cosa: che se lui è il ragazzo giusto per te allora un giorno diventerà l’uomo della tua vita. Non importa se ora non state più insieme, certe storie non finiscono, certi amori fanno giri pazzeschi, si lasciano, si rincorrono ma ritornano, se sono veri ritornano sempre.
Coniugazioni “difficili” - p.2

Irregular verbs, phrasal verbs or “difficult verbs”, that might have difficult (different) forms when conjugated.

Cuocere
= to cook, to bake, to roast
The passato remoto is cossi, cuocesti, cosse, cuocemmo, coceste, cossero, despite it sounds really bad. The participio passato is: cotto. Once, also the form cociuto was common, but not anymore.
Cucinare (=to cook, to prepare food) has a regular conjugation: passato remoto = io cucinai, participio passato = cucinato.

Dare
= to give
Both the passato remoto’s forms diedi and detti are correct. The most common is the first; the second one derives from use of “stetti”, passato remoto of the verb “stare” (=to stay, to be - take a look at p.4*).
Remember also that the correct congiuntivo imperfetto is “che io dessi” and not che io dassi.

Dirimere
= to resolve, to bring and end to something
There are, for few personas, two correct forms of passato remoto: io dirimei/dirimetti, tu dirimesti, egli dirimé/dirimette, noi dirimemmo, voi dirimeste, essi dirimerono/dirimettero. The participio passato of this verb isn’t used.

Dovere
= to have to, to must
Even a common verb might give us doubts: it’s devo or debbo? Devono or debbono? Deva or debba? Devano or debbano? Tbh, these are all correct. The form “devo” is probably more common than “debbo”, but it’s not completely true nowadays, as the congiuntivo “che io debba” is becoming more popular than “che io deva”. ( we -italians- generally follow the sounds of words: we base verbs’ conjugations mostly on how they sound when we talk, so at times we have doubts or make a wrong conjugation )

Esigere
= to demand
The correct participio passato isn’t “esigìto”, but esatto, that derives from the latin “exactum”. It is used with the meaning of “earned, obtained” only in the administrative language, as the word “esatto” is normally used as an adjective with the meaning of “right, correct” or as an adverb meaning “precisely, exaclty”.

Espellere
= to expel
It’s a problematic verb in almost all its conjugations. Here how it works:
indicativo presente: io espello, tu espelli, egli espelle, noi espelliamo, voi espellete, essi espellono;
passato remoto: io espulsi, tu espellesti, egli espulse, noi espellemmo, voi espelleste, essi espulsero;
congiuntivo presente: che io espella, che tu espella, che egli espella, che noi espelliamo, che voi espelliate, che essi espellano;
participio passato: espulso.

Incutere
= to instill
The correct participio passato is incusso. Same as for the verb discutere (=to discuss) -> discusso, and the verb escutere (=to excuss) -> escusso.
These all come from the latin version of the verb scuotere (=to shake), that has the form “quassum” in it, from which we have got the ending -cusso in italian.
PS. the correct participio passato of scuotere is scosso (and not scusso, as it might be from what I just wrote), while the passato remoto has two correct forms for few personas: io scossi, tu scotesti/scuotesti, egli scosse, noi scotemmo/scuotemmo, voi scoteste/scuoteste, essi scossero.

anonymous asked:

6.26pm lui ha scelto lei, nonostante lo abbia trattato di merda e non si siano sentiti per mesi, e indovina un po' in quei mesi, io ho cercato di aiutarlo, anche se stavo male pure io per altre cose, lui ha detto che ci sarebbe stato sempre.. ma sono stata solo illusa dato che lei adesso è tornata ed io sono già stata dimenticata

Guarda, io settimane fa cercai di aiutare una mia amica.
Ci misi tutto il cuore per toglierla da quella situazione, feci tutto quello che era possibile fare…. stetti malissimo per quello che stava accadendo, talmente tanto che era come se lo avessero fatto a me.

E indovina, il mio aiuto é servito a qualcosa? Esatto, non é servito proprio a un cazzo perché spesso le persone sono ingrate e non si accorgono nemmeno di quanto impegno mettiamo per farle tornare a sorridere.
Solo prese in giro e illusioni.

Ciononostante, se tutti, dopo che una persona avesse frantumato il loro impegno e la loro fatica davanti ai loro occhi, smettesse di aiutare il prossimo e pensasse solo ai fatti suoi, io non so dove andremo a finire.

Il mondo, le persone, hanno bisogno di amore.
E spesso può sembrare che, proprio nel cercare di darlo, chi non lo riceve é chi aiuta.
Forse é così. Forse quelle ferite un giorno finiranno per ucciderci.
Ma io continuo a credere che, chi fa del bene, chi dona amore, presto o tardi, gli ritornerà indietro.

E se anche questa é un'altra delle mie stupide illusioni, beh, ci rimarrò davvero molto, molto male, semmai lo scoprirò.

scrivetemi che ore sono e a che cosa state pensando

Un giorno mia figlia è tornata a casa con gli occhi lucidi.
Le sono andata incontro preoccupata “tesoro cosa è successo?”
Lei non ha risposto subito poi è scoppiata in lacrime e mi ha abbracciata.
Ringrazio di avere questo rapporto con mia figlia.
“È finita.” Mi ha detto con due occhi che mi parevano due pozzanghere.
“Era quello giusto, lo so che era quello giusto” ha ripetuto.
“Sediamoci un po’ qui a parlare ti va? Voglio raccontarti una storia che non ti ho mai raccontato prima”
Lei si è asciugata gli occhi con la mano e ha tirato su il naso come una bambina.
“Avevo 17 anni” ho iniziato “non avevo mai avuto un ragazzo a parte uno a cui avevo solo dato qualche bacio.
Un giorno conobbi un ragazzo, era bellissimo, davvero, occhi verdi e capelli castani scuri, me ne innamorai.
Aveva due anni in piu di me, stava finendo il geometri mentre io ero in prima liceo classico (ovvero al terzo anno).
Io ero giovane e ingenua, passavo tutto il giorno a studiare e a leggere, lui invece era già grande, pronto a partire per il militare e ad iniziare a lavorare.
Lui voleva di più dal nostro rapporto e io non mi sentivo pronta.
Ma ti giuro che ero persa per lui, lo amavo come non ho mai amato nessun altro, ma allora eravamo troppo diversi, avevo paura che se fossimo restati insieme non sarei mai riuscita a terminare gli studi, andare all’università, andare via.
Lo amavo ma non ero pronta a vivere quella storia, prima dovevo scrivere la mia.
Dopo molti pianti lo lasciai, poco dopo aver fatto 4 mesi insieme.
Ho terminato il liceo e mi sono iscritta a lettere a Firenze, lì mi misi con un altro ragazzo, con il quale stetti per due anni, con lui feci per la prima volta l’amore ma non lo amavo allo stesso modo.
Avevo sempre in testa quei due occhi verdi …”
Mi sono interrotta sognante.
Mia figlia mi guardava in modo strano, ora non piangeva più.
“Ma ora ami il babbo più d Mr. Occhi verdi, vero?”
“Oh no, non ho amato nessun altro come ho amato lui, il primo amore è per sempre”
“Ma mamma..!”
“Lasciami finire” le ho detto, mi veniva da ridere per la sua espressione sbalordita.
“Dopo due anni lasciai l’altro ragazzo, un giorno, dopo pochi mesi dalla rottura, tornai a casa e incontrai Mr. Occhi verdi, come lo hai soprannominato tu, ricominciammo a uscire e dopo un anno e mezzo ci sposammo, e così dopo 4 felici anni di matrimonio sei nata tu”.
Mia figlia mi ha guardata a bocca aperta e occhi spalancati.
Quegli stessi occhi verdi, come aveva fatto a non capire subito?
“Quindi Mr. Occhi verdi è papà?” Mi ha chiesto sconvolta.
Ho annuito.
“Amore, ti ho raccontato la mia storia per farti capire una cosa: che se lui è il ragazzo giusto per te allora un giorno diventerà l’uomo della tua vita. Non importa se ora non state più insieme, certe storie non finiscono, certi amori fanno giri pazzeschi, si lasciano, si rincorrono ma ritornano, se sono veri ritornano sempre.”
—  portolealidiunangelo
Aspettò 100 giorni per me.
Quando mi disse che gli piacevo ne erano già passati 12 che mi era stato vicino, che mi sosteneva, che mi dedicava canzoni. Io avevo capito ma facevo finta, gli dicevo “sta lontano”, gli spiegai di essere complicata, che non ne valeva la pena.
Il tutto si tradusse in “non voglio una storia seria”.
Il quindicesimo giorno lo passò interamente ad elencarmi i vantaggi:
“Coccolerò solo te, bacerò solo te, sarò solo tuo, andremo al mare insieme, ti bacerò sotto le stelle, tutti sapranno che sei mia.
” “Tuo, mia” gli dissi “sono pronomi che non mi piacciono. Non siamo oggetti. Io voglio stare con colui con il quale non devo essere nulla all'infuori di me.”
Si dispiacque ma continuammo a parlare e continuava a costruirsi sogni che smontavo ogni volta.
Il ventesimo giorno lo passai ad elencargli i motivi per il quale non potevamo stare insieme:
“Siamo diversi” chiarii “ io sono troppo libera e tu sei troppo possessivo. Io amo la musica attuale, tu adori i miti del pop. A te piacciono le cose romantiche, io non posso sopportarle. Tu odi leggere, io scrivo affinché qualcuno possa capirmi.”
Dopo 30 giorni passati a negargli anche un giro al parco vicino casa, il trentunesimo gli feci ascoltare “she’s not afraid.” Volevo fargli capire che non avevo paura di niente tranne che dell'innamorarmi ma lui si focalizzò sull'ultima strofa chiedendomi se le mie amiche non ci volessero insieme. Era vero ma non gli avrei mai detto di no per loro, o almeno questo affermai.
Sapeva che lavoravo nel negozio dei miei, il trentaquattresimo giorno venne a chiedermi informazioni su una cosa inutile. Scoppiai a ridere. Mi disse che ero bellissima. La sera parlammo, mi mandò le sue canzoni preferite dei Beatles.
Il quarantaquattresimo giorno lo incontrai in piazza di sabato sera. Era davvero bello ma non dovevo fissarlo,fantasticare. Non dovevo innamorarmi, me l'ero promessa. Lo salutai, stetti un po’ con lui. Mi offrii delle patatine fritte e io presi una coca cola da dividere. Me ne dovetti andare dopo poco e riuscii benissimo a capire che ci era rimasto male.
Il cinquantesimo giorno mi avvertii “ sono 50 giorni che aspetto. Io resto fino al centesimo. Io mi sono innamorato. Io ti ho dato il cuore. Io ci sto mettendo tutto me stesso. Io ti sto dedicando tutto.”
Io, io, io… E io? A me non ci pensava? Non pensava al fatto che dovevo chiudere gli occhi, tapparmi le orecchie e non far battere il cuore? Io non dovevo innamorarmi, non volevo essere delusa un'altra volta. Una storia non la volevo, lo avevo messo in chiaro, e se lui sapeva che si sarebbe fatto male, perché me lo stava rinfacciando?
“E dopo i 100 giorni?” Chiesi.
“Me ne vado, come se nulla fosse successo.”
Al settantaduesimo giorno avevo deciso che vederlo morire per me ogni volta mi aveva stancato, che sarebbe stato meglio un taglio netto. Era sabato, di nuovo. Baciai uno dei miei amici, lui era di fronte.
Gli feci male, mi fece male ma era l'unico modo per tenerlo lontano. Così gli avevo spezzato il cuore ma sarebbe stato meglio, mi avrebbe dimenticata più in fretta. Ero stata stupida, un'egoista.
Avevo sbagliato, lo sapevo.
La sera mi scrisse: “ puoi escogitare tutti i trucchi che vuoi, baciare chi vuoi, io non mi spavento. Io non me ne vado.”
Mi chiese dei miei sogni. Gli dissi che amavo scrivere.
Passò il mio compleanno, mancavano 24 giorni allo scadere dei 100. Mi regalò un quaderno. C'era una dedica scritta in blu, il mio colore preferito. “Spero che un giorno ci scriverai la nostra storia.”
Non l'ho mai fatto, mi fa male soltanto toccarlo e sentire il suo profumo.
Il giorno dopo lo vidi per strada. Mi chiese della collana che avevo al collo. Gli dissi che me l'aveva regalata mia madre per il mio compleanno. Pensò che il ciondolo fosse adatto a me. “ Ha le ali d'angelo, come te.” All'ottantanovesimo giorno mi disse che si sarebbe trasferito nel paese vicino dopo poco tempo. Gli chiesi se ci saremmo visti ancora e lui mi disse che mi avrebbe raggiunto anche gattonando. “Tutto finché si tratta di te.” Ma non dovevo caderci, non dovevo innamorarmi, non sarebbe durata nemmeno un inverno.
Il novantaduesimo giorno mi mandò una foto. Era il periodo in cui la coca-cola metteva le frasi sulle etichette. Era un desiderio semplice :“ voglio tutto, voglio te.”
Ci incontrammo il novantottesimo giorno, mi suonò una soave melodia alla chitarra. “ L'ho scritta per te.”
Provò a baciarmi ma all'ultimo secondo mi scansai. Gli dissi che dovevo andar via. Corsi forte, corsi veloce. Mi veniva da piangere ma non piansi. Lo raccontai alle mie amiche. Risero. Risi anch'io ma stavo morendo. Mancavano due giorni ed io ero divisa tra la strada facile e quella giusta. Presi una decisione la sera stessa. Non potevo permettermi di stare male per un ragazzo. Non potevo più. Il novantanovesimo giorno non gli risposi, non visualizzai, eliminai il suo nome dalla rubrica. Il centesimo mi mandò una storia con il link annesso che rimandava al video “all you need is love”. Il racconto narrava: “Un soldato aspettò 100 giorni per la principessa. Ogni volta passava sotto la finestra della sua camera nel castello e il centesimo giorno la principessa avrebbe dovuto scegliere se sposare lui o il principe a cui era stata promessa. Il soldato si uccise il novantanovesimo perché sapeva che se lei avesse scelto l'altro non avrebbe potuto sopportare il rifiuto. Almeno in questo modo si sarebbe accontentato di aver goduto di ogni suo sorriso.” Piansi tanto. Avrei voluto tornare da lui una settimana dopo ma aveva mantenuto la sua promessa, era scomparso mentre io mi ero innamorata senza volerlo, senza saperlo. L'ho rivisto due giorni fa dopo un anno. Mi ha fatto ancora lo stesso strano effetto. Mi hanno fatto male i muscoli, le ossa sono diventate molli. Avevo i brividi. Lui mi ha visto, è sobbalzato. Ha ricordato? Chissà se sta aspettando un'altra principessa adesso, se si è reso conto che non avevo il cuore nobile che cercava, che le mie ali non erano quelle di un angelo. Spero solo abbia trovato quello che desiderava perché non conosco nessuno che lo meriti più di lui.
—  About a moonlight

“Perché- dissi- voi che la saggezza la vivete, non scrivete le vostre memorie? O semplicemente” soggiunsi vedendolo sorridere “i vostri ricordi di viaggio?”

“Perché non voglio ricordarmi” rispose “Mi sembrerebbe, facendolo, di impedire all’ avvenire di compiersi e di far usurpare il passato. E dall’ oblio totale di ieri che io creo la novità ogni ora. Non mi basta mai, di essere stato felice. Non credo alle cose morte, e confondo il non essere più con il non essere mai stato”

Finivo con l’ irritarmi di queste parole, che precedevano troppo il mio pensiero, avrei voluto tirarmi indietro, frenarlo, ma cercavo invano argomenti per contraddirlo. Stetti dunque in silenzio. Lui, a volte camminando avanti e indietro alla maniera di una belva in gabbia, a volte chinandosi verso il fuoco, a volte restando a lungo in silenzio, sbottava poi improvvisamente a parlare:

“Se i nostri mediocri cervelli sapessere almeno imbalsamare i ricordi! Questi invece si conservano male: i più delicati si spogliano, i più voluttuosi marciscono, i più deliziosi sono in prospettiva quelli che comportano maggiore pericolo. Ciò di cui ci si pente in principio era delizioso”

Credo nei piccoli brividi che mi provochi quando avvicini la tue labbra al mio collo. Una scossa percorre la mia spina dorsale. Nessuno prima d’ora mi aveva mai causato questo. I tuoi brividi sono la cosa che amo quando ricordare quando non ci sei. Penso a quanto sia bello che i tuoi baci non scaturiscano emozioni solo dentro di me, ma che anche il mio corpo le manifesti. Amo pensare che un giorno troverò anche per te il mio brivido. Magari sarà una parola, magari un gesto, magari un bacio in un punto particolare che ancora non ho trovato. L’amore è questo; provocarsi reazioni interne ed esterne. So che tu ami. So che tu sai che anche io ti amo.
La nostra prima notte insieme l’abbiamo passata a Firenze, quando con la scuola siamo andati in gita per vedere la città. Eravamo in terza ed i professori non volevano che noi stessimo in camera insieme. Non è che non volessero che stessimo “noi” insieme, ma nessun ragazzo doveva essere in camera con una ragazza, per evitare spiacevoli inconvenienti. Tu organizzasti tutto. Ti mettesti d’accordo con Andrea per lasciare che Laura andasse in camera con lui e tu potessi venire a dormire in camera con me. Non facemmo nulla, al contrario di quello che pensarono gli altri. Passammo gran parte del tempo a guardare la TV ed a parlare, abbracciati. Ci addormentammo con te che mi abbracciavi. L’ho trovata la notte più bella e romantica che abbia mai vissuto. Nemmeno la nostra prima volta può essere equiparata a quella. La mattina scendemmo a fare colazione nella sala da pranzo dell’albergo e tutti ci fissavano. Io avevo un sorriso grande come un casa, tu due occhi che brillavano più che mai. Mi tenevi per mano. Presi le brioches con la marmellata di albicocche e mi andai a sedere. Tu mi raggiungesti con i succhi d’arancia, e quando ti stetti per sedere, mi baciasti. All'inizio rimasi un po’ sconvolta. Non mi avevi mai baciato davanti ai professori e nemmeno davanti ai nostri compagni di scuola. Quelli che sapevano che stanotte eravamo stati in stanza insieme, ci guardarono come per dire “sappiamo cosa avete fatto, sporcaccioni”, ma in verità non sapevano proprio nulla.
Questo è il migliore dei nostri ricordi, e spero che insieme a questo ed a quelli che ho già, continuino ad essercene tanti. Pensare che un giorno ti potresti stufare di me, mi fa stare male. Ma tu capisci sempre quando comincio a pensare a qualcosa che non va, e mi rassicuri sempre. Mi dici sempre “dove vuoi che vada? qua ho tutto quello di cui ho bisogno”. Ed io ti credo. Io voglio credere di essere tutto ciò di cui hai bisogno, perché questo è quello che tu sei per me; tutto. Non riuscirei a vivere pensandoti con un’altra, felice senza di me. Ed io senza di te, non posso essere felice, non posso trovare qualcuno che ti sostituisca. 

Credo che col tempo il nostro rapporto si sia fatto sempre più forte. Ricordi quando siamo andati in montagna con mamma e papà? Stavamo insieme da qualche mese, ma glielo avevo appena detto, perché sai come sono i genitori di una ragazza quando gli dici che loro figlia sta con un ragazzo, subito pensano al peggio, soprattutto il padre. Siamo andati nella casa di famiglia, e non hanno voluto che dormissimo nella stessa stanza, nonostante l’unico letto matrimoniale fosse quello della camera dei miei. Come se poi avessimo fatto qualcosa con in casa i miei genitori! Tu cercasti un rapporto con mio padre, tramite gli sci, perché tanto mia mamma l’avevi già conquistata con uno sguardo. Si vede subito che sei un ragazzo dolce ed affidabile. Hai uno sguardo da cucciolino che viene voglia di strapazzarti. Fu durante quella vacanza in montagna che conquistasti mio padre. Da allora penso che ti ami quasi più lui di me. Non fa altro che parlare di te, mi chiede continuamente di te, come stai, cosa fai. Penso che un giorno o l’altro ti chiederà di trasferirti da noi.

Non sai quanto sia gelosa di quelle che parlano di te, con te, di te con me. Non che sia insicura di quanto tu mi ami, semplicemente mi infastidisce che ti ronzino intorno delle belle ragazze. Quando imparerai a farti amiche delle cesse? Grazie.

Ma alla fine ti amo troppo.
Sei il ragazzo che tutte vorrebbero.
Sei perfetto, non fai mai nulla di sbagliato, non dici mai nulla di sbagliato.
Mi baci ogni volta come fosse la prima, mi guardi con gli occhi che brillano, mi stringi a te come se non volessi lasciarmi andare mai. Ad ogni San Valentino mi porti tot rose quanti sono gli anni che abbiamo passato assieme, una scatola di cioccolati che mangiamo assieme dopo guardando il mio film preferito, e mi porti a cena. Al mio diciottesimo compleanno mi hai regalato un tatuaggio che ci siamo fatti uguali con il simbolo della regina di cuori ed il re, una collanina d’oro con un ciondolo a cuore con sopra le nostre iniziali, mi hai portata al concerto del cantante della nostra canzone, hai fatto per me un mega lenzuolo con su le nostre foto ed un dedica che ormai ho imparato a memoria; “In questo giorno speciale, sento di doverti dire grazie. Grazie di esistere. Grazie di essere così perfetta in ogni cosa che fai. Grazie di tutti i baci che mi regali, di tutti i sorrisi, di tutti gli abbracci. Grazie perché senza di te non so se oggi sarei la persona che sono. Ti ringrazio di esserci sempre per me, a tenermi la mano in ogni cosa che faccio, per avermi regalato i tuoi sorrisi nei giorni più brutti. Oggi diventi ufficialmente adulta, piccola mia, ma continuerai ad essere la mia principessa. Ed io ogni giorno te lo dimostrerò. Non voglio che passi nemmeno un secondo a pensare che io sia lì con te. Io ci sono sempre, anche quando sono lontano, sono dentro il tuo cuore. Sopra ci ho inciso il mio nome, e mai lo toglierò. Spero che tu voglia essere un giorno la mia regina, nulla mi renderebbe più felice. Avremo un posto tutto nostro, che tu potrai arredare come più ti piace, ma per ora lascia soltanto che ti chieda di venire a vivere con me. Con queste parole non voglio distogliere l’attenzione dal tuo compleanno, ma solo renderlo il migliore che tu abbia avuto, e dirti quanto ti amo. Tanti auguri amore mio, il tuo principe”.
Quanto posso amarti? Sei sempre stato il mio piccolo principe. Un giorno sarai il mio re, molto presto spero. E poi avremo i nostri piccoli principi e principessine da crescere. Magari ti somiglieranno. Saranno belli come te, ma anche la metà basterebbe.

Il mio sogno sei tu,
grazie di farmelo vivere ogni giorno.

“Scrissi Summertime Sadness quando morì la mia migliore amica.Io e Judy alle medie ci detestavamo, lei era la bulla della scuola mentre io la sfigata emarginata.Ricordo che una volta ci picchiammo ed io tornai a casa con un occhio nero e un labbro spaccato.In quel periodo stavo prendendo una brutta strada, solo l’orgoglio mi impediva di tagliarmi le vene con le fobici, solo l’orgoglio.Credevo in un’America inesistente, in quella che guardavo nei film in bianco e nero degli anni sessanta.Amo gli anni sessanta.Alle superiori iniziai a fumare erba, solo così riuscivo a sentire qualcosa.Mi sentivo vuota e inesistente, ma sentivo, solo con la marijuana, sono stata una stupida.Judy fumava da qualche anno più di me, aveva una famiglia che cadeva a pezzi alle spalle mentre io mi sentivo persa nonostante le regole rigide imposte da mia madre.Diventammo migliori amiche l’estate del secondo anno di superiori.La incontrai in una taverna nel bel mezzo del deserto.Ero in vacanza, ero partita da sola con due uomini più grandi di me di cinque anni, e li incontrai Judy, sola al bancone a bere una birra.Non so perché quel giorno mi guardò con aria diversa dal solito, vedevo la stima e il rispetto nei suoi occhi, era diversa, forse non era fatta.Diventammo amiche e insieme ci ripulimmo, lasciammo il giro delle vecchie amicizie e iniziammo a vivere un’avventura tutta nostra.A volte bevevamo ma non andavamo oltre ne col fumo ne con gli sconosciuti.Furono gli anni più felici.Capii che potevo diventare la donna anni degli anni sessanta che imitavo davanti la tv ogni sera, potevo avere la migliore amica del mondo, la più stramba.Finite le superiori decidemmo di iscriverci insieme all’universtà, lei era una ballerina mentre io cantavo e così decidemmo di mettere su un duo per guadagnare qualche soldo extra.La gente applaudiva alle nostre performance, gli studi andavano alla grande, avevamo tutto, la libertà, e quando possiedi quella possiedi tutto.Morì l’estate del terzo anno di college, un incidente d’auto.Morì con l’uomo della sua vita, lontano da me.Era luglio, dovevamo andare a un festival del rock, lei sarebbe passata a prendermi col suo ragazzo, poi saremmo andate a prendere il mio.Quel pomeriggio lei non arrivò.Tornai a casa per chiamarla, avevo dimenticato il cellulare, e vidi diciannove chiamate perse e tre messaggi.Judy era morta, il suo corpo era irriconoscibile, la sua bellezza era svanita.Non penso di aver mai pianto tanto in vita mia, osservai il funerale da lontano, convinta di essere sola di nuovo, sola e incapace.Smisi di cantare per due anni, all’università non parlavo con nessuno, lasciai gli studi e mi diedi all’alcol.Ruppi ogni rapporto col mio fidanzato e me ne stetti sola per un po’.Avevo scritto una poesia in suo onere da leggere al funerale ma non riuscii nemmeno ad avvicinarmi alla bara, non riuscii a guardare negli occhi sua madre disperata.Quella poesia divenne Summertime Sadness, divenne l’inno della nostra amicizia.La poesia recitava qualcosa come ‘‘tu sei la mia estate, mi fai sentire viva, come calda si sente la pelle sotto il sole’’, ma decisi di omettere questa parte.Sono anni ormai che non piango più per la sua morte perché lei non vorrebbe, lei che aveva tentato il suicidio mille volte, lei che si gettava in mare da altezze allucinanti, lei non avrebbe voluto.Lei era nata per morire, lei non sentiva niente proprio come me, e per quanto avessimo insieme superato ogni tipo di ostacolo, lei non si sentiva viva abbastanza, lei forse quell’incidente lo voleva, forse si è lasciata morire.Judy sapeva che morendo la nostra amicizia non sarebbe finita, sapeva che sarebbe diventata il sole che riscalda il mio viso d’estate.Judy era imprevedibile, era troppo persino per se stessa.Ogni volta che canto Summertime Sadness lei vive, è al mio fianco, io indosso un vestito rosso, mi acconcio i capelli, e vado avanti per la mia strada, lei guiderà il mio cammino, proteggerà la mia vita.”
-Lana Del Rey.

Scrissi Summertime Sadness quando morì la mia migliore amica.
Io e Judy alle medie ci detestavamo, lei era la bulla della scuola mentre io la sfigata emarginata.
Ricordo che una volta ci picchiammo ed io tornai a casa con un occhio nero e un labbro spaccato.
In quel periodo stavo prendendo una brutta strada, solo l’orgoglio mi impediva di tagliarmi le vene con le fobici, solo l’orgoglio.
Credevo in un’America inesistente, in quella che guardavo nei film in bianco e nero degli anni sessanta.
Amo gli anni sessanta.
Alle superiori iniziai a fumare erba, solo così riuscivo a sentire qualcosa.
Mi sentivo vuota e inesistente, ma sentivo, solo con la marijuana, sono stata una stupida.
Judy fumava da qualche anno più di me, aveva una famiglia che cadeva a pezzi alle spalle mentre io mi sentivo persa nonostante le regole rigide imposte da mia madre.
Diventammo migliori amiche l’estate del secondo anno di superiori.
La incontrai in una taverna nel bel mezzo del deserto.
Ero in vacanza, ero partita da sola con due uomini più grandi di me di cinque anni, e li incontrai Judy, sola al bancone a bere una birra.
Non so perché quel giorno mi guardò con aria diversa dal solito, vedevo la stima e il rispetto nei suoi occhi, era diversa, forse non era fatta.
Diventammo amiche e insieme ci ripulimmo, lasciammo il giro delle vecchie amicizie e iniziammo a vivere un’avventura tutta nostra.
A volte bevevamo ma non andavamo oltre ne col fumo ne con gli sconosciuti.
Furono gli anni più felici.
Capii che potevo diventare la donna anni degli anni sessanta che imitavo davanti la tv ogni sera, potevo avere la migliore amica del mondo, la più stramba.
Finite le superiori decidemmo di iscriverci insieme all’universtà, lei era una ballerina mentre io cantavo e così decidemmo di mettere su un duo per guadagnare qualche soldo extra.
La gente applaudiva alle nostre performance, gli studi andavano alla grande, avevamo tutto, la libertà, e quando possiedi quella possiedi tutto.
Morì l’estate del terzo anno di college, un incidente d’auto.
Morì con l’uomo della sua vita, lontano da me.
Era luglio, dovevamo andare a un festival del rock, lei sarebbe passata a prendermi col suo ragazzo, poi saremmo andate a prendere il mio.
Quel pomeriggio lei non arrivò.
Tornai a casa per chiamarla, avevo dimenticato il cellulare, e vidi diciannove chiamate perse e tre messaggi.
Judy era morta, il suo corpo era irriconoscibile, la sua bellezza era svanita.
Non penso di aver mai pianto tanto in vita mia, osservai il funerale da lontano, convinta di essere sola di nuovo, sola e incapace.
Smisi di cantare per due anni, all’università non parlavo con nessuno, lasciai gli studi e mi diedi all’alcol.
Ruppi ogni rapporto col mio fidanzato e me ne stetti sola per un po’.
Avevo scritto una poesia in suo onore da leggere al funerale, ma non riuscii nemmeno ad avvicinarmi alla bara, non riuscii a guardare negli occhi sua madre disperata.
Quella poesia divenne Summertime Sadness, divenne l’inno della nostra amicizia.
La poesia recitava qualcosa come ‘‘tu sei la mia estate, mi fai sentire viva, come calda si sente la pelle sotto il sole’’, ma decisi di omettere questa parte.
Sono anni ormai che non piango più per la sua morte perché lei non vorrebbe, lei che aveva tentato il suicidio mille volte, lei che si gettava in mare da altezze allucinanti, lei non avrebbe voluto.
Lei era nata per morire, lei non sentiva niente proprio come me, e per quanto avessimo insieme superato ogni tipo di ostacolo, lei non si sentiva viva abbastanza, lei forse quell’incidente lo voleva, forse si è lasciata morire.
Judy sapeva che morendo la nostra amicizia non sarebbe finita, sapeva che sarebbe diventata il sole che riscalda il mio viso d’estate.
Judy era imprevedibile, era troppo persino per se stessa.
Ogni volta che canto Summertime Sadness lei vive, è al mio fianco, io indosso un vestito rosso, mi acconcio i capelli, e vado avanti per la mia strada, lei guiderà il mio cammino, proteggerà la mia vita.
Lana Del Rey

“Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento
perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto
perché mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato
perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente
perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me e non c'era rimasto nessuno a protestare.”

27-01.
Per non dimenticare.