stese

Lettera alla mia ex migliore amica

Cara ex migliore amica,
ogni tanto mi fermo a pensare.
Ogni tanto, in realtà, mi metto lì seduta a guardare delle vecchie foto. E in ognuna di essere c'eri tu.
Oggi non siamo in foto insieme neanche se si tratta di selfie di gruppo. Ho semplicemente imparato a non farci caso, a non dar peso al fatto che ormai nella mia vita non ci sei più e che sei quasi un'estranea.
A volte mi fermo a pensare a quanto ci siamo odiate all'inizio, a quanto ci siamo avvicinate per una stupida questione sentimentale -che a pensarci adesso, mi viene da ridere- e ci siamo scoperte due anime identiche, due menti unite dalle stesse paure, gli stessi pensieri, gli stessi sogni, le stesse speranze.
Anche passare un pomeriggio seduta sul divano insieme a te mi sembrava la cosa più bella: io, tu, il resto del mondo lontano.
Ti guardavo ed era come guardarmi allo specchio e se io arrivavo ad odiarmi qualche volta vedendo la mia immagine riflessa, con te non capitava mai.
Ricordo delle giornate passate a mangiare patatine, a guardare film con la pioggia fuori, le notti in bianco a ridere sottovoce per non svegliare gli altri, i caffè e i tè freddi, i segreti più intimi raccontati sottovoce, le giornate intere a scriverci dicendoci tutto senza raccontarci nulla.
In particolare mi ricordo di te come ci si ricorda di un angelo custode, passato lì per caso, che mi ha salvata tante volte e che poi ha cercato un'altra anima da proteggere.
Me le ricordo bene le giornate passate ad abbracciarmi forte e ad asciugarmi le lacrime, a dirmi che dalla vita potevo pretendere di più.
E poi è successo che quel più, silenziosamente, mi è arrivato.
E non ci sono più state lunghe telefonate a chiedere consigli, non ci sono più state lunghe giornate stese sul letto a cercare spiegazioni.
Non avevo più nulla di cui lamentarmi e parlare troppo della mia felicità mi sembrava quasi scocciarti… Così ci siamo spente.
Forse hai creduto che io non avessi più bisogno di te, mentre dentro morivo dalla voglia tante volte di sentirmi protetta.
E quante cose ho visto cambiare nella tua vita, quante cose mi sono state taciute e quanto avrei voluto condividere con te ogni piccola gioia e ogni piccolo dolore.
Ti sono stata vicina quanto ho potuto, quanto mi hai permesso, quanto mi era concesso.
Non mi è mai sembrato abbastanza e il vuoto dentro me, causato da te, è cresciuto sempre di più.
È vero: sono cambiata ad un certo punto, tanto da non riconoscermi nemmeno più. È stato un cambiamento doloroso, che neanche io accettavo all'inizio e tu forse l'avevi capito che non ero più quella di prima. Credevo che tu potessi capirmi, accettare il fatto che stessi crescendo, che non fossi più l'ingenua ragazza di quindici anni che avevi conosciuto.
E invece non ti sono più piaciuta, nonostante avessi provato a spiegarmi.
Ma non ero cambiata davvero… Ero sempre io. Quella sorridente, quella sognante, un po’ malinconica, credulona, permalosa, acida con tanta dose di dolcezza… Semplicemente avevo capito cosa valeva la pena raccontare e cosa no, non che non mi fidassi, è che ti vedevo così lontana a volte, così presa dalla tua nuova vita, dalle tue nuove abitudini, dalle tue nuove amicizie, che avevo paura di annoiarti con le mie stupidaggini.
Ed oggi eccoci qui: due estranee che si dicono ciao, che non hanno il coraggio di guardarsi negli occhi per più di quindici minuti.
Ma tu la tua nuova “metà” l'hai trovata, tu hai fatto presto a dimenticare i nostri momenti, la nostra amicizia.
Io invece, qualche volta, ancora piango.
Come oggi che mi sono messa a guardare le nostre foto.
Io, qualche volta, ancora avrei voglia di tornare indietro nel tempo e darti uno di quegli abbracci che mi facevano sentire a casa, come se tutto andasse bene.
Io volevo dirti solo una cosa: sono felice.
Sì, forse non lo sai, o forse lo hai intuito, ma le cose nella mia vita vanno abbastanza bene… Ci ho fatto l'abitudine a non vederti seduta sul mio letto con il telefono tra le mani a ridere degli altri; ci ho fatto l'abitudine a non vedere le tue foto stupide su whatsapp o le tue simpatiche minacce di mandarmi a fanculo se non avessi smesso di riversare su di te i miei sintomi premestruali… Sì, ci ho fatto l'abitudine a stare senza di te.
Per questo non voglio più qualcuno che sia come te nella mia vita.
Io non voglio un'altra amica. Io volevo te.
E mi dispiace per chi ci prova a conquistare il mio cuore… Volevo solo dirti che è ancora tuo quel pezzo riservato all'amica del cuore e che nonostante tu non mi abbia mai dato spiegazioni e sia andata via a passi veloci, decisi e determinati, nonostante tutte le lacrime che ho versato sulla spalla del mio “di più dalla vita”, io sarò sempre qui ad aspettare un tuo messaggio con scritto “Vengo da te, mi annoio da sola” come quei pomeriggi in cui improvvisamente mi piombavi in casa, perché non c'era nessun altro posto in cui volessi essere.
Ecco, solo questo.
Io sono ancora qui ad aspettare che tu mi dica che nonostante tutto sono io la tua amica del cuore.
E se un giorno dovessi leggere queste parole, ti prego di scrivermi solo se un po’ ti manco anche io, solo se hai voglia di recuperarCI.
Altrimenti, ti prego, continua a far finta che sia una qualunque come hai fatto fino ad oggi… Mi fa meno male di un tuo “Mi dispiace, le cose cambiano”.

È tornata lei da me, è tornata dicendo che questa volta sarebbe stato diverso: niente più bugie, niente più segreti, la verità e basta.
Ho accettato di vederla, ma non di perdonarla e tutt'ora non la riesco a perdonare, ma alla fine sono tornato pure io.
Non siamo fidanzati, non lo siamo mai stati, siamo quei tipi di amici che non dovrebbero essere solo amici, ma che purtroppo, o per fortuna, lo sono.
Ho sempre avuto un debole per lei e lei lo sa, eccome se lo sa, delle volte se ne approfittava pure, ma ora le regole sono nettamente cambiate.
Sono tornato pure io, è vero e non lo nego, ma questa volta so come funzionano le regole del gioco: perchè ho capito che lei senza di me, in fin dei conti, è perduta e questo è un mio vantaggio.
Io senza di lei, ora come ora, posso pure starci, ho imparato a conviverci, quindi seguendo le nostre regole del gioco, io sono in netto vantaggio.
Lei però non ama perdere, non le è mai piaciuto, come non è mai piaciuto a me e sapevo che avrebbe fatto qualcosa a riguardo; non sapevo quando, come, ma sapevo che ci sarebbe riuscita.
Ci ritrovammo così, un'altra sera a casa sua; i suoi genitori in camera da letto, suo fratello sarebbe stato a casa di sua morosa per tutta la notte e noi due ci ritrovammo in divano a guardare la televisione.
“Ti stendi qui con me? Così guardiamo il film assieme, come una volta” mi disse, stendendosi su tutto il divano, creando spazio dietro di se, facendo si che io potessi abbracciarla da dietro e stringerla a me.
Me l'ha sempre chiesto o permesso di fare, l'abbiamo sempre fatto sia quando eravamo a letto sia che fossimo stati in divano, quindi mi spostai dalla poltrona e mi misi come voleva lei: in mezzo tra i cuscini enormi del divano e il suo corpo.
“Questo cazzo di profumo” fu la prima cosa che pensai tra me e me, facendone un sorrisino, capendo che lei non era cambiata affatto.
Ho sempre amato il profumo dei suoi capelli, perchè è l'unico che mi rimane addosso per almeno tutta la notte e che mi fa addormentare più serenamente.
Spostò poi i capelli tutti da un lato, lasciando libero il suo collo e sapevo che voleva solo che cominciassi a baciarla, a me non dispiaceva, non avrei perso la testa di certo per alcuni baci e lei non sarebbe comunque andata in vantaggio o alla pari con me per questo.
La strinsi verso il mio corpo con poca più forza, le respirai piano sul collo e iniziai a sentire il suo cuore pulsare fra le mie labbra, mentre, piano ed ad agio, nel silenzio della stanza, sentivamo rimbombare il rumore dei miei baci staccarsi e tornare su di lei, come una calamita.
Le piaceva e io lo riuscivo a sentire, anche se lei non me lo confermava.
D'un tratto mi chiese di fermarmi e mi disse che stava faceva troppo caldo dentro quella stanza, effettivamente lei indossava un maglione di lana e io ero in maglietta e se stavo sentendo io il caldo, non oso immaginare lei, inoltre quella situazione stava scaldando i nostri corpi in maniera diversa.
Mi fermai come m'aveva chiesto, aspettai che si togliesse il maglione per poi tornare a scaldarla come piaceva a noi, ma non accadde proprio così.
Mi fermai come m'aveva chiesto, s'alzò dal divano e andò verso una porta a pochi passi da dove eravamo, in quei passi che fece, in quei fottuti passi, si prese il suo vantaggio.
Certo, io senza di lei ho imparato a starci, senza di lei ho imparato ad andare avanti, ma quando ti ritrovi la ragazza che hai sempre desiderato, fare qualcosa che hai sempre sognato, allora la situazione cambia.
Mi fermai, come m'aveva chiesto, s'alzo dal divano e andò verso una porta a pochi passi da dove eravamo e con un gesto si sfilò il maglione dal proprio corpo, rimase di spalle, senza nessun indumento al di sotto di esso, nuda, con solo il reggiseno e le sue forme che la seguivano.
Forse mi prenderete per un pervertito, ma capitemi, io ero in vantaggio e d'un tratto, con un gesto che sognavo da troppo tempo, ma che sopratutto non m'aspettavo, lei mi lasciò a bocca aperta.
Lo fece con così tanta naturalezza, che sembrava quasi lo avesse studiato più e più volte per farmi perdere nuovamente la testa per lei e il che è anche possibile.
Prese una maglia e solo dopo essersi girata verso di me, completamente spoglia e con il solo reggiseno addosso, decise di indossarla tornando verso di me, coprendo tutte tutte le sue forme e io cominciai a sentirmi strano, forse avreste ragione a darmi del pervertito, ma non fraintendetemi, ve ne prego.
Non mi diede le spalle questa volta, si stese come se fosse stata da sola sul divano ed ebbe pure il coraggio di chiedermi dei grattini.
Nessun bacio sul collo, nessun bacio da nessun'altra parte; solo un io con le idee molto confuse mentre le mie dita si muovevano sotto la sua maglia, sul suo bacino, facendole arrivare quasi al seno e senza che lei dicesse nulla.
L'unica cosa che sentivo era il suo corpo rispondere ad ogni mio leggero graffio.
É questa una delle cose più sensuali che una donna possa mai farmi provare : farmi sentire il suo corpo, rispondendo ad ogni mia azione, esattamente come quando si fa l'amore.
Così funziona il nostro rapporto, il nostro gioco maledetto: siamo il contrario dell'amore, noi non ci bruciamo, non ci scottiamo, noi facciamo bruciare l'altro, ma fino a che punto siamo disposti a giocare?
La situazione finirà in due modi: o spariremo nuovamente dalle nostre vite o semplicemente finiremo con fare l'amore migliore della nostra vita.
La cosa triste è che so, che lei non è l'amore della mia vita, ma che sarà sempre la donna che desidererò sempre possedere.
—  ricordounbacio

quei video dove ci sono le ragazze stese a letto ed i ragazzi che massaggiano loro la testa i capelli le orecchie e la psiche mi sanno un po’ di falso perché non so onestamente quale maschio eterosessuale metterebbe chris brown di sottofondo mentre si accinge a bombare

Ma ho l’odore del mare nella carne

come una conchiglia,

e profumo di desideri ancora vivi,

e voglie fresche stese fuori come reti

che attendono adesso

le tue mani di pace…


Carolina Turrini

Subii quel cambiamento di scuola come si affronta un cambio climatico. Da un profondo inverno, ad una calda estate. Per me, non ci fu cambiamento migliore. Ma in quella nuova classe, dove eravamo tutti artisti, c’era lei.

Lei, che era diversa.

Lei, che si muoveva nell’ombra.

Lei, che non aveva mai parole inutili.

Lei, con quelle labbra che non conoscevano critiche.

Lei, che non parlava.

C’erano giorni in cui le leggevo la sofferenza negli occhi, e io non potevo farci niente. Ciò non vuol dire che non ci provai, e Dio, se mi ci impegnai. Inziai a parlarle ogni giorno, in ogni momento. Certe volte mi guardava e basta, senza rispondermi, e bisognava interpretarle gli occhi. E ogni volta, nei suoi occhi, io ci vedevo un’infinità di parole, bloccate da qualcosa. Capitava che la facessi ridere. Non era bella, no, ma quando sul volto le esplodeva quel sorriso, non esisteva spettacolo più bello. Eravamo così: lei, ad ascoltare, e io, a parlare per entrambe. C’erano volte in cui venivo buttata fuori dall’aula per le mie troppe parole, ma, prima di uscire, buttavo un occhio nella sua direzione, e, se rideva, sapevo che ne era valsa la pena. Certi giorni mi stancavo di sentire solo la mia voce nell’aria e la incitavo a scrivermi le cose. E sulla carta, eravamo identiche. Sulla carta finalmente si liberava. Ma non pensate erroneamente, nemmeno sulla carta abusava delle parole. Molte volte ci ritrovavamo stese sul prato e stavamo lì, nel silenzio.

In quel silenzio che non comprendevo.

In quel silenzio che mi uccideva.

In quel silenzio che la uccideva.

Un giorno, seduti in quel prato, lei smise di sopportare quel silenzio. Prese la carta, e scrisse. Scrisse di come la parola la abbandonò, o piuttosto, come fu lei a lasciarla svanire.

Scrisse delle grida che la tormentavano.

Scrisse di persone che le imponevano il silenzio.

Scrisse di persone che non ritenevano la sua opinione necessaria.

Scrisse di persone che le insegnarono solo l’arte delle insicurezze e delle paure.

Scrisse di persone, di cui non valeva la pena scrivere.

Scrisse, infine, di come il silenzio l’accolse.

Poi mise a posto la penna, si girò e aprì la bocca. Ci provò, lo giuro che ci provò, ma uscirono solo lacrime gelide. E io lo so che in quel momento dalla sua bocca non uscì niente, ma io per la prima volta mi accorsi di quante parole fosse in grado di produrre un silenzio. Per la prima volta non ci fu silenzio più chiaro. Per la prima volta, sentii quel silenzio anche mio. Per la prima volta, in quel silenzio, la sentii. Per la prima volta, sentii la sua voce.

Ed era così felice, tra quelle lacrime, che le promisi che avrei scritto di lei.

Ed era così bella, che alla fine, lo feci davvero.

—  Urlacheinfrangonolemura
Per quell’altro sogno dell’inferno,
della torre del fuoco che purifica,
e delle sfere gloriose,
per Swedenborg,
che conversava con gli angeli per le strade di Londra,
per i fiumi segreti e immemorabili
che convergono in me,
per la lingua che secoli fa parlai nella Northumbria,
per la spada e l’arpa dei sassoni,
per il mare, che è un deserto risplendente
e una cifra di cose che non sappiamo,
per la musica verbale d’Inghilterra,
per la musica verbale della Germania,
per l’oro che sfolgora nei versi,
per l’epico inverno
per il nome di un libro che non ho letto,
per Verlaine, innocente come gli uccelli,
per il prisma di cristallo e il peso d’ottone,
per le strisce della tigre,
per le alte torri di San Francisco e di Manhattan,
per il mattino nel Texas,
per quel sivigliano che stese l’Epistola Morale,
e il cui nome, come preferiva, ignoriamo,
per Seneca e Lucano, di Cordova,
che prima dello spagnolo
scrissero tutta la letteratura spagnola,
per il geometrico e bizzarro gioco degli scacchi,
per la tartaruga di Zenone e la mappa di Royce,
per l’odore medicinale degli eucalipti,
per il linguaggio, che può simulare la sapienza,
per l’oblio, che annulla o modifica i passati,
per la consuetudine,
che ci ripete e ci conferma come uno specchio,
per il mattino, che ci procura l’illusione di un principio,
per la notte, le sue tenebre e la sua astronomia,
per il coraggio e la felicità degli altri,
per la patria, sentita nei gelsomini
o in una vecchia spada,
per Whitman e Francesco d’Assisi che scrissero già
questa poesia,
per il fatto che questa poesia è inesauribile
e si confonde con la somma delle creature
e non arriverà mai all’ultimo verso
e cambia secondo gli uomini
—  Jorge Luis Borges, Un’altra poesia dei doni

ma se ti penso che succede? perché ho un grumo acido in pancia e uno bagnato in gola, vorrei stendermi sul letto ma ho messo a lavare le coperte, e non ho le ho ancora stese. evito il pensiero della tua voce e delle tue mani leggere perché tremo al pensiero di averti deluso ancora. ho le nocche spellate, e al tempo stesso la rabbia mi leviga la voce.

Vorrei che tu scegliessi me. Vorrei che tu scegliessi me anche se incontrassi mille persone, con mille sguardi diversi, mille colori di occhi diversi,mille sorrisi diversi e mille labbra diverse. Vorrei che tu avanti a mille ostacoli,mille preoccupazioni,mille confusioni scegliessi me. Vorrei che mi prendessi per mano e che mi guardassi come se non esistesse altra cosa più bella. Vorrei che tu dinnanzi a mille labbra da baciare scegliessi le mie. Vorrei che dinnanzi a mille sguardi ti accorgessi che hai bisogno solo del mio. Vorrei che mi baciassi ogni sorriso dedicato a te. Vorrei che tu mi accarezzassi i capelli mentre stiamo stese a contare le stelle,più incasinate di noi in mezzo a quel blu notte e vorrei che facessimo l’amore sotto le stelle, che guardandoci dall’alto saprebbero che noi in realtà insieme splendiamo più di loro.

Tra le mani Phoebe stringeva ancora il calore andato perso di quelle lenzuola e di quel corpo. Del suo corpo.
Andato perso sul pavimento in marmo di un ambulatorio e di una luce di neon poco funzionante, riflessa sugli specchi di quei ricordi atroci, con una mano sul ventre ed un’altra stretta alla propria solitudine, seduta in sala d’attesa di fianco a sé, su quei sediolini rossi.
L’autunno era giunto ormai da molto e il venticello fresco insaporito d’Inverno entrava dallo spiraglio lasciato aperto della finestra della sala.
Le pareti erano rivestite di una carta da parati giallognola, con delle mattonelle da bagni pubblici, beige, e qualche quadretto di artista di strada.
Due porte.
Una d’uscita e l’altra priva di colore, grigia, con una maniglia sporca ancora di sudore di chi vi entrava, con su sopra incisa una targhetta di ferro indicante il nome del dottore.
L’attesa era appena iniziata ed era il principio di qualcosa di straziante, un dolore di cui le persone non conosceranno mai l’esistenza se non nel momento in cui inizieranno a provarlo.
Entrò una signora anziana, doveva avere all’incirca settant’anni, capelli bianchi raccolti in un codino pulito, pelle scolorita così come quel luogo, segnata dalle rughe, occhi azzurri, pochi denti in bocca e manine ossute strette sul grembo, vestendo una vestaglia dai motivi orientali, con una borsetta rossa legata al braccio destro.
Si avvicinò con la calma di chi ha imparato a non correre più nella vita per evitare di cadere e si sedette proprio di fianco a Phoebe che intanto fissava il vuoto delle mattonelle, indugiando nei suoi pensieri più di quanto potesse e dovesse.
“Ciao piccola, sai se c’è il Dottore dentro?” e con un cenno dello sguardo, indicò la porta.
Lei si limitò ad annuire, battendo un paio di volte la mascella e prendendo un altro profondo sospiro.
“Quanti anni hai?” le chiese, col fare delle impiccione ma con il tono della voce gentile e pacato.
“18.” Rispose secca Phoebe, ansiosa di ritornare a ricordare e quindi sentire di nuovo il sapore di quel letto sulle proprie labbra, sui propri occhi pesanti di notti insonni, sulle proprie orecchie straziate da giorni di lacrime.
“Sai…” pronunciò ancora l’anziana signora, poggiandosi le mani sulle rotule e fissando fuori malinconicamente, con gli occhi che poi si rivolsero nuovamente alla ragazza e la squadrarono.
“Quando avevo la tua età non sapevo che cosa fosse l’amore e così ero ansiosa di conoscerlo. Molto ansiosa. Così ansiosa che pensai fosse giusto fidarsi degli uomini.” Il tono non riservava rancore o rabbia, era mansueto e tranquillo.
Phoebe la guardò, stavolta con una stilla di rinnovato interesse negli occhi, curiosa.
“Chi viene in questo ambulatorio, e c’è scritto sulla porta …” indicò la porta d’uscita con un segno più concreto, usando l’indice della mano destra. “… lo fa per due motivi. Conosce il dottore, oppure aspetta un dono dalla vita.”
“Ehm, io … a dire il vero, non vorrei mancarle di rispetto, ma non mi va di parlarne e non sono affari suoi.” rispose Phoebe con quella nota d’irritazione nella voce, togliendole lo sguardo ed alzandosi dal sediolino, con il respiro accelerato e le mani frenetiche a ricercarsi fra loro.
“Non volevo farmi i fatti tuoi.”  Precisò la vecchietta senza un filo di entusiasmo nella voce, ma rimanendo pur sempre leggera e cordiale.
“Oggi potrai entrare lì dentro e dovrai scegliere fra due sentieri. Lasciare che qualcuno ti rovini la vita o che qualcuno te la renda degna d’esser vissuta.”
“Non sa perché io devo entrare là dentro. Non ho intenzione di parlare con estranei dei fatti miei, né di quello che mi è successo.” Le disse di spalle, appoggiandosi per un attimo alla parete insignificante, socchiudendo gli occhi.
“Non c’è bisogno che tu mi dica i fatti tuoi. Leggo la sfiducia per gli uomini anche nei tuoi occhi. Traditi e soli. Sono vecchia e sono stata anche io ragazza, molto tempo fa.” si prese una pausa, alzandosi e compiendo piccoli passettini verso la finestra per spalancarla e lasciare che l’aria entrasse. “Da quanto tempo?” le domandò, restando dritta in piedi, con le mani ancora ferme in grembo.
“U-un mese…” rispose Phoebe, con la voce spezzata dallo sfogo, e una sola lacrima addensata nell’angolo degli occhi.
“Il mio nome è Bathilda, perdonami se mi sono permessa di entrare così tra i tuoi pensieri.” Sembrò scusarsi d’improvviso, come se tutte le parole cariche di saggezza e filosofia per la vita non fossero mai state pronunciate.
“Phoe-phoebe …” ancora titubò la voce della giovane ragazza che nel mentre ricacciava dentro sé il proprio dolore e si voltava a guardare Bathilda.
“E perché lui non è qui con te, Phoebe?” domandò indicando l’uscita, con il palmo della mano aperta. La voce della vecchia, inflessibile, ebbe con sé una nota di turbamento, si fece più dura.
“Perché lui non c’è più proprio da un mese. Ha lasciato che me ne andassi da casa sua, col corpo ancora bollente dei suoi baci, le mie mani ancora sporche del suo corpo, i miei fianchi ancora segnati dalle sue dita. Mi ha usata nel modo più atroce, come un vizio da soddisfare che non serve a null’altro che a darci piacere e poi ha lasciato che mi spegnessi, come una sigaretta appena caduta dalle sue labbra.” Furono parole forti, aspre, quelle che pronunciò stringendo maggiormente le mani e conficcandosi le unghie nei palmi.
Bathilda tuttavia lasciò che  parlasse e si sfogasse, senza interferire né aggiungere parola alcuna al suo discorso.
“Qual è il suo nome?” chiese poi la vecchia, abbassando lo sguardo.
“David.”  La malinconia delle cose passate che nonostante tutto ancora ledono il nostro spirito, caricò la voce della giovane donna.
“E ora sei qui per intraprendere quale sentiero, Phoebe? Lasciare che qualcuno renda la tua vita degna di essere vissuta oppure che qualcuno te la rovini?”
L’altra non spiccicò parola, ricercando impaziente la porta del dottore con i propri occhi verdi.
“ Poiché nulla potrà rovinare di più la tua vita della persona che tu stessa ami con tutto il tuo cuore. I bambini nascono per volere di entrambi i genitori, per volere di uno solo o per incidente. Arrivano in questo mondo senza colpa alcuna, se non quella di aver fatto parte del corpo di un incosciente. Nulla, piccola, potrà rovinare di più la tua vita della persona che tu stessa ami ed amerai, poiché ella mai ricambierà il tuo amore se non nel momento in cui tu smetterai di dimostrarglielo. E’ la legge che regola le emozioni degli uomini.” Le parole furono pronunciate con la calma che contraddistingueva la vecchietta. Gli occhi stanchi carichi di una nuova grinta, muovendo alcuni passi in quella postura storta e sbilenca, proprio verso Phoebe. Poi continuò.
“Allora i bambini nascono affinché colei che li ha messi al mondo, la loro madre, possa prendere ad amarli e vivere di questo amore, senza aspettarsi di essere ricambiata. Questa creatura si nutre di te adesso. Non dei tuoi ricordi e tu non devi lasciare che questi , siano il pugnale che lo condannerà a morte.” Ampi sospiri, colpi di tosse forti, educatamente coperti dalla mano destra. Si aggiustò la borsetta rossa che reggeva al braccio e poi continuò, mentre Phoebe ebbe bisogno nuovamente del sediolino della sala d’attesa, accasciandosi con le gambe tremanti.
“Non lasciare che quest’oggi la tua vita prenda a rovinarsi, a disfarsi come una vecchia valigia o come il letto in cui lui ti ha consumata. Non lasciare che lui ti consumi oltre.”
E proprio mentre Bathilda iniziava a farsi sempre più insistente, con quella luce di passione disinteressata negli occhi, l’infermiera si affacciò dalla porta d’entrata dell’ambulatorio.
“Fox.” Lesse un bigliettino con su scritto il cognome della ragazza e donandole uno dei suoi più smaglianti sorrisi, le spalancò la porta. “ Prego cara, entra pure.”
A Phoebe servì la forza per rialzarsi da quel sediolino, donando uno sguardo dapprima a Bathilda, poi alla finestra ed incamminandosi alla fine verso l’interno.
Alla vecchietta morirono altre parole in gola e finì solamente per pronunciare.
“Quest’oggi sei da sola, ma lascia che qualcuno possa incominciare a farti compagnia fino alla fine dei tuoi giorni. Vivi una vita che saprai degna di essere vissuta, senza aver bisogno di altre fonti d’ amore fino a che camperai.”
Phoebe non si voltò, ma le parole le risuonarono in testa come la più potente e accesa delle sveglie, le invasero le orecchie, le narici, la bocca, gli occhi, la mente.
Tutto di lei fu pervaso da quei fiumi, riversati in quella sala dalla bocca della vecchia, che adesso inondavano ogni recondito antro della passione della giovane diciottenne.
Una volta all’interno, salutò con un segno del capo il dottore e si stese insicura sul lettino della sala medica.
Lui vestiva il solito camice bianco, degli occhialetti da studioso neri e doveva avere intorno ai cinquant’anni. Lineamenti maturi, barbetta appena incolta, un paio di occhi azzurri profondi.
“Siamo giunti ad un punto, Phoebe. Ne abbiamo parlato a lungo. Sei sicura di volerlo fare?”
Lei non annuì, non fece alcun segno. Deglutii forte, sollevò la maglietta che indossava, scoprendo il ventre appena gonfio.
Un sospiro sancì la sua approvazione e dopo qualche minuto di lenta e perpetua agonia, il dottore emerse da dietro un paravento con una siringa stretta fra le mani coperte dai guanti.
A Phoebe mancò di nuovo il respiro. I sensi stavano per abbandonarla.
I passi lontani sul pavimento in marmo del luogo, le pareti tutt’intorno e quelle parole che ancora erano restie ad andare via da lei.
Le scuotevano le membra dall’interno, il cuore avido di felicità, stretto ancora in una valle abbandonata, e di quel sapore di lenzuola calde, ancora impresso sugli angoli delle labbra scure di lei.

-Allora i bambini nascono affinché colei che li ha messi al mondo, la loro madre, possa prendere ad amarli e vivere di questo amore, senza aspettarsi di essere ricambiata.-

L’abisso sembra essere sempre vicino per quelli che hanno paura di naufragare.
Così Phoebe si alzò di scatto, la pancia ancora scoperta.
Quasi cadde, una volta scesa.
Fu aiutata subito dall’infermiera e dal dottore, che adesso non aveva neanche più i guanti.
Fece di ‘No’ con la testa e poi cacciò fuori le lacrime che dapprima le si erano addensate agli angoli degli occhi. Afferrò la maniglia sudata, ripercorse nuovamente quel breve corridoio, tempo e spazio azzerati nella sua mente.
“ Magari un giorno … anche tu parlerai ad una giovane ragazzina, ricordando il momento in cui fermasti la mano del ginecologo che stava per rendere la tua vita un inferno. Eccome se lo ricordo, quel momento.” La voce di Bathilda che adesso era appoggiata al davanzale della finestra, guardando fuori, fu pregna di una certa soddisfazione.
“ Vivrai una vita degna di essere ricordata, come la mia, che ad oggi ha compimento … negli occhi di mio figlio, che dall’altra parte dello studio,  ha principiato una vita per te e per la creatura che porti in grembo. La creatura di cui sarai fiera ed orgogliosa. La creatura che darà pace alle tue sofferenze e azzererà la voce dei tuoi ricordi. Ciao piccola … ora va’ a casa.”
Fu come un flashback, le parole, la freddezza, il dolore, l’abbandono.
Phoebe quel giorno capì, aveva già iniziato a ricordarsi di vivere quella vita che le aveva dato un’altra possibilità.

—  Davide Avolio

Mamma: svegliati tesoro..Chris è giù che ti aspetta. Sarah: oddio! mi sono svegliata troppo tardi!! Devo ancora farmi la doccia e tutto! Appena disse questo Chris salì la scale ed entrò in camera sua sorridendo… Chris: No piccola… sei bellissima c…osì…… adesso vieni sto morendo di fame! Sarah: Okay… Sarah scese dal letto, si vestì, prese la mano di Chris, e camminò con lui fino alla macchina. Sarah: dove stiamo andando? Ricordati ke io devo essere a casa per l'una.. devo ripassare le coreografie e tu hai la partita.. Chris: lo so… Poi Sarah notò ke Chris era molto pallido. Sarah: Chris ti senti bene? Sembra che tu stia male.. Chris: si! è solo l'allergia.. Sarah: sei sicuro? sei già andato dal dottore? Chris: si..ieri. mi hanno detto di prendere delle pastiglie per l'allergia e che presto starò bene… Sarah lo guardò di nuovo. Sapeva che c'era qualcosa che non andava.. Anke lei aveva allergie ma non era così pallida.. poi lui parcheggiò e prese la mano di Sarah… Sarah: Chris le tue mani sono così fredde… non penso che tu stia bene..dimmi cosa c’è ke non va.. hai bisogno di tornare a casa? Chris: te lo prometto piccola; è tutto apposto.. mi hanno detto di tornare domani ma non ci andrò perchè sto bene! Sarah: Chris tu hai bisogno di andare! Magari ti dicono se qualcosa non va.. Chris lasciò la sua mano e non parlò per tutto il resto del tempo. Sarah lo guardava solamente.. Finalmente arrivarono al bar e fecero colazione. Chris: hai preso il cambio per l'allenamento o dobbiamo tornare a casa a prenderlo? Sarah: ce l'ho.. pensi davvero che sia il caso di andare a calcio? Chris: si Sarah..sto bene.. Sarah: se lo dici tu.. Chris: Sarah, piccola,ti mentirei mai?? Sarah: No… Tornarono in macchina e andarono al campo.. scesero e iniziarono l'allenamento… Sarah stava provando una nuova coreografia,ma improvvisamente sentì un ragazzo urlare… “Non si muove! Qualcuno chiami il 991! Aiuto coach!” Appena sentì questo si girò e vide Chris disteso per terra,immobile.. Corse da lui ma suo padre la fermò. Papà:no,piccola.. è meglio se non stai qui. Sarah cominciò a piangere.. Sarah: papà cos'è successo?? sta bene?? Papà : tesoro,per piacere torna con il tuo allenatore.. Sarah tornò indietro e si sedette su una panchina con la testa fra le mani mentre un'ambulanza lo portava via.. Salì in macchina con suo padre e andarono in ospedale.. Quando arrivarono, la mamma di Chris era già là e parlava col dottore…Andarono là e ascoltarono… dottore: magari è meglio se vi sedete.. mamma di Chris: come sta? Dottore: signora..suo figlio ha la leucemia, possiamo metterlo sotto terapia ma potrebbe non fare effetto perchè il cancro si è esteso troppo.. Sarah rimase scioccata e cominciò a piangere sulla spalla di suo padre. mamma di Chris: terapie? dottore: bhè..la terapia gli causerà la perdita di capelli..ma potrebbe aiutare il cancro e restringersi. mamma di Chris: ma morirà sicuramente? dottore: purtroppo si..è questione di tempo.. mamma di Chris.: devo parlarne con lui..possiamo vederlo adesso? dottore: si..uno alla volta pero’. La mamma di Chris guardò Sarah disperata..sapeva ke lo amava con tutto il suo cuore.. mamma di Chris: vai tu per prima…. Sarah: sei sicura? mamma di Chris : si tesoro… Sarah camminò lentamente fino alla stanza di Chris e girò la maniglia…stava in piedi a guardare lui disteso, era sveglio..era così pallido e aveva molti tubi attorno a lui..le faceva male guardarlo in quelle condizioni… Chris la guardò e le sorrise debolmente… lei gli andò vicino e si inginocchiò di fianco a lui.. Chris: te l'hanno già detto? Sarah: si.. Chris: mi dispiace Sarah..non volevo lo scoprissi così.. Sarah: tranquillo..capisco Chris.. Chris: piccola,ti amo tantissimo! Chris si tirò su lentamente e le passò una mano tra i capelli.. Sarah: ti amo anche io Chris, con tt il mio cuore..e sarò qui fino alla fine.. Chris:io starò bene Sarah.. L'infermiera entrò con la madre di Chris.. Infermiera: è il suo turno adesso.. Chris guardò Sarah..Sarah si chinò e lo baciò sulle labbra fredde.. Chris: ciao piccola… Sarah: ciao.. I mesi passarono e Chris perse i capelli, ma loro erano ancora innamorati e Sarah stava con lui ogni giorno..Chris peggiorava e non poteva più giocare a calcio..e il campionato era vicinissimo…Chris era seduto sulla veranda di Sarah con lei e suo padre.. Chris: Coach.. io voglio giocare domani.. papà di Sarah : ma io non posso lasciartelo fare..ti farai male.. Chris: no, coach,per piacere..questa potrebbe essere l'ultima volta sul campo per me… voglio giocare per l'ultima volta.. Il papà guardò Chris e poi Sarah…Sarah fece un cenno con la testa.. Papà: sei un ragazzo forte, Chris, è coraggioso..credo che lo potremmo fare.. Chris: grazie mille,coach.. Papà: allora cosa fate voi due stasera? Chris: voglio mostrare a Sarah una cosa.. Papà: va bene,ma state attenti.. Chris strinse la mano di Sarah e la condusse fino alla macchina. era completamente buio quando arrivarono al campo… Sarah: cosa facciamo qui? Chris: seguimi.. Chris tirò fuori una coperta e la stese sul campo.. si sdraiarono entrambi e guardarono le stelle.. Sarah: è bellissimo… Chris: lo faccio spesso..volevo mostrarti un posto che amo.. Sarah: ti ricordi i fiori che mi hai regalato al nostro primo vero appuntamento? Chris: certo che me li ricordo..erano girasoli..i tuoi preferiti.. Sarah: esatto..non mi dimenticherò mai quel giorno! Chris: voglio che ti ricordi per sempre una cosa Sarah.. Sarah: cosa? Chris: sarò sempre con te.. e ti amerò per sempre.. sei l'unica e la sola.. Sarah cominciò a piangere.. Sarah: ti amo da morire, Chris.. Chris: e io voglio che tu sia felice..voglio che ti sposi con qualcuno, che tu abbia dei figli, che ti faccia una famiglia..che viva una vita felice per me.. Sarah: no..non sposerò nessuno Chris..sto sposando te.. Chris: non dimenticarti quello che ti ho detto.. Lui si avvicinò e la baciò… Sarah: pensi di potermi rincorrere? Chris: Oh si..sono più forte di quello che sembro.. Sarah: allora dai, prendimi..!! Chris si alzò e la rincorse attorno a tutto il campo da calcio finché finalmente la prese.. Lui la strinse e gli mise le mani dietro la schiena..lei non poteva muoversi.. cominciò a piovere, si stavano inzuppando ma non gliene importava.. Chris la guardò profondamente negli occhi.. Chris: chi è il debole adesso? sarah: io..(rise) lui fece lo stesso.. Chris: ricordi cosa mi hai detto stasera a cena? Sarah: No.. cosa? Chris: che hai sempre voluto baciare la persona che ami sotto la pioggia.. Sarah: davvero? Chris: bhè..il tuo desiderio è un mio ordine adesso.. Chris la baciò a lungo… Chris: sei bellissima.. Sarah: e tu continui a baciare da dio..(risero) Chris: meglio se ti porto a casa.. Entrarono in macchina e andarono a casa.. Era dura per loro dormire, quella notte..arrivò il giorno della partita ed erano tutti allo stadio.. Chris era già in divisa e Sarah era pronta per le sue coreografie…la partita cominciò… La folla impazziva per Chris..e Sarah dava il meglio di se..erano 3 pari…il tempo stava per scadere.. Chris aveva la palla..corse con tutto il fiato che aveva in corpo..con tutta l'energia che aveva..e tirò con enorme potenza..fece goal!!!! Tutti erano in delirio..avevano vinto!!!Ma Chris..forse aveva perso la vita.. cadde per terra… Sarah corse da lui e si inginocchiò.. Chris respirava a fatica.. Tutti stavano entrando nel campo… Ma il padre di Sarah li fermò.. Papà di Sarah : tornate indietro..dategli un momento..è l'amore di mia figlia.. Chris le asciugò le lacrime.. Sarah: non morire Chris..io ho bisogno di te..ti amo! Chris: ti avevo detto che il mio sogno era scendere in campo..vincere..e morire su questa erba..io rimarrò nella storia.. Sarah si abbassò e lo baciò, sapendo che non l'avrebbe più potuto baciare..che era l'ultima volta che gli parlava.. Aveva tante cose da dire ma non aveva tempo… Chris: ti amo piccola.. di a mia madre che le voglio bene..e ringrazia tanto il coach.. Sarah: ti amo Chris…tantissimo! Chris: ti aspetterò… La mano di Chris cadde..lui morì quella notte sul campo…Sarah pianse per 2 mesi,ininterrottamente.. Sarah era distesa sul letto quando suo padre entrò.. Papà: tesoro, sono passati 2 mesi..per piacere alzati..lui vorrebbe vederti felice.. Sarah: lo so.. Papà: indovina cosa? Sarah: cosa? Papà: stanno costruendo un nuovo stadio..non è fantastico, tesoro? Dai,voglio che tu venga con me prima che abbattano quello vecchio.. Sarah si alzò e andò con suo padre al vecchio campo..si arrampicarono sulle tribune e guardarono giù.. Sarah: è come se fosse ieri…lui era qui, giocava a calcio, faceva goal.. Suo padre le mise un braccio attorno al collo e lei cominciò a piangere… Papà: lo so piccola,lo so… Poi Sarah notò qualcosa nel campo.. Sarah: cos'è papà? guarda! (indicava il campo) Papà: sembra che stiano nascendo dei fiori.. Sarah: oddio,papà!! fermali!! non lasciare che abbattano lo stadio! ti prego! Chris ha piantato qualcosa per me!! Suo padre corse giù e li fermò.. Settimane dopo i fiori erano cresciuti.. Lei e suo padre andarono a guardarli.. Erano dei girasoli che lasciavano un messaggio: TI AMO

Tutto ebbe inizio, se così posso dire, il 2 ottobre 2013. Era un giorno di pioggia, cosi decisi di stare a casa a passare il mio tempo mangiando e su facebook. Da poco tempo mi aveva aggiunto un ragazzo, un certo Salvatore, mi incuriosiva l'idea di conoscere una persona nuova e così guardai un pó il suo profilo. 17 anni, moro, con la passione per le moto. Abitava in un paesino vicino al mio e veniva a scuola nella mia zona, non lo avevo mai notato, forse perché lui era tipo che non voleva tante attenzioni. Così pensai “Lo cerco o aspetto sia lui a farlo?” ma decisi di fare io il primo passo,che mi costava? Era un anno che non messaggiavo con un ragazzo nuovo, dopotutto avevo i miei migliori amici e mi bastavano loro. Ma vabbe, non ricordo bene quello che mi passó per la testa in quel momento, fatto sta che lo cercai, e giuro non me ne sono mai pentita. Sembra assurda come cosa, ma quando iniziai a parlare con lui mi sembró di parlare con qualcuno che conoscevo da una vita. Capì subito che era il tipico ragazzo di paese (ragazzi che io amo in assoluto), un ragazzo a cui piaceva girare nei boschi, sedersi li e rilassarsi, lasciandosi tutti i problemi alle spalle. Era perfetto lo giuro. Perfetto in tutto, perfetto per me. Ma io invece? Io sono un completo disastro, di una vivacità assurda, un maschiaccio che ha sempre da ridire, impulsiva e che pretende la ragione su tutto. Insomma, eravamo completamente l'opposto, eppure ci ammammo fin da subito. Messaggiavamo, anche se lui diceva sempre che preferiva passare una giornata insieme invece che stare dietro ad un telefono, e così un giorno il destino volle che ci incontrassimo per la prima volta, in maniera alquanto buffa, io mi ritrovai coinvolta in una rissa nella piazza dove lui aspettava il bus lui invece di andarsene si immischiò e stese al mio fianco. E da li posso dire che inizió veramente tutto. Da quel momento eravamo sempre insieme, lui capì subito con chi aveva a che fare e pur essendo mi amava ogni giorno di più. Non posso dire di aver mai conosciuto una persona più bella, ma bella in tutti i sensi! Cioè volete che vi parli del suo sorriso? Così bello da poter fare innamorare chiunque di lui, oppure dei suoi occhi? Quei bei occhioni verdi e castani, che quando li guardavo mi ci perdevo dentro. Sentivo che lui era la persona che stavo cercando da tempo, quella che avrei potuto avere accanto una vita intera, lui era diventato quasi un ossessione, anche se per un periodo ci allontanammo perché feci degli errori, poi tornammo insieme, e tornammo per essere più uniti di prima. Ormai mi ero abituata a lui, alla sua presenza, ai suoi abbracci, i suoi baci, a i suoi modi di dimostrarmi il bene che mi voleva, senza usare parole, lui si limitava a fare dei piccoli gesti d'amore, magari mi abbracciava quando meno me lo aspettavo o magari uscivamo insieme e lui mi riempiva di coccole e attenzioni. Non credo di essere mai riuscita a descrivere il bene che gli volevo, ma forse se lo avessi fatto non lo avrei perso. Adesso mi sento vuota dentro, mi manca una parte di me, la più bella, mi manca lui, mi manca la sua presenza nella mia vita. Ho sbagliato e non sono mai riuscita a rimediare e mi sento in colpa per questo, ogni giorno, mi sento una stupida perché penso “Se io non avessi sbagliato a quest'ora lui sarebbe qui.” E invece ora non c'è e so che è colpa mia. Tutti mi dicono di dimenticarlo, ma io dico, davvero si può dimenticare una persona? Magari ne dimenticherò i lineamenti del viso, il colore dei suoi occhi e i suoi modi di fare, ma non dimenticherò mai il motivo per cui mi faceva sorridere.
—  Non vi chiedo chissà cosa, solo di leggere e di capire. Avevo bisogno di sfogarmi, e Tumblr è il modo migliore.

Un treno passò velocemente.
Era autunno e ci fu silenzio.
Si sollevarono via le foglie cadute, travolsero i passanti ed una si incastrò nei capelli rossi di Marie che prontamente si sistemò, presa la foglia e la strinse nella mano accartocciandola come una copia brutta di una lettera d'addio.
Iniziava a fare freddo e pensò che la stazione era diventata vuota e libera.
Era passato anche l'ultimo treno.
Marie guardò la stazione e si sentì sola.
Sola nel modo bello.
Faceva freddo, e si strinse un po’ di più nella sua giacca di lana.
Il silenzio. E qualcuno con cui ucciderlo.
Il dolore. E qualcuno con cui condividerlo.
Marie aveva sempre avuto paura del silenzio o del dolore, non si sa.
Non pensò che potesse essere realmente sola tuttavia.
Picchiettò pazientemente il piede a terra e quando si accorse che anche l'ultimo treno era passato fece un passo indietro e si escluse dal mondo, da quella sua strana e bizzarra idea di mondo, perché fu troppo tardi anche per rincorrerlo l'ultimo treno e quando le scapole colpirono il muro di un pilastro, Marie era già indietreggiata troppo dalla sua contorta idea di mondo.
Aveva gli occhi stanchi e freddi.
Era passato l'ultimo treno, portandosi dietro tutte le storie di chi ci era salito.
Era passato veloce come un'ombra.
Marie indietreggiò ancora.
Si guardò intorno per un momento e una folata di vento gelido la fece rabbrividire … ancora.
Qualcuno avrebbe dovuto dirle che quel mondo ‘strano’ e 'bizzarro’ non era mai stato pensato per persone belle come lei.
Era immobile, persa tra i suoi misteri e pensava che non sarebbe dovuta essere lì.
Era scesa la sera e con esse le stelle, una ad una, piano, nascevano timide e si facevano spazio nel cielo di quella sera d'autunno.
Marie si voltò, un po’ incerta sulle sue gambe troppo magre.
Guardò la stazione vuota: adesso respirava.
Respirava lentamente come chi gode di ogni momento che le è stato regalato e si accaparra di ogni felicità esistente sulla terra.
Abbassò lo sguardo sulla foglia a terra ai suoi piedi.
La raccolse.
Grandi poeti e filosofi avrebbero dovuto vivere e parlare di assenza o di presenza magari e che qualsiasi testo passato alla storia come grande opera non era altro che un attimo di apatia, sciolto in tenebrosi e irrequieti sentimenti, emozioni che scoppiavano quella sera dentro la testa di Marie mentre cercava di curarsi della foglia raccolta come se fosse un bambino.
La dispiegò come meglio poteva e quando il vento la ghermì nuovamente e gliela portò via, Marie abbracciò con passione quella sua deviata idea di mondo e fece più di due passi in avanti, senza titubare.
Successivamente solo si accorse che la foglia l'aveva persa di vista e che non le bastava più aspettare un treno.
Qual era la meta da raggiungere?
Marie effettivamente non lo sapeva e il fischio acuto del ferroviere che annunciava a tutti la chiusura della stazione si espanse impertinente nell'aria.
Marie, però, aveva avuto il piacere ed il coraggio di allungarsi ancor di più verso il vuoto, la foglia incastrata fra due pietre e il binario, divorato dalla ruggine.
La fissò.
Qual era la meta?
Qual era la vita? La strada?
Marie non lo sapeva, e in quel silenzio, in quel freddo, non si era sentita più smarrita, persa,divorata.
La ruggine che consumava quel binario pareva la metafora esatta alla sua intera esistenza.
Alzò la testa.
Il binario continuava.
Si perdeva,
Marie sapeva che era pericoloso, insensato eppure in quel momento le sembrò la cosa più giusta.
Scese.
Quasi cadde, in equilibrio, in bilico.
Si guardò avanti, gli occhi velati ed iniziò a camminare.
Dove stesse andando nessuno lo sa.
Non possiamo sempre conoscere la strada, ma possiamo assecondarla.
Quando aveva già fatto più di qualche metro di era già quasi scordata della foglia tra i binari poiché il vento aveva inghiottito il fischio sordo del ferroviere.
Si strinse di più nella sua giacca e infreddolita alla luce di un palo continuò a camminare.
Ma qual era la meta di Marie?
Il fischio era scomparso adesso, totalmente e alla convinzione forte di essere relativamente poco nel mondo, Marie contò i suoi passi fino a che non fu nuovamente inghiottita dal buio.
Un rumore lontano e indistinto.
Non era il fischio del ferroviere, l'urlo tenue del vento, e mentre il boato di un tuono rischiarò le tenebre ; come una freccia scoccata troppo vicino una luce le illuminò gli occhi verdi e le riflesse i capelli rossi.
Si voltò alla sua sinistra e un treno le sfrecciò accanto veloce.
Le sfrecciò vicino e lei vide ogni singolo volto, ogni singolo paio di occhi in quei pochi secondi.
Tutti occhi vuoti.
Il treno scomparve, ingoiato dalla notte.
Marie era sola, aveva paura.
Si stese tra i due binari, proprio al centro. Chiuse gli occhi. Urlò.
Il suo grido dilaniò e squarciò il silenzio.
Aveva perso la strada, ma andava bene così.
Tra una lacrima e l'altra, graffiando il binario a una spanna dal suo volto la foglia le si incastrò fra i capelli.
Ebbe un sussulto contenuto, riaprì gli occhi lucidi e rossi e la prese, fissandola per più di qualche istante.

Qual era la meta?

— 

-Storie a quattro mani-

Davide Avolio & Serena Cepollaro

Occhi neri

Sono salita sul treno e ho scelto un posto vicino al finestrino. Non c'era nessuno accanto o di fronte a me. Dopo qualche fermata è salito un uomo di colore, che aveva tratti simili agli indiani e ai pakistani. Ma poteva essere pure arabo, non lo so e poco conta. Mi ha guardata e si è seduto di fronte a me. Ha spalancato le gambe e le ha stese invadendo un po’ il mio spazio, quasi a volerlo delimitare. Io sono rimasta ferma, al mio posto, avevo le cuffiette nelle orecchie e ho fatto finta di niente guardando fuori. La posa che aveva assunto non mi è piaciuta affatto perché mi ha dato l'idea di voler dominare in qualche modo, non saprei spiegarmi meglio.
Ha iniziato a fissarmi con quei suoi grandi occhi neri imbarazzandomi e ha portato la sua mano sinistra all'altezza della zip che chiude i pantaloni. Ho pensato che non fosse il caso di impressionarsi e che probabilmente era un gesto involontario. Ho fatto finta di niente guardando fuori.
Ad un certo punto ho visto la mano muoversi. Mi sono ripetuta che forse stavo fraintendendo tutto e che era il caso di stare calma. Ho chiuso gli occhi e finto di voler dormire. Dopo un po’ li ho riaperti a causa di un rumore e anche lui li aveva chiusi ma la mano era sempre lì. Li ha aperti anche lui e incrociando il mio sguardo ha ripetuto il gesto. Questa cosa si è ripetuta tre/quattro volte.
Ho preso il cellulare, l'ho detto ad un amico, ho pensato di alzarmi ma non volevo farlo in modo brusco temendo una reazione non piacevole. Ho aspettato che si fermasse il treno per fingere di scendere e cambiare vagone. Il treno dopo alcune fermate non ne ha fatte più e allora io ho pensato che fosse solo il caso di restare immobile per timore che mi inseguisse. Infatti, quando ho capito che eravamo quasi nei pressi della stazione centrale, mi sono alzata e fermata dietro ad un ragazzo. Me lo sono ritrovato dietro, con la sua mano appoggiata ad una sbarra che mi sfiorava il braccio e ho notato che con l'altra continuava a toccarsi.
Appena si sono aperte le porte sono scesa subito dileguandomi in mezzo alla folla e correndo. Ho provato paura ma soprattutto schifo. La cosa che più mi ha stupito è stata la mia reazione. Seduta su quel treno ero quasi paralizzata, mi sembrava che dovessi essere io quella attenta ai gesti che facevo e non lui. Mi sono sentita anche un po’ sporca e fragile. Un disagio enorme. Un disagio accresciuto anche dai tanti fatti di cronaca che quasi quotidianamente danno notizia di una donna molestata o violentata. Non ho subito nulla di fisico ma mi ha dato troppo fastidio essere trattata in quel modo. Però non sono stata in grado di manifestarlo.
Ero stanchissima su quel treno. Stavo tornando a casa dopo la prima giornata di mare e sentivo (e sento) i battiti del cuore sotto ogni cm di pelle. Volevo tornare a casa pensando a questo e invece ho davanti agli occhi quell'immagine, in particolare quegli occhi neri che mi hanno fatta sentire uno schifo. Non l'ho detto neanche a mia madre per non farla preoccupare. Io me la sono cavata, tante ragazze e donne no, sono inciampate in uomini più insistenti e molesti. Ci penso sempre a quanto bisogna stare attenti, ogni volta che faccio un nuovo tragitto o mi trovo in un posto che non conosco. Ogni fatto di cronaca che riguarda una violenza accresce la rabbia e la paura. Perché un uomo deve arrogarsi del potere di far sentire una donna così? Mi sono resa conto che non si può affatto giudicare il comportamento di certe donne quando ci si chiede perché non hanno fatto questo o quell'altro: io, in quel momento, non sapevo cosa fare.

Quando venne al mondo Afrodite gli dèi si radunarono a banchetto e fra gli altri vi era anche Poro, figlio di Metide. Dopo che ebbero banchettato, siccome c'era stato un grande pranzo, venne Penia a mendicare e se ne stava sulla porta. Poro, ebbro di nettare - il vino non c'era ancora - se ne andò nel giardino di Zeus, e appesantito dal cibo, si addormentò. Penia dunque, tramando per la sua indigenza di concepire un figlio da Poro, si stese accanto a lui e rimase incinta di Amore. Anche per questo è seguace e servitore di Afrodite essendo stato concepito nel genetliaco di essa e poiché per natura è amante del bello, e Afrodite è bella, Amore dunque perché è figlio di Poro e di Penia è stato posto in tale sorte. Per prima cosa è sempre povero, e manca molto che sia delicato e bello, quale molti lo reputano: è duro, sudicio, scalzo, senza casa, sempre nudo per terra, e dorme sotto il cielo presso le porte o per le strade, e poiché ha la natura della madre si trova a convivere sempre con l'indigenza. Secondo l'indole del padre invece sempre insidia chi è bello e chi è buono; è coraggioso, protervo, caparbio, cacciatore terribile, sempre dietro a macchinare qualche insidia, desideroso di capire, scaltro, inteso a speculare tutta la vita, imbroglione terribile, maliardo e sofista. Per natura non è immortale né mortale e talora nello stesso giorno fiorisce e vive, quando prospera, ma talvolta muore e resuscita ancora, proprio per la natura del padre; e quel che accumula sempre si dilegua, tanto che Amore non si trova mai né in povertà né in ricchezza, e si trova sempre in mezzo a sapienza e ignoranza.
—  Simposio, Platone
Voleva metter fine alla sua vita. Erano le 12.45. Il treno sarebbe passato alle 13. Alla stazione non c’era nessuno. Si stese sulle rotaie, a pancia in su. Voleva addormentarsi con una bella immagine impressa nella mente: il cielo. Ah, quanto lo affascinava il cielo. Mille colori. Mille sfumature. Si sentiva un po’ così, a volte. Si sentiva cielo. Stette a guardare le nuvole che si muovevano. O forse era la Terra a muoversi? Chi lo sa. Non aveva mai capito quella parte dell’Universo. Non aveva mai capito l’Universo. Era l’una meno cinque. “Meno cinque minuti alla fine della mia schifosa vita”, pensò il ragazzo. «Fermo!» sentì un urlo. Sentì la sua splendida voce contorcersi in un urlo straziato. «Che c’è? Hai detto d’odiarmi! Fila via, voglio guardare le nuvole prima di morire!» urlò lui in risposta. «Ragiona, porca puttana. Non ti odio, vorrei farlo ma mi è impossibile!» Lui la guardò. No. Non le credeva. Si stese di nuovo sulle rotaie. Si tappò le orecchie e si mise a fissare le nuvole. Nonostante avesse le orecchie tappate sentiva ancora la voce della ragazza della sua vita. Era ovattata, ma la sentiva. Chiuse gli occhi, per sentirsi tutt’uno con la splendida melodia della voce della ragazza. «Ti amo, cazzo! Vieni qui e non farlo mai più. Saliamo su quel treno, ma non passargli sotto, ti prego!» Questa frase gli arrivò alle orecchie per niente confusa. L’aveva sentita benissimo. Si alzò sui gomiti e guardò la ragazza. Era bellissima. Come suo solito. Si scordò di trovarsi sulla ferrovia, tanto che non sentì nemmeno il rumore del treno che si faceva sempre più vicino. «Ti amo anch’io.» disse. Il treno passò.
—  (Via nowiamawarrior1)

anonymous asked:

Ma spari un sacco di minkiate!! Ahahah ma cancellati da Tumblr ke è meglio!

Te lo giuro che adesso mi hai rotto i coglioni tu e tutte le cazzo di perosne che prendono Tumblr come un cazzo di posto personale dove non vogliono altre persone diverse da loro! Volete che ci siano tutte persone uguali, stesse frasi, stessi interessi! No! Porcoddio io su Tumblr ci sto e tu non devi permetterti di rompermi i coglioni, posto quello che voglio, rispondo come mi pare e dico quello che cazzo me dice la testa! Tumblr non è tuo e di nessun cazzo di anonimo mongoloide che pensa questo! Per te sarò uno schifo di persona, e sinceramente non me ne fotte un cazzo, ma per qualcuno di quei cazzo di lettori che ho sono salvezza e li faccio ridere! Perciò adesso ti levi dai coglioni tu e la tua cazzo di mentalità ridotta che hai e vai a scrivere almeno mille volte la “c”, perchè porcoddio mi ha rotto anche quella cazzo di “K” che usi come se fosse un premio! Evapora perchè non è serata.