sproporzione

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Con la scusa del ponte del 25 Aprile, mi sono concesso una doppia uscita ravvicinata (63+45 km, con la soddisfazione del primato stagionale sul GdL in 1h 04′ 55″, nonostante un cantiere temporaneo lungo il percorso).

Però, volevo approfittarne anche per rivolgere un pensiero a quei “simpaticoni” che sui social inveiscono contro i ciclisti su strada, postando meme di assai dubbio gusto (ieri ne ho visto uno rivolto al povero Scarponi, che era a dir poco vomitevole).
Io in genere esco da solo e mantengo scrupolosamente la destra (buche permettendo). Eppure, ogni volta devo ringraziare la buona sorte per essere riuscito a tornare a casa sano e salvo.
Tralasciando i sorpassi “a pelo”, ecco due episodi che mi sono capitati in queste due ultime uscite:
1) sono in salita, col mio passo, tengo la destra, eppure un esagitato con una Ford C-Max comincia a strombazzare e ad inveire contro di me. Non so per quale motivo ce l’avesse con me, ma ho ricambiato il vaffanculo di cuore.
2) Varie automobili in direzione opposta: ad un certo punto una Fiat Freemont decide di sorpassarle tutte, nonostante in direzione opposta sopraggiungessi io. COME SE NON CI FOSSI! Ho dovuto fare una rapida escursione nello sterrato laterale per evitare il frontale. Pioggia di vaffanculo come se non ci fosse un domani.

Okay, mi rendo conto che non sto dicendo nulla di nuovo: chi va in bici sa benissimo di cosa sto parlando. E, onestamente, capisco pure che, talvolta, i grupponi di ciclisti possano irritare gli automobilisti (io, ad ogni buon conto, lo ribadisco: ero solo e costantamente sulla destra).
Però, va anche detto che la sproporzione è notevole: io, magari, col mio passo potrò far perdere 1 o 2 minuti della sua vita all’automobilista che deve sorpassarmi; ma l’automobilista, con la sua imprudenza o disattenzione, a me può far perderla TUTTA la vita.
Scusate lo sfogo e i pensieri espressi un po’ di getto, ma - soprattutto in questi giorni - ho una certa ipersensibilità quando si tocca questo argomento.

Credo di amare incondizionatamente i concerti e tutto ciò che riguarda queste manifestazioni, indipendentemente da chi canta e solca il palco in una qualsiasi notte d'estate o di una mezza stagione senza nome.
I concerti lasciano il segno anche se poi il cantante che vai a vedere smette di piacerti, probabilmente forse neanche ti piaceva ma hai dovuto accompagnare la tua migliore amica e non ti avrebbe più parlato se non lo avessi fatto, alla fine ti sei anche divertita.
Ogni concerto è diverso e ci sono persone che sembrano appartenere totalmente ad altro genere di individui rispetto a te eppure la musica riesce ad unirvi.
Che sia pop, rock jazz o classica, magari lirica la musica unisce davvero tutti, forse è davvero qualcosa che va oltre.
Un concerto è bello anche da fuori, sentire e non sentire l'artista per cui sei persa, eppure far di tutto per esserci anche solo con il pensiero perché i biglietti son terminati subito o perché qualcuno doveva dartelo e alla fine ti ha dato solo buca, ma alla fine dentro o fuori non cambia perché rimane un esperienza.
Amo ciò che precede il concerto, sin dall'inizio quando il giorno dell'uscita dei famigerati biglietti gialli non dormi e l'unico tuo amico diventa un computer con Ticketone e Livenation che si ricaricano ogni volta, quando escono inizia a sembrare una corsa agli armamenti, alcune fan sono peggio dell'URSS e degli USA durante il periodo della guerra fredda, mobilitano una famiglia per trovare ciò che cercano e a volte succede che da due biglietti ti ritrovi con sei, o con nessuno, così si corre sui siti non proprio affidabili sperando che il biglietto recapitato a te una settimana prima dell'evento sia vero. 
Amo il conto alla rovescia che inizia a cifre sproporzionate che assomigliano più ad una vita che a qualche mese, duecento trentotto giorni è una vita, e pian piano arrivano ad essere centocinquanta, poi le famigerate due cifre novantacinque, andavo avanti fino al mese pretendente e sono trenta, sembra ancora una vita un po’ più breve però, ma si arriva ai dieci e ti sembra la vita più vicina che ci sia rispetto a ciò che già vivi, poi sono nove giorni ed è poco davvero rispetto a quei duecento trentotto, otto sette e sei passano troppo in fretta che dimentichi anche di segnarlo sul calendario o di vedere il telefono che riporta in un app tutto ciò che ti serve per sapere il tempo che manca, cinque senti già un po’ l'ansia per la partenza e per quello che succederà, quattro e la notte già non dormi quasi più , tre è una particella di duecento trentotto eppure è davvero poco rispetto a tutto quello che rappresenta il duecento trentotto, due e pensi che davvero sia troppo poco, un mezzo battito di ciglia e poi finalmente uno e la notte non dormi perché pensi al giorno dopo, alla vita dopo, a quello che sai essere un sogno da quindicenne, trentenne o cinquantenne che sia perché la musica non ha età e non muore mai, e parti per quel viaggio lungo giunto al termine, gioia e tristezza si mescolano perché è così il concerto, vuoi e non vuoi viverlo.
Zero, sei giunta a destinazione.
La sera arriva così e neanche ti rendi conto, lui o loro cantano e tu canti perché loro ti possano sentire, ci sei e non ci sei, vivi e non vivi, sei così felice che non ti accorgi di quanto questa felicità sia tremendamente passeggera, va via e non ritorna per altri duecento trentotto giorni, un anno e una vita.
Il mese prossimo sarà un anno da Milano e da quando ho sentito le loro voci, oggi sono due anni da quando ero fuori per loro perché non avevo il biglietto.
Un anno, due anni, una vita.
Ma il concerto rimane, ecco perché lo amo, non dimentichi ti rimane quella sensazione di pieno vuoto che è così strana.
—  28 giugno 2014.
Una notte di qualche mese fa, camminavo da solo in Piazza della Signoria, per
andare a sedermi nella Loggia, dove c'è un angolo più buio, perfetto per
pensare quando non c'è quasi nessuno. In realtà, qualcuno, in quel tempo
dinamico che è il centro di Firenze, c'è sempre. Però, senza le luci-
specchietto che rotolano per terra e quelle che si lanciano nel cielo, quelle
che tutti guardano e nessuno compera, almeno si poteva vedere. Di solito, a
quell'ora sono stanco di guardare. Allora (prendo un taxi o vado a piedi fino
all'Arno?), si vedono i fori dei proiettili dei Lanzinechenecchi annoiati,
quando quel luogo era una polveriera, le mani sproporzionate del David di
Donatello (signora, se lei, cortesemente, si spostasse, vedrei anche le ombre
disegnate dalle colonne) ed il microscopico profilo del volto di una donna, che
si dice abbia tracciato Michelangelo, tenendo le mani dietro la schiena. La
strada è lì, con PradaDolceGabbanaSonyCalzedonia, ammirata da chi ancora sta a
guardare (non ho potuto acquistare una giacca che defininirei “profonda”, me ne
dispiace). Lento, tutto si aggroviglia verso la Loggia, dove, in un angolo più
buio, dentro me cantavo Every time we say goodbye, in quel modo che fa solo chi
ha sentito Chet Baker. (a.t.)
—  Aldo Trivellato
Parlano male del capo in chat, licenziate due operaie
(Credits: AP Photos)

Attenzione a quello che si scrive. Anche su WhatsApp. Due colleghe si sono sfogate nella chat del lavoro, riservando al capo considerazioni poco lusinghiere. Nessun problema perché lui non era chiaramente inserito nel gruppo. Peccato che un’altra collega abbia avuto l’idea di stampare tutta la conversazione social per poi portala al titolare. Il capo legge e non la prende bene. Lettera di richiamo e dopo due giorni licenziamento.

Succede in un’azienda che si occupa di confezionamento di prodotti alimentari e ortofrutta. “A maggio abbiamo la prima udienza al Tribunale del lavoro di Parma”, spiega Silvia Caravà, l’avvocato del Fai Cisl che ha presentato ricorso per le due operaie 29enni. “Contestiamo la sproporzione tra la sanzione e il comportamento delle dipendenti. Sono stati saltati i criteri di gradualità: in ogni contenzioso si parte sempre dal richiamo verbale, per poi passare al rimprovero scritto, alla multa, alla sospensione dal lavoro e dalla retribuzione per un massimo di tre giorni”.

(Credits: AP Photos)

L’articolo 15 della Costituzione recita che “la libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili”. Il problema è in una chat con più persone coinvolte la questione cambia. “E infatti il problema non si porrebbe se lo scambio avvenisse soltanto tra due persone – spiega Carlo Blengino, penalista esperto di web -. E’ diverso se i partecipanti alla chat sono di più: in questo caso scatta la diffamazione. Non dobbiamo pensare che in rete si applichino regole diverse rispetto a quelle che valgono per la realtà analogica: se parlo male di una terza persona al bar davanti a testimoni e uno di loro lo riferisce all’interessato, lui è subito chiamato in causa e può agire di conseguenza”. Il giudice del lavoro di Parma dovrà stabilire se questo principio vale un licenziamento. In questo caso su WhatsApp.

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23:26

Mi ricordo quando ero l’unica delle mie “amiche” (diciamo delle persone che frequentavo) a non aver mai avuto un ragazzo, mai baciato un ragazzo, mai fatto nulla che non fosse leggere tutta la bibliografia di Jane Austen. E no, non avevo tredici anni, ne avevo diciassette. Non solo non avevo mai avuto un ragazzo, nessuno era mai interessato a me. Cioé non è che venivano ai miei piedi a dichiararmi amore eterno e io li rifiutassi, proprio niente, zero, nemmeno un'ombra di interesse da parte di nessun essere di sesso maschile (e nemmeno femminile eh) in quel senso. Logicamente credevo di essere brutta. Ma non brutta normale, brutta che mi sentivo proprio un mostro e non riuscivo a guardarmi allo specchio senza odiarmi, né ad uscire di casa senza provare un disagio enorme qualsiasi cosa io facessi. Volevo nascondermi da ogni sguardo, la gente che passava mi pareva dicesse con gli occhi: “guarda quel mostro giraffoso che cammina, guarda che gambe sproporzionate e che testa piccola e che collo lungo”. Mi sembrava normale non piacere a nessuno, cioé che schifo stare con me stessa.
Poi non so cosa sia successo perché inizialmente non avevo smesso di odiarmi, anzi, mi odiavo ancora di più, però ad un certo punto ho capito che in realtà i ragazzi erano attratti dal mio corpo. Che forse non avrebbero mai potuto essere attratti da me come persona perché bleah che schifo una che legge Jane Austen, non è mai andata in discoteca e non sa dire due parole in fila senza arrossire e balbettare. Però il mio corpo gli piaceva. Allora ho iniziato ad uscire con chiunque volesse e a dargli quello che voleva. Vi sembrerà una cosa squallida ma per me non lo era, io ero felicissima che qualcuno mi riempisse di attenzioni. Sapevo che non volevano me e che sarei potuta essere qualsiasi ragazza che ci stava, ma io adoravo il fatto di essere io quella ragazza, che andavo bene anche io, che ero normale, che non ero un mostro. Ero entusiasta di poter far felice qualcuno, di essere utile. Di poter essere un pensiero, anche solo per farsi una sega sotto la doccia. A volte mi sono chiesta se si possa dire che io sia stata violentata. Beh, inizialmente non ero consenziente ma non ho nemmeno impedito con troppa convinzione, poi ho smesso del tutto di impedire e quindi, sì, chi tace acconsente. Mi sentivo una merda ma più mi facevo del male e più calpestavo la mia dignità e meglio stavo, in quel periodo.

Poi ho smesso. Ho iniziato a capire che dovevo smettere di odiarmi, ho iniziato ad accettare il mio corpo e a rispettarlo. Non ho più visto nessun ragazzo (beh, erano più uomini che altro) e mi sono concentrata sullo studio.

Ho iniziato a volermi bene e a conoscere persone che me ne volevano e che me ne vogliono. Ho fatto un percorso con uno psicologo e sono diventata la me stessa che sono ora. Che mi piace, con alti e bassi, ma mi piace.

Dentro di me ci sarà sempre una parte di me che sarà l’adolescente insicura che sogna il suo primo bacio e legge Cime Tempestose fino a saperlo a memoria. Quella che sa che, in fondo, nessuno potrebbe mai innamorarsi di lei. Che lei non potrà mai fare le cose normali che fanno le altre, lei è troppo brutta.

Ci sono delle sere in cui penso di essere ancora lei e di non meritare nulla.

Quando Calvino rispose a Magris sul tema aborto

“Caro Magris,
con grande dispiacere leggo il tuo articolo Gli sbagliati. Sono molto addolorato non solo che tu l’abbia scritto, ma soprattutto che tu pensi in questo modo.
Mettere al mondo un figlio ha un senso solo se questo figlio è voluto, coscientemente e liberamente dai due genitori. Se no è un atto animalesco e criminoso. Un essere umano diventa tale non per il casuale verificarsi di certe condizioni biologiche, ma per un atto di volontà e d’amore da parte degli altri. Se no, l’umanità diventa – come in larga parte già è – una stalla di conigli. Ma non si tratta più della stalla «agreste», ma d’un allevamento «in batteria» nelle condizioni d’artificialità in cui vive a luce artificiale e con mangime chimico.
Solo chi – uomo e donna – è convinto al cento per cento d’avere la possibilità morale e materiale non solo d’allevare un figlio ma d’accoglierlo come una presenza benvenuta e amata, ha il diritto di procreare; se no, deve per prima cosa far tutto il possibile per non concepire e se concepisce (dato che il margine d’imprevedibilità continua a essere alto) abortire non è soltanto una triste necessità, ma una decisione altamente morale da prendere in piena libertà di coscienza. Non capisco come tu possa associare l’aborto a un’idea d’edonismo o di vita allegra. L’aborto è «una» cosa spaventosa «…».
Nell’aborto chi viene massacrato, fisicamente e moralmente, è la donna; anche per un uomo cosciente ogni aborto è una prova morale che lascia il segno, ma certo qui la sorte della donna è in tali sproporzionate condizioni di disfavore in confronto a quella dell’uomo, che ogni uomo prima di parlare di queste cose deve mordersi la lingua tre volte. Nel momento in cui si cerca di rendere meno barbara una situazione che per la donna è veramente spaventosa, un intellettuale «impiega» la sua autorità perché la donna sia mantenuta in questo inferno. Sei un bell’incosciente, a dir poco, lascia che te lo dica. Non riderei tanto delle «misure igienico-profilattiche»; certo, a te un raschiamento all’utero non te lo faranno mai. Ma vorrei vederti se t’obbligassero a essere operato nella sporcizia e senza poter ricorrere agli ospedali, pena la galera. Il tuo vitalismo dell’«integrità del vivere» è per lo meno fatuo. Che queste cose le dica Pasolini, non mi meraviglia. Di te credevo che sapessi che cosa costa e che responsabilità è il far vivere delle altre vite.
Mi dispiace che una divergenza così radicale su questioni morali fondamentali venga a interrompere la nostra amicizia.”

Non solo un'ottima argomentazione a favore dell'aborto, ma anche e soprattutto sul non fare figli.

“If you’re so pro-life and you’re so pro-child, then adopt one that’s already here, that’s very unwanted and very alone and needs someone to take care of it to get it out of a horrible situation. People say, “Why don’t you do that?” And I say, “Because I hate fucking kids and couldn’t care less.” Couldn’t give a fuck.”

Bill Hicks

Watch on obnubilare.tumblr.com

Allora: ne vogliamo parlare?
Questa modella svedese, di diciannove anni, che sfila da quando ne aveva quindici, è stata rifiutata da tutte le agenzie di moda perché troppo grassa.
Si è vista chiudere le porte in faccia a causa dei suoi fianchi troppo larghi, delle sue cosce sproporzionate e del fondoschiena troppo abbondante.
Stiamo scherzando? Si è sentita dire di esser grassa per fare la modella, che le sue misure erano esagerate, e lei, in modo giusto, si è ribellata.
Ha fatto sapere a tutto il mondo che il mondo della moda porta ad esagerare qualsiasi cosa. Come mangiare un dolce è considerato un peccato.
Anche Cara Delevigne si è ritirata dalle passerelle dicendo che era arrivata ad odiare il suo corpo, e tutto ciò a causa di questa società che porta all'esasperazione.
Ragazze, vi prego, prendete come esempio queste due ragazze, in modo particolare Agnes, per il coraggio che ha avuto nel denunciare il pensiero ormai che predomina adesso.
Dovete essere in pace con il vostro corpo, piacervi, perché nessuno mai potrà dirvi quale misure dovete avere, cosa dovete mangiare, per essere perfette, perché perfette lo siete già, con tutti gli inestetismi che possiate avere.
Parole scontate, già dette e ascoltate mille volte, ma volevo farvi sapere che non tutto ciò che luccica è oro.

[…] la miseria non consiste nella privazione delle cose, ma nell'avvertirne il bisogno. Il mondo reale ha i suoi limiti, il mondo immaginario è infinito; non potendo ampliare l'uno, restringiamo l'altro, poiché solo dalla loro sproporzione nascono tutte le sofferenze che ci rendono davvero infelici. Ove si escludano la forza, la salute e la buona coscienza di sé, tutti gli altri beni di questa vita sono opinione; eccettuati i dolori del corpo e i rimorsi della coscienza, tutti i nostri mali sono immaginari.
—  Jean-Jacques Rousseau, Emilio o Dell’educazione, 1762