sporadico

Linguaggio pigro

La gente è pigra, ma tanto pigra. Tende ad abbreviare tutto. Tende ad accorciare qualsiasi cosa, pure quello che non andrebbe accorciato. Va sempre di fretta, va sempre di corsa. Questo ce lo dice il linguaggio che adottiamo. A parte le espressioni dialettali come un “uè” o un “ao” per salutare o chiamare qualcuno utilizzando solo due vocali, anni fa abbiamo assistito all'introduzione dei k che sostituivano ch, delle parole senza vocali come cs, nn, x, xk, così come l'uso della x che sostituisce per, etc. Questo per cosa? Per scrivere messaggi veloci. Però, piano piano, quando ci si è resi conto che leggere testi lunghi con l'uso di tali abbreviazione era di una tristezza infinita perché sembravano formule matematiche, se ne è fatto un uso sempre più sporadico. Le vocali ce le abbiamo, usiamole. Le vocali danno calore e colore alle parole.
Pure i nomi vengono abbreviati, perché come diceva Troisi, se a tuo figlio dai un nome lungo, ogni volta che lo chiami è un'odissea, il nome si perde nei corridoi della casa. Allora meglio Ugo o Ciro. Non tutti possono dare nomi brevi ai figli, e quindi esistono i diminutivi. Ugo come lo abbrevi, con U? Cioè, poveretto. Però, purtroppo, succede pure ai nomi brevi di essere abbreviati. Prendete il mio, io mi chiamo Cira. Qualche giorno fa, il bibliotecario mi ha chiesto se potesse togliersi una curiosità, e la curiosità era “Come ti chiamano i tuoi amici?”. I miei amici mi chiamano Cì. Lui mi ha risposto “Ma è già breve, perché cì?”. Perché sono pigri ovviamente. Con Cì fai subito, la i addirittura scompare, perché quando reciti l'alfabeto la C è Ci. Puoi dargli un accento e allora il suono cambia, ma stiamo lì. Sono pigri, sono sbrigativi. Ma si tende ad essere pigri e sbrigativi anche per essere più familiari, più cordiali, meno freddi e distaccati.
Infatti, quando un discorso diventa serio mi chiamano Cira. Fateci caso. Quando la discussione diventa accesa, e i toni sono alti, gli umori ballerini, gli sguardi un po’ rigidi, i nomi vengono rispettati, senza usare diminutivi e senza storpiature. Non dico che sia una regola, ma succede spesso. Recitare il nome per intero mette in evidenza che in quel momento si stanno prendendo le distanze, si sta generando freddezza. Se Francesco lo chiamate Fra o Francè, in una discussione direte “Francesco”. Francesco in quel momento vi sta sulle palle, vi ha fatti arrabbiare, non lo volete neanche vedere. È anche un modo per ricordare che certi ruoli vanno rispettati. La signora che abita a piano terra quando litiga con i figli lo fa, perché vuole ricordare che lei è la mamma e non l'amica. Insomma, la gente vuole abbreviare tutto cercando di trovare nella brevità familiarità e calore.

Morrissey, o del perché sei solo stasera

24 novembre 1983, Gli Smiths cantano This Charming Man a Top of the Pops

Paul Morley: «C’è del sesso in Morrissey?».
Morrissey: «No, di nessun tipo. Il che di per sé è piuttosto sexy». MORRISSEY, intervista in «Blitz»

Heinrich Böll formulò un gustoso paradosso: “Gli atei mi annoiano, non fanno altro che parlare di Dio”. Nel mondo del rock è il sesso ad essere una divinità, e in tal caso Morrissey è sempre stato il più fiero e ossessionato dei miscredenti. Si pronuncia casto, distaccato, disinteressato, eppure non fa altro che tornare sull’argomento. Per di più senza essere mai noioso. L’eresia di Morrissey viene pronunciata nel cuore degli anni Ottanta, mentre le altre pop star sono intente a celebrare promiscuità e spensieratezza. Il suo “preferirei di no” risuona come una porta che sbatte durante un party, distogliendo i presenti dal loro chiacchiericcio. Da allora tutti a chiedergli: «Sei gay? Sei bisex? Sei innamorato? Lo sei mai stato? Fai sesso? Quando hai cominciato? Quando hai smesso?», solo per sentirsi offrire trent’anni di risposte elusive e infastidite. Persino quando nel 2013 Steven Patrick Morrissey da Manchester si è deciso a pubblicare 450 pagine di autobiografia, ha rifiutato di essere del tutto esplicito, accennando a rapporti speciali di amicizia/convivenza/sporadico desiderio con uomini e donne, senza mai però accettare un’etichetta. «In fin dei conti, le definizioni sessuali servono solo a segregare le persone. È tutto così uniforme, un insulto all’individualità. L’effeminatezza non mi dispiace, meglio che essere un represso o uno che passa le sue giornate a bere birra in un pub. Gli uomini che abbassano le difese non sfilano necessariamente in strada piangendo e recitando Wordsworth».

(estratto da Sexy Rock: Storie di musica e rivoluzione sessuale” scritto da Paolo Bassotti, Arcana Edizioni)

illustrazione di Manuela Santoni

Ma il bene è direttamente proporzionale a quanto uno rompe il cazzo? (scusate)

A volte penso di essere totalmente incapace a tenere in vita relazioni umane in virtù di come sono impostate la maggior parte delle relazioni. Non mi sono mai conformata a ciò che fanno gli altri, quindi non tendo a cambiare in questo ambito. Succede che io non sono una di quelle persone costantemente presente. Per tali intendo quelle che mandano messaggi tutti i giorni o più volte durante il giorno. Quelle che si fanno sentire spesso, che ti cercano costantemente e impongono, in un modo o nell’altro, la loro presenza. Rispondo spesso in ritardo ai messaggi, a volte non mi faccio proprio sentire. In un’era come quella che stiamo attraversando, in cui ci circondiamo di mezzi per poter stare costantemente a contatto con le persone (in cui è più facile rompere, diciamolo), può sembrare assurdo. Anche io ho uno smartphone e anche io ho varie app per poter mandare messaggi istantanei, aggiornare tutti su tutto ciò che mi accade. Eppure ne faccio uno sporadico uso (del tipo che ho disattivato le notifiche di diverse app), alcuni miei amici mi prendono in giro perché il cellulare è nuovo pur non essendo di ultima generazione e pur avendolo da qualche anno. Alcuni mi rimproverano e mi dicono “a che ti serve?”. 
So per certo che molte persone sono infastidite da questo mio modo di fare anche se non me lo dicono. Pur sapendo ciò, io non cambio. Rispondo ai miei bisogni e alle mie esigenze, a volte me ne sto pure per ore sola, isolata da tutti perché mi piace stare sola con me stessa, anche a non fare niente. Penso che molti non amino stare soli.
 Non ho mai pensato che il bene o l’amore potesse avere come metro di misura il numero di chiamate o messaggi inviati durante il giorno. Così come dirsi spesso ti voglio bene o chissà quale altra frase affettuosa, che non è da me. Per me queste sono sciocchezze. Ho avuto modo di constatare che molte persone, solite imporre la loro presenza in questo modo, nei momenti più importanti non c’erano. A me viene riconosciuto esattamente il contrario. Quando qualcuno dei miei amici ha bisogno di me, io ci sono subito. È probabile che ad uno stupido messaggio come “che fai” rispondo dopo secoli, ma non ad una richiesta di aiuto, di qualsiasi tipo essa sia.
 Quando un rapporto è abbastanza consolidato, non mi preoccupo di doverlo vivere costantemente, so che c’è e mi basta questo. 
Però, mi rendo conto che non siamo tutti uguali e c’è chi necessita di questo. Lungi da me dal voler criticare, ma che non venga criticato il mio modo di essere. Mi dispiacerebbe se qualcuno fosse spaventato da questo mio modo di fare. Se ne parlo è perché mi preoccupa questo. Però, nonostante questo mio modo di fare, quando credo in un rapporto, quando scelgo di coltivare una relazione, sono indirettamente la persona più presente e spendo tutta me stessa. Ma a quanto pare no. Amo male.