spioncino

L'ho scritta per te questa storia.
Perché quando tu avrai i tuoi diciotto anni, io avrò già dimenticato i miei e non potrò aiutarti a viverli. Perché il mio cuore avrà già rallentato e ti guarderò distante: soffrirai di un amore che mi sembrerà troppo giovane per piangerci, ti dirò “Dai, sono sciocchezze…”, come se non avessi pianto anch'io per un amore simile… Ti guarderò sorridere senza un motivo, quando avrai fatto l'amore per la prima volta e penserai di poterti mettere il mondo in tasca, perché è piccolo in confronto a quello che hai dentro. E io avrò già dimenticato cosa significa sorridere senza un motivo.
“Perché ridi?” Te lo chiederò, perché essere grandi è un po’ come tornare bambini: si chiedono sempre i “perché”. Tu, invece, non te ne chiederai tanti, amerai e basta, così, senza un perché.
Non sarò onesta, perché è difficile essere onesti coi propri ricordi. Però, sono stata previdente: ho rinchiuso quei ricordi nella carta, nei margini di un foglio, quando erano ancora vivi, lucidi d'inchiostro. Così, potrai leggere e ti sentirai meno sola.
E’ per te questa storia.
Forse, all'inizio, non ti piacerà.
Forse ti sembrerà assurda e non vorrai crederle: come si possono vivere tante emozioni in così poco tempo?
Lo scoprirai.
E capirai che, a diciotto anni, il cuore scatta e corre più veloce dei minuti, più veloce dei secondi.
Bussa, bussa, bussa… e tu non guarderai allo spioncino, perché a diciotto anni si ha tanta fretta e poco sospetto. Non chiederai “Chi è?”, aprirai la porta e lo lascerai entrare. E ogni volta chiederai al tuo cuore “Che vuoi?”; la risposta sarà sempre la stessa: “Un po’ d'Amore”.
E qualche volta, lo caccerai dal petto, gli darai dello stupido, gli dirai di andarlo a cercare da qualche altra parte. Ma, il più delle volte, lo farai accomodare e gli darai quello di cui ha bisogno.
E anche quando qualcuno te lo farà a pezzi, e ti sembreranno troppo piccoli per essere rimessi insieme, basterà un nuovo incontro per guarire. Perché, a diciotto anni, la carne cicatrizza subito.
Lo scoprirai.
E capirai che il tempo, questo tempo che corre, che ci cronometra la vita, che ci dà il ritmo, non è+ poi così veloce… Superalo, taglia il traguardo prima di lui!
Io ti guarderò vincere e sarò fiera di te.
E forse, anche di me.
—  Ma le stelle quante sono - Giulia Carcasi

Ghandi diceva: “Qualsiasi cosa tu faccia sarà insignificante, ma é importante che tu la faccia”.
Questa mattina, dopo aver sentito bussare una decina di volte il campanello, sono corsa ad aprire. Come al solito dormivo. E ti chiedo scusa se ti ho urlato un ‘chi cazzo é?’, ma tu lo sai che odio quando mi svegliano. Non rispondeva nessuno, così ho guardato nello spioncino ma c'avevano poggiato il dito. Ho perso quindici battiti, perché soltanto una persona si diverte a coprirmi lo spioncino della porta.. Ti ho trovato fuori casa. Eri lì, che mi fissavi, ti tremavano le mani e facevi finta di nulla tenendole poggiate sui bordi della porta. Mi guardavi, con quegli occhi pieni di parole, cercavi di chiedermi qualcosa ma non parlavi. Non mi hai dato neppure il tempo di chiederti perché l'avessi fatto, non ci parlavamo da mesi, e mi hai abbracciata forte. Mi hai stretta fortissimo. Mi hai odorato i capelli, mi hai accarezzato il capo e sono scomparsi tutti i dolori, tutto il tempo trascorso senza te, tutte quelle notti finite in pianti e quelle in cui ho capito di non averne più alcuna da versare. In questi mesi ho desiderato così tanto che tu facessi qualcosa di simile, ho sognato più e più volte, anche ad occhi aperti, di ritrovarti ovunque andassi: al supermercato, al cinema, al mare, in giro per strada, in camera mia al mio ritorno.. Ho sognato anche di prenderti a schiaffi, di urlarti tutto il mio dolore, ma quando ti ho visto é svanito tutto. Ero felice, anche se non sorridevo, non ridevo, non parlavo. Ero felice, anche se ero immobile, lì, all'in piedi, difronte a te, e tremavo. Mi hai preso il viso tra le mani, mi hai sfiorato il naso con il tuo e mi hai sussurrato di perdonarti. Hai provato a baciarmi, mi hai tolto il respiro, mi hai sfiorato le labbra ma non ho ricambiato. Mi sono allontanata, tu continuavi a cingermi il viso, ti ho chiesto di andartene. Ti ho chiesto di non tornare. Ti ho urlato di aver provato ad essere felice ancora, in questi mesi senza te, ma tu sembravi non avere abbastanza attenzione per ascoltare quelle parole. Continuavi a fissarmi, nonostante ti avessi respinta, con quegli occhi che continuavano a parlarmi. E mentre ti urlavo di tornare affaculo, dove speravo che fossi stato per tutto questo tempo, senza il timore di svegliare gli altri inquilini del mio condominio, sono stata io a prenderti il viso tra le mani e baciarti. Non ci ho pensato più, ho preso tutta quella rabbia e l'ho trasformata in qualcosa di migliore, di positivo, di diverso. Ho preso tutto quel dispiacere e l'ho reso opportunità: l'opportunità di riuscirci ancora, ad essere felice. È ricomparso tutto, tutto il bene che siamo stati. Non so per quanto tempo siamo rimasti lì, so soltanto che quando ti sei seduto dinuovo sul mio divano e poi mi hai accompagnato in cucina con le mani sui fianchi e hai continuato a dirmi quanto ti fossi mancata e quanto io fossi cambiata e quanto fossi più bella anche se più sciupata, io ho ritrovato la felicità. Grazie per aver seguito il consiglio di Ghandi, grazie per questi splendidi attimi di vita che ancora sai regalarmi e che, ahimè, ancora mi rendono “per sempre tua”.

Anche nella vita di ogni donna ci sono uomini pronti a bussare alla porta… Alcuni sono di poche pretese e con modestia chiedono: «È permesso?… solo per un attimo!». Subito le stupide si indignano e si mettono a strillare che è una vera insolenza: come sarebbe «solo per un attimo?» … E sbattono la porta in faccia all'importuno. In seguito si pentono di aver agito così impulsivamente. Incollano un occhio allo spioncino, vogliono vedere se per caso lo sfacciato se ne sta ancora lì, con il cappello in mano… E quando si accorgono che è andato via, diventano di cattivo umore. Poi… molto tempo dopo… una notte vengono assalite da una sensazione di gran freddo, perché intorno a loro tutto è ormai raggelato, e ripensando a quella volta, si accorgono che è stato un peccato cacciarlo via, non sarebbe poi male averlo vicino, nella stanza fredda, nel letto gelido, poterlo toccare, non fa niente se è un bugiardo, uno spudorato, purché fosse lì…
—  Sándor Márai, La donna giusta, 1949 pag. 253

Giorno 1
È da due anni che mi sono diplomato ed oggi inizio un corso di specializzazione nella mia vecchia scuola.
Il pullman stranamente arriva in orario e alla seconda fermata, dopo la mia, sale un ragazzo. Non un semplice ragazzo, ma uno di quelli che quando li guardi ti trasmettono qualcosa, infatti sono rimasto subito colpito dalla sua bellezza ma ancor di più dal suo sguardo. Era vuoto.

Giorno 2
Quel ragazzo è salito di nuovo sul pullman con lo stesso sguardo triste del giorno prima. Nella mia testa inizia a prendere forma un pensiero: voglio aiutarlo.

Giorno 8
Forse lo sto guardando un po’ troppo.
Ho trovato un modo per non farmi vedere, ovvero guardarlo attraverso il finestrino. Sei bellissimo.

Giorno 11
Si è seduto un posto avanti al mio e siamo praticamente uno di fronte all’altro. I nostri sguardi si sono incontrati: occhi azzurri con occhi marroni. Occhi azzurri… dio che belli. La prima cosa a cui ho pensato è stato il mare, una cosa che amo. Ma quello non era un mare calmo, era un mare in tempesta. Occhi distrutti e stanchi. Cosa ti è successo? Non ho potuto reggere troppo il suo sguardo altrimenti avrebbe capito che mi piace ed io sarei immediatamente arrossito.

Giorno 12
Il ragazzo del finestrino. È così che ho deciso di chiamarlo. È troppo bello per essere vero ed io inizio a chiedermi se è gay.

Giorno 17
Mi stavi guardando? Non riesco a capirlo. A volte mi sembra che i nostri sguardi si incrocino attraverso il riflesso del finestrino dell’autobus. Anche se non è così a me piace pensare che lo sia.

Giorno 23
Mi stai guardando perché ti interesso o per sbaglio?

Giorno 24
Perché sei così triste? Ho voglia di parlare con te e conoscerti.

Giorno 26
Il prof ci sta facendo fare l’intervallo prima degli altri. Sono uscito dalla classe e il corridoio è deserto tranne che per una persona: il ragazzo del finestrino. Oh.
Siamo solo io e lui in tutto quello spazio: è il momento giusto. Mi avvicino lentamente per guardarlo meglio. È proprio bello cazzo. Gli passo davanti e lo supero. Torno indietro, sono pronto.
Improvvisamente la campanella dell’intervallo suona ed il corridoio si riempie in un battibaleno di studenti. Quanto sono idiota, non ho colto l’attimo.

Giorno 31
Sto cercando di capire che classe fa. Avrà si e no 17 anni quindi dovrei cercarlo nelle classi terze o giù di li. Ed è proprio mentre passeggio per i corridoi che guardando dallo spioncino di un’aula scopro che frequenta la prima. La 1°F. Anche li seduto annoiato mentre ascolta la lezione è bellissimo.

Giorno 33
Forse è troppo piccolo per me ma posso almeno aiutarlo.

Giorno 38
Oggi è il Tumblr Day e sono quasi sicuro che un ragazzo come lui abbia un blog. Io ho la “t” sulla mano e lui me l’ha vista sicuramente, visto che gli sono passato davanti parecchie volte. Però quasi sicuramente mi sto illudendo, non ha Tumblr.

Giorno 43
Oggi non è venuto a scuola, forse è malato. Che palle, era l’unica cosa bella della giornata.

Giorno 45
Ma che sto facendo? Devo smetterla di pensare che anche lui mi osserva perché non è così. E poi sono quasi certo che è etero.

Giorno 46
È inutile continuare, non riuscirò mai a parlargli, non posso aiutarlo. Ragazzo del finestrino, mi sono arreso.

Giorno 52
Quanto sei carino. Ormai è passato più di un mese da quando ti ho visto per la prima volta sul pullman ed hai ancora quello sguardo assente perso nel vuoto.

Giorno 57
Sono uscito di casa come ogni mattina, ormai, per prendere l’autobus e alla fermata c’è già una mia amica che lo aspetta. Mi dice che è morto un ragazzo della nostra scuola che prendeva il pullman con noi. Un ragazzo dagli occhi blu.
Alla seconda fermata, dopo la mia, il ragazzo del finestrino non è salito.

—  Ultimi giorni di Nicolas, il ragazzo del finestrino.

Acquistai quel divano verde opaco con il mio primo stipendio, senza immaginare che avrebbe fatto tanto parte della mia vita.
Il giorno dopo inviati tre o quattro amici a casa perché avevo finalmente qualcosa su cui far poggiare un culo che non fosse così poco esigente come il mio. I riflessi rossastri del tardo sole pomeridiano si facevano spazio tra le fessure parallele della tendina, evidenziando tratti di pelle bianca, mentre l'alcool scorreva a galloni e curava di punteggiatura i nostri discorsi da ignoranti.
Qualche giorno dopo, una mia amica bussò alla porta, così temporeggiai per guardarle la scollatura attraverso lo spioncino.
Entrò.
Ormai il divano non era più una scusa per improvvisare due chiacchiere. Era a casa mia per confidarsi con me. Suo marito, da quel che capii aveva un'altra, ma lei continuava a farsi sbattere come una sgualdrina. (Questo non lo disse lei, lo dicevano ogni notte le pareti di cartongesso che separavano il mio silenzio da quelle urla di violenza da film porno).
Parlava mentre una valanga di lacrime s'accumulava su un bordo , mentre fissavo il suo vestito pregando che potesse alzarsi di altri due centimetri. Poi altri due e un'altro ancora.
Non mi stancai che offrirle del thè ed annuire di continuo, che uscì di casa mia felice, come se avessi risolto i suoi problemi.
Mi faceva star meglio tutto ciò. Ascoltare la gente che parlava al di là di una nuvola di fumo. Ascoltare , come ascoltare una musica infinita.
E a loro piaceva parlare con me. Sfogarsi per bene e richiudere le loro frustrazioni dentro quattro mura che non avrebbero di sicuro mai più attraversato.

Ma col passare del tempo l'alcool scarseggiava e iniziavano a diventare tutti più noiosi. Credevano che la mia vita fosse perfetta. Si sbagliavano. Loro avevano una vita perfetta. Le crisi, i pianti, la morte, il dolore. Avrei voluto provare lo stesso anch'io per una volta. Intensamente.
Avrei voluto farmi prendere a cazzotti dalla vita e sentire sulle labbra il sangue caldo della sfortuna, mentre, con il resto delle forze mi sarei accasciato su un ginocchio per tirarmi finalmente su. A quel punto, sì , mi sarei sentito finalmente vivo.

Lo desideravo così tanto da ritrovarmi seduto, per l'ennesima volta, sul mio divano verde, con una sigaretta in mano.
E mi fumavo la vita.

anonymous asked:

Cometa, come si supera l'abbandono dei propri migliori amici? Perchè io non lo so piú

Oh, beh.. non si supera. Gli abbandoni non si superano mai.. a parer mio, puoi aprire una nuova porta solo quando sei stato tu a chiudere la precedente.. se te l'hanno sbattuta in faccia, continuerai a sbirciare dallo spioncino.