spazzolare

[Il momento di ricambiare]

La signora seduta sulla panchina, alla fermata della metro, da un po’ di tempo non è più li, come ogni mattina, a spazzolare, lenta, il suo cane bianco e arruffato, mentre guarda giù e gli parla.

Adesso c'è il figlio, al suo posto, ogni mattina, stessa panchina, stessi occhi liquidi e spenti.
Fa la stessa cosa, spazzola il cane, lento, mentre guarda giù e gli parla.

Trucchi su come far crescere i capelli più velocemente:
  1. Utilizza il balsamo ogni volta che lavi i capelli.
  2. Non lavare i capelli tutti i giorni o ogni due, troppo shampoo danneggia la fibra.
  3. Fai una maschera per capelli a settimana, o utilizza un olio dopo lo shampoo, anche l’olio d’oliva va bene, anche se io raccomando quello di cocco e quello di lino.
  4. Le vitamine per capelli aiutano, io con Hairfinity ho avuto una crescita di 4 centimetri in due mesi. 
  5. Non spazzolare troppo i capelli o li strapperai.
  6. MAI avvolgerli nell’asciugamano, li spezza. 
  7. Sciacquali con acqua fredda alla fine di ogni lavaggio.
  8. Lasciali al naturale e metti via phon o piastra se possibile, tienili lontano da ogni fonte di calore.
  9. Diffida dai prodotti che dicono di proteggere il capello dal calore, niente protegge il capello oltre i 200 gradi della piastra.
  10. Buona fortuna!
-

Premetto che ho sempre creduto in un entità superiore ma non ho mai creduto in Dio, o forse per un periodo sì. 

Questo non ha importanza, o forse sì.

Oggi giravo per la mia città e ad un tratto mi ha fermato un Cristiano Evagelico. -lo scrivo con la C enorme perché so che se esistesse Gesù Cristo o Dio sarebbero molto fieri di lui.

Mi ha prima sorriso e poi mi ha chiesto di fermarmi a pregare.

L'ho guardato, avrà avuto una sessantina d'anni, baffetti grigi ed occhi stanchi. Non volevo dirgli di no ed essere l'ennesima persona che rifiutava uno scambio di parole ma non volevo neanche passare dei minuti in falsità così gli ho chiesto di parlarmi della persona in cui credono. 

Mi ha sorriso. 

“Signorina, Dio è la mia unica speranza. 
Tempo fa ho perso mia moglie
ed ho perso la mia bambina in un incidente stradale. 
Signorina,
noi eravamo nel paese del sole e del mare, la bella Napoli, per vacanza ed è stata colpa mia. 
Dopo il giorno del funerale ho passato quasi dieci anni a piangermi addosso, 
piangevo e bevevo alcool, 
e poi Dio mi ha chiamato a sé. 
La sera prego tanto per mia moglie e per mia figlia, 
e chiedo a Dio di trattarmele bene a quelle due là, 
che tenevo un diavolo per capello
ma erano belle.
Tu forse sei troppo piccola per capirle ‘ste cose, signorì, ma io ci volevo passare la vita a spazzolare i lunghi capelli castani della mia bambina e ad accarezzare il corpo di quella donna, che era la mia donna. 
Mai le ho mancato di rispetto
ma quando muore tu che fai? non puoi pensare al rispetto
puoi solo parlare loro attraverso le preghiere”

Mi ha mostrato un'agenda, 
era marroncina ed alcune pagine erano strappate
c'erano tante preghiere 
scritte in nero
poi in blu
poi in verde
poi con un pannerallo
e poi con un pastello.

“Io le scrivo le preghiere
e sono tanti anni che scrivo e basta.
Mi sveglio la mattina ed invece di baciare il corpo di mia moglie scrivo
ed invece di andare a svegliare mia figlia
le scrivo.
Solo così posso sentirmi meglio solo
e so che Dio si sta prendendo cura di loro”.

Non ho lasciato che pregasse per me, 
gli ho chiesto solo il tempo che era passato da quando si era convertito
e mi ha risposto che aveva quarant'anni quando aveva deciso di avvicinarsi a Dio,
gli ho detto che io son stata battezzata a Settembre di tre anni fa, 
mi ha sorriso, forse non se lo aspettava.

Non ho voluto dirgli che quel battesimo era stato non per mio volere
ma gli ho detto “Poi mi sono fidanzata con una ragazza e mi sono allontanata dalla chiesa evangelica”.

Mi ha guardato ed ha scosso la testa
“Piccolì, grande errore. 
Dio si arrabbia quando tu lo rifiuti
quando decidi di non essere sua figlia
di darti al male
non quando baci una persona del tuo stesso sesso, 
non quando sei gay.
Dio ti ama
e se tu lo vuoi non ti lascia sola”.

Mi ha lasciato il “Vangelo di Giovanni”
ed un bigliettino
io gli ho lasciato il mio nome dandogli il permesso di pregare in mia assenza.

Lui lo sa che non mi rivedrà
ed io so che non lo rivedrò
ma mi ha lasciato una nuova storia da raccontare
ed una domanda da porgermi ogni notte.
“ E se Dio esistesse e non fosse omofobo come lo descrivono molti cristiani?”

\ frammenti di me. \

Era appena suonata la campanella di fine lezioni. 
Così come ogni giorno, presi i miei libri e uscii come un razzo dall’aula. 
Solo a metà strada verso casa, mi accorsi di aver lasciato il quaderno sotto il banco. 
Corsi indietro e ritornai a scuola, la quale fortunatamente era ancora aperta. Andai in classe e vidi che oltre a me, c’era anche James. 
Restai a fissarlo per un istante, senza dire nulla. 
“Che ci fai qui?” Chiesi, diffidente. 
“Non sono affari tuoi.” Rispose. 
“È vietato rimanere a suola dopo le lezioni.” Dissi, e mi avviai verso il mio banco. 
Presi il quaderno. 
“E con ciò?” 
“Verrai espulso.” 
“Non m’importa.” Rispose indifferente. “Sei un imbecille.” 
“E tu una stronza.” 
“Evapora.” Uscii dalla classe e mi diressi verso l’uscita. 
Le luci erano state spente e nei corridoi regnava il silenzio. 
Cercai di aprire la porta ma non riuscivo. 
Ci riprovai a non successe nulla, la porta non si apriva. 
L’ansia cominciò a nascere in me. “Probabilmente l’hanno appena chiusa a chiave.” Disse James, dietro di me. “Tu! È solo colpa tua se ora non posso più uscire!” Urlai, disperata. 
“Cosa c’entro io?” 
“Esisti!” 
“Sembra proprio che verrai espulsa anche tu.” Canticchiò. 
“Aprite! C’è qualcuno là fuori? Aprite!” Urlai queste parole a ripetizione per almeno mezz’ora.
Nessuno rispose.
Erano già le sei e non avevo nemmeno il cellulare per chiamare casa perché mi ero dimenticata di prenderlo la mattina. Ritornai in classe e mi sedetti a terra contro il muro. 
Ricordo bene, la risata di James in quella circostanza. 
Quella situazione non sembrava affatto spaventarlo, anzi, lo divertiva come nient’altro. 
Ero intrappolata a scuola, senza cellulare, senza cibo e con uno schifosissimo scarafaggio che non la smetteva di ridere. 
La cosa peggiore però è che probabilmente, mi avrebbero espulsa quel domani. 
Cominciai a piangere, anche se James era lì, non m’importava più di nulla ormai. 
Smise di ridere e venne a sedersi accanto a me. 
Non disse nulla per un po. 
Penso che fosse per il fatto che era qualcosa di nuovo per lui, vedermi piangere.
“Scusami.” Disse. 
Per un attimo rimasi sorpresa, poi mi arrabbiai di nuovo. 
“Non voglio la tua compassione.” Risposi, asciugandomi gli occhi. 
“Non è compassione.” Ribatté. “Non voglio che ti espellano.” 
“Non ti credo.” 
“Non ti chiedo di credermi, ma è così, non ti odio fino a questo punto.” Disse, e per un istante quasi gli credetti. 
Aveva un’aria diversa da quella che ha quando è con i suoi amici, la stessa che aveva la prima volta che l’ho visto. 
Alzò lo sguardo e mi guardò profondamente. 
Rimasi ipnotizzata da quel paio d’occhi color mare, tanto che non riuscivo nemmeno a muovermi. 
Sorrise, penso che fu proprio in quel momento, in cui mi innamorai di quel bellissimo sorriso, anche se non ne ero nemmeno conscia.
Riabbassò gli occhi e comincio a fissare il pavimento grigio.
“Perché non ti comporti come al solito?”
“Non lo so, non mi piace vederti piangere.
Sei sempre così piena di te, così energica, così sicura che, vederti in questo stato mi da fastidio.”
Rimasi colpita da quelle parole, tanto che non riuscii più a dire nulla.
“Mi dispiace per tutto quello che ti ho fatto passare.” Mormorò.
“Non importa, ci sono abituata.” Risposi, sorridendo.
“Sei la prima persona che non ha avuto paura di affrontarmi.”
“Non capisco come fanno tutti ad avere paura di sfidare un imbecille come te.” Borbottai. “Ops, è l’abitudine, scusa.” “Non importa, forse, hai ragione a considerarmi un imbecille, in effetti non sarei niente senza il mio “titolo”.” Rispose lui.
Quasi mi faceva pena.
Capii in quel momento, che James non era davvero quel cattivo ragazzo che pensavo fosse.
Parlammo del più e del meno quella notte.
La luna splendeva più che mai e le stelle brillavano nel cielo notturno come mille piccoli diamanti luccicanti.
Non so quando mi addormentai, e come ci riuscì visto quello che mi aspettava l’indomani.
Semplicemente chiusi gli occhi e mi addormentai lì, accanto a James.
La mattina seguente, quando il bidello ci sorprese addormentati l’una accanto all’altro. 
Cominciò a urlare di tutto, e come previsto, fummo mandati in presidenza.
James era calmo, quasi come se nulla fosse successo mentre io non riuscivo nemmeno a camminare.
Chiamarono i nostri genitori, mia madre mi tirò un ceffone appena mi vide e lo stesso il padre di James a lui. 
Provai a spiegare ma nessuno mi credeva. 
Le lezioni stavano ormai per cominciare, così fui mandata in classe.
James però rimase fuori per un altro po.
Aspettavo solo il momento in cui il bidello sarebbe entrato in classe perché il preside mi voleva parlare dell’espulsione. 
Così non riuscì a concentrarmi per tutto il tempo.
Giunta l’ora della pausa pranzo, venni chiamata in presidenza.
Il preside aveva un’aria molto severa, e io non sapevo come comportarmi. 
“Non sarà espulsa signorina White.” Disse ed io non potevo crederci. 
“Voglio inoltre, che sappia che è stato un desiderio del signor Hood la sua permanenza in questa scuola.
Tuttavia, ritengo che sia necessario una punizione in quanto lei ha violato una delle regole più importanti della scuola. 
Dunque lei e lo studente Hood dovrete pulire la palestra ogni giorno dopo le lezioni, sotto la sorveglianza del bidello. 
Questa punizione durerà 3 settimane. 
Può andare ora, spero che avrà imparato la lezione, signorina White.”
“La ringrazio preside.”

Arrivò primavera.
Si sentiva proprio che era arrivata.
Gli alberi erano pieni di germogli verdi e i prati pieni di fiori multicolori.
Cominciai a ritornare spesso in quel giardino, dove potevo stare sola senza avere paura che potesse arrivare qualcuno.
Mi piaceva stare lì, dove l’unico rumore che c’era era il mio respiro.

James divenne meno ostile nei miei confronti dopo quel giorno in cui eravamo rimasti bloccati in classe.
Non ci parlammo molto durante le ore scolastiche, ma spesso ci capitava di conversare in palestra, quando sotto sorveglianza del bidello, pulivamo il pavimento.
Ricordo ancora, quanto James sembrasse un imbranato mentre cercava di impugnare nella maniera giusta la scopa.
“Che scemo, sei proprio inutile.” Dissi, andando verso di lui.
“Se sei così brava provaci tu!” Sbottò.
“Guarda, che non lo ripeterò un’altra volta.
Roba da matti, hai 17 anni e non sai come s’impugna una scopa ; mio fratello che ha 7 anni lo sa fare!”
“La smetti di sfottermi?”
Risi, ridevo spesso quando ero con lui.
Presi la sua mano, fu la prima volta che lo feci.
Era calda, e la mia in confronto sembrava quella di una bambina.
“Una mano sopra e una sotto e poi in questo modo… Porti tutta la polvere qui, hai capito?”
“Sì, grazie.” Rispose, voltandosi verso di me.
Sorrise.
Odiavo quando sorrideva perché ogni volta non riuscivo a muovermi e restavo a fissarlo come un’idiota.
Così, anche in quel momento, non riuscii a far nulla se non rimanere lì, immobile come una statua.
Smise di sorridere, ma rimase così com’era e mi fissava con quegli occhi che avevano le stesse sfumature del mare.
Sentivo il cuore scoppiarmi, e l’aria mancare.
In situazioni come quelle, probabilmente sarebbe dovuto esserci un bacio, ma non successe.
Solo quando ritornò il bidello, riuscii ad allontanarmi da lui.
“Prego.” Dissi, ritornando a spazzolare.
Mi avrebbe baciata? Probabilmente no, ma una parte di me, una millesima parte, l’avrebbe voluto.
Ero consapevole del fatto che non ci sarebbe mai stato nulla tra me e lui, e non ci speravo nemmeno, solo che la stessa parte che avrebbe voluto il bacio, avrebbe voluto anche lui.

Cominciò il periodo degli esami, era dura studiare e allo stesso tempo lavorare ma in qualche modo riuscivo a cavarmela.
Fu proprio in quelle settimane, che James ed io ci avvicinammo di più.

—  ZhuXiaozhen© (parte 2)

Cose che si dovrebbero fare in una domenica di ottobre:
Pulire casa.
Stendere il bucato.
Preparare qualcosa di decente per il pranzo.
Giocare a nascondino col gatto.
Perdere tempo.
Piangere un po’, se proprio devo, ma sarebbe molto meglio ridere.
Leggere, provare a scrivere una poesia.
Usare la malinconia per andare dove non posso essere.
Ascoltare il silenzio.
Fare una doccia calda, spazzolare i capelli.
Guardare dalla finestra e buttare via i cattivi pensieri.