spaziosa

Esercizio mentale

Immaginiamo una casa. Questa forse può essere la cosa più facile da fare, immaginare una casa. Facciamolo da fuori però, un passo indietro, ampliamo la vista, ed immaginiamo una casa da fuori, scenario tradizionale, una casa come quella che disegnano i bambini, ma reale.
Prendiamo quelle due linee storte, quel triangolo, quei tre rettangoli che sono porte e finestre, prendiamo il giardino - c’è sempre un giardino - e prendiamo l’albero, prendiamo il sole, prendiamo la persona felice fuori dalla casa, prendiamo tutto questo, e diamogli struttura.
L’albero è un pesco, è un bel suono, ha un bel suono, ha un bel colore ed è un bel colore. Pesco. E’ anche diverso dal solit omelo, che è l’albero che viene in mente a tutti dai tempi di Adamo ed Eva, mentre noi invece prendiamo un pesco.
Le mura della casa sono bianche, il tetto è rosso, il giardino è verde, il recinto in legno, il colore è quello del legno. Più chiaro del tronco del pesco però, ma più scuro delle mura della casa. Abbiamo i colori in testa, li stiamo mettendo nella tavolozza della nostra mente, non abbiamo bisogno di conoscenze di architettura o di conoscenze su particolari forme di recinto e di coltivazione e cura dei giardinetti da case immaginate: sono immaginate, e quindi sappiamo già tutto.
Guardiamo costruire questa casa nella nostra mente, stabiliamo che le finestre devono stare alla giusta altezza e che devono avere la giusta ampiezza per farci poggiare i gomiti mentre osserviamo il mondo, e che devono essere abbastanza spazione per poterci posare una torta. Parleremo anche di torte, forse.
La porta è una porta comune, il colore che è venuto in mente è rosso, o marrone, le porte sono sempre rosse o mattone, e non hanno migliaia di serrature perchè i bambini non pensano a chiudere le cose, pensano ad aprirle, e quindi le finestre sono spaziose e la porta è accogliente.
Abbiamo messo un camino sul tetto, lo sappiamo tutti che abbiamo messo un camino sul tetto, e quindi l’esterno della nostra casa è stato creato, possiamo avvicinarci, sentire l’odore dei mattoni che la compongono, l’odore della torta che di sicuro metteremo alla finestra, l’odore dell’elba e delle pesche, l’odore del fumo che esce dal camino, il fresco delle pareti ed il caldo del recinto, possiamo sentire toccare e camminare nella nostra casa immaginata.
Entriamo.
Ma prima, guardiamo a terra, e stiamo attenti allo scalino, che queste case hanno lo scalino di fronte alla soglia, e puliamo i piedi sul tappetino, l’abbiamo visto quasi intrecciarsi ai nostri piedi, perchè scalino risuona con tappetino, e quindi eccoci qui, a creare entrambi nella nostra testa.
Entriamo, dicevo.
E’ accogliente? E’ spaziosa? E’ rilassante? E’ luminosa? Ha qualche nota musicale nell’aria? Ci ricorda una casa della nostra infanzia, del nostro futuro, che abbiamo visto in una rivista, che abiamo disegnato da bambini? E se l’abbiamo disegnata da bambini questa casa, come mai non sappiamo com’è fatta all’interno? Cosa ci manca?
Noi.
Ecco cosa ci manca.
Manchiamo noi, l’ho pure detto all’inizio, la persona sorridente nel giardino, che per pensare a tutta la casa abbiamo messo da parte, ignorato, dimenticato. Ci siamo messi da parte per concentrarci a costruire un futuro immaginato da bambini che non ci potesse realmente includere, perchè ci siamo immaginati da bambini, ma non ci siamo mai immaginati da adulti, non ci siamo mai cresciuti accanto, ci siamo sempre cresciuti attorno. Abbiamo dimenticato cosa potevamo diventare per pensare a cosa dovevamo possedere.
Allora distruggiamo la casa, distruggiamo il giardino, distruggiamo anche il pesco, smettiamo di sorridere, e proviamo a costruire solamente noi stessi, senza niente accanto, e lasciamo che quella persona sorridente nel giardino diventi una persona sorridente e basta, senza niente attorno, senza niente che faccia da sfondo, senza bisogno lei anzi di essere lo sfondo di una casa.
Non diventiamo l’immagine di sfondo delle nostre vite, come se essere felici fosse solo un esercizio mentale.
La casa lasciamo che sia un qualcosa, e concentriamoci a non essere un qualcuno, un qualsiasi, concentriamoci a capire noi che forma abbiamo.
Ed ora, ricominciamo da capo, ma facciamolo come si deve.

Immaginiamo una casa…

Vedi. E’ che quando penso a noi, m'immagino una casa in montagna.
Un camino sempre acceso.
Un San Bernardo.
Una macchina normalissima che ci porti, giusto a lavoro o al cinema.
Un giardino che d'inverno si ricopre di neve.
Una casa ospitale.
Un altalena.
Le pareti della casa arancioni.
Come la vecchia casa dove son nata.
Le tende azzurre. Di quell'azzurro che amo.
Le finestre e i loro paesaggi.
Il terrazzo e suoi tramonti.
La tappezzeria.
Una sala spaziosa.
Un divano abbastanza comodo per poter guardare un film abbracciati.
Una televisione grande, per le partite e per la pila di DVD che si trovano di fianco.
Diverse camere da letto.
Una in particolare. E non si tratta della nostra.
Una cameretta con le tendine di quell'azzurro che amo e le pareti con tanti disegni. Una cameretta piena d'amore. Una culla e tanti pupazzi.
Giochini sparsi per la casa.
Il cane che rompe le pantofole,
e tu ridi mentre lo sgrido dandomi della pazza.
Le luci che si accendono con il battito delle mani.
I video.
La macchina fotografica.
La macchina da scrivere.
Le nostre passioni.
I nostri lavori.
I nostri capolavori,
I miei libri.
I tuoi film.
I miei malumori.
La tua risata.
Le preoccupazioni.
L'amore.
La paura.
L'allegria.
Io.
Te.
Noi.
Una famiglia.
E tanti sogni che son dentro un cassetto,
pronti per essere presi, tirati fuori, e realizzati.
—  bubbbu

Era seduta al tavolo della cucina da quasi un’ora, in mano stringeva una penna e fissava assiduamente un foglio bianco posato davanti ai suoi occhi.
In casa regnava il silenzio, fuori una pesante coltre di nebbia stava piano piano inghiottendo tutto il paese.
Dalle tende socchiuse entrava sempre meno luce, fino a lasciare la stanza nella semioscurità.
Lei rimase immobile al buio per qualche minuto, poi si alzò e con passi lenti e pesanti si trascinò fino all’interruttore della luce, la accese, e tornò a sedersi al tavolo.
Quando riabbassò lo sguardo, riafferrò decisa la penna, ne appoggiò la punta sul foglio e cominciò finalmente a scrivere.

“Cari mamma e papà – immediatamente sentì gli occhi gonfiarsi di pianto, alcune lacrime le scivolarono lungo le guance e caddero sul foglio; Lei le asciugò con il palmo della mano e continuò a scrivere – vi scrivo questa lettera perché ho qualcosa di molto importante da dirvi.
Ho deciso di partire.
Starò via un anno, girerò il mondo e farò nuove esperienze. Ho intenzione di vedere più posti possibile e di imparare nuove lingue. Vorrei provare a fare cose estreme, come lanciarmi con il paracadute o andare in mongolfiera. Vorrei anche conoscere nuove persone, espandere le mie conoscenze e collezionare bellissimi ricordi.
Mi mancherete così tanto, persino più di quanto non mi manchiate ora.
Vi spedirò delle cartoline da tutti i posti che visiterò e anche qualche lettera; ho già avvisato il custode sul dove recapitare la posta.
Ho venduto il mio appartamento, l’auto e molte delle mie cose, a questo punto non ho più bisogno di esse.
Userò i soldi che ne ho ricavato per finanziarmi questa avventura, mentre per quando tornerò saranno più che sufficienti i risparmi accumulati in banca.
Tra un anno esatto sarò di nuovo qui, insieme a voi, e stavolta per sempre. La mia è una promessa che, anche se volessi, non potrei infrangere.
A presto, vi voglio bene.”

Posò la penna sul tavolo, rilesse più di una volta ciò che aveva scritto, insoddisfatta della conclusione ma incapace di trovarne una migliore, poi piegò il foglio in quattro e lo infilò in una busta da lettere.
Andò in camera, ripose nella valigia le poche cose che aveva deciso di portare con se, indossò un cappotto e un paio di morbidi guanti di pelle, mise la lettera in tasca e si preparò a lasciare per sempre quella che per dieci anni era stata la sua casa.
Quanti ricordi riaffiorarono alla mente al suono della porta che si chiudeva. Gioie, dolori, passioni, delusioni, rimpianti; tutti stipati all’interno di una valigia poco spaziosa ma quasi vuota.
Quali tristi consapevolezze si fecero largo nella sua testa al rumore della serratura che sprangava l’ingresso.
Si lasciò tutto alle spalle, quella non era più la sua vita ormai.
L’ascensore le metteva addosso un senso di angoscia e le faceva venire la nausea, quindi, come sempre, prese le scale.
Scesa in strada cominciò a camminare a grandi passi, senza guardarsi mai indietro.
Dopo poco tempo arrivò a destinazione, aprì il cancello che cigolò sui cardini e raggiunse la stanza dove sapeva avrebbe trovato i suoi genitori, poi sfilò la lettera dalla tasca, la posò sulla liscia superficie di marmo e se ne andò, senza dire una parola.
Rimase un tempo che le sembrò infinito seduta alla stazione ad aspettare il bus che l’avrebbe portata all’aeroporto e, quando finalmente arrivò, il suo viaggio ebbe inizio.

Esattamente un anno dopo, mantenne la promessa e tornò là dove si era data appuntamento con i suoi genitori, ma non era sola.
Al suo seguito c’erano molte persone, vestite di tutto punto e con in mano grandi mazzi di fiori.
Procedevano con passo lento, accompagnandola in quella stanza dove un anno prima lei aveva consegnato la busta e dove aveva spedito tutte le sue cartoline.
Qualcuno, forse un conoscente a cui lei aveva affidato l’incarico, lesse al suo posto quella che era stata l’ultima lettera che avesse scritto ai suoi genitori prima del ritorno:

“Cari mamma e papà,
L’anno è ormai scaduto e queste saranno probabilmente le mie ultime parole.
Mi sono accorta che in tutto questo tempo non vi ho mai detto cosa mi abbia spinta ad affrontare questa avventura, ma sono più che sicura che ormai l’abbiate capito da soli: Sono malata.
Mi è stata diagnosticata una malattia rara, tanto rara che non ha neanche un nome.
I medici mi hanno dato un anno di vita, riuscendo a dirmi il giorno esatto della mia morte.
Questa malattia mi ha uccisa piano piano, ma mi ha lasciata abbastanza viva da permettermi di stare in piedi fino all’ultimo istante. Nessuna cura, nessun trattamento, nessun vano tentativo di salvarmi immobilizzandomi a letto e impedendomi di vivere ciò che mi rimaneva da vivere e questo, forse, è un bene.
In quest’anno ho visitato quasi quaranta nazioni diverse, viaggiato in cinque continenti e imparato una nuova lingua. Ho conosciuto un’ infinità di gente stupenda che mi ha fatto dimenticare cosa il destino avesse in serbo per me. Ho visto trecentosessanta albe e altrettanti tramonti, ognuno in un luogo diverso. Ho imparato a riconoscere le costellazioni e che la prima stella che sorge la sera è in realtà un pianeta, Venere, che è anche l’oggetto celeste più luminoso visibile di notte dopo la luna. Ho imparato che le stelle possono essere un punto di riferimento e ad orientarmi grazie ad esse. Ho imparato a dormire poco per sprecare il meno possibile il tempo a mia disposizione. Tra un viaggio e l’altro ho dedicato molto tempo alla lettura e anche un po’ alla scrittura.
In quest’anno ho imparato tante cose, ma più di tutte ho imparato a vivere, ed è un po’ triste che per farlo sono dovuta morire. Ho pagato cara questa lezione, eppure trentadue degli anni che ho passato su questa terra non sono valsi l’ultimo prima di lasciarla. È forse questo il segreto? Vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo? No, non credo basti. Il segreto sta nel vivere ogni giorno come se fosse, oltre che l’ultimo, anche il primo, e io l’ho capito troppo tardi. Questo anno non mi è bastato per fare tutto ciò che avrei desiderato fare, ma di rimpianti ne ho solo uno: Non aver apprezzato fin da subito la vita che mi era stata donata e, di conseguenza, averla sprecata per troppo tempo.“
Terminata la lettura, la bara nera fu calata nel loculo che venne poi sigillato da una lastra di marmo bianco, identica alla lapide affianco, ormai ricoperta di polvere e cartoline provenienti da quasi quaranta nazioni diverse.

—  thelonelyweepingwillow
Dammi ancora la prova, la spaziosa illusione, che le cose mi vedano, qui, nel tremore di luci, nella casa varata, senza remi nel buio, per i flutti del gelo, quelle dita che accorrono, al silenzio dei vetri, distilla un rumore, che salga tra i fili, dividi un respiro, tra il vuoto e la voce, propaga le braccia, felici nell’aria, sospingile a me, fra le mura del freddo.
—  Giovanni Catelli, Uspenskaja – Kanatnaja da Diorama dell’Est